Them Airs – Union Suit XL

Written by Recensioni

Il nuovo art punk americano con vista sull’Atlantico.
[ 17.01.2020 | autoprodotto | post-punk, art punk ]

Nascoste tra le decadenti e scintillanti venature della bubblegum bass e le genuflessioni riverenti nei confronti del conscious ed hardcore hip hop, “le chitarre” si sono arenate in sonorità sempre meno interessanti e, anzi, prossime alla totale banalità; l’emo e il post-hardcore sono stati per tutti gli anni ’10 una bandiera del vecchio regno musicale: band quali Pile, Big Ups e Cloud Nothings sono riuscite a trascinare la carcassa morta del rock fino alla conclusione della decade.

A metà del decennio scorso, negli Stati Uniti si faceva largo l’idea di raccogliere in una nuova corrente, denominata devo-core, tutte quelle band portatrici delle sonorità più “strambe” di hardcore, new wave, garage e punk; i Brainiac o i This Heat, per esempio, sono stati annoverati retroattivamente nel genere. Il devo-core, dunque, nel periodo di massima proliferazione, vede la comparsa di gruppi che si allontanano, rispetto ai generi sopra citati, in svariate digressioni: Urochromes, The Cowboys, Lumpy and the Dumpers, Uranium Club, Duds e i progetti delle menti di Erik Nervous e, soprattutto, Mark Winter (probabilmente la figura più di spicco di questo panorama musicale con i progetti The Coneheads, Liquids, C.C.T.V., D.L.I.M.C.).

I Them Airs del Connecticut arrivano al loro quarto lavoro, Union Suit XL, dopo un passato shoegaze / lo-fi (conosciuti all’epoca con il nome di Mirror Waves), avendo vissuto una costante evoluzione sonora che li ha portati ad un sound molto personale tra sperimentazioni matematiche ed industriali, senza tralasciare la palese devo-zione al devo-core.

Tra le influenze che si avvertono in Union Suit XL, i The Fall occupano e permeano sicuramente uno spazio importante, sia a livello musicale che per la somiglianza vocale di Cade Williams con Mark E. Smith. Tuttavia, in Reception Desk, si percepisce anche tutta la frenesia dei Wire, mentre Burning Participant prende una via di mezzo tra Talking Heads e Television. Arther e Bole sono degli incubi concepiti da James Chance e dagli Swell Maps, mentre Innovation Leads To Distinction sembra un pezzo degli Stereolab coverizzato dai Polvo, con tanto di intermezzo spoken word che riporta alla mente “la terra dei ragni”. La splendida Slag Heap è un pezzone post-hardcore che gioca di citazioni: chitarre cristalline à la Talking Heads anticipano la marzialità ipnotica e i muraglioni noise degli Unwound.

Nonostante siano americani, possiamo ricondurre i Them Airs alla scena art punk inglese di Black Midi, Squid e Black Country New Road, dilettandosi con quel misto di post-punk orientato al funk e post-hardcore che deve più all’assurdismo noise di Butthole Surfers, Thinking Fellers Union Local 282 e Cows (Corpse at UMass Dartmouth ne è testimonianza) che al math rock puro; ma si inseriscono facilmente anche all’interno della nuova sfornata post-punk-core americana (Parquet Courts, Protomartyr).

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Last modified: 6 Marzo 2020

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