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Anna Calvi – Strange Weather

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Anna Calvi è un’artista che si muove a piccoli passi, silenziosa, arriva alla meta in punta di piedi. La sua voce è un sibilo soave che ci tocca l’anima, con delicatezza. È una Lana Del Rey meno egocentrica, che ha tra le sue indiscusse doti la proliferazione. Non è da tutti, infatti, sfornare due album e un EP in tre anni. Ripercorrendo la sua pur giovane carriera ci rendiamo conto che il primo omonimo disco serviva a renderla nota alle cronache,mentre il secondo, One Breath, le ha tolto di dosso l’ombra pesante dello scopritore/mentore degli inizi Brian Eno, consacrandola come una cantautrice emergente di invidiabile valore. Per un Brian Eno che va, un David Byrne arriva e il frontman dei  Talking Heads fa da ospite con la  O maiuscola in Strange Weather partecipando a ben due brani sui cinque che compongono l’intero lavoro, anche se c’è chi sostiene che lo stesso Byrne abbia influenzato la Calvi sulla scelta delle canzoni da coverizzare.

Le atmosfere sono soffuse, fumose come in un film in bianco e nero con James Cagney. Solo il terzo brano, “Ghost Rider”, cambia inaspettatamente le carte in tavola strizzando l’occhio al Rock sincopato degli YeahYeahYeahs e la stessa Anna si immedesima, conciandosi per le feste come una novella Karen O, giocando con la propria voce tra ansimi e spasmi. Chiude l’album “Lady Grinning Soul”, perla solenne di un altro celebre David, eseguita al pianoforte in maniera scarna, personale, elegante. Trovare un senso a un EP di cinque cover non è semplice. Un’ipotesi  potrebbe essere quella di avere l’intento di mantenere alta l’attenzione su questa signorina britannica dall’ugola angelica. Ma alla fine è superfluo porsi troppi quesiti. Prendiamo Strange Weather per quello che è: un disco piacevole, che ci aiuterà a salutare la bella stagione che volge al termine.

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YeahYeahYeahs – Mosquito

Written by Recensioni

A volte parti un po’ prevenuto prima di scrivere, perché gli YeahYeahYeahs hanno “viziato” i propri fan con album di eccelsa qualità sin dal loro esordio di dieci anni fa, Fever to Tell, in cui si gridò al miracolo. Allora c’era una gran voglia di ribalta nell’Indie Rock perché il mondo era in una fase di transizione in cui la musica stava mutando velocemente, grazie alla scossa che avevano dato la nascita del Grunge e il ritorno in massa dell’Hip Hop e della Dance. Qualche passo falso però il gruppo lo aveva commesso in passato quando nel 2006 pubblicarono il mediocre  Show Your Bones, che pur essendo un buon disco mancava della hit da classifica e della naturalezza e della spontaneità che si era vista nel precedente lavoro. Per fortuna poi gli YeahYeahYeahs tornarono sui propri passi dando alle stampe l’ottimo It’s Blitz che ottenne anche un discreto successo di pubblico e di critica. Catapultato nel 2013 il trio si è quindi rimboccato le maniche e ha pubblicato questo Mosquito in cui Karen Lee Orzołek, meglio nota ai più come Karen O, dà il meglio di sé, supportata come sempre dal chitarrista Nick Zinner e dal batterista Brian Chase. Del resto i segnali migliori erano già pervenuti con il singolo “Sacrilege” che a febbraio di quest’anno aveva anticipato l’uscita dell’album con un video diretto da Megaforce e interpretato dalla modella inglese Lily Cole e trovando spazio persino come background in una scena del telefilm The Originals.

Tuttavia mi sento in obbligo di dire che la migliore traccia è indubbiamente quella che dà il titolo al disco con la sua ilarità e i suoi suoni che ricordano da vicino anche i primi Suede conditi con una strizzatina di Electro e Garage anni settanta. Un po’ di atmosfera alla Depeche Mode anni Novanta invece si sente nella malinconica “Under the Earth”, ma l’impressione che si ha è di qualcosa troppo costruito in studio che difficilmente riuscirà a ottenere lo stesso effetto durante un live act. Colpa forse della registrazione dell’album avvenuta in quattro studi diversi (il Sonic Ranch di Tornillo (Texas), lo Stratosphere Sound/DFA Records di New York, i Squeak E. CleanStudios di Echo Park (California) e il The Square di Londra) e dei troppi produttori (Nick Luanay, James Murphy, David Andrew Sitek e Sam Spiegel)?

Ai posteri l’ardua sentenza!

Di certo siamo di fronte a un prodotto ben oltre la sufficienza, che finora occupa la seconda posizione in classifica fra le mie preferenze, perché la vetta rimarrà probabilmente sempre di Fever To Tell. E chissà se Mosquito verrà nominato ai Grammy Awards, nella categoria Best Alternative Music Album dove purtroppo gli YeahYeahYeahs non sono mai riusciti ad imporsi (immeritatamente). Intanto è arrivato trentesimo nella speciale classifica redatta da Nme per i migliori album del 2013. Da segnalare infine la presenza in “Buried Alive” di Dr. Octagon, che quando inizia a rappare a metà canzone riesce persino nell’impresa di offuscare la sensualità di Karen O.

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