Recuperiamo una delle uscite più interessanti dell’anno 2024, in bilico tra suggestioni mistico-primitiviste e propulsioni darkwave.
[30.08.2024 | Night School | pagan folk, darkwave, avant-folk|
Quante volte, dovendo riflettere sulle uscite dell’anno che sta per chiudersi, ci siamo trovati a (ri)considerare uscite meritevoli dell’anno precedente ma che, per un motivo o per un altro, abbiamo avuto modo di apprezzare fino in fondo soltanto successivamente? In linea con il pippone introduttivo della mia personale chart del 2025, durante l’anno ho vissuto come una sorta di ossessione l’album omonimo del collettivo Tristwch Y Fenywod, uscito nell’ormai lontana estate del 2024.
Tristwch Y Fenywod, dal gallese “la tristezza delle donne”, è l’album d’esordio del trio di Leeds e rappresenta, senza ombra di dubbio, il disco che, a inizio 2026, posizionerei in cima ad un’ipotetica classifica dell’anno 2024.
Si tratta di un album che vive di contrasti e sovrapposizioni come le artiste che l’hanno prodotto. Il trio si approccia al progetto in maniera programmaticamente avanguardista e “naif”. Leila Lygad, vocalist del gruppo dark ambient Hawthonn, si cimenta per la prima volta con la batteria elettronica, esplorandone le possibilità timbriche. Viceversa, Gwretsien Ferch Lisbeth, qui anche lead singer, utilizza uno strumento di autoproduzione, costituito da due cetre russe con differente accordatura. Soltanto Sidni Sarffwraig impiega il suo classico strumento, il basso, ma suonato in maniera volutamente minimale.
Appunto, la musica, semplice e diretta, fa pensare immediatamente a qualcosa di primitivo e grezzo, ma allo stesso tempo l’impiego di batteria elettronica trasporta l’ascolto verso i lidi synth-wave di marca 4AD, come nell’emblematica opener Blodyn Gwyrdd.

Tra suggestioni rituali e inni alla natura.
La batteria elettronica secca e acida, accompagnata dal martellante basso quasi industrial, riporta alla mente i dancefloor dark-gotici degli anni ‘80 (The Cure e Killing Joke). Il cantato overpichato, sempre ad un passo dall’isterismo, richiama dei rituali stregoneschi nelle brumose foreste gallesi (Awen). Etereo sì, ma mai troppo “dreamy” come quello di una novella Elizabeth Fraser, più vicino ad una crisi di nervi che ad un ovattato sogno (con apice nell’ottima Gelain Gors).
La melodia è interamente affidata alla doppia cetra che, con il suo peculiare timbro gracchiante e metallico da ballad medievale, fa il pari con la voce, amplificando la sensazione di trovarsi in un romanzo di Tolkien. Altro genere di riferimento è quindi l’ethno-folk dei numi tutelari Dead Can Dance, ma declinato con ancora più intransigenza e approccio “straight-to-the-face”, molto hardcore nell’attitudine e genuino nel risultato (Ferch Gyda’r Llygaid Du su tutte).
Il cantato in gallese, incomprensibile e ruvido per la maggior parte di noi ascoltatori internazionali, conferisce un respiro occulto, mistico e ancor più universale al lavoro. Il significato dei testi rimanda proprio all’ambito semantico pagan folk, tra bucoliche invocazioni alla Natura, suggestioni ritual-funerarie e sottotesti femministi.
Doveroso precisare che, nonostante tutte queste influenze dal passato e la ricerca di una musica radicata al proprio territorio, le Tristwch Y Fenywod riescono a tradurre il tutto con piglio contemporaneo e personale. Ciò toglie all’album quella fastidiosa patina di colonna sonora da museo etnografico, e, allo stesso tempo, apporta una tridimensionalità artistica che lo allontana da un mero e manieristico lavoro darkwave/dungeon-synth ad uso e consumo dei soli fan del genere.
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Last modified: 27 Febbraio 2026




