Trophy Scars – Holy Vacants

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Per la band del New Jersey, la ricerca del sound perfetto, almeno secondo il punto di vista dei quattro, sembra finalmente aver portato a una meta che rispecchi le più rosee attese e, se non si può certo definire questo Holy Vacants un punto di arrivo, per i Trophy Scars si tratta comunque del luogo più alto di un’intera carriera. Holy Vacants aggredisce e miscela temi che vanno dalla mitologia, alle antiche religioni, passando per le più inquietanti teorie della cospirazione sul gene dei Nefiliti (popolo nato dall’incrocio tra figli di Dio e figlie degli uomini, citato nella Torah e non solo). Le parole sono prese a prestito dagli scritti di Jerry Jones, voce della band, il quale racconta la storia di due amanti che non solo hanno scoperto che il sangue degli angeli contiene la fonte della giovinezza, ma anche la formula del Qeres, antico profumo egiziano usato per la mummificazione e che è l’unica sostanza mortale per angeli e Nefiliti.  Se la narrazione muove attraverso queste vicende quasi come fosse un romanzo, da tenere d’occhio è sempre la natura metaforica dell’opera, che vuole sostenere i temi dell’idealizzazione della giovinezza, la perdita dell’identità e l’innocenza corrotta. Come indica lo stesso Jerry Jones, l’album è stato un modo per esorcizzare una persona dalla mente e dall’anima.

Holy Vacants doveva essere anche l’ultimo della formazione nata poco più di dieci anni fa a Morristown ma il valore raggiunto sembra lasciare aperti spiragli per una nuova vita. Blues Psichedelico che in realtà si muove attraverso le strade più disparate di Post Hardcore, Rock Alternativo, Prog e Screamo, creando un andirivieni stilistico che lascia senza fiato, per intensità ed efficacia. Eccezionale l’uso della voce e la timbrica inquietante di Jerry Jones che spinge attraverso una sezione ritmica prestante ma non invadente, chitarre che riescono a mostrarsi in tutta la loro bellezza esteriore al momento confacente, con brevi assoli polverosi e caldi che non disturbano l’incedere del sound. Oltre alla strumentazione classica, e l’uso di piano, organo e Moog, eccelso l’uso di tromba (Taylor Mandel), trombone (Caleb Rumley) viole, violini e violoncello (David Rimelis) e quant’altro che s’inseriscono quasi come ombre, come fantasmi, come angeli dentro la musica aiutando l’ascoltatore a immergersi in un mondo incredibile e fuori dal tempo. Le esplosioni Hard Rock non sono mai anacronistiche, anche se convincono molto di più i crescendo chitarristici (“Extant”) i passaggi più pulsanti e sostenuti (“Qeres”) e i Blues strazianti e poderosi (“Archangel”, “Hagiophobia”, Everything Disappearing”). Quasi dal sapore Industrial Stoner alcuni brani come “Burning Mirror” ma il meglio deve ancora venire e si manifesta nella seconda parte del disco, quando una “Chicago Typewriter” degna dei migliori Mars Volta, anticipa la sensazionale doppietta “Vertigo” / “Gutted”, che mette in scena un dualismo che sembra riassumere alla perfezione ogni cosa legata a tutto Holy Vacants. Per non farsi mancare nulla, l’album ci regala anche perle di semplice e orecchiabile Alt Rock moderno e vintage al tempo stesso nella forma e nel sound (“Every City, Vacant”) per poi chiudersi nell’eterea, quasi Dream Folk “Nyctophobia”, cantata dalla bravissima Gabrielle Maya Abramson, solo uno dei tanti ospiti di questo Holy Vacants. Dobbiamo infatti ricordare oltre ai cori, la voce extra di Adam Fischer in “Chicago Typewriter”, quella di Reese Van Riper in “Guttered” e di Desiree Saetia nella stessa e in “Crystallophobia”. Holy Vacants è un concept album che avrebbe dovuto raccontare la fine di una grande band forse troppo spesso ignorata e che invece suggerisce una strada buia e tenebrosa ma illuminata dalla speranza. Un concept che racconta una storia apparentemente lontana dalle vicende umane dell’uomo moderno ma che, in realtà, scava nell’interno della sua psiche, aiutando una catarsi necessaria per accettare le condizioni dell’esistenza senza alcuna paura verso l’ignoto.

Last modified: 10 Gennaio 2020

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