Top 50 album 2025: la classifica della redazione

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Come di consueto, ecco i nostri dischi preferiti dell’anno che sta per finire.

Il momento tanto atteso – e probabilmente altrettanto temuto – è inevitabilmente arrivato: è di nuovo tempo di fare bilanci, di tirare le somme di un altro anno musicale che sta per esaurirsi (e noi insieme ad esso). Come ripetiamo ogni volta, noi di Rockambula cerchiamo di fare le cose per bene ma senza prenderci troppo sul serio: apparire pedanti, saccenti o giudicanti è davvero l’ultima cosa che vorremmo, e le nostre classifiche di fine anno vengono ovviamente stilate seguendo tale filosofia redazionale.

Tanto premesso, questi sono i cinquanta album del 2025 che in qualche modo ci sono piaciuti di più: alcuni di essi saranno stati sopravvalutati, altri sottovalutati, altri ancora ignominiosamente esclusi. Ciò che conta è che anche stavolta abbiamo provato a metterci tutto l’impegno possibile e quel pizzico di divertimento che è essenziale per quello che in fin dei conti resta poco più che un gioco.
Parafrasando Feuerbach, noi musicofili siamo inevitabilmente ciò che ascoltiamo: ecco, noi siamo questo. Niente di più, niente di meno.

50. Little Barrie & Malcolm Catto – Electric War

[ Easy Eye Sound | psych rock, funk, soul ]
A cinque anni dal primo album in collaborazione, i britannici Little Barrie e il batterista/producer Malcolm Catto (il metronomo deus ex machina degli Heliocentrics) trovano l’equilibrio perfetto fra sezione ritmica stellare, calore funk soul da antologia e distillazione di un suono vintage ma mai retrogrado, conquistando la palma di miglior disco dell’anno per chi scrive.
(Claudio Luconi)

49. Gaia Banfi – La Maccaia

[ Trovarobato | elettronica, folk, cantautorato ]
Gaia Banfi ha voluto tradurre in musica la sua infanzia vissuta a Genova, il ricordo della nebbia che scompare quando tocca il mare. Il suo lavoro raccoglie tracce folk e suoni elettronici, ispirato sia dalla scuola del cantautorato genovese (Paolo Conte, Luigi Tenco) che dalla contemporanea scena sperimentale sarda (Iosonouncane, Daniela Pes). Ne esce un disco spettrale, delicatissimo e intimista, musica essenziale che penetra il cuore.
(Federico Longoni)

48. Public Health – Minamata

[ autoprodotto | post-hardcore, noise rock, post-rock ]
In un pomeriggio di grande tedio mi sono imbattuto in un post pubblicato su un gruppo Facebook popolato da disperatə musicali come il sottoscritto e ho pensato che l’equazione noise + post-hardcore + copertina che ruba l’occhio andava assolutamente esplorata. E per una volta ho fatto bene a fidarmi del mio istinto, perché il debutto del quartetto canadese è una piccola gemma di rock sperimentale urgente e ambizioso. Durante l’ascolto mi è più volte balenato in mente il nome degli Sprain, che mi sembra un biglietto da visita niente male per una band all’esordio. Spesso la dicitura viaggio sonoro viene usata un po’ a caso, ma qui ha assolutamente piena cittadinanza.
(Vittoriano Capaldi)

47. Giorgio Poi – Schegge

[ Bomba Dischi / Sony Music | pop, cantautorato ]
A volte dimentichiamo che “volersi bene del resto è questione di pratica”. E che il gusto magico, raffinato, dolce e malizioso di Giorgio Poi è una grande fortuna per la nostra educazione sentimentale. Itpop? No, intercontinentale.
(Virginia Bronzini)

46. Geese – Getting Killed

[ Partisan | indie rock, art rock, psychedelic rock ]
Getting Killed è un mostro a più teste difficilmente incasellabile, tocca tanti generi e tante atmosfere, a volte diametralmente differenti, pur mantenendo una sua pazza coesione interna che ne è il vero valore aggiunto.
(Claudio Luconi) | leggi la recensione

45. Unstable Shapes – Delicate Machinery

[ Learning Curve | post-hardcore, noise rock ]
Ispirandosi agli episodi più tesi e fulminanti di Fugazi e Hüsker Dü, con una ricercatezza posata e talmente naturale da sembrare involontaria, sempre miscelata a massicce dosi di rumore in stile Sonic Youth, agli Unstable Shapes bastano soltanto trentotto minuti per dimostrarci di non essere la solita band trita e ritrita che attinge a piene mani dal suono degli anni ’90 per riprodurne poi soltanto una mera fotocopia. Un disco sincero, in cui si percepisce vivamente ogni frammento di anima e cuore che ogni singolo membro della band ha impegnato per giungere al risultato finale.
(Francesca Prevettoni) | leggi la recensione

44. Shearling – Motherfucker, I Am Both: “Amen” And “Hallelujah”…

[ Mishap | noise rock, experimental rock, electronic, folk ]
Dalle chiassose e angolari ceneri degli Sprain rinascono come fenici gli Shearling, che ci propongono un album (?) composto da una sola traccia della durata di poco più di un’ora. Ciò che inizia come un caustico noise a denti serrati si dipana pian piano, sviluppandosi attraverso molteplici sfumature. Un aggressivo flusso di coscienza sotto forma di sfoghi vocali, litanie swansiane, parentesi elettroniche e glitchate, qualche occhio del ciclone in cui si distingue una calma apparente che, in un tale contesto, può essere solo presagio di nuove esplosioni ancor più efferate. Avete sempre sognato una versione dei Godspeed You! Black Emperor reimmaginata in chiave noise rock? Eccovi accontentati.
(Francesca Prevettoni)

43. Stereolab – Instant Holograms On Metal Film

[ Duophonic / Warp | art pop, neo-psych ]
I maestri sono tornati! Un album di inediti degli Stereolab dopo oltre 16 anni dall’ultima uscita ufficiale va accolto innanzitutto come una benedizione. Questo Instant Holograms On Metal Film contiene tutti gli ingredienti che hanno reso il sound e l’immaginario del gruppo così fortemente riconoscibili: ritmi kraut e motorik, sornioni synth analogici, french disco pop, psych 70s che flirta con jazz e minimalismo di avanguardia. Per forza di cose l’album suona di maniera, una sorta di Bignami della storia del gruppo, compiaciuto della propria brillante estetica ma senza l’innovativa e provocatoria carica situazionista degli anni d’oro. Come ha scritto qualcuno, gli Stereolab sono diventati i curatori del loro stesso museo, che, per fortuna, mantiene ancora le porte aperte per noi entusiasti visitatori.
(Gabriele Sottocornola)

42. Laura Agnusdei – Flowers Are Blooming In Antarctica

[ Maple Death | spiritual jazz, ambient ]
I fiori sbocciano anche in Antartide. Crepitano, picchiettano dolcemente sotto una spessa e desolata lastra di ghiaccio, come la sontuosa armonia di suoni e rumori che accompagna il sax di Laura Agnusdei, qui splendente di luce propria. Sotto l’ala sicura di Maple Death Records, la musicista bolognese risveglia in anticipo una timida primavera ancora intorpidita. Questa sua ultima fatica è un’opera delicata e al tempo stesso incisiva, in continua transizione, che fluttua leggera fra elevazioni spirituali, ombrose atmosfere da jazz club e momenti di più acida stravaganza. I fiori sbocciano anche in Antartide, ma per una volta non parliamo di cambiamento climatico ed ecoansia: godetevi 43 minuti di pura benedizione.
(Francesca Prevettoni)

41. leather.head – mud again

[ autoprodotto | experimental rock, post-rock, screamo ]
Un debutto che spinge le sonorità sperimentali della band in territori più estremi e poco concilianti, mescolado post-rock, slowcore e post-hardcore con slanci emo/screamo urgenti: arpeggi che ricordano Pianos Become the Teeth e fraseggi intensi che rimandano a Old Gray o The World Is a Beautiful Place & I Am No Longer Afraid to Die. Non mancano filtri quasi orchestrali e build-up emotivi che richiamano certe atmosfere di Respire. Il sax di Josh emerge in tracce come Fell e Bastards, dando tocchi jazz-post-rock e un’affinità con band come Black Country, New Road o caroline. In pezzi come Traintracks confluiscono progressive folk, Midwest emo e screamo in una stratificazione sonora intensa. Due ballate finali mostrano un lato più riflessivo, malinconico e meno urlato.
(Gianluca Marian) | leggi la recensione

40. feeo – Goodness

[ AD 93 | electronic, trip hop, ambient ]
Con la raffinatezza di un James Blake dei tempi d’oro, l’album d’esordio dell’artista londinese prova a scoccare una freccia dritta verso il nostro cuore. Atmosfere sempre liquide e notturne fanno da cornice ad uno sfondo a dir poco intrigante: una voce che ammicca alla classe effortless di Beth Gibbons, frequenze pulsanti, frantumi glitchati, morbidi rituali elettronici come mantra darkeggianti da imprimere a fondo nelle membra. I suoni più affascinanti e ipnotici di questo mese sono tutti racchiusi qui, dietro la foto sgranata in bianco e nero di una copertina lo-fi: ascolto imperdibile, godimento assicurato.
(Francesca Prevettoni)

39. aya – hexed!

[ Hyperdub | harsh noise, industrial ]
Sembra provenire da un sottosuolo brulicante e orrorifico il sound della produttrice britannica Aya Sinclair – o, più semplicemente, solo aya: implacabile caos metropolitano dal sentore industrial, club music pulsante, harsh noise addomesticato e plasmato in soundscapes spettrali, attitudine riot grrrl e techno iperprocessata lanciata nell’iperspazio. Se soffrite la mancanza di un nuovo cenno di vita dai Death Grips, qui c’è del materiale che potrebbe alleviarne l’astinenza.
(Francesca Prevettoni)

38. mclusky – the world is still here and so are we

[ Ipecac | noise rock, post-hardcore, noise punk ]
A ventuno anni di distanza dal precedente album, the world is still here and so are we si presenta esattamente come sarebbe lecito aspettarsi: lungo il giusto, sguaiato, tagliente, dissacrante. I fasti di mclusky Do Dallas sono in parte lontani, ma quello che conta davvero è ritrovare una band che, nonostante i decenni e le varie vicissitudini alle spalle, dimostra di non aver minimamente smarrito la voglia di non prendersi sul serio e di sguazzare nel disagio, tenendosi sempre in bilico tra demenzialità e genialità. Il ritorno dei mclusky è tutto tranne che una mera concessione alla nostalgia. La verità incontrovertibile è che la band britannica vive e lotta con noi. Anzi, probabilmente è anche più viva di tanti di noi.
(Vittoriano Capaldi) | leggi la recensione

37. YHWH Nailgun – 45 Pounds

[ AD 93 | experimental rock, noise rock, math rock ]
Un album che mescola punk-funk e no-wave con sonorità industrial / noise rock. Ritmi martellanti e tribalismo dominano la batteria, al posto del basso tradizionale, accompagnati da synth e percussioni serrate che imprimono groove aggressivi e un suono monolitico. Le tracce si susseguono come un flusso continuo di caos controllato: da Penetrator a Ultra Shade passando per Tear Pusher–Sickle Walk fino alla quasi decostruzione di Blackout. Il risultato è un centrifugato sonoro dalle atmosfere disturbanti e senza pause.
(Gianluca Marian) | leggi la recensione

36. Backxwash – Only Dust Remains

[ Ugly Hag | hip-hop, conscious rap, soul ]
Smussati gli angoli industrial/horrorcore della coppia di album del biennio 21/22 in favore di una produzione più matura, meticcia e stratificata, l’artista zambiano-canadese ci regala uno dei miglior episodi hip-hop dell’anno. Il grande lavoro sulle strumentali consente di mettere in primo piano e valorizzare ancor di più l’incendiario flow che percorre tutto l’album. La narrazione oscilla tra temi personali e sociali (quali depressione, identità sociale e di genere, accettazione di sé), fino a coinvolgere geo-politica e religione (soprattutto nella micidiale History of Violence), passando dal micro al macro senza soluzione di continuità, sempre con grande verità e pathos. Only Dust Remains in questi tempi oscuri, ma c’è chi prova a raccontarli con tanta umanità.
(Gabriele Sottocornola)

35. Danny Brown – Stardust

[ Warp | hip-hop, hyper-pop ]
Il ritorno dell’acclamato rapper di Detroit è una palese e sorprendente esortazione ad alzarsi da quella sedia, scrollarsi la polvere di dosso e ballare dall’inizio alla fine, dalla prima all’ultima traccia; un invito rivolto anche (e soprattutto) ai profani del genere. Una svolta hyper-pop che strizza l’occhio ripetutamente al mondo eurodance, massimalista e ipercinetica, dagli irresistibili tratti quasi kitsch, che prende per mano e trascina senza chiedere il permesso; una polvere di stelle che mai prima d’ora era stata in grado di luccicare con tanta prepotenza e personalità.
(Francesca Prevettoni)

34. Viagra Boys – Viagr Aboys

[ Shrimptech Enterprises | dance-punk, art punk, post-punk ]
Mettere in discussione le nostre comode certezze sbeffeggiandoci è la specialità dei Viagra Boys. Il quarto album è un passetto avanti in direzione di un pubblico più eterogeneo, ma conferma un già consolidato approccio punk alla vita. Poca serietà, tanta serietà.
(Virginia Bronzini) | leggi la recensione

33. Racing Mount Pleasant – Racing Mount Pleasant

[ R&R Digital | chamber pop, art rock, post-rock ]
Un lavoro che mescola radici emo e folk americana con arrangiamenti da camera, tra ottoni, archi e interludi strumentali che evocano un timbro vicino a Sufjan Stevens o Bon Iver.  Brani come Your New Place ed Emily costruiscono crescendo orchestrali e passaggi emozionali, con forma corale improntata a un lirismo malinconico, più Midwest che isterico.  In pezzi semplici come Call It Easy, emerge un talento melodico che avvicina la band a un pop-folk articolato, anche con inserti jazzati e sax.  Alcuni momenti — Your Old Place e la title-track — introducono rotture sonore rispetto alla quiete orchestrale, offrendo spigoli e contrasti.  Complessivamente la musica dei Racing Mount Pleasant racconta storie con strumenti da camera, emozione, melodia e una narrativa sonora che unisce folk, art rock e chamber pop.
(Gianluca Marian) | leggi la recensione

32. Rosalía – LUX

[ Columbia | avant-pop, modern classical ]
La solenne apertura del disco non lascia alcun dubbio: siamo di fronte alla definitiva evoluzione dell’arte musicale spagnola, col calore e l’intraprendenza che tanto distinguono il suo popolo. Un fascio di luce fredda di colore bianco rischiara le tenebre degli abissi più profondi della nostra anima, avvolgendola e portandola con sé sulle sue ali dorate e prive di peccato. La voce di Rosalía sembra quasi galleggiare al fianco di quella luce, che diventa via via più tenue per lasciarsi condurre dal rituale sonoro dell’artista catalana. La voce raggiunge terre divine poco familiari all’orecchio umano, complice anche la collaborazione con la London Symphony Orchestra, che accompagna all’altare tutta l’ecletticità di Rosalía e una perfezione canora antica che sembra appartenere ad un’altra epoca dimenticata dalle nostre generazioni. Leggerezza e speranza si uniscono palmo contro palmo a formare un atto di preghiera alla nostra nuova dea del pop più ricercato e profondo: Rosalía.
(Federica Finocchi)

31. SUMAC and Moor Mother – The Film

[ Thrill Jockey | post-metal ]
Che film stiamo vivendo nella nostra normalità? Un film brutale, violento e incomprensibile, attorcigliati attorno a traumi e tragedie umane e ambientali. The Film si presenta come un kolossal dell’autodistruzione e delle contraddizioni a cui assistiamo, spesso involontariamente, nel nostro mondo. I Sumac di Aaron Turner e Moor Mother uniscono le forze per uno dei dischi sperimentali in ambito heavy più magnetici dell’anno. La parole decise dello spoken word apocalittico della poetessa di Philadelphia alimentano e divorano le suite doom e post-metal destrutturate dei Sumac. The Film è un rituale, ostico e molto poco accomodante, ma capace di insinuarsi lentamente, profondamente evocativo e una testimonianza tragica di ciò che siamo diventati.
(Daniel Molinari)

30. bdrmm – Microtonic

[ Rock Action | alt rock, elettronica ]
Tra lo shoegaze del primo album e il post-rock del secondo, arriva l’elettronica a chiudere la trilogia della band dello Yorkshire. i bdrmm hanno saputo innovarsi senza cambiare l’anima del loro suono, e con Microtonic riescono ancora una volta a centrare il bersaglio con melodie toccanti e immersive, con una tracklist accattivante e convincente.
(Federico Longoni)

29. Massimo Silverio – Surtùm

[ Okum | avant-folk, post-rock, trip hop ]
La musica di Surtùm abbraccia l’anima, ci avvolge e ci tiene stretta la mano per farci tornare in superficie. L’artista friulano mescola in modo estremamente intelligente e raffinato post-rock, folk spettrale, memorie del trip hop più lugubre e sotterraneo creando così un album che dona una speranza, musica che è preghiera per un mondo migliore.
(Federico Longoni) | leggi la recensione

28. McKinley Dixon – Magic, Alive!

[ City Slang | conscious hip hop, jazz rap, neo-soul ]
Originario del Maryland ma in pianta stabile in Virginia, amante della letteratura senza tempo, il talentuoso artista che prende il nome di McKinley Dixon si ritrova nell’Anno Domini 2025 a promuovere già la sua quinta fatica arrivata dopo l’ultimo, acclamatissimo Beloved!Paradise!Jazz!?, dove il punto interrogativo finale sta ad indicare un’etichetta davvero molto stretta al rapper di Richmond. Magia come metafora di schiavitù, libertà, identità e memoria, attingendo dalle tradizioni africane, raccontando di miti, leggende e rituali, mettendo in campo una vera e propria connessione tra mondo spirituale e materiale. Magic, Alive! è l’inaspettato incontro tra passato, presente e futuro; è come ti muovi nel mondo, come affronti paure e delusioni, come concepisci l’amore e le piccole cose che ti rendono felice. Non c’è perdita che non possa sanarsi con i sentimenti.
(Federica Finocchi) | leggi la recensione

27. The Murder Capital – Blindness

[ Human Season | alternative rock, post-punk ]
Blindness è nella sua accessibilità un disco dark e politico guidato dal timbro accattivante e pop di James McGovern. C’è un mix di sensazioni colorate, rapide, fugaci, schizzate sulla tavolozza velocemente, come la copertina à la Basquiat suggerisce. Il treno per il mainstream alternativo forse per i The Murder Capital è passato, ma quel che è certo è che quest’album ci restituisce una band che continua dritta per la sua strada, con una certa indipendenza e una genuinità di fondo di fare quello che vuole.
(Daniel Molinari) | leggi la recensione

26. Squid – Cowards

[ Warp | post-rock, art rock, experimental rock ]
Un disco dedicato ai “cattivi”: un concept album sviluppato sull’idea del male, che l’essere umano è abituato ad infliggere ed infliggersi a vicenda. Arrivati a quota tre album in studio, in Cowards gli Squid sfoderano un ricco ventaglio di fonti di ispirazione – dalla scrittrice argentina Agustina Bazterrica al cinema di Yorgos Lanthimos, passando per la figura ambigua di Andy Warhol e il Giappone di Ryū Murakami – sbaragliando ancora una volta le carte sull’affollato tavolo del post-punk revival.
(redazione) | leggi la recensione

25. Just Mustard – WE WERE JUST HERE

[ Partisan | shoegaze, noise pop, post-punk ]
Un album che sembra voler tirare dritto su una strada ormai già sicura, attingendo soprattutto dal diretto predecessore (ma la bellezza inquietante del primo album sarebbe stata troppo difficile da replicare): un gaze intenso e contaminato con più di un passo ben assestato nel noise, che non disdegna di sporcarsi le mani con la sperimentazione e – soprattutto – in ben più di un’occasione tenta di uscire dal buio per raggiungere la luce.
(Francesca Prevettoni) | leggi la recensione

24. Raein – Forme Sommerse

[ Persistent Vision / Deathwish Inc. / Shove / VOTU | screamo, post-hardcore ]
Forme Sommerse è una storia in cui compare l’apocalisse, mercanti e missionari armati, benzina e catrame, fiori e alberi. Siamo un po’ tutti dei nomadi che nello screamo troviamo una sorta di ragione d’essere e i Raein le crepe e le fratture che certi riff di chitarra aprono li sa maneggiare con cura, con quell’abilità di chi è un veterano della scena, ma ha anche la libertà autoriale di ripresentarsi come meglio immagina. Nel loro ritorno la band di Forlì ci ha offerto l’ennesimo capitolo di una storia che non vuole proprio saperne di finire.
(Daniel Molinari) | leggi la recensione

23. billy woods – GOLLIWOG

[ Backwoodz Studioz | conscious hip-hop ]
Ora, ditemi voi se esiste un’artista più prezzemolo di Billy Woods. Ogni cosa che tocca, diventa cristallo indistruttibile dal valore inestimabile, che nessuno oserebbe mai sfiorare perché, ahimè, impossibile da raggiungere, neanche ergendosi su di una scala mobile alta 8 metri. Maps nel 2023 con Kenny Segal. We Buy Diabetic Test Strips nel 2024 con Armand Hammer. Non gli bastava un disco nel 2025, ma addirittura la doppietta (e che doppietta). GOLLIWOG è una creatura oscura, affamata, in cerca di un porto sicuro su cui poggiare i piedi che sopportano un peso enorme al di sopra, carichi di collaborazioni che devastano la psiche – basti pensare a quelle con ELUCID, The Alchemist, il già citato Kenny Segal, HUMAN ERROR CLUB – in una danza che diventa sempre più macabra, tetra e pesante. Conscious hip-hop che vomita le parole come missili mortali in un clima horrorcore e futuristico, con la giusta dose di rabbia verso un mondo razzista e che nulla ha di accogliente, proprio come questo disco, che ti fa sentire inadatto, a disagio, ti fa venir voglia di nasconderti sotto le coperte e uscire solo con la luce del giorno – ammesso che questa arrivi, prima o poi. Preserviamo Billy Woods. Lunga vita all’hip-hop.   
(Federica Finocchi)

22. they are gutting a body of water – LOTTO

[ Julia’s War / Smoking Room / ATO | shoegaze, noise pop, slacker rock ]
Nell’abisso gaze non c’è solo bellezza, non c’è solo disagio: la colonna sonora più onesta che un sogno possa offrire. Rumorosi e angolari, i they are gutting a body of water vogliono ricordarci che anche nei sogni ci sono bordi taglienti, spigoli affilati, crepe che non si riparano con polvere d’oro. E LOTTO, nelle sue distorsioni calibrate, è proprio questo: l’aggressività di un sogno tremendamente verosimile, uno di quelli che fanno più male al risveglio
(Francesca Prevettoni) | leggi la recensione

21. La Dispute – No One Was Driving The Car

[ Epitaph | post-hardcore, emo, screamo ]
Sopravvivere a tutte le ondate emo di cui abbiamo ormai perso il conto non è cosa da poco, ma farlo continuando un percorso di ricerca ed evoluzione è ormai cosa rara. No One Was Driving the Car è un’epica in quattro tomi che racconta l’umanità sul precipizio del collasso ecologico, sociale, politico attraverso conflitti personali, scorci intimi che nello scream di Jordan Dreyer diventano vividi, furiosi, collettivi. Un disco lungo che – come un buon libro – richiede l’attenzione dell’ascoltatore, ma che ripaga con un senso finale di speranza verso il genere umano.
(Claudia Viggiano)

20. bloodsports – Anything Can Be A Hammer

[ Good English | post-hardcore, slowcore, noise rock ]
Sotto un velo di decadente romanticismo, l’album di esordio della band di stanza a New York rivela un mondo colmo di pathos, tensione e dissonanza. Se l’eponimo EP aveva messo in mostra un potenziale intrigante ma altrettanto acerbo, Anything Can Be a Hammer proietta i bloodsports immediatamente nel novero delle band emergenti da sciorinare in maniera tronfia e convinta quando ci si ritrova in una conversazione sullo stato attuale della musica internazionale e l’interlocutore pensa che oggigiorno non ci sia pressoché nulla da salvare (beato lui, o lei, o chicchessia). Una tale tensione sonora ed emotiva che non risulta mai pesante o ridondante è già di per sé è merce rara, figuriamoci per una band all’esordio.
(Vittoriano Capaldi) | leggi la recensione

19. First Day Back – Forward

[ autoprodotto | emo, indie rock, post-hardcore ]
Forward dei First Day Back è un debutto folgorante. Auto-prodotto in casa, è un album grezzo e diretto che sorprende per maturità compositiva, con un emo dolce e tenue che attinge sì dalle venature Midwest, ma soprattutto dalle distorsioni ‘90s post-hardcore meno canoniche. Una voce femminile che sa spezzarsi, con dei riff che sanno rinvigorirsi, una parte ritmica mai banale e dei tappeti atmosferici che ti fanno respirare profondamente, anche grazie all’uso ben dosato di violino e armonica, completano il boost definitivo a una delle più belle sorprese dell’anno nella scena emo americana.
(Daniel Molinari)

18. Water From Your Eyes – It’s A Beautiful Place

[ Matador | art rock, indie rock, experimental rock ]
Abituati ad angoli taglienti e rasoiate quasi noise, la sorpresa di It’s A Beautiful Place è la (ri)scoperta della chitarra da parte di Nate, e di conseguenza il lavoro più accessibile dei Water From Your Eyes. Che si tratti della sgasata Beck-iana di Life Signs, del mid-tempo di Nights In Armor, del proto-shoegaze di Born 2 o dell’orientaleggiante Spaceship, la musica della band non è mai stata così piena di colori, nonostante il solito indie rock tutto fuorché convenzionale, con soluzioni melodiche controintuitive, ritornelli che ribaltano completamente la prospettiva della canzone e testi arzigogolati con metriche tutte loro: tra alieni, dinosauri e teorie del complotto, i Water From Your Eyes si sono reinventati nuovamente, indossando vestiti nuovi di zecca ma rimanendo perfettamente riconoscibili.
(Sebastiano Orgnacco) | leggi la recensione

17. Andrea Laszlo De Simone – Una Lunghissima Ombra

[ 42 Records | baroque pop, progressive pop, cantautorato ]
Deleuze scriveva che il cinema è immagine-tempo: non rappresenta il mondo, lo fa sentire. Se il cinema può suonare, può allora la musica farsi visione? Una lunghissima ombra nasce proprio qui, come poema visivo in forma di suono, un vero gesamtkunstwerk che ribalta il modo in cui percepiamo la musica. Definito dall’autore “un film da ascoltare”, il disco scorre come una pellicola interiore dove tempo e immagine si fondono: cinema dell’anima, in cui la lentezza diventa ritmo e il dubbio, bellezza. Non è solo un album, ma una conoscenza sensibile, un viaggio che insegna che anche l’ombra –  quando la ascolti e la guardi davvero – può diventare una verità che brilla.
(Paola Simeone) | leggi la recensione

16. SLOW CRUSH – Thirst

[ Pure Noise | shoegaze, dream pop ]
Thirst conferma la band belga come una delle voci più evocative e interessanti dell’attuale scena shoegaze. Un disco che svela strati di chitarre avvolgenti e distorte, fra i quali la voce eterea di Isa Holliday emerge come un’eco tra foschia e malinconia. Le tracce alternano momenti di quiete sospesa a esplosioni di intensità emotiva, mantenendo sempre una forte coesione atmosferica e un mood costantemente immersivo. Niente sorprese facili, ma solo sensazioni dolceamare che sedimentano nel profondo, ascolto dopo ascolto.
(Francesca Prevettoni)

15. Lifeguard – Ripped and Torn

[ Matador | noise rock, post-punk, slacker rock ]
Chitarre angolari, basso e batteria guidano riff grezzi e nervosi. Brani come Under Your Reach, Like You’ll Lose e la title-track mostrano un garage/psych filtrato da un low-fi grezzo, influenzato da band come Wire e The Velvet UndergroundHow To Say Deisar aggiunge tinte dub/post-punk, (I Wanna) Break Out e Charlie’s Vox virano su punk diretto e nichilista, mentre Music For 3 Drums spinge su un noise minimale e rituale. Il suono complessivo resta teso, dissonante, con momenti di caos e distorsione che si alternano a passaggi più melodici e puliti – mai pacifici, sempre nervosi.
(Gianluca Marian) | leggi la recensione

14. Anna Von Hausswolff – Iconoclasts

[ YEAR0001 | dark ambient, drone, neoclassical ]
Iconoclastico di nome e di fatto, il sesto album dell’artista svedese indugia sul confine tra sacro e profano, luce ed ombra, estetica gotica e narrazioni a cuore aperto in un lavoro che, nei suoi 72 minuti, è un tripudio di paesaggi sonori. Anna Von Hausswolff è dedita al massimalismo, tra organi, drone, archi e fiati a tratti incalzanti, senza però mai sfociare nel manierismo, creando suoni ultraterreni pur restando vicina all’esperienza umana più profonda.
(Claudia Viggiano)

13. Massa Nera – The Emptiness Of All Things

[ Persistent Vision | screamo, post-hardcore ]
C’è bisogno di ambizione nella musica urlata e The Emptiness Of All Things è proprio questo. Fortemente concettuale, decide di scomporre, sviscerare e ricostruire le influenze del gruppo, che ha sì folte radici nella scena screamo, ma che pulsa di una massiccia sperimentazione e contaminazione di generi, protraendosi in quello che è un extremscape: un paesaggio sonoro estremo totalizzante, senza pause, che funziona ben oliato in ogni suo minuscolo ingranaggio.
(Daniel Molinari) | leggi la recensione

12. UNIVERSITY – McCartney, It’ll Be OK

[ Transgressive | emocore, noise rock, garage punk ]
Un “disordine controllato” che gioca su caos e urgenza sonora: le prime tracce (Massive Twenty One Pilots Tattoo, Curwen) evocano l’energia scomposta di atmosfere da cantina emo-punk. In Gorilla Panic persistono elementi emo ma accompagnati da un muro di feedback e un finale in crescendo dai toni post-rock. Alcuni pezzi, come Huster’s Metamorphosis, strizzano l’occhio al post-hardcore matematico e al noise rock teso, con spigolosità nervose. In tracce come GTA Online o Diamond Song affiora una vena quasi Nintendocore-ish, con inserimenti caotici e sintetizzati. Il disco termina con suite (History of Iron Maiden Part 1 / Part 0.5) che combinano garage punk, emo, post-hardcore e synth 8-bit per un finale ambiguo e carico di tensione.
(Gianluca Marian) | leggi la recensione

11. DITZ – Never Exhale

[ Republic Of Music | post-punk, noise rock ]
Secondo lavoro della band britannica ascritta al calderone post-punk nuovo millennio, più a fuoco e più ricco del precedente The Great Regression. Gli elementi del caso ci sono tutti: voce marziale e declamatoria, chitarre taglienti che strizzano l’occhio ai Jesus Lizard, sezione ritmica robotica e quasi punk-funk. Tutto già sentito? Di sicuro, ma con una qualità media dei brani da top dell’anno.
(Claudio Luconi)

10. Quade – The Foel Tower

[ AD 93 | post-rock, folk, ambient ]
The Foel Tower galleggia tra reminiscenze degli Slint di Spiderland e le atmosfere dei romanzi di Cormac McCarthy. Una musica ridotta all’osso ma che sa donare forti emozioni e magnifiche sensazioni. Un album che viaggia libero tra melodie folk carezzate dal vento e morbidi suoni ambient, e che cammina in un post-rock sabbioso e umido.
(Federico Longoni) | leggi la recensione

9. Chat Pile & Hayden Pedigo – In The Earth Again

[ Computer Students | primitive americana, noise rock, folk ]
In the Earth Again è un disco onirico da ascoltare in solitudine, come se foste in cammino sul selciato di un pueblo che invecchia incrostandosi di sabbia portata dal vento e metallo arrugginito. È l’anima invecchiata di un cowboy del West che, inesorabile, si deteriora dentro una decadenza neppure più urlata. Un album che sfuma verso un orizzonte ambrato, caldo e sensuale, che si bagna dell’odore liquido della resina di vecchie querce e punge come gli spuntoni di un cactus, ferendo le cicatrici più oscure e inquietanti: un capolavoro d’intenti tra il noise rock dei Chat Pile e l’anima folk di Hayden Pedigo.
(Daniel Molinari) | leggi la recensione

8. Maruja – Pain To Power

[ Music For Nations | post-rock, jazz rock, rap rock ]
In quest’album ciò che davvero sorprende è una tavolozza di influenze non affatto scontata, rinnovata nel suono e nel processo di composizione: a post-rock e free jazz si aggiungono la tesa violenza del noise e del rap, energiche sferzate anni ’90, un tocco di mordente in più ai disegni tracciati dal sax. L’album si snoda fra brani dall’impatto più incisivo ma anche di momenti in cui la tensione si scioglie in correnti più placide e riflessive. È la colonna sonora di un mondo che assiste inerme all’avverarsi di tutte le sue più infauste profezie, e al tempo stesso terapia per chi vuole trovare un riparo sicuro.
(Francesca Prevettoni) | leggi la recensione

7. Humour – Learning Greek

[ So Young | noise rock, post-punk, post-hardcore ]
L’album combina post‑hardcore rumoroso e urgenza noise con ritornelli melodici e cantabili. Le tracce iniziali (Neighbours, Memorial, Plagiarist) puntano su un noise rock denso e vibrante. Ascolti come I Knew We Would Talk e I Only Have Eyes mostrano la band capace di dosare aggressività e melodia, mantenendo un suono sporco ma strutturato. Anche i momenti più calmi – come la conclusiva It Happened in the Sun – mantengono una tensione resa con introspezione e delicatezza. Il risultato è un lavoro che unisce ferocia sonora e sensibilità melodica, restando saldamente nel segno di alternative rock, emo e post‑punk.
(Gianluca Marian) | leggi la recensione

6. Model/Actriz – Pirouette

[ True Panther | noise rock, dance punk ]
Se Dogsbody, il debutto del 2023, era l’autodistruzione della percezione di sé in un grumo sanguinolento, tranciato da chitarre e ritmiche che ruotavano come seghe circolari, i Model/Actriz del 2025 riemergono come nuova carne, un essere perfetto che rinasce con una consapevolezza rinnovata, un’identità finalmente definita e la voglia di ballare sui resti truculenti ancora a terra. Un’elegante piroetta e voilà: Cole Haden e il resto della band lucidano il noise rock degli esordi, facendolo scintillare sotto le luci del dancefloor, che siano strobo ai limiti dell’epilessia (Vespers, Departures, Doves) o un lento in cui tenersi aggrappati finché non si perde il fiato (Acid Rain, Baton). E dove si ferma l’espressività degli strumenti arriva quella di una band in stato di grazia, in grado di manipolare la freddezza formale per trasformarla in materia calda, organica, pulsante, viva.
(Sebastiano Orgnacco)

5. Agriculture – The Spiritual Sound

[ The Flenser | black metal, blackgaze ]
Idealmente diviso in due parti, The Spiritual Sound è incentrato su un dualismo che gioca con le due facce della medaglia della band; se il lato A vuole essere espressione della componente più violenta, espansiva, affine al black metal in senso stretto e canonico, quello B concede un respiro più profondo rivolto all’inclinazione più spirituale e introspettiva. Uno Ying e uno Yang, complementari, indispensabili a narrare entrambi gli ingredienti principali di un suono che in realtà si dimostra più coerente e solido di quanto si possa descrivere a parole.
(Francesca Prevettoni) | leggi la recensione

4. caroline – caroline 2

[ Rough Trade | avant-folk, post-rock ]
Se il debutto del 2023 sembrava soprattutto improvvisare con una tela e un paio di colori, il secondo album dei caroline non ha paura di aggiungere e stratificare il tutto, lasciando che i toni si mischino tra loro, anche quando l’abbinamento sembra sbagliato, magari dando vita a cromìe inedite. Come per l’arte pittorica, anche con la musica non ci si riesce ad accorgere sempre quando un disco sposta l’asticella un po’ più in alto, ma caroline 2 abbraccia l’idea che sia possibile portare il folk, il post-rock e il chamber pop in direzioni nuove, più affini alla contemporaneità. Forse il presente è finalmente qui, la pittura è ancora fresca: continuiamo a mischiarla per scoprire cosa succede?
(Sebastiano Orgnacco) | leggi la recensione

3. Deftones – private music

[ Reprise / Warner | alternative rock, alternative metal ]
private music è un disco che funziona, eccome. Perché non si tratta affatto del classico riciclo di idee che ci si aspetterebbe da una formazione di vecchia data, dalla creatività ormai esaurita. Perché nessuno degli elementi sul piatto della bilancia, che siano le sbandate più melodiche della voce di Chino Moreno o i riff più aggressivi della chitarra di Stephen Carpenter, ha un peso tale da far impazzire l’ago. L’equilibrio è perfetto, perfetta è la sintesi, altrettanto si può dire del risultato.
(Francesca Prevettoni) | leggi la recensione

2. The Armed – THE FUTURE IS HERE AND EVERYTHING NEEDS TO BE DESTROYED

[ Sargent House | post-hardcore, noise rock ]
Belli i concept, bella la ricerca estetica, l’aura di mistero, i portavoce enigmatici che si sostituiscono ai membri della band, la direzione artistica. La direzione intrapresa era quella di una band troppo artsy per poter ancora commentare con credibilità la direzione in cui stava andando il mondo, forse troppo colorata per un mondo così grigio. E allora boom, THE FUTURE IS HERE AND EVERYTHING NEEDS TO BE DESTROYED, tutto in caps lock, urlato a pieni polmoni mentre la gola gratta e fa male. Un titolo programmatico, immediato, che colpisce e apre brecce nelle crepe di una società già insicura: gattini e genocidi, fit check e dittatori. Da un lato il volto più feroce dei The Armed, dall’altro una versione al testosterone di quelli più “accessibili”: il punk, l’hardcore, il noise, si sciolgono e mischiano come il sangue nella polvere. Il nostro glitch nel sistema si chiama The Armed. Il culto collettivo da Detroit. Reflect. Refract. Il futuro è qui e tutto va disintegrato. Distrutto. Benvenuti nell’alterazione della matrice. Benvenuti nella salvezza.
(Sebastiano Orgnacco) | leggi la recensione

1. Deafheaven – Lonely People With Power

[ Roadrunner | blackgaze, post-metal, post-rock ]
Cascate di black metal e riverberi nostalgici coesistono nelle pennellate di un ispirato Kerry McCoy che, insieme al leader George Clarke e una band più compatta che mai, traccia, ancora una volta, nella carriera oramai più che decennale dei californiani, le oscillazioni vorticose dello spirito della band. Lonely People With Power ci presenta dei Deafheaven in una nuova identità, più coesa rispetto al recente passato, nella sintesi estrema di un blackgaze violento, malinconico e catchy, con la giusta dose di innovazione, che li proietta tra i nomi intoccabili della scena heavy mondiale, riuscendo nell’ardua sfida di farsi amare in modo trasversale anche da chi heavy non è.
(Daniel Molinari) | leggi la recensione

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Last modified: 18 Dicembre 2025