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Recensioni #08.2018 – Kerouac / Limokos / Monkie Tango

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VIAGGI MUSICALI | Intervista agli Harmonic Pillow

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Nero & the Doggs – Death Blues

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Un uomo nero, nero, nero / Un uomo nero siede sul mio letto / un uomo nero, non mi fa dormire tutta la notte / L’uomo nero/ muove il dito/ su un libro abominevole…”

Si apre con la famosa poesia L’Uomo Nero di Sergej Esenin, poeta russo morto impiccato nel 1925, recitata dal grande Carmelo Bene, il nuovo album Death Blues di Nero & the Doggs. E si capisce subito che non sarà una passeggiata nel parco. Tensione alta, atmosfere Dark, sound incazzato e una voce che esprime rabbia e malessere.  Nero e la sua band creano un luogo tenebroso, torbido e ansioso e nel quale perdersi, sfogarsi e, per i più tosti (ma sensibilmente disagiati),  rifugiarsi. Il leader della band, cantante e bassista, si aggira per le strade, di Milano dal 2009 e da allora i suoi guaiti aspri e rabbiosi sono stati accompagnati da vari musicisti e dalla inseparabile batterista Grace. Un sound radicato nella cultura Garage/Punk degli anni ‘60/’70, ma che nell’underground della città meneghina trova e forgia la propria personalità. È lui l’uomo nero di Esenin che si appoggia sul vostro letto e con una musica che esce dai tombini e dagli scantinati cruda, oscura e marcia vi avvolge, vi scortica e vi sbatte in faccia una dura e amara realtà insana, tossica e corrotta. Così in una cupa atmosfera tra spasmi paranoici e rabbiosi disorientamenti esistenziali si snodano le 10 track della band milanese.

Con “Sweet Confusion” partono subito forte spazzando via la calma dell’intro “Uomo Nero” e ci catapultano di rabbia nel loro mondo del Punk Rock, con un pezzo che rievoca molto gli intramontabili The Stooges. Tutta la loro malsana indole viene fuori con l’emblematica ma efficace “Feel the Death”. Se in passato “qualcuno” aspirava a farsi accendere il fuoco, oggi Nero invita a farselo portare via  “Come and take my fire / I wanna feel the Death”, canta con decisione. C’è anche tanto amore nell’opera come, per esempio, nella track “Damaged Love”. Ovviamente, è un amore sofferente, sanguinante fatto di pianti e menzogne, irrimediabilmente rotto che merita solo la morte totale: “Take the gun and shoot”, invita Nero parlando alla sua baby. Un mondo dove nell’amore non esiste serenità e in “Love is a Jail”, pezzo nel quale la band abbassa un po’ il ritmo ma non la passione, l’amore diventa una cella, che porta all’alienazione e ed impazzire.

Follia e deviazione mentale sono temi ricorrente nell’intero album. “You know i’m sick baby” è il “mantra” che ripete costantemente il cantante inSin City”, accompagnato da un ritmo incessante e potente che rende la sua psicosi reale; così come è sempre lo squilibrio che accompagna il sound della aspra  “Insanity.  La band, oltre a spingere molto su testi non proprio convenzionali, imprime a molte canzoni un sound sostanzioso e completo dove al classico ed arrabbiato trio chitarra, basso e batteria spesso si aggiungono armonica, viola e piano (come per esempio nella già citata “Love is a Jail” o nella più rilassata “Blue Moon White Light”, track più calma di tutto l’album, o nella canzone che da il nome all’opera “Death Blues”), caratterizzando sempre di più in maniera inconfondibile il loro stile.

“L’uomo nero / muove il dito / su un libro abominevole / e, con canto nasale, sopra di me / come un monaco su un morto / mi legge la vita […]/  cacciando nell’anima angoscia e paura..” e tanto, tanto Rock’n’Roll.

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Pixies – Ep-1

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Questa è una recensione disillusa e triste. Se vi aspettate belle e rassicuranti parole sui Pixies di Ep-1 non le troverete qui, oltretutto oggi piove e questo non aiuta. Ma tant’è.

Questa è una recensione sui Pixies che però di Pixies hanno ben poco. Nata nel 1986, la band di Boston inizia da subito a farsi notare grazie al suo nuovo modo di fare musica che creerà un inedito e alternativo linguaggio sonoro di cui faranno tesoro numerose band dagli anni Novanta in poi. Il loro sfaccettato e personalissimo Garage Rock misto all’Hardcore nato dalla lezione dei Pere Ubu, The Stooges, Velvet Underground e Clash è un composto eccezionalmente frenetico, acido e distorto ma nello stesso tempo melodico. È il 1988, esce Surfer Rosa disco che resterà definitivamente tra i capolavori del Post-Punk e porterà i Pixies ad essere ricordati come una delle colonne portanti dell’Indie Rock degli anni Ottanta. Ma quel che è stato è stato, torniamo su Ep-1 loro ottavo album, autoprodotto e realizzato senza l’indispensabile presenza di Kim Deal, basso, voce e chitarra del gruppo che,dopo ventisette anni di permanenza, decide di lasciare Black Francis & Co.

L’Ep di quattro tracce, si apre dolorosamente con “Andro Queen” 3.24 minuti di noia portati a spasso da pallide chitarre e da una nebulosa batteria; pezzo che va avanti per inerzia, un ibrido ascolto inadatto sia all’amante del Rock più energico che al pacato ascoltatore Pop. Le cose non migliorano affatto con “Another Toe”, brano annacquato, dal retrogusto americano che si trascina a fatica per tutta la durata. I nostri provano a rialzare le sorti con “Indie Cindy”, (che di Indie non ha proprio nulla) ballata flemmatica inutilmente rockeggiante. L’unica nota positiva di questo lavoro è l’ultima traccia, “What Goes Boom” dove finalmente torna a farsi sentire qualche schitarrata come si deve e Black Francis pare gridare: “Sì ragazzi, ce la possiamo ancora fare!”. Ma, in sostanza, dell’originario ritmo sincopato e delirante nessuna traccia, niente resta di quei riff vigorosi e abrasivi, nessun Punk dal ritmo sfrenato e selvaggio, solo piattume. Ascoltarlo più volte non aiuta, anzi testimonia il lavoro di una creatura ormai arrugginita il cui estro creativo sembra essersi dissolto.Primo di una serie di release che attendiamo con ansia (sperando siano migliori), Ep-1 è un lavoro sfibrato, palesemente forzato edi una staticità snervante. Un disco che mentre lo si ascolta si è già dimenticato.

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Le Superclassifiche di Rockambula: Top Ten anni Sessanta

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Anni  60, quanti ricordi. Ad essere sinceri nessuno, perché in quel decennio anche mio padre era, al massimo, solo un adolescente. Eppure ogni cosa che ha riguardato la nostra vita, un disco, un film, un vestito, un pensiero, ha a che vedere con i Sixties. Erano gli anni della guerra fredda di Usa e Urss e di Cuba, del terremoto in Cile, di Martin Luther King e  Jurij Gagarin, del muro di Berlino, dell’avvento dei Beatles, dei Rolling Stones e del Papa buono. Gli ultimi anni di Marylin, Malcom X e John Fitzgerald Kennedy. Gli anni di Chruščёv e della minigonna, del Vietnam e della Olivetti, di Mao e del Che, della primavera di Praga e dei Patti di Varsavia, di Reagan e degli hippy, del pacifismo e dell’anarchia felice. Gli anni dei fascisti e dei comunisti, della British Invasion e di Mina, di Kubrick, della Vespa, della 500, di Carosello e di Celentano. Gli anni della contestazione studentesca e dell’uomo sulla luna, gli anni di Woodstock, delle droghe, della psichedelia e gli anni del Rock perché quegli anni sono le fondamenta solide su cui poggia tutta la musica (o quasi) che ascoltate oggi.

A scadenze non prefissate, Rockambula vi proporrà la sua Top Ten di determinate categorie e questa di seguito è proprio la Top Ten stilata dalla redazione in merito agli album più belli, strabilianti, influenti e memorabili usciti nel mondo nei mitici, impareggiabili anni 60. Nei commenti, diteci la vostra Top Ten!

1)      The Velvet Underground – The Velvet Underground & Nico

2)      Jimy Hendrix –   Are You Experienced

3)      The Beatles – Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band

4)      The Doors – The Doors

5)      Led Zeppelin – Led Zeppelin II

6)      Pink Floyd – The Piper at the Gates of Dawn

7)      Bob Dylan –   The Freewheelin’ Bob Dylan

8)      Led Zeppelin – Led Zeppelin

9)      David Bowie – David Bowie (Space Oddity)

10)   The Stooges – The Stooges

Vincono Cale, Reed e Nico con la loro banana gialla disegnata da Andy Warhol ma la presenza di Hendrix e The Stooges in Top Ten la dice lunga su quanto, a noi di Rockambula, piacciano le ruvide e sperimentali distorsioni dei mitici Sixties. Ovviamente non potevano mancare The Beatles, i re del Pop di quegli anni, presenti con uno dei loro capolavori assoluti, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, mentre la scena Psych Rock, formidabile nei Sessanta, è rappresentata degnamente grazie all’esordio dei Pink Floyd con Syd Barrett ancora in grado di esserne l’anima e l’omonimo The Doors. Chiudono la lista uno dei più grandi cantautori mai esistiti con The Freewheelin’ Bob Dylan, il re del Glam Rock David Bowie e l’unica band capace di piazzare nei primi dieci posti ben due album, ovvero i Led Zeppelin.

Esclusi eccellenti, anche se citati dai nostri redattori, i Beach Boys con Pet Sounds, Frank Zappa, Captain Beefheart e, udite udite, i Rolling Stones.

Ora potete iniziare a urlare le vostre Top Ten!

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