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Ecco le nuove uscite più attese del 2014!!! Prendete carta e penna…

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Evitando di farci prendere da facili entusiasmi, dai nostri desideri e di farci trascinare nel vortice delle “voci di corridoio”, cerchiamo di fare il punto su quelle che saranno solo alcune delle uscite più interessanti previste per il 2014, sia album che singoli ed Ep.  Dopo due anni o poco meno tornano i Maximo Park con il nuovo album Too Much Information in uscita a febbraio, insieme ai Tinariwen con Emmaar, a The Notwist e a St. Vincent. Ci sarà da aspettare molto meno invece per Metallica e il loro film documentario Through the Never e il nuovo full length Pontiak, INNOCENCE (28 gennaio), cosi come per il grande Mike Oldfield che dopo il non entusiasmante remix del suo capolavoro torna con Man on the Rocks (27 gennaio). Tra le tante raccolte che ci accompagneranno, da non perdere Original Album Series (24 gennaio) di Kevin Ayers e The Beatles con The U.S. Albums (21 gennaio).

Ci attende una svolta stilistica non indifferente e che non vogliamo anticiparvi, nel nuovo Alcest mentre segnatevi da qualche parte la data del 21 gennaio perché in uscita c’è il nuovo Ep di Glenn Branca, Lesson No. 1. Ci sarà non troppo da aspettare anche per vedere e leggere la recensione di Rave Tapes dei Mogwai mentre gli amanti dell’Idm si preparino al nuovo singolo targato Moderat cosi come i fanatici Ambient non dovranno aspettare molto per ascoltare  bvdub, già uscito nel 2013 (in coppia con Loscil) e prontissimo con un nuovo lavoro. Poche aspettative (eppure siamo molto curiosi) per il nuovo dei folli giapponesi Polysics, Action!!! (15 gennaio) mentre molte di più sono quelle per i Sunn O))) (che usciranno, quest’anno anche con Terrestrials, insieme agli Ulver) LA Reh 012 (13 gennaio). Per i fan più accaniti, annunciamo anche l’imminente uscita di Bruce Springsteen con High Hopes (10 gennaio) mentre proprio da due giorni è disponibile uno dei lavori più attesi, da noi amanti del Neo-Gaze, Cannibal singolo dei Silversun Pickups. Quasi dimenticavo anche l’ex Pavement, Stephen Malkmus & The Jicks con l’album Wig Out at Jagbags e poi Present Tense dei Wild Beasts.

Lasciamo per un attimo il panorama internazionale e guardiamo che succederà in casa nostra. Dente con Almanacco del Giorno Prima è pronto per gennaio. Con lui anche i Farglow, Meteor Remotes e gli Hysterical Sublime con Colours Ep. Tornano i Linea77 e speriamo che C’Eravamo Tanto Armati ne possa risollevare almeno un po’ le sorti. Quasi certa la prossima uscita per la ristampa di Da Qui dei Massimo Volume. Tra i lavori italiani più attesi non può mancare L’Amore Finché Dura, dei Non Voglio Che Clara mentre penso che si potrà fare a meno di ascoltare Omar Pedrini e il suo ultimo Che ci Vado a Fare a Londra, anche se un minuto di attenzione non si nega a nessuno. Paolo Fresu è in uscita con Vino Dentro mentre farà parlare, sparlare e litigare Canzoni Contro la Natura degli Zen Circus cosi come Brunori Sas e il suo Vol.3, Il Cammino di Santiago in Taxi. Nel frattempo ho già iniziato l’ascolto di Uno Bianca, il concept album di Bologna Violenta, in uscita il prossimo 24 febbraio.

Mettiamo da parte le uscite certe per questi primi mesi dell’anno e diamo ora uno sguardo più lontano nel tempo. Pare che Damon Albarn, leader di Blur e Gorillaz sia pronto per un album solista ma molto più atteso, almeno per quanto mi riguarda, è il nuovo album degli Have a Nice Life. Poi sarà certamente l’anno del nuovo U2, dei Foo Fighters e di Lana del Ray. Sale l’attesa per il nuovo di Beck, la cui uscita sembra quasi certa per il finire di febbraio, mentre ancora tutto da chiarire per quanto riguarda le nuove fatiche di Tool, Pharrell, Frank Ocean, Mastodon, Burial, Giorgio Moroder, Brody Dalle, Cloud Nothings, Flying Lotus, Grimes e The Kills.

Io mi segno almeno una decina di nomi, per gli altri vedremo. Nel frattempo speriamo che il 2014 ci regali qualche sorpresa in più rispetto a queste anticipazioni perché i nomi, nel complesso, non lasciano certo sperare in un’annata da ricordare. Comunque, ci sono sempre gli esordienti, magari ancora sconosciuti, da tenere in considerazione. Saranno loro a farci sognare, non ne dubito.

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Le Superclassifiche di Rockambula: Top Ten anni Ottanta

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80

Esiste un decennio più controverso degli anni 80? Ed esiste un modo peggiore di iniziare un articolo che con due domande retoriche? Ovviamente (altrimenti non sarebbe una domanda retorica) la risposta è no in entrambi i casi.

Gli anni Ottanta per gli ultra trentenni come me sono gli anni più straordinari che ci siano, quelli vissuti nel pieno della fanciullezza ma che avremmo navigato magicamente anche nella decade seguente, per l’ovvio ritardo con il quale il nostro paese ne ripresentava le tendenze, anche cinematografiche e musicali. È stato per noi il decennio ammaliante che ci ha fatto diventare quello che siamo, straordinario e favoloso perché, pur se ben saldo nella memoria, ha un sapore di tempi antichi, passati, andati per sempre. Dieci anni in sospeso, ambigui che nella musica ma anche nel cinema, nella moda, nel costume, nella politica, in tutto insomma, hanno toccato gli estremi più lontani che si potessero immaginare.

Erano gli anni di “Video Killed the Radio Star” e quelli di “Luna”, di “Enola Gay” e di “Gioca Jouer”, di Falco e Miguel Bosè, di “Vamos a la Playa” e “Vacanze romane”, gli anni di Raf, di Madonna e i Duran Duran, di “Take on me” e Gianna Nannini, de “La Bamba” (la canzone), Nick Kamen e Jovanotti che faceva il verso ai rapper americani e poi Francesco Salvi con le sue canzoni ultratrash. Gli anni 80 sono stati per molti la decade trash per eccellenza e anche se tanta della sua spazzatura oggi è considerata oggetto di culto, fu anche un decennio colmo di musica eccezionale. La nostra classifica prova a darvene un esempio.

Al primo posto si piazza Bleach l’album che non solo ci consegnò una delle più grandi band e dei più amati, imitati e adorati cantanti di sempre, una leggenda vera ma pose anche le basi per una delle ultime rivoluzioni del Rock che esplose poi nei 90. Subito dietro i Sonic Youth, capaci di prendere l’eredità dei Velvet Underground e adattarla ai nuovi tempi (grazie anche all’esperienza con Glenn Branca e Rhys Chatam) e un’altra formazione clamorosa, The Smiths, tra le più rappresentative del suo tempo grazie anche a un frontman dal fascino indiscusso. Buon piazzamento per Curtis e il suo Closer, ponte metaforico tra due diverse epoche e ottima doppietta per gli eredi (in parte) Cure con Disintegration e Pornography. Sorprende la presenza di ben due dischi italiani i quali, se certamente non avranno avuto un ruolo primario nella storia della musica mondiale, per il nostro paese hanno suonato come uno stravolgimento incredibile della realtà. Due album profondamente diversi ma dalla potenza espressiva non dissimile, Affinità-divergenze fra il Compagno Togliatti e Noi del Conseguimento della Maggiore Età dei CCCP e Franco Battiato con La Voce del Padrone. Chiudono altre due sorprese, Tom Waits e i Dinosaur Jr mentre restano purtroppo fuori dalla top ten a malincuore e per pochissime preferenze di differenza capolavori come Zen Arcade (Hüsker Dü), The Stone Roses, The Joshua Tree (U2), Thriller (Michael Jackson), i Duran Duran che disperdono i voti tra Rio e l’omonimo e tanti altri. Peccato anche per l’assenza di Pixies, Talking Heads e Metallica ma le classifiche sono sempre difficili.

Diteci voi, chi non doveva mancare? Chi non avremmo dovuto inserire? E vi piace il primo posto?

1. Nirvana – Bleach

2. Sonic Youth – Daydream Nation

3. The Smiths – The Queen Is Dead

4. The Cure – Disintegration

5. Joy Division – Closer

6. CCCP – Affinità-divergenze fra il Compagno Togliatti e Noi del Conseguimento della Maggiore Età

7. Franco Battiato – La Voce del Padrone

8. The Cure – Pornography

9. Dinosaur Jr – You’re Living All Over Me

10. Tom Waits – Rain Dogs

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The Urban Jungle – S/t

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Ci ho messo un po’ troppo a mettermi ad ascoltare questo primo disco dei The Urban Jungle ma volevo farlo per bene. L’ho fatto girare nello stereo una volta, due, tre, fino ad annoiarmi. Anzi, ancora non mi sono annoiato e lo riascolto. Un sound molto semplice quello di Liuk, Diego e Mario, i tre giovanissimi (classe 88/89) creatori di questo lavoro eppure nella testa rimbombano mille dubbi. Decido cosi di esternare le mie sensazioni e le mie impressioni e di parlarne con qualcuno, come se dovessi sfogarmi di qualcosa che ho dentro. Non vi dico chi è quel qualcuno, forse è la parte buona di me, la mia coscienza, il mio subconscio; forse è un mio amico, forse qualcun altro; non è importante. Al limite, ve lo dico alla fine. Appassionante questo primo pezzo, “Pray”. Rock alternativo semplice e diretto. Indovinato il giro di chitarra in loop per tutto il brano che dà un tocco di psichedelia. Che ne pensi?
Ricorda un loop quasi Maroon 5 e molto interessante il testo che parla di spazio e di stelle. Ti fa venir voglia di ballare.
Secondo me sarebbe stato ancor più affascinante con un ritmo più veloce, dinamico; magari con una seconda chitarra a mescolare le carte. Non credi?
Sì, certo. Sarebbe diventato un bel singolo se fosse stato più veloce. Ancora più di facile ascolto. Che io sappia nei live viene fatto, infatti, molto più veloce.

Ottimo. Ma non capisco una cosa. Il cantante cerca di imitare in alcuni passaggi il leader dei Placebo o è una mia impressione?
Non credo sia tra i gruppi preferiti dalla band; probabilmente gli è stato consigliato di scandire bene le parole per fare in modo che risultasse facile da ascoltare.
Effettivamente la cosa si sente molto. Niente male anche “Another One”, sound più calmo e delicato rispetto al precedente nella prima parte ma molto energico nella seconda. Ci sono tanti ascolti Grunge dentro.
Moltissimi. Io sapevo che i primi tempi dei The Urban Jungle furono trascorsi a cercare di non imitare Eddie Vedder, purtroppo entrato nelle corde. Canzoni come “Another One” fanno tornare alla mente le prime cose fatte ma sono quasi inevitabili per la band.
“Qualcosa In Cui Credere Ancora” sembra tornare allo stile del primo brano, molto più dinamico e Brit Pop. Ma che succede? Che c’entra il cantato in italiano?
Con l’italiano forse la band cerca di far suo un pubblico, come dire, più vicino. A mio parere usare troppo l’inglese, se vuoi rimanere in Italia o almeno farti conoscere prima qui, non serve a un granché.
Servono però testi con i “controcazzi” altrimenti la gente pensa troppo a quello che dici e poco a quello che suoni.
Vero.

Devo aggiungere una cosa. Se non prendono una seconda chitarra, quella che c’è e il basso devono darsi da fare. Soprattutto le quattro corde sono suonate in modo troppo semplice ed elementare. Non riescono a dare uniformità alla musica.
Effettivamente sì. In pezzi come “Pray” vedrei bene un piano anzi, ancor più un synth.
Ho molti dubbi sul cantato in lingua madre come in “Fragile”. Rende la musica troppo pseudo Pop-Rock all’italiana. Del tipo che non amo.
Una canzone come Fragile però (come struttura) faccio fatica a immaginarmela in inglese, sinceramente. Ma è anche vero che l’italiano a volte può essere quasi un difetto, vai a finire in generi che non ti saresti nemmeno immaginato.
Sì e proprio per questo forse la formula giusta è piuttosto quella di “City Above”.
Bel pezzo “City Above”.
Tanto grunge anche qui, sia nel cantato sia nelle ritmiche. La chitarra alterna momenti eterei a riff più taglienti e aggressivi. Pensi che il pubblico italiano abbia cosi tanta necessità di capire i testi?
Penso che non sia necessario effettivamente che il pubblico comprenda i testi (che poi anche in inglese li comprende, se vuole) ma un live fatto di musica italiana e straniera, in Italia, può come dire,….spezzare.

“Invisibile” chiude l’album. Tralasciando il ritorno all’italiano, dall’intro sembra che The Urban Jungle si rifacciano ancora al Brit Pop classico ma i riverberi chitarristici seguenti ricordano anche i momenti più rock dei Piano Magic. Che te ne pare? Oltre al Grunge che tipo d’influenze hai notato?
Dunque, sento sonorità a tratti molto Muse o U2 ma sono i delay a fare da padrone e in più si sente molta attitudine synth pop.
I dieci secondi finali sono la parte più omogenea, carica e potente di tutto il disco. Spettacolari. Questo è quello che avrei voluto fosse il cuore dell’opera. Può essere un punto di partenza dal quale sviluppare l’album futuro.
Certo!! Può e deve esserlo. Il finale con quel riff di basso che arriva dopo un crescere di batteria per completarsi in una chitarra potente come la voce deve far capire che il trio è unito e omogeneo oltre che potente.
In realtà l’album ha ottime potenzialità, anche perché ci sanno fare con le melodie. Se vogliono restare un trio però, devono sforzarsi e lavorare di più. Le uniche cose che non concepisco sono: perché tanta disomogeneità? Un pezzo che guarda all’Inghilterra, uno a Seattle, ora l’inglese, ora l’italiano. E forse poca originalità. Bisogna mettere in chiaro le idee e trovare uno stile peculiare, non trovi? Ammetto che hanno tutto il tempo per inventare qualcosa.
Giusta considerazione. Credo che sia dovuto ai diversi background musicali di chi compone la formazione. Credo che da un lato possa essere piacevole sentire un gruppo che spazia, ma deve spaziare bene tra le varie sfumature del rock.

Dopo queste esternazioni, penso di aver capito molto di più della musica di The Urban Jungle. Ho rafforzato alcune delle idee critiche che avevo all’inizio, ma sono ancora più convinto che le cose possano palesemente migliorare, col tempo. Hanno il futuro dalla loro parte e l’energia di chi è giovane e ama la musica.

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F.O.O.S. – Showcase

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E qui casca l’asino. Leggo nella presentazione di questa band la fatidica parola “electrock” che mi spaventa quasi come vedere il pagliaccio It, incubo della mia infanzia. Che cosa significa mischiare elettronica al rock? Club metropolitani e bui con piazze gremite di umanità. Dj col ciuffo dritto contro il sudore che gronda dalle mani. Luce solare scaraventata su neon prepotenti. Analogico con digitale.
Devo ammettere che la combo mi ha sempre un pò spiazzato. Da sempre ho considerato la musica elettronica come una facile scappatoia per giustificare il fallimento del rock’n’roll nei giorni nostri. Stupida e forzata proiezione futura di un mondo che necessita un presente. Per un purista come me insomma è difficile trovare un connubio tra due realtà così lontane e ritengo buona l’amalgama solo quando di mezzo interviene l’immortale collante: “il pop” (Kasabian, The Killers o gli U2 di “Pop”, tanto per far capire quanto sono “asino”). Ma qui il collante viene usato col contagocce e i due universi si scontrano senza mezze misure, uno scontro titanico senza tante carezze o addolcimenti.
I F.O.O.S. arrivano da Torino, città che da un certo punto di vista già da qualche anno strizza l’occhio all’elettronica. Sono in due, picchiano duro come fossero in cinque (li ho visto dal vivo, fidatevi che vi fanno sentire il vento in faccia) e non hanno alcuna intenzione di abbassare la testa per scendere a compromessi. Il loro esordio discografico è “Showcase” che da anche il titolo al primo brano dell’album. In questo inizio ci troviamo sommersi in un mare apparentemente quieto ma che odora di tempesta, puzza di nervosismo. Un braccio teso a tenere una testa sotto l’acqua per affogarla. La testa però presto si ribella e dal mare esce un terribile mostro (“The monster”), un incrocio devastante con corpo virile e testa robotica. Inizia così lo scontro a colpi di riff villani e tenebrosi synths, il tutto scandito alla perfezione dalle ritmiche di F, batterista precisamente in bilico tra la violenza dell’hard rock e il groove danzereccio.
I due giovanotti non mollano mai la presa, non rilassano neanche un muscolo. La battaglia si fa sempre più serrata in “Hot coals” e “G.O.L.”, la luce artificiale del dancefloor incontra qualche goccia di sudore. I due mondi sono sempre più uniti, ma non si abbracciano, sbattono clamorosamente l’uno contro l’altro e il risultato è pieno di spigoli, sebbene presenti la sua matematica regolarità. “Modermorphosys” è l’episodio più pop con l’intro molto Thirty Seconds To Mars, che poi vira verso terre meno battute fornendo anche a questa canzone la giusta dose di personalità. “Mirror Labyrinth” suonerebbe perfetta per un frenetico videogioco sparatutto e simula l’angosciante claustrofobia del labirinto (giusto per dare un esempio di come la band rifletta bene le sensazioni nella propria musica). Nel finale “The world we could have built” i toni si abbassano, la guerra sembra finita e si torna all’iniziale calma apparente. Il pezzo pare parlare da un altro pianeta e con un briciolo di fantasia calzerebbe perfettamente addosso alla voce toccante di Dave Gahan.

Eh si, devo proprio ammetterlo, questa volta il mix “electrock” è riuscitissimo. I pezzi sono tutti “killer” e il disco è prodotto alla perfezione. Lo dimostra la caparbia gestione del caos apparentemente anarchico (“Hot coals” e “Riot!” i migliori esempi). La testa robotica non ammette sbavature, tutto sta dentro lo schema. Ma lo schema è una terribile gabbia dove “il mostro” si dimena e grida libertà. La libertà non la ottiene, ma il suo grido pregno di umanità rende questo un grandissimo album.

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