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Manuel Volpe & Rhabdomantic Orchestra – Albore

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Prova di eleganza e di gusto per il marchigiano Manuel Volpe. La sua mano da produttore e musicista si sente in questo nuovo disco dal titolo Albore pubblicato dalla Agogo Records. Interamente scritto, arrangiato e prodotto da Manuel Volpe, l’album si avvale di un eccellente team di produzione composto da Massimiliano Moccia (Movie Star Junkies), Andrea Scardovi (Sacri Cuori), Kelly Hibbert (Flying Lotus, Heliocentrics) e Volpe stesso con la preziosa supervisione dell’esperto di Afro/Jazz/Fusion Andrea Benini (Mop Mop). L’artwork è ad opera di Edoardo Vogrig. A tre anni circa da Gloom Lies Beside me as I Turn my Face Towards the Lights si ripropone sul mercato musicale con una delle più interessanti uscite del nuovo panorama discografico italiano di questo 2016, un lavoro che come pochi, nasce dalla provincia e visita regioni antiche ed altre lontane portandoci a spasso per i territori latini e quelli arabi, tra i popoli e i cori africani e i metalli preziosi delle grandi città. Un disco sostanzialmente di Lounge che coniuga pochissima elettronica ai suoni reali condotti per mano dalla sua inseparabile Rhapdomantic Orchestra. In questi dieci inediti in studio, Manuel Volpe culla e accompagna, in brani che rischiano la monotonia certamente ma che invece ogni volta sanno come sottolineare il proprio carattere e la propria personalità.

“Basrah”è una traccia molto seducente almeno quanto “Rhabdomancy” che però è più
“spirituale” affrontando temi quali il rapporto che l’artista ha con Dio. Il video di lancio, bellissimo, recita il concetto di viaggio ma soprattutto di divenire: il brano è “Nostril” ed il protagonista è un ragazzo di colore che osserva una Torino sconosciuta perché forse vi ci arriva per la prima volta. Oppure osserva la sua città in un modo che mai prima si era sognato di fare e quello che vede, in ogni caso, è una scoperta. Ed il disco di Manuel Volpe il fondo è così: una scoperta dietro il telaio di brani dolcissimi, scuri, intensi, riflessivi e assolutamente internazionali. Prova di stile contro gli inutili quanto ormai scontati tentativi di trasgressione digitali che si espandono a macchia d’olio in questa scena indipendente italiana.

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Manuel Volpe – Gloom Lies Beside Me As I Turn My Face Towards The Lights

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La notte dell’artista marchigiano Manuel Volpe è sempre fonda, carica di suoni e lamenti che non hanno mai fine, un torbido odore di poesia e alcool di ristagno che profuma, uno sfondare di ore piccole a rimuginare dentro amori, illusioni, fantasmi di bordelli andati “The Bored” e lontananze Dostoevskijane “Penumbra” che paiono arrivare ad ogni cambio brano. Un titolo improbabile per un ascolto prelibato, Gloom Lies Beside Me As I Turn My Face Towards The Lights è il disco/debutto  di questo artista ricercato, che dalle mille esperienze alle spalle riesce ad approdare a queste tracce (nove) che puntano a stupire e lo fanno, un calembour stilistico che  – abbracciando le enfatizzazioni di Waits “Maria Magdalena”, qualcosa di uno zingaro DeVille “The Latest Rose”e tutti i fondi di bicchieri di un riflessivo e meticcitato Capossela, conosce perfettamente la strada e la tramatura di un’opera delle intenzioni, un registrato profondo e incentrato sul flusso dei pensieri e della attrazione definitiva di chi la vita “la vive” vivendo veramente.

Patos e sangue misto sono la parte forte del registrato, sensazioni infilate tra anima e cuore, una impennata di qualità che infiamma subdolamente l’orecchio, sonorità e generi che scaldano di malinconica dove tutto è oscuro, sognante e inquietamente dolciastro, regno di melodie e aliti che puzzano in faccia ad angeli venduti: è come stare al centro di un film girato in seppia, una tracklist killer che t’uccide dentro per la bellezza maledetta che t’accolla, colorazioni mutuate da una strabiliante familiarità col nero, murder-ballad dell’auto-distruzione d’anima che si fanno meccanismo sensuale al pari di una rivalsa debitoria di gran pregio. L’artista Volpe – qui accompagnato da una sfilza di ospiti – caratterizza l’intero lotto  con un flusso magnetico senza precedenti, come una eterna incazzatura soffusa col mondo intero, amarezza e constatazioni acidognole che nelle smandolinate di “The Woeful Harbour” e nello scaramouche mediterraneo, diabolico e funeral  stornellato di chitarra acustica, sbuffo di trombone e mandolino “Porto Empedocle” ha il massimo della sua espressione, del suo fasto ammusato.

Manuel Volpe si presenta proponendoci una versione aggiornata dell’ottimo, un’ inconfondibile puzzo da bassifondo che se respirato fino in fondo offre una smagliante essenza  di tutto quello che non si vede e soprattutto si sente di giorno, il banalissimo giorno.

Immenso!

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