Valery Records Tag Archive

Autumn’s Rain il secondo album si intitola OM.

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Esce il 29 Settembre per Valery Records. Om:̣ “rappresenta il simbolo del suono primordiale, della vibrazione originaria che creò l’universo. È l’immagine di Creazione, Conservazione e Trasformazione”. Non c’è nulla di più adatto di questo piccolo mantra per racchiudere la ricchezza e le diversità presenti in questo album. Esso riflette un cambiamento rispetto all’album d’esordio sin dalla sua composizione, avvenuta nell’arco di 6 mesi presso il Fox Studio, luogo in cui è cresciuta e vive tutt’ora la band, dove è stato seguito e registrato completamente da Andrea Volpato per poi essere mixato e masterizzato da Davide Perucchini (fonico dei Verdena) al Lysergic MixRoom di Pedrengo (Bg). Accogliendo e cercando di non snaturare il punto di forza della band che fa dell’eclettismo il suo tratto distintivo, in Om è perfettamente riconoscibile l’appartenenza di ogni canzone ad un pensiero e ad una intenzione di più ampio ed unitario respiro.

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Bloody Mary – Anno Zero

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Quando sei in giro per i concerti e bazzichi da uno studio di registrazione all’altro sputando sangue e sudando le famose “sette camicie” stai certo che le ossa le irrobustisci e di esperienza ne fai tanta. Metti poi che le intenzioni sono delle migliori e dunque le idee ci sono, ed anche buone, non puoi che svolgere un ottimo lavoro. Questo è ciò che è successo ai nostrani Bloody Mary, che a parer di chi scrive sono una salda realtà della scena Gothic italiana, un punto di riferimento che in circa dieci anni è riuscita ad affermarsi divenendo un gruppo chiave. Aldebran e soci arrivano, alla fine, a proporre un suono che è diventato un marchio di fabbrica garantito, nel senso che se ascolti una canzone dei Bloody Mary (o del loro ultimo disco protagonista della nostra recensione), Anno Zero, riesci a captare da subito la natura di provenienza del brano. La gavetta c’è stata, gli sforzi sono stati tanti ma alla fine il risultato ottenuto è più che soddisfacente e la Goth band milanese lo sa bene, può godersi gli elogi e vantarsi dell’ottimo operato svolto in circa un dieci anni di onorata carriera. Anno Zero è un disco dalle mille sfumature, gli intraprendenti ragazzi sfoderano tutto il loro talento sfornando cosi un disco divenuto punto di riferimento per gli amanti del genere in Italia. Ci troviamo tra le mani un lavoro fresco che amalgama aggressività, melodia e dolcezza; la sensuale voce di Aldebran è un altro elemento distintivo, potremmo considerarla la via di mezzo tra quella di Ville Valo degli HIM e quella di Jirky dei 69 Eyes.

Con Anno Zero notiamo comunque le prestazioni di una band matura che in un certo senso è andata alla ricerca di un sound personale capace di trasformarsi in uno stile molto personale e perciò riconoscibile velocemente dall’ascoltatore. In una playlist di Gothic Rock si farebbero notare subito canzoni come “Chase The Nowhere” o “Crawling” per non parlare della dolce “Frozen” che, a parere personale, risulta essere l’indiscusso cavallo di battaglia del platter. Durante l’ascolto non sarà difficile farsi rapire dalle note di “Judith”, un inconfondibile ballata capace di lasciare a bocca aperta, oppure la sensuale “So Far Away” ritmata al punto giusto. Anno Zero è un disco che piacerà a molti, non resta che farsi trascinare dalla seducente musica dei Bloody Mary.

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Old Man’s Cellar – Damaged Pearls

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A tre anni dalla pubblicazione dell’EP autoprodotto Wine & Swines (2010), gli emiliani Old Man’s Cellar sbarcano su Rockambula con il debut album Damaged Pearls (inciso nel 2011 presso il celebre Studio 73 di Ravenna e mixato con il prezioso contributo del produttore nostrano Riccardo Pasini). La compagine modenese, capitanata dal singer Riccardo Dalla Costa (Lost Breed), e composta dal talentuoso chitarrista Federico Verratti (Blackage, Fango, Neronova), Angelo Scollo (basso), Massimiliano Boni (tastiere) ed Andrea Fedrezzoni (batteria), propone un Melodic Hard Rock/Aor incisivo e frizzante, sulla scia di leggendarie band 80/90 come Toto, Extreme, Tnt, Danger Danger, Van Halen e Bon Jovi. Fin dal primissimo ascolto, l’album risulta strutturato in due distinti tronconi: il primo dal tiro energico e tagliente (vedi la title track “Damaged Pearls”, “The Years We Challenge” e “Undress Me Fast”), il secondo, invece, maggiormente improntato alla delicatezza di nostalgiche ballad come “Is This the Highest Wave?”, “Knees on the Straw”, “Still at Heart” e “Summer of the White Tiger”. Una tracklist più omogenea ed organica avrebbe senza dubbio giovato alla piena riuscita del progetto, evitando in tal modo i continui ed improvvisi dislivelli dinamici avvertibili tra brani di imprescindibile natura eterogenea, ma, almeno fin qui, si tratta di bazzecole. Innegabilmente apprezzabile, d’altro canto, la raffinata attitudine compositiva e tecnico/esecutiva del nostro quintetto: una sezione ritmica apparentemente semplice (ma compatta, essenziale e precisa), funge da sostegno al pregevole impianto chitarristico di Federico Verratti, perfettamente a suo agio nell’esecuzione magistrale di alternate picking, sweep picking e bending dal caratteristico sapore “bettencourtiano”.

Una linea vocale sfruttata in maniera piuttosto soddisfacente, senza strafare, evitando i fastidiosi arzigogoli tipici del genere, ed una tastiera relegata (negli angoli più remoti del mix) a partiture di puro ed esclusivo riempimento. Peccato. Una produzione nitida e cristallina, un full length guidato da (sincera) passione dove ogni singolo elemento trova la sua ideale collocazione nel multiforme tessuto armonico/melodico; tuttavia la cifra stilistica, eccessivamente legata ai vetusti archetipi del genere, si mantiene pressoché analoga e costante per oltre cinquantadue minuti, al punto da risultare anacronistica, monotona, fastidiosa, saccente (deboli e sparuti i tentativi di “presunta” modernizzazione sonora, quasi al limite del ridicolo, come l’utilizzo di agghiaccianti ed elementari drum machines nel brano “Don’t Care What’s Next”). Insomma, seguendo quale logica o astrusa farneticazione dovrei acquistare Damaged Pearls e non un vecchio album dei Toto, degli Extreme, o dei Danger Danger? Nel sovraffollato modello economico/commerciale della Long Tail, l’originalità é tutto ragazzi. Non esiste altra via, per quanto vi sforziate nel cercarla. Datemi una sola ragione, e diventerò il vostro primo fan, parola di boy scout. Ai posteri l’ardua sentenza.

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The Divinos – The Divino Code

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The Divino Code prende le mosse da una singolare e temeraria intuizione del frontman/songwriter partenopeo Max Russo (chitarra acustica/voce), accompagnato per l’occasione da una compagine di indubbio talento e provata versatilità: Chiazzetta a.k.a. Corpus Tristi (Rap vocalist), Roberto Pirami (batteria/programmazione elettronica: Vinnie Moore, Michael Angelo Batio, Uli Jon Roth, Blaze Bayley), Simone Massimi (contrabbasso elettrico: Vinnie Moore), Marco Bartoccioni (chitarra southern/mandolino) ed infine Licia Missori (pianoforte acustico: Steve Hewitt, Spiral 69). Il concept in questione narra le fantomatiche vicissitudini della sgangherata famiglia Divino (un infelice alter ego dei celeberrimi Sopranos?), attraverso un insolito itinerario Noir/Pulp/Western particolarmente intriso di ironia, drammaticità, tragicommedia. Cinematografia musicale (sulla scia di Tarantino, Rodriguez e Leone), indissolubile sinergia visiva/uditiva in cui vengono scarnificati e messi a nudo (in maniera piuttosto semplicistica e puerile) alcuni cliché tipici del famigerato sistema malavitoso italo/americano (“more power, more business, more women, more respect”), efficacemente evidenziati dalla peculiare contaminazione linguistica impiegata a livello semantico/testuale, come testimonia l’interessante rivisitazione della closing track “It’s Wonderful” (“Vieni Via Con Me”, Paolo Conte).

Detto questo, ammetto di non aver mai gradito i progetti di tal fattura, profondamente convinto che il linguaggio musicale debba essere, in un modo o nell’altro, veicolatore privilegiato ed assoluto di messaggi, emozioni, ricordi (positivi o negativi che siano), non impressionistica ed asettica rappresentazione di una qualche realtà immobile e precostituita. Apprezzabile, d’altro canto, l’innegabile spessore della proposta stilistica: una feconda e traboccante cornucopia espressiva dove convivono armoniosamente Classic/Southern Rock, Ballad (“Criminal’s Confession”), Opera, Musical (“You Have to Give Respect”), Rap (“The Divino Code”) ed Elettronica (“I Live Just for the Best”), il tutto cesellato da una produzione imponente ma troppo spesso incline alla saturazione e perciò fuori controllo. Da segnalare il videoclip del brano “Doll’s Amore” (secondo singolo in Europa ed U.S.A.), recentemente prodotto in territorio transalpino dalla prestigiosa Cité du Cinéma del regista francese Luc Besson.

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Klogr – Till You Turn

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Ascolto: durante la preparazione di un pranzo post sveglia.

Umore: impreparato per il metal di prima mattina.

Confesso una cosa che un recensore non dovrebbe mai dire: non sono il tipo più adatto per recensire un disco di metallo pesante, non mi appartiene come modo di sentire la musica e forse non mi apparteneva neppure quando avevo 14 anni e avevo capelli lunghi e rabbia adolescenziale ammassata in gran quantità dentro. I Klogr per di più non sono nemmeno male e il loro disco si lascia anche ascoltare: riff di chitarra molto energici e ben congegnati, sezione ritmica buona e inappuntabile. La voce è esattamente quello che vuole ascoltare un estimatore dell’Hard Rock, completo il campionario di graffi, urla ad ottave che confinano con i richiami per i cani, metrica dei testi sempre serrata e ben avvitata all’arrangiamento.

I Klogr suonano da manuale ma forse troppo in stile; il metal nei suoi mille e cinquecento rivoli diversi che non ho mai imparato né avuto la pazienza di capire nel dettaglio continua ad essere uno stile inossidabile e sembra nonostante tutto non patire flessioni, forse perché legato ad un pubblico coriaceo e ostile alle mode. Questo, va detto con fermezza, è un punto a favore anche dei Klogr che suonano il loro disco “Till You Turn” davvero con maestria e sorprendentemente come una band planetaria abituata ad esserlo da anni, il che è facilmente riscontrabile nelle ultime tracce registrate dal vivo. Il loro limite, o forse il mio nel doverli giudicare freddamente e senza alcun attaccamento a questo suono, è che non si capisce bene quale band planetaria sia, il disco suona talmente in stile che sembra essere un disco di un’altra band. La coriacea ostilità alle mode ed anche alle contaminazioni che spostano l’asticella del progresso musicale un po’ più in là colpisce, come quasi tutti gli ascoltatori metal, anche i Klogr: troppo attenti ad essere perfetti da sembrare perfettamente una band qualsiasi. Una band di cui non conosco il nome. Ampia sufficienza ai Klogr, pienamente meritata, insufficienza inevitabile per il recensore impreparato.

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Bad Black Sheep – 1991

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Questo lavoro dei Bad Black Sheep catapulta l’ascoltatore direttamente in una dimensione simil grunge e l’aria che si respira è proprio quella del 1991 sin dalla title track.
Recentemente il rock italiano è mutato parecchio, si è affacciato persino al Festival di Sanremo con i Blastema in primis, tuttavia qui ci sono chiari riferimenti anche a Foo Fighters e Soundgarden.
E così ecco che ci si ritrova proprio “Altrove” (titolo della seconda canzone) grazie al gruppo vicentino, formato da Filippo Altafini (chitarra e voce), Teodorico Carfagnini (basso e cori) ed Emanuele Haerens (batteria e cori).
“Didone” ha testi ammalianti ed un ritornello che entra subito nella testa (senza uscirne facilmente), anche se qui il trio sembra imitare più i Negramaro, mentre “Radio Varsavia” (da non confondere con l’omonimo successo di Franco Battiato) li riporta in atmosfere molto più rock.
“Igreja de Santa Maria” ha una ritmica molto più statica (che sarebbe stato meglio evitare) ma non per questo è di qualità inferiore perché si riprende soprattutto verso la fine, anticipando “Non conta” che forse è l’episodio migliore del disco.

La cover di “Cuccurucucu” riletta in chiave modern punk stile Green Day vi farà pogare per intere giornate mentre “Special 50” vi riporterà sul “Pianeta terra”.
“Mr Davis” ha un inizio molto movimentato in cui si incastrano batteria e basso alla perfezione con chitarra e voce introducendovi ad “Altra velocità” (che in realtà alterna molti tempi diversi).
Concludono il tutto in grande stile “Fiato trattenuto” e “Miglia sotto la norma”.
Unico difetto: Se fosse stato cantato totalmente in inglese probabilmente questo lavoro avrebbe guadagnato quel punticino in più…
Tuttavia la mia vuol essere una provocazione e un invito a tradurre almeno parte dei dodici brani nella lingua madre del rock e chissà che il consiglio non venga ascoltato…

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Tindara – Quando parlo urlo

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I Tindara sono un progetto nato nel 2009 dalla mente di Terenzio Valenti che concretizza dopo tre anni il sogno di ogni rock band: realizzare il primo disco con l’aiuto di un musicista famoso.
Il nome in questione in questo caso è niente poco di meno che Luca Bergia, batterista e fondatore dei piemontesi Marlene Kuntz, produttore artistico insieme a Riccardo Parravicini; inoltre il gruppo è seguito anche dal manager e produttore Toto Maisano.
Le premesse insomma ci sono tutte e, diciamocelo, “Quando parlo urlo” non tradirebbe le aspettative nemmeno del più scettico degli ascoltatori.

Raro infatti trovare sonorità così fresche in Italia, che si rifanno spesso oltre che ai già citati Marlene Kuntz a gruppi americani quali i Violent Femmes e i meno noti Days of the news.
Persino l’artwork a cura di Riccardo Barra appare azzeccatissimo ed intrigante con titolo in bianco, nome della band in giallo e canzoni elencate tutte in bianco fatta eccezione per la prima lettera della prima canzone e l’ultima dell’ultima traccia (scusate il gioco di parole) riprendendo una moda lanciata trent’anni fa dai Duran Duran nel loro disco di esordio, quando Malcolm Garrett decise di colorare poche lettere di rosso per dare un tocco di vivacità al tutto.
Registrato interamente presso il Modulo studio a Cuneo, “Quando parlo urlo” si apre con “Come dici tu”, che tratta della disperata ricerca di un lavoro da parte di una persona come tante spesso giudicata senza far troppi complimenti.
Con “Ho scelto il nero” inizia invece un filone di rock più marcato stile Verdena che prosegue nella più pacata “Sopra la delusione” che vede anche la collaborazione al violino di Davide Arneodo, che suona anche il mandolo elettrico in “Come dici tu”.
L’ arpeggio iniziale di chitarra di “Quando parlo urlo”, molto delicato e raffinato, è invece il tocco di classe, la ciliegina sulla torta che ancora mancava, che ben si incastra al resto degli strumenti e a liriche emozionanti.
Il rock riprende poi il sopravvento in “Stones”,  per poi lasciare spazio a “Un minuto” canzone che evoca la pace in un minuto di silenzio quale massimo desiderio.
“Sogna che ti passa” descrive invece l’adolescenza attraverso l’incontro di un lui scalpitante ed acerbo e una lei vanitosa “che preferiva lisciarsi allo specchio”.
“Schiuma” è ciò che succederebbe secondo me se Giuliano Sangiorgi dei Negramaro e Manuel Agnelli degli Afterhours collaborassero per scrivere una canzone (tale esperimento potrebbe anche apparire assurdo, ma i Tindara riescono nell’impresa di concretizzarlo grazie a un uso indovinato dei synth e di un basso che si lascia andare in perfette scorribande sonore).
In “Vescica” poi emerge l’anima più grunge del gruppo attraverso un cantato urlato degno del grande e compianto Kurt Cobain e quella più stoner attraverso le chitarre distorte più che mai.
“Upupa” è l’unico strumentale del disco, col solo ruolo di fare da preambolo alla conclusione che avviene con l’aggressività di “Consapevolezza”.
Un’ottima prima prova che miscela alla grande rock, grunge, stoner e pop senza deludere mai.

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