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A Copy For Collapse – The Last Dream On Earth

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Vivere in prima persona un viatico virtuale con le cuffie incollate agli orecchi e le sensorialità staccate da terra fa sempre un bel certo effetto, è un insieme di emozioni che ti fanno trattenere il respiro e orbitare in un qualcosa di plastico, gommoso, senza forma se non quella di un sogno il solitaria, dove tu piccolo astronauta casalingo, per una volta tanto ti senti eroe di mondi lontanissimi, inimmaginati. Tutto questo è il riassunto di una avventura, di un trainspotting hollywoodiano? Affatto, è A Copy For Collapse, il progetto del musicista pugliese Daniele Raguso e The Last Dream On Earth ne è il viaggio, il traveller su cinque strati di atmosfere, un tenue e maestoso arredo mentale per musiconauti  melanconici e avvincenti ascoltatori di altro, di apparizioni sonore che ritraggono in continui flash indiscusse matrici dreaming.

Elettronica buia e interni luminosi, una di quelle porte sonore che si aprono e chiudono senza che te l’aspetti, un lavoro elegante e sotto vuoto da interior sound-designer che l’artista pugliese architetta nella penombra cromatica di una tranquillità sinuosa quanto sintetica, nove incursioni tra Dub, Elettronica, Wave e Chillout Toro Y Moi e allunaggi corposi alla Board Of Canada che delineano ricche geometrie e pacatezze sconfinate, rari addensamenti uggiosi e immobilità che passano distratti per lasciare il colmo senso di libertà fisica e interiore, per finire – a fino ascolto –  reduci di una meraviglia riverberata e a galleggio di una bidimensionalità esemplare.

Una cascata di vibes, echi e atmosfere che sono in fila per raccontare – a pelle – un racconto avvincente che rapisce fin dal primo giro, un film senza immagini e una immagine che si fa film sin dalle prime battute, minimalismo e pastorale cosmica fanno il sangue impalpabile di questo esperimento senza peso corporeo, e tracce come i contrasti ipnotici di “State of Mid”, la tribalità sintetica “Grey Sky”, le conturbanti ritmiche istigatrici alla dance Ottantiana “Lysergic Lullaby” o l’interiorità senza fondo contemplata nelle acquosità di “Walking From Reality” completano lo stato mnemonico di una soluzione alterata che scatena – col suo tempo incalcolabile – il confine mai segnato della notte.

Mettetevi comodi e rilassatevi, e buona andata!

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Noise Under Dreaming – In Mine

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Il sistema musicale italiano ha da sempre dovuto affrontare un enorme problema che può riassumersi nella totale incapacità di imporsi anche nei mercati esteri, inglese e americano soprattutto, giacché apparentemente più accessibili. Tralasciando i paesi di lingua anglosassone, penso alla Scozia dei Mogwai, all’Irlanda di Pogues o U2, all’Australia di Nick Cave e Radio Birdman, anche la nazionalista Francia è riuscita a esportare con convinzione i propri prodotti artistici anche molto diversi tra loro, dall’Hip Hop al French Touch senza dimenticare i leggendari chansonnier e lo stesso la Germania, restando nel mondo occidentale, si è imposta negli anni con il suo Krautrock, l’Industrial degli Einsturzende Neubauten o l’elettronica.

E L’Italia? Tralasciando le puttanate spagnoleggianti di Eros o Laura, all’estero hanno un’idea alquanto bizzarra della nostra musica. Ultimo esempio, la classifica online di The Guardian (British) che, citando i dieci momenti memorabili della storia del Pop tricolore, affianca Moroder, De Andrè, Paola e Chiara (ma che cazz…) e Cristicchi.

Tristezza infinita (e non solo per l’assenza di Povia)!

Qual è il problema e come superarlo? Ovviamente la mancanza di promozione e attenzione da parte delle grosse etichette non aiuta certo le band minori di qualità nella ricerca di spazi nell’immensità del mercato globale. Basta questo a creare un enorme e insormontabile muro di vetro. Poi la colpa è anche vostra (magari non proprio tua, visto che leggi Rockambula) e della vostra pigrizia. Il pubblico italiano è tra i più ignoranti e manipolabili d’Europa e riesce a spostare l’attenzione sui più meritevoli solo in caso di morte (e non sempre accade). E’ anche colpa vostra se a livello promozionale funziona più svendere un brano da usare come jingle per uno spot di pannoloni per anziani invece che vincere il premio Tenco.

L’ultimo problema, quello più duro da superare e più interessante poiché tocca il cuore della musica, è dato dalla lingua. Non solo perché chi canta in italiano, deve fare i conti col fatto che un inglese d’italiano non capisce una minchia. In realtà magari a quell’inglese del testo non frega niente. Ma frega a chi scrive le canzoni e spesso finisce col dare più attenzioni alle parole che alla musica e soprattutto col non dare musicalità a quelle parole, che è quello che conta e che da sempre ha generato un certo divario nell’ambito della musica Rock (secondo voi perché Jonsi canta in hopelandic? Secondo voi perché alcuni testi di band straniere tradotte somigliano alle idiozie di un pazzo ignorante?). E cosi ci troviamo colmi di nuovi, si fa per dire, Battisti, Dalla, Capossela, ecc… che troppo spesso ci riempiono la testa di cazzate quando in realtà vorremmo solo buona musica. E in fondo questi nuovi cantautori, chi li conosce fuori dalla penisola?

Anche per questo molti scelgono la lingua di Queen Elizabeth ma non sempre la padronanza della stessa è tale da non sfociare nel ridicolo (tipo cafone in vacanza).

Mentre scrivo, sto ascoltando l’ultimo gioiellino dei Noise Under Dreaming, In Mine. Loro hanno fatto una scelta drastica. Pochissime parole e tante note (stessa scelta dei genovesi Port-Royal, capaci, a detta loro, di trovare spesso più entusiasmo nell’Europa dell’Est che non a due passi da casa). Le canzoni, in senso classico, con testi e melodie precise, si trovano esclusivamente nella parte finale nel disco e comunque acquistano un perché, cosi inserite. Tutto il resto è un lungo trip sperimentale, fatto di Ambient, Neoclassical, Avant Folk, Elettronica e field recordings.

Michele Ricciardi e Matteo Chiamenti sono al secondo lavoro sulla lunga distanza, dopo l’esordio del duemilaotto per Foolica, Tarokidei. Nel mezzo c’è un Ep, Objects In The Mirror Are Closer Than They Appear, per la stessa casa di “In Mine” e soprattutto tanti live anche all’estero (appunto).

Il disco si apre vaporoso con “En Plein Air”, brano Ambient che avrebbe fatto un figurone come accompagnamento nei momenti disperati di Donnie. Quindi “Noise Under My Wish” regala una rilettura particolarmente seducente del Post Rock mogwaiano (scusate il termine) e del Dream Pop dei Sigur Ròs. In “For Nothing” compare la voce, come fosse un sussurro tra le vibrazioni sonore, in una ballata ricca d’atmosfera. “Lullaby For Lovers” è una sorprendente danza psichedelica di vocalizzi onomatopeici sopra un tappeto caldo come l’Africa e ironico e surreale come l’esistenza. “She Won’t Follow Me In Heaven” unisce invece le note neoclassiche incontrate nel brano d’apertura con le parole sussurrate in “For Nothing” finendo per ricordare lo Slowcore dei Low, per il suo ossessivo e disperato ripetersi. La splendida “Whisper”, tutta strumentale, abbraccia il Folk dei Memory Band e i paesaggi sonori ed eterei di Julie Skies.

Non spendo una parola per “Placebo”, semplicemente perché strepitosa nella sua essenzialità. Passiamo alla “Sinfonia Per Menti Distratte” divisa in tre movimenti (brani otto, nove e dieci). Ovviamente già dal titolo capirete che si tratta di un lungo intermezzo Neoclassical sobrio e persuasivo come il primo grande Eluvium (quello di Copia per intenderci). Prima del trittico finale cui abbiamo accennato prima, si sogna ancora con “Rikke” e i suoi contrasti gustosi, musicali e non, piano – drum machine, passato e presente, musica classica e Drum and Bass (il risultato finale non c’entra niente con la su citata), chitarra e parole recitate come in un tribale rituale magico. Gli ultimi tre brani, “In Deep”, “Better Story” e “Monochroma”, come già accennato all’inizio, sono quelli che più ricalcano la classica forma canzone. C’è da dire che la carica e un certo sapore Lo-Fi nella voce, stile Have A Nice Life, né fanno comunque pezzi appassionanti e deliziosi anche grazie a melodie ammirabili. Soprattutto perché i tre brani sono piazzati uno dietro l’altro a fine disco come per creare una suggestione intensa e particolare, distinta dal resto del disco. Dei tre, sicuramente “Monochroma” è il più arguto, col suo intro Noise/Shoegaze che si ripresenta più volte a squarciare la base cruda e la voce ardente e viva. Immaginate di trovarvi davanti a due palchi distinti dove U2 e Jesus And Mary Chain suonano contemporaneamente.

Se non lo avete capito, questo In Mine del duo milanese Noise Under Dreaming è assolutamente da non perdere. Spero per loro il meglio perché hanno dimostrato che non servono soldi a palate e mezzi smodati per fare ottima musica. Servono idee. Qui ci sono (con ovviamente tante cose possibilmente migliorabili). E se non avranno successo all’estero? Sticazzi, viva l’Italia.

 

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Stereonoises – Colours in the sky

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Hanno fatto davvero un buon lavoro questi siciliani Stereonoises, qui al decollo ufficiale con “Colours in the sky”, un nove tracce abbastanza intrigante, ben suonato e puntato direttamente oltre le scogliere di Dover, lì in quell’Inghilterra filtrata attraverso i Ray-Ban a goccia di Bono degli U2 Time”, “I’m still here”, “How long”, il Noel Gallagher “Something you should know” della spinta solitaria ed il concetto impattante di una certa ruvidezza morbida sullo stile Kelly Jones degli StereophnonicsTonight”, “Room on fire” e tutto ciò non fa altro che lievitare “in alto” le azioni di quest’album che riunisce due anime e culture diverse ma senza la presunzione d’essere “terrificante”, soltanto un buon esempio di come una qualità emergente sia all’altezza, pronta, per produzioni dalla mira verticale; la band da vita ad una ricchezza di suoni capaci di mediare brillantemente fra certe atmosfere indie che s’innestano come satelliti vaganti e lo spunto – ora uggioso, ora estetico – del brit meno glucosato, di quella concezione apparentemente non allineata che non si porta dietro i modelli generazionali, piuttosto le planimetrie riconoscibilissime di un’epoca che ha dato pathos e sangue dolciastro, fino a ritrovarle beatamente adagiate dentro questo registrato.

Buoni gli arrangiamenti ed il respiro internazionale che gli Stereonoises esaltano senza sforzo, una caratterialità quasi naturale che li rende autonomi dalle vetrofanie di tanti loro colleghi, una dosatissima miscela d’elettricità e tensioni melodiche che – una volta evidenziata dalla bella vocalità del cantante – si mette a disposizione di un ascolto molto, ma molto interessato; dunque antenne puntate sulle venature leggermente rock-wave tratteggiate nella title-track o nella punta di diamante dell’intero disco, quella ballata che ti trascina dentro consistenze vaporose e sofferte,  dove puoi incontrare sia il Billy Corgan, il despota del melone sfracellato sia il passo lento e ironico di un Lou Reed spelacchiato ed imberbe, lungo i marciapiedi umidi e tristi della Hassle Street NewyorkeseMakin’ a circle”.

Davvero un buon lavoro per una band che ha costruito le proprie basi su di un sound deciso, determinato, una dotazione sonora e poetica che sa rallentare e darsi a manetta con professionalità insospettata, che mi strappa un punto in più oltre la lode, semplicemente vincente, esordientemente grande.

 

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