Dal 16 al 18 agosto all’Ex Macello di Putignano, tre giorni di concerti, incontri e formati speciali.
Il FARM Festival prosegue sulla strada intrapresa negli ultimi anni: un festival più raccolto, coerente con gli spazi che lo ospitano e capace di mettere al centro la scoperta, la relazione e il tempo condiviso.
L’edizione 2026 ruota attorno al tema “Responsabilità” e alla domanda “Di chi sono i nostri giorni?”, sviluppata attraverso musica, ascolto, incontri ed esperienze costruite in formati e momenti differenti.
“Di chi sono i nostri giorni?” è una domanda semplice solo in apparenza: chi decide come occupiamo il nostro tempo, quali automatismi lasciamo entrare nelle nostre giornate e quale responsabilità ci prendiamo nel difendere luoghi, relazioni, ascolto e possibilità di stare insieme?
Il tema non resta sullo sfondo e non si limita a dare un titolo all’edizione. Attraversa il modo in cui il festival costruisce il programma: meno attenzione alla rincorsa dei numeri e dei nomi già confermati dal mercato, più spazio alla fiducia, all’imprevisto, alla presenza e a esperienze che chiedono al pubblico di non arrivare con tutto già deciso. FARM prova così a restituire valore al tempo dell’ascolto e alla cura dei luoghi, partendo dall’Ex Macello come spazio culturale da abitare e non soltanto da usare.
Per chi volesse approfondire, in fondo all’articolo riportiamo per intero la nota con cui la direzione artistica racconta il percorso compiuto dal FARM negli ultimi anni: dal ridimensionamento del 2023 alla scoperta, dalla resistenza fino alla responsabilità scelta per questa edizione.
TUTTO IL PROGRAMMA
Domenica 16 agosto, dalle ore 19:30, torna il FARM SECRET: una serata di concerti a sorpresa in cui la line-up non viene annunciata in anticipo. Gli artisti si scopriranno solo quando saliranno sul palco e i loro nomi saranno pubblicati il giorno successivo. Ad aprire sarà Alberto “Bebo” Guidetti, fondatore de Lo Stato Sociale, autore, musicista e scrittore, che presenterà “Il capitale musicale. Guida all’ascolto della governance algoritmica”, in collaborazione con la libreria Lik & Lak di Putignano. Il libro parte dalla musica per interrogare il modo in cui piattaforme e algoritmi stanno trasformando ascolto, desiderio e lavoro artistico.
Lunedì 17 agosto, dalle ore 20:00, il palco dell’Ex Macello ospiterà Il Mago del Gelato, tra le realtà più riconoscibili della nuova scena italiana, con un suono che intreccia groove, jazz-funk, psichedelia e immaginario cinematografico. Con loro Amore Audio, duo che unisce UK garage, fast house e pop italiano, e DDUMA, progetto della cantautrice salentina Chiara Pizzi, tra ricerca sonora, lingua e radici. La serata si chiuderà con il dj set di MARS.
Martedì 18 agosto, alle ore 8:30, debutta BREAKFARM – Esordi a colazione: una colazione-concerto per sole 40 persone (già sold out) con i set acustici di Salvatore Spadaro e Martina Primavera, che presenteranno in anteprima alcune canzoni dei loro prossimi lavori discografici. La colazione sarà ideata e curata da Martina Rubini.
INFO E LINK UTILI
Il LITTLE FARM Festival è organizzato da I MAKE e realizzato con il sostegno e la collaborazione di Quadro, Birreria OI!, Radio JP, Salgemma, TAC Drinks, CapitalSud APS, Città di Putignano, Glocal Sound, Puglia Culture, Puglia Sounds, Italian Music Festivals, KeepOn Live e CasaBase.
Biglietti:
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LA NOTA DELLA DIREZIONE ARTISTICA
Negli ultimi anni il FARM Festival ha scelto di cambiare. Non è successo in un solo momento e non è stata una decisione improvvisa. È stato piuttosto un percorso fatto di domande, tentativi, qualche rinuncia e della necessità di capire che tipo di festival avessimo ancora senso di costruire.
Per molto tempo anche noi abbiamo inseguito una crescita che sembrava quasi obbligatoria. Più pubblico, più spazio, più artisti, produzioni più grandi, numeri sempre più importanti. È una dinamica naturale, soprattutto per chi organizza un festival indipendente e sente il bisogno di dimostrare ogni anno di essere cresciuto rispetto al precedente. A un certo punto, però, ci siamo accorti che continuare a crescere non significava necessariamente continuare a migliorare.
Il sistema dei concerti e dei festival ci spinge spesso nella direzione opposta rispetto a quella della cura. Bisogna annunciare sempre prima, alzare continuamente la posta, costruire cartelloni immediatamente riconoscibili, rincorrere le stesse finestre, gli stessi nomi e lo stesso pubblico. Il valore di un evento finisce facilmente per essere misurato attraverso la capienza, i biglietti venduti, le visualizzazioni del post o la velocità con cui arriva un sold out. Tutti dati reali e necessari, naturalmente, ma che da soli non raccontano la qualità di ciò che accade.
Nel 2023 abbiamo quindi scelto consapevolmente di fare un passo indietro. Lo abbiamo chiamato LITTLE proprio perché volevamo essere chiari: sarebbe stato un ridimensionamento, quasi un downgrade dichiarato. Dopo dieci edizioni più grandi siamo tornati negli spazi dell’Ex Macello di Putignano e a una dimensione che ci consentisse di guardare meglio le persone, i luoghi e quello che succedeva tra un concerto e l’altro.
Quella scelta non nasceva dall’idea romantica che piccolo sia sempre migliore. Nasceva dalla necessità di recuperare una misura sostenibile e coerente con le nostre forze, con lo spazio che abitiamo e con il tipo di relazione che volevamo avere con il pubblico. Ridurre la scala ci ha permesso di tornare a chiederci perché organizzassimo un festival, prima ancora di domandarci quanto dovesse essere grande.
È da lì che sono nati i temi degli anni successivi. Non come slogan costruiti a posteriori, ma come tappe di un ragionamento che il FARM stava facendo su sé stesso e sul contesto musicale e culturale nel quale si muove.
Nel 2024 abbiamo lavorato sulla scoperta, o forse sarebbe più corretto dire sulla possibilità di riscoprire il significato stesso della scoperta. Viviamo dentro un sistema che ci propone continuamente qualcosa di nuovo, ma che molto spesso ci mostra ciò che assomiglia a quello che abbiamo già ascoltato, guardato o apprezzato. Le piattaforme conoscono le nostre abitudini, prevedono i nostri gusti e ci tengono dentro flussi sempre più precisi. Sembra di avere tutto a disposizione, ma diventa sempre più difficile incontrare davvero qualcosa che non avevamo previsto.
Da questa riflessione è nato il FARM Secret, il format in cui il pubblico acquista un biglietto senza conoscere la line-up e scopre chi suona soltanto quando l’artista sale sul palco. Non ci interessava costruire il mistero come espediente pubblicitario. Volevamo togliere, almeno per una sera, il peso che un nome, i numeri sui social, il racconto promozionale e le aspettative costruite in anticipo portano inevitabilmente con sé.
Arrivare a un concerto senza sapere chi si esibirà significa accettare una piccola perdita di controllo. Significa affidarsi al festival, esporsi alla possibilità di annoiarsi, di essere sorpresi o di scoprire un artista che probabilmente non si sarebbe scelto autonomamente. È una cosa molto semplice, ma in un tempo che cerca di anticipare, spiegare e classificare tutto, ci è sembrata un’esperienza importante.
Nel 2025 siamo passati alla resistenza. Anche quella parola, però, non voleva rappresentare una posa eroica. La nuova resistenza di cui parlavamo riguardava la capacità di continuare a costruire spazi culturali e musicali senza lasciarsi assorbire completamente da logiche che spesso li rendono tutti uguali.
Resistere, per noi, significava proteggere il tempo necessario alla ricerca, mantenere una parte del programma meno prevedibile, evitare che la paura di non vendere abbastanza decidesse ogni scelta artistica. Significava anche difendere i luoghi nei quali la musica può ancora essere ascoltata da vicino, le realtà che lavorano durante tutto l’anno, le piccole comunità, le scene territoriali e il lavoro di chi continua a immaginare possibilità anche quando le condizioni economiche e organizzative diventano sempre più difficili.
Ma la resistenza, se rimane soltanto difesa, rischia di diventare una posizione immobile. Per questo nel 2026 siamo arrivati alla responsabilità e alla domanda: Di chi sono i nostri giorni?
È una domanda che riguarda innanzitutto il tempo. Sentiamo continuamente di non averne abbastanza, eppure una parte enorme delle nostre giornate viene occupata, guidata e frammentata da meccanismi che spesso non scegliamo davvero. Il lavoro continua fuori dagli orari, i telefoni interrompono ogni spazio vuoto, le piattaforme organizzano ciò che vediamo e ascoltiamo, mentre la necessità di essere sempre presenti e produttivi rende difficile persino capire a cosa stiamo dedicando le nostre energie.
Anche il mondo musicale vive dentro questa pressione. Agli artisti non viene più chiesto soltanto di scrivere e suonare. Devono produrre continuamente contenuti, mostrare il processo, raccontarsi, essere riconoscibili, disponibili e costantemente attivi. Il pubblico, a sua volta, viene trasformato in un insieme di dati, preferenze e comportamenti da prevedere. Persino il desiderio di partecipare a un concerto può essere misurato, anticipato e monetizzato.
“Di chi sono i nostri giorni?” parte da qui, ma non riguarda soltanto la tecnologia o gli algoritmi. Riguarda le responsabilità che ciascuno di noi assume dentro questo sistema.
Come organizzatori dobbiamo chiederci che tipo di tempo stiamo costruendo per chi partecipa. Se stiamo soltanto riempiendo un calendario o se stiamo offrendo occasioni che abbiano una loro necessità. Se trattiamo gli artisti come contenuti da annunciare o come persone che stanno portando avanti un lavoro. Se utilizziamo un luogo come semplice scenografia o se proviamo ad abitarlo, curarlo e renderlo accessibile. Se inseguiamo un pubblico indistinto oppure costruiamo una comunità con cui condividere anche dubbi, rischi e scelte meno comode.
Esiste poi una responsabilità del pubblico. Partecipare a un concerto significa contribuire alla qualità di quello che accade. Significa ascoltare, rispettare chi è sul palco e chi ha scelto di essere lì, comprendere che anche il modo in cui si occupa uno spazio, si parla durante un’esibizione o si utilizza continuamente il telefono cambia l’esperienza collettiva. Non vogliamo trasformare tutto questo in un codice di comportamento moralistico. Ci interessa però ricordare che un festival viene realizzato da chi lo organizza, ma prende davvero forma attraverso tutte le persone che lo attraversano.
C’è una responsabilità nei confronti dei luoghi. L’Ex Macello non è per noi un contenitore neutro. È un presidio che vive durante tutto l’anno, con i suoi limiti, i suoi conflitti e le sue possibilità. Fare un festival lì significa tenere conto della sua storia, del quartiere, delle realtà che lo abitano e del lavoro quotidiano necessario a mantenerlo vivo. Lo stesso vale per Alberobello e per ogni spazio naturale, urbano o storico nel quale decidiamo di portare un appuntamento. Un evento culturale non dovrebbe limitarsi a prendere in prestito un paesaggio: dovrebbe provare a restituirgli attenzione e profondità.
Anche per questo il programma 2026 continua a sperimentare formati differenti. Il FARM Secret chiede fiducia e sospende per qualche ora il meccanismo dell’anticipazione. BREAKFARM sposta un concerto al mattino, attorno a una colazione condivisa, e dà spazio a due progetti di cui non è ancora stato pubblicato nulla. Gli incontri, la parola, la cucina, il cinema, le attività dedicate ai bambini e le azioni che costruiremo negli spazi del festival fanno tutte parte dello stesso tentativo: restituire al tempo una forma diversa.
Non pensiamo che un festival possa sottrarsi completamente alle contraddizioni del sistema in cui esiste. Anche noi utilizziamo piattaforme, vendiamo biglietti, comunichiamo sui social, abbiamo bisogno di sponsor e dobbiamo confrontarci con bilanci, costi, numeri e sostenibilità. Sarebbe poco credibile fingere il contrario.
Possiamo però decidere come utilizzare questi strumenti, quali compromessi accettare e quali spazi continuare a proteggere. Possiamo scegliere di non consegnare ogni parte del programma alla prevedibilità. Possiamo tentare di dare valore a ciò che non produce immediatamente un dato evidente. Possiamo costruire momenti nei quali l’ascolto, l’incontro e persino l’attesa mantengano ancora una parte di libertà.
Il percorso dal LITTLE alla scoperta, dalla resistenza alla responsabilità racconta soprattutto questo: il tentativo di non considerare mai definitivo il modo in cui facciamo il FARM. Ogni edizione ha provato a rispondere a un problema emerso da quella precedente, senza cancellarlo del tutto. La misura ci ha permesso di tornare a vedere. La scoperta ci ha aiutato a rimettere in discussione le abitudini. La resistenza ci ha ricordato cosa valeva la pena difendere. La responsabilità ci chiede ora che cosa vogliamo farne.
“Di chi sono i nostri giorni?” non è quindi una domanda alla quale il festival pretende di offrire una risposta. È il dubbio con cui abbiamo costruito questa edizione e che vorremmo lasciare aperto anche dopo la sua conclusione.
Perché i nostri giorni sono certamente attraversati da forze più grandi di noi, da economie, piattaforme, scadenze e automatismi difficili da evitare. Ma sono anche fatti dalle scelte che continuiamo a compiere, dagli spazi ai quali decidiamo di dedicare tempo, dalle persone con cui scegliamo di condividerlo e dalla cura che siamo ancora disposti a mettere nelle cose. La responsabilità, forse, comincia proprio da qui: dal provare a non vivere tutto il nostro tempo come se fosse già stato deciso da qualcun altro.

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Last modified: 11 Agosto 2026




