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Pixies, trent’anni di “Surfer Rosa”

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Pixies – Ep-1

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Questa è una recensione disillusa e triste. Se vi aspettate belle e rassicuranti parole sui Pixies di Ep-1 non le troverete qui, oltretutto oggi piove e questo non aiuta. Ma tant’è.

Questa è una recensione sui Pixies che però di Pixies hanno ben poco. Nata nel 1986, la band di Boston inizia da subito a farsi notare grazie al suo nuovo modo di fare musica che creerà un inedito e alternativo linguaggio sonoro di cui faranno tesoro numerose band dagli anni Novanta in poi. Il loro sfaccettato e personalissimo Garage Rock misto all’Hardcore nato dalla lezione dei Pere Ubu, The Stooges, Velvet Underground e Clash è un composto eccezionalmente frenetico, acido e distorto ma nello stesso tempo melodico. È il 1988, esce Surfer Rosa disco che resterà definitivamente tra i capolavori del Post-Punk e porterà i Pixies ad essere ricordati come una delle colonne portanti dell’Indie Rock degli anni Ottanta. Ma quel che è stato è stato, torniamo su Ep-1 loro ottavo album, autoprodotto e realizzato senza l’indispensabile presenza di Kim Deal, basso, voce e chitarra del gruppo che,dopo ventisette anni di permanenza, decide di lasciare Black Francis & Co.

L’Ep di quattro tracce, si apre dolorosamente con “Andro Queen” 3.24 minuti di noia portati a spasso da pallide chitarre e da una nebulosa batteria; pezzo che va avanti per inerzia, un ibrido ascolto inadatto sia all’amante del Rock più energico che al pacato ascoltatore Pop. Le cose non migliorano affatto con “Another Toe”, brano annacquato, dal retrogusto americano che si trascina a fatica per tutta la durata. I nostri provano a rialzare le sorti con “Indie Cindy”, (che di Indie non ha proprio nulla) ballata flemmatica inutilmente rockeggiante. L’unica nota positiva di questo lavoro è l’ultima traccia, “What Goes Boom” dove finalmente torna a farsi sentire qualche schitarrata come si deve e Black Francis pare gridare: “Sì ragazzi, ce la possiamo ancora fare!”. Ma, in sostanza, dell’originario ritmo sincopato e delirante nessuna traccia, niente resta di quei riff vigorosi e abrasivi, nessun Punk dal ritmo sfrenato e selvaggio, solo piattume. Ascoltarlo più volte non aiuta, anzi testimonia il lavoro di una creatura ormai arrugginita il cui estro creativo sembra essersi dissolto.Primo di una serie di release che attendiamo con ansia (sperando siano migliori), Ep-1 è un lavoro sfibrato, palesemente forzato edi una staticità snervante. Un disco che mentre lo si ascolta si è già dimenticato.

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“Diamanti Vintage” Pixies – Surfer Rosa

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Senza i Pixies noi Nirvana non saremmo mai esistiti, è la pura verità. Questo è quanto affermato da Kurt Kobain in una lontana intervista riferendosi specialmente a questo album dell’88, Surfer Rosa, l’album ufficiale che Black Francis, Joey Santiago, Kim Deal e David Lovering vollero a tutti i costi per fare sentire l’emblematico manifesto sonoro del loro stile, una eccezionale dinamite di Power-Pop, Garage e stimmate Hardcore, in modo di inibire  le altre garage band al loro passaggio. E la cosa riuscì alla perfezione, tanto che il magico Steve Albini lo produsse e lo lanciò nel mondo come un frisbee impazzito.

Sebbene solo un primo disco di carriera, i Pixies già esprimevano l’autentica folgorazione e una irrefrenabile urgenza di liberazione di andare oltre e contro, ed il loro tutto sommato Garage-Rock rodeva sotto sotto le irruenze. i riff e certe mutazioni psichedeliche di una caratterizzazione abbastanza spavalda quanto alternativa per l’epoca, fatto sta che questo disco arrivò alle orecchie di mezzo mondo, mondo che in pochissimo tempo li innalzò a “totem” di una nuova definizione musicale, ovvero i paladini del Noise-Pop. Una tracklist dalle infinite congetture, mille angolazioni d’ascolto e altrettante fusioni soniche, tredici umori elettrici brillanti e grezzi nel contempo che catturano anche- e soprattutto – per la loro anfetaminica pulsione che si  avvinghia tra melodie ed esplosioni.

La voce della Deal media dolcemente con gli amplificatori e pedaliere focose “Gigantic”, “River Euphrates”, mentre il resto della band coglie i campioni dettagliati di certi Pere Ubu, la nevrosi degli Stooges e Violent Femmes, “Bone Machine”, “Broken Face”, “Tony’s Theme” e senza farsi mancare uno spiraglio allucinato punkyes “Vamos”che stordisce per il nonsense che carica. Sconfinato successo ed un nuovo lessico amplificato, bambagia di fuoco per le fun-up  radiofoniche dei college Usa e un mix estemporaneo di lucidità, follia, alienazione e forte senso dell’humor che si impadronirà del globo rock lasciandoci sopra bei ricordi.

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