mud again, la nuova spinta urlata dei leather.head

Written by Recensioni

L’album di debutto del collettivo inglese porta le sonorità sperimentali delle uscite precedenti in territori più estremi e poco concilianti.
[21.11.2025 | autoprodotto | experimental rock, post-rock, screamo]

Qual è il limite per considerare una band screamo oppure no? Quali sono le soglie dell’urlato, le sue tipologie? I leather.head lo sono sempre stati o lo sono diventati con il tempo? Non sono di certo io la persona adatta a risolvere questa situazione, il mio collega Daniel ha certamente molto da dire.

È affascinante questo mud again, perché ci invita a riflettere e a sfumare i confini delle influenze musicali, mostrando come possano essere micro-sintetizzate e compresse. E noi ne godiamo, perché. se c’è una cosa che detestiamo. è vedere artisti che si attorcigliano su sé stessi o scene che si autoimpongono standard e paletti su come si “deve” scrivere: non è questo il caso.

Parlare di screamo, come abbiamo detto in apertura, può sembrare eccessivo, ma è innegabile rilevare l’influenza di un emo urgente e urlato, con arpeggi che non sfigurerebbero su Old Pride dei Pianos Become the Teeth, o fraseggi che, nelle loro parti più concitate e spinte, richiamano band come Old Gray o The World Is a Beautiful Place & I Am No Longer Afraid to Die.

Non mancano neppure filtri orchestrali che affiorano come nelle sezioni più emotive dei Respire di Hiraeth. Ci sono i build-up emotivi, a tratti ci sono anche i riff, che però vengono diluiti non tanto in strutture post-hardcore nevrotiche quanto in qualcosa che, nella scena inglese degli ultimi tempi, ormai ha un nome preciso: il BMNRcore.

leather.head © Yu Igarashi
Aperture verso emo e screamo.

Tornando a noi: già dall’EP welded si era intravisto cosa volesse diventare la band di Brighton, sia negli intenti che nelle dichiarazioni. LQ solida base fatta di post-rock, slowcore e post-hardcore rimane sempre il fulcro del progetto, dominato dal sax di Josh che ha il suo momento di libertà jazz nella marziale Fell, così come in Bastards, dove la filtrata visceralità di David Yow dei The Jesus Lizard si mischia a echi dei Maruja.

La presenza del sax li accosta inevitabilmente i Nostri alla band mancuniana, ma essi se ne discostano dalla pura ossessione e minaccia presente in Knockarea o Pain to Power: qui il sax libera spazi e riempie i vuoti. Questo li avvicina spesso più alla poetica di Black Country, New Road o caroline, come nel caso della stratificata Traintracks, che raccoglie tutti gli elementi citati e li sputa in faccia all’ascoltatore in questo miasmatico misto tra progressive folk, Midwest emo e screamo.

L’apertura all’emo e all’urlato spinto era già arrivata con il precedente EP, ma l’incipit dell’album, con world.building e dusk, definisce totalmente questa forma aggiornata. La chiusura del disco è composta da due specie di ballate: la conclusiva friends, una sorta di versione indie folk à la Alex G dal sapore post-rock, e death.healer II, con la presenza del poeta Zia Ahmed, strisciante e catartico.

La via giusta?

I leather.head hanno sicuramente dato un’ulteriore spinta al loro stile musicale, aggiungendo sempre nuovi mattoncini senza però snaturare il loro passato. Come abbiamo visto, altre band quest’anno hanno esplorato un abbraccio molto urlato, come UNIVERSITY o The Orchestra (For Now).

È questa la nuova direzione del BMNRcore? Ibridarsi con l’urlo estremo? Sicuramente la poppizzazione di gruppi come Man/Woman/Chainsaw o Mary in the Junkyard ha bisogno di una contrapposizione uguale e opposta. Sarà questa la via giusta?

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Last modified: 26 Novembre 2025