Viagra Boys – Welfare Jazz

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Gli svedesi si confermano come una delle più eccitanti realtà musicali odierne e ne vorrete sempre di più.
[ 08.01.2021 | Year0001 | post-punk ]

Confermarsi al secondo disco è sempre impresa ardua, soprattutto in un’epoca talmente satura di uscite che si fa presto a venire dimenticati. Va detto che il debutto su lunga distanza dei Viagra Boys (parliamo ormai del 2018) era stato a dir poco sfavillante, facendo sì che intorno alla band svedese si creasse un hype di non poco conto. Perché sì, Street Worms fu davvero sorprendente nel suo essere del tutto sui generis, originale e difficilmente catalogabile, sebbene la zona delle operazioni sia certamente l’affollata e variegata scena post-punk odierna.

“Un gruppo di insegnanti e il loro spacciatore di speed”: è il commento ad uno dei loro video divenuto talmente virale da finire nel videoclip di Girls & Boys, ed è senz’altro una descrizione quantomai fedele di questi sei improbabili svedesi. Post-punk, si diceva, ma sarebbe oltremodo riduttivo parlarne solo in questo senso, perché il sound della band di Stoccolma è davvero uno dei più peculiari apparsi di recente: il sax spesso e volentieri sfrenato, la batteria secca e i synth vintage apportano delle sonorità jazz e dance che rendono la musica dei Viagra Boys la perfetta colonna sonora per un disperato hangover.

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Diciamolo subito: Welfare Jazz è un disco diverso rispetto al precedente, meno ballabile e festaiolo. E forse anche spiazzante, visto che il decadente marciume che caratterizzava Street Worms qui è meno presente, sebbene riesca comunque a prendersi prepotentemente la scena in qualche brano. È il caso, ad esempio, della traccia d’apertura nonché singolo di lancio Ain’t Nice, pezzo fantastico che richiama non poco le sonorità e i testi sarcastici degli esordi e impreziosito da un videoclip imperdibile, con un ineffabile e totalmente sbandato Sebastian Murphy che si trascina barcollante per strada in preda a visioni più o meno mistiche.

Se in Street Worms i pezzi erano più diretti e “in your face”, in Welfare Jazz l’intento sembra quello di dare maggior risalto alla vena jazz e da jam session della band (e in effetti le prime versioni suonate live apparse in giro sembrano avvalorare questa ipotesi). Un brano esemplificativo in questo senso è Toad, sicuramente uno dei più jazz scritti finora dalla band e probabilmente uno di quelli che meglio ne codifica le attuali coordinate.

“Taking drugs and being an asshole”: è così che Murphy ha descritto il periodo vissuto durante la scrittura del nuovo album. Un album che, a detta sua, arriva alla fine di un complicato percorso personale che l’ha portato a rimettere un po’ di cose nella giusta prospettiva e a rivedere gli obiettivi reali della propria esistenza, e a giudicare dai testi non si fatica a credere che sia effettivamente così. I Feel Alive suona come la confessione quasi religiosa (o profana, dipende dai punti di vista) di un uomo che ha finalmente guardato in faccia i propri demoni (“Jesus Christ, I feel alive / Just last week I thought that I was gonna die”), e anche l’allucinata Into the Sun insiste sugli stessi temi (“What kind of person have I become? The ghost of an outlaw who was captured and hung”).

Per sua fortuna il nostro Sebastian pare comunque essere venuto quantomeno a patto con i propri demoni interiori e, tra le sinuose pieghe create dai synth nella stupenda Creatures, torna ad essere il poeta mancato di tutti noi eterni disadattati totalmente rapiti dalla sua poetica decadente e sprezzante: “we are the creatures, down at the bottom” è già una frase cult in questo senso.

Il groove è da sempre un marchio di fabbrica dei Viagra Boys e in Girls & Boys la sezione ritmica (con in particolare un basso a dir poco spaziale) si prende la scena in maniera irresistibile. Sax e sintetizzatori accompagnano il ritmo incalzante del brano rincorrendosi a vicenda e dando luogo a quello che è senza dubbio uno degli episodi migliori nella loro discografia, forse quello che ad oggi meglio ne sintetizza sound ed estetica.

Se To the Country appare con un intermezzo bucolico non così indimenticabile, In Spite of Ourselves, cover del brano del compianto John Prine che vede la collaborazione di Amy Taylor (molti la ricorderanno con gli Amyl and the Sniffers), è una chiusura atipica ma che funziona benissimo: una sghemba ballad simil country che esalta tutta l’atipicità di una coppia improbabile come quella formata da Murphy e Taylor.

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Post, dance, art, synth: il punk dei Viagra Boys ha mille sfaccettature e altrettante possibili interpretazioni, in ogni caso siamo anche stavolta al cospetto di una miscela sonora davvero irresistibile.

Welfare Jazz è un disco che ha certamente bisogno di svariati ascolti per essere apprezzato appieno, così come i suoi arrangiamenti particolari e ricercati suonano meno diretti rispetto a quanto eravamo abituati a sentire dalla band. È altrettanto probabile però che, una volta entrati a fondo nelle pieghe dell’album, la sensazione provata sarà più che positiva e il beffardo sorriso di Sebastian Murphy vi si parerà davanti: sì, i Viagra Boys si confermano come una delle più eccitanti realtà musicali odierne e ne vorrete sempre di più. E magari vi verrà anche voglia di tatuarvi anche voi sulla fronte, chissà.

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Last modified: 8 Febbraio 2021