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Le Sacerdotesse Dell’Isola Del Piacere – L’Interpretazione dei Sogni

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10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #23.09.2016

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Bruuno – Belva

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Ammiro l’etichetta vastese V4V Records, non nascondo di avere a casa quasi tutte le sue produzioni, perché riconosco a Michele e soci il merito di aver scovato band talentuose che hanno un qualcosa da dire nel panorama musicale italiano. Al roster si aggiungono questi Bruuno da Bassano Del Grappa, ennesima realtà a cavallo tra Screamo e Post-Hardcore.

Belva si apre con la granitica “Casper”, dove i nostri non risparmiano pugni nello stomaco a destra e a manca, per mettere da subito le cose in chiaro. “Sete”, il brano che fu l’apripista di questo EP e selezionato per far conoscere al mondo esterno la creatura Bruuno, esplode tra ritmi forsennati e la voce lancinante di Carlo che urla Voglio perdere la ragione e ritrovarla. A mio avviso la sanità mentale non viene recuperata nemmeno con “Ruggire Come Le Porte”, anche se viene introdotta una piccola porzione di melodia, dove il cantato segue la ritmica della chitarra. L’azione distruttiva persiste, nonostante provi ad autocontrollarsi, in “Seppuku”, ma, ancora una volta, le sei corde vengono usate come un’arma non convenzionale, stroncando sul nascere gli intenti di pace di chiunque possa pensare che sia giunto un periodo di tregua. Purtroppo, per chi se lo è augurato, il tempo delle sfuriate non è terminato e “Troppo Spesso Lento” ce lo ricorda afferrandoci per i capelli e sbattendoci la faccia contro il muro più vicino. Gli effetti delle chitarre e la batteria sono strumenti che vengono utilizzati in “Sfregio” per incanalare la rabbia e sputarla via con disprezzo.

L’esordio dei Bruuno è una Belva implacabile, rossa di odio, che usa come punto di forza un approccio estremo, che non sa cosa sia il perbenismo e massacra chi gli si avvicina con distorsioni brutali. Facciamo gli uomini e affrontiamola con coraggio.

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10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #08.04.2016

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Gouton Rouge – Giungla

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I Gouton Rouge riescono a miscelare il loro buon talento ad una sincerità di fondo che viene, a tratti, edulcorata da una delicata paraculaggine (ad esempio chiamare un brano “Hasselhoff” è paraculaggine) che crea un contesto totalmente svincolato dal pressappochismo che genera la musica di tendenza in Italia. Sono fermamente convinto nella buona fede del quartetto. Il loro è un lavoro molto lineare e pulito: chitarre dal suono prevalentemente crunch, batterie e bassi semplici e tastiere ricercate e presenti quanto basta. Possono ricordare immediatamente i The Drums con qualche sfumatura qua e la figlia dei primi Cure. Le creature della giungla della band lombarda si palesano con un meccanismo lento e fluido, che lascia spazio a personaggi dai contorni abbastanza netti, sintomo di una buona capacità compositiva e di una maturità artistica non molto lontana dall’essere raggiunta. “Sulle mie Labbra” è sicuramente il brano di maggiore impatto del disco, sotto ogni punto di vista. La vera forza dell’ottava traccia risiede in un riuscitissimo bridge che spinge tutto il brano ad un livello effettivamente più alto rispetto al resto del comunque piacevole CD. In definita Giungla è uno di quei lavori che potreste ascoltare due giorni e dimenticare subito dopo oppure tenere nel cuore per sempre. Io sto nel mezzo. Non mi piace né dimenticare né affezionarmi troppo.

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Il Video della Settimana: Albedo – “Astronauti”

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“Astronauti” è il secondo video estratto da Metropolis (Massive Arts -V4V), quarto album in studio degli Albedo, per la regia di Francesco Roma.

Che cosa pensi di quelle stelle luminose così lontane? Potranno davvero ospitare qualcuno? Basterebbe anche solo uno, o forse noi due, ma dovrebbe essere un pianeta enorme, fatto di gomma per non farci mai del male.
Che cosa pensi di questa vita rumorosa? Siamo solo un caso o siamo nati per qualcosa di magnifico? Qualcosa di magnifico in cui perdersi.

Liriche essenziali su tappeti del miglior Post Rock italico, “Astronauti” conferma la maestria degli Albedo nel coniugare distorsioni e cantautorato.

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Albedo – Metropolis

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L’ultima fatica degli Albedo è un ancora una volta un concept album, anche se in senso meno stretto rispetto al poetico viaggio nel corpo umano che fu Lezioni di Anatomia un paio di anni fa. Gli spunti che trae dal capolavoro di Fritz Lang da cui mutua il nome confluiscono nelle atmosfere e nelle liriche, tracciando un filo conduttore mai troppo vincolante, che rende l’album un lavoro organico ma che lascia spazio a molti temi: la città e le sue contraddizioni, l’incomunicabilità di realtà sociali che coesistono senza toccarsi, ma anche la religione, i confronti generazionali, i meccanismi con cui si innesca l’odio. Sembra un po’ che le dieci tracce di Metropolis si prendano l’onere di andare a verificare le inquietanti previsioni di una quella che fu una pellicola estremamente lungimirante. Metropolis non è immediato come il suo fortunato predecessore perchè è meno irruente: la tracklist è intervallata da incisi di pochi minuti che conferiscono un ritmo un po’ inusuale all’ascolto, per poi srotolare gli episodi più catchy alla fine, senza mai ricorrere ad escamotage sfacciatamente Pop. Se Lezioni di Anatomia ha il pregio di colpire al primo ascolto, in compenso Metropolis merita tutti gli ascolti che necessita. Il sound poggia su un valido Alt Rock che si concede ispirazioni Post Punk (“Partenze”) e New Wave (“Replicante”) e costruisce un mood inquieto e viscoso fatto di giri di chitarra ben assestati, che spingono sulle parole scelte con cura. Il songwriting è tagliente sia nelle citazioni più testuali, come in “La Profezia”, meno di due minuti di piano e riverberi per dipingere le vuote esistenze dei privilegiati in cima ai grattacieli della città di Metropolis, che nelle derive più introspettive (“I Miei Nemici”, “Sei Inverni”) e nei quesiti spiazzanti di un dialogo in prima persona con Dio (il singolo “Higgs”). A starlo a sentire, il Rock degli Albedo non sembra affatto volersi attardare su strade già percorse, e con radici sonore ben piantate si dimostra capace di trovare ogni volta il modo giusto per raccontare una nuova fase. Buon per tutti, compresi noi.

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Il nuovo album de Gli Ebrei in free download

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A quattro anni di distanza dall’esordio datato e intitolato 2010, seguito da Disagiami Ep, uscito ad aprile 2013 per Tannen Records e V4V, Hai Mai Visto l’Alba? è il nuovo album della band marchigiana. Dopo aver narrato di luci e ombre della provincia, essersi immersi nel disagio sociale in modo dissacrante e ironico, la band si apre ad un intimismo meno celato, una ricerca d’affetto, uno stringersi assieme nello scorrere di questa vita frenetica dedita spesso all’abbandono. Un disco iniziato in quattro e finito in tre. Hai Mai Visto l’Alba? è un’opera meno autobiografica e più faticosa rispetto alle precedenti. E’ una linea spezzata che riflette le nostre vite, completamente cambiate.

Free download, streaming e digital store qui

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Tutto o Niente, l’album d’esordio dei Die Abete.

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Uscito solo ieri, lunedì 30 giugno, per V4V-Records e Fallo Dischi, Tutto o Niente, album d’esordio dei ternani Die Abete formazione nata nel 2013. Sono 2 chitarre, 2 batterie, 3 voci, ogni tanto anche 4. Si chiamano Marco, Eugenio, Lukas e Michele e vengono dal Sud-Est dell’Umbria, Terni. Da poco è entrato in formazione stabile Riccardo. L’album è stato autoprodotto in 50 copie fisiche in edizione limitata, da giugno riedito in digitale da V4V-Records che, assieme a Fallo Dischi, dopo l’estate ne curerà la ristampa in cd.

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“Ci Vorrebbe un Coltello”, il nuovo video de I Missili.

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“Ci Vorrebbe un Coltello” è il nuovo video estratto da Le Vitamine, album d’esordio dei lancianesi I Missili in streaming e free download qui. Il video è stato realizzato da Paolo Sacchetti, autore del concept visuale dell’album, fondendo grafica e video riprese. Ce lo presenta così: “Non c’è linguaggio senza inganno”. Le città invisibili, Italo Calvino. Il brano dei I Missili “Ci Vorrebbe un Coltello” è scritto con parole semplici che rimandano ad immagini nette ed iconiche. La musica è composta da suoni altrettanto puliti che si fondono per restituire un insieme sonoro avvolgente ed ipnotico. Il cantato è rappresentato come un dialogo solitario di fronte allo specchio: un pensiero continuo e turbolento che attraverso riflessioni silenti e visive si sfoga con il linguaggio verbale.
I suoni sono deframmentati in forme geometriche ed evidenziano le particolari sezioni dell’insieme che tormentano e salvano il protagonista (Emanuele Marfisi).

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Gouton Rouge, “Immobile” è il nuovo video

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Immobile è il terzo video estratto da Carne, secondo album della band lombarda Gouton Rouge, uscito lo scorso marzo e scaricabile gratuitamente qui. Il video, ispirato al cinema del francese Jacques Audiard, racconta l’aggressività e l’efferatezza che ne scaturisce, valvola di sfogo finale allo stress della città. La band aprirà la prestigiosa decima edizione del Miami esibendosi venerdi 6 giugno alle 18:30 sul palco La Collinetta di Jack all’Idroscalo, circolo Magnolia.

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Majakovich – Il Primo Disco Era Meglio

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Come si evince dal titolo, Il Primo Disco Era Meglio è il secondo lavoro del trio umbro Majakovich. Ultimamente è molto semplice associare l’Umbria al simpatico Luca Benni e alla sua etichetta To Lose La Track, la quale ha confezionato, insieme ad altre etichette discografiche (Metrodora Records e V4V Records), questo disco. Gli alfieri indiscussi della To Lose La Track si chiamano Gazebo Penguins. Se pensi a loro è impossibile non farsi venire in mente la barba di Capra, fautore, guarda caso, del booking de Il Primo Disco Era Meglio. Tuttavia i tasselli del puzzle non ancora hanno finito di combaciare: il refrain di “La Verità (E’ Che Non La Vuoi)”, con le sue curvature Emo Rock, può tranquillamente essere scambiata per un brano dei “pinguini”. Assonanze si notano anche con il coro di “Devo Fare Presto”, simile, eppur dissimile, a “Calce” dei Fast Animals And Slow Kids, conterranei (e le coincidenze paiono non cessare mai) dei Majakovich. Attenzione però a non scambiarli per delle pallide imitazioni di band un pelo più blasonate, perché è necessario avere ben stampato un concetto nel cervello: il terzetto in questione, se ci si mette, è in grado di sovvertire addirittura il naturale svolgersi degli eventi.

Il basso granitico di “Perché Francesco Migliora”, sgranocchierà sassi finché non verrà interrotto dal tenerissimo pianoforte che introduce “Colei Che Ti Ingoia”. Praticamente la tempesta prima della quiete. Due punti focali che fanno lievitare il voto sono senz’altro i testi e le melodie dannatamente catchy. Se poi i due fenomeni entrano in rotta di collisione, ci potremmo trovare a cantare a squarciagola in coda alla cassa di un supermercato E io non me lo scordo quell’inferno. Faceva troppo freddo, ritornello di “L’Hype Del Cassaintegrato”. I quaranta minuti circa che compongono Il Primo Disco Era Meglio, vanno via che è una bellezza, sono pochissimi gli scivoloni nell’autocompiacimento. Esempio lampante, in questo senso, sono gli arpeggi infiniti posti nel finale della malinconica “Una Vita al Mese”. Ma è un’eccezione, un minuscolo neo di un lavoro che non mostra mai il fianco e non ha punti deboli evidenti.

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