Nel nuovo album Remains nessuna operazione nostalgia, solo emozione e maturità.
[22.04.2026 | Higher Hell Records | shoegaze, dream pop ]
Era un po’ che non si sentiva parlare dei Tokyo Shoegazer ed è stato così spontaneo chiedersi il perché. Per certe band, tornare significa sfruttare l’operazione nostalgia, oppure cavalcare il trend del momento, una volta consapevoli di poter sguazzare dentro; ma per altre è qualcosa di più. Una onesta e sentita urgenza espressiva, che poi trasuda da ogni nota.
Remains arriva dopo un lungo silenzio e la prima impressione è che Watanabe e soci non siano di nuovo tra noi per cavalcare chissà quali onde, ma neanche per voglia di rivoluzionare il loro sound, ormai ben definito. Il disco rinuncia quasi subito all’immediatezza commerciale. Le chitarre si trasformano in muri di riverbero, le voci si dissolvono nel mix fino a diventare uno strumento fra gli altri e ogni brano sembra più interessato a costruire un’atmosfera che un ritornello.
È un album che, alla fine, ci chiede solo del tempo, promettendo di darci in cambio qualcosa. Ed è per questo che, al primo ascolto, rischia di sembrare fin troppo uniforme, soprattutto nella prima metà, dove la distorsione avvolge tutto e le sfumature faticano a emergere.
Poetiche esplosioni.
Poi, però, qualcosa cambia. In quel rumore iniziano a vedersi delle crepe e, in quelle crepe, viene voglia di infilare le orecchie. Le armonie respirano di più, il dream pop affiora tra le chitarre e l’album acquista profondità. Vega è uno dei momenti più delicati, sospesa tra malinconia e inquietudine, mentre la monumentale title track riassume perfettamente il senso dell’intero lavoro: contemplativa, quasi immobile, ma capace di esplodere in una sinfonia noise.
La scelta di spingere talvolta sull’acceleratore, con chitarre più abrasive e ritmi più nervosi, dimostra anche la volontà di non limitarsi a replicare la grammatica classica dello shoegaze. Certo, Loveless continua a proiettare la sua ombra su tutto il genere e continuerà a farlo in eterno, ma il modo in cui qui il rumore non viene usato come semplice esercizio di stile crea un linguaggio emotivo, poetico e spesso violento, che appartiene solo ai nipponici.
Rumore che sa raccontare il silenzio.
L’elemento che sorprende maggiormente è la batteria. Da tempo non si sentiva un disco shoegaze con un lavoro ritmico così vivo e creativo. È il motore che impedisce ai brani di sprofondare completamente nella nebbia sonora e dona dinamismo anche ai passaggi più eterei.
Non è, però, un album perfetto. Chi ha amato lavori come turnaround o crystallize potrebbe rimanere spiazzato dalla minore varietà delle chitarre e dalla sensazione che alcuni episodi finiscano per assomigliarsi troppo. Manca anche quel senso di catastrofe imminente che rende immortali alcuni capolavori del genere.
Forse è proprio questo il suo significato. Dopo oltre quindici anni di carriera, i Tokyo Shoegazer non devono più dimostrare nulla e, dai frammenti della propria storia, creano un disco elegante, maturo e immersivo, che non conquista con i singoli ma cresce ascolto dopo ascolto. Non è il loro album migliore. È, però, il disco di una band che ha imparato che il rumore può raccontare il silenzio meglio di qualsiasi melodia. Ed è questo racconto che vi regalerà in cambio del vostro tempo.
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Last modified: 5 Agosto 2026




