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London Overdrive – London Overdrive

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Direttamente dalla capitale albionica, i London Overdrive ci donano questo disco da 8 tracce dove mescolano rock molto melodico con qualche ingrediente folk (l’armonica di Satellite, l’intro di Collision) ad un’idea di pop da stadio molto british (i Coldplay di qualche tempo fa, ma senza pianoforte): il tutto, ovviamente, in inglese.
Il lavoro è fatto bene, e ci sono almeno un paio di pezzi che richiamano un secondo, terzo, quarto ascolto. Ottimo il lavoro fatto sulle acustiche, soprattutto negli arrangiamenti: rende il disco vario, saltando dal rock sostenuto ma sempre molto orecchiabile di Gasoline fino alle carezze di Back home, passando da pezzi “double face” come Sweet poison part one, che parte con un introduzione fulminea e dolce di acustiche per poi giungere ad un tiro che definiremmo “pop punk” (di quello diluitissimo degli ultimi anni) se non fosse per la voce, altro punto forte (e non potrebbe essere altrimenti, per fare un genere di questo tipo).
Un timbro che mi ha ricordato più di una volta Eddie Vedder (e non è qualcosa che si dice con facilità), forse soprattutto perché accostato a questo mistone di rock/pop/folk molto morbido, molto “smooth”.
Per gli amanti del genere, un disco da ascoltare più volte (tanto più che non vi costa nulla: è scaricabile gratis dal loro Bandcamp) e un gruppo da testare dal vivo – più in acustico che in elettrico, mi verrebbe da dire. Niente di nuovo sotto il sole, ma un disco sincero e ben fatto: ce ne sono tanti, è vero, ma forse è meglio così.

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A. Hawkins – Demo 2012

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A volte non è questione di fare il critico stronzo, saputello ed egocentrico. A volte è veramente complicato giudicare il lavoro di artisti o pseudo artisti che magari si fanno il culo tra un “lavoro vero”, come lo definirebbe un padre un po’ all’antica e la loro passione. Il fatto è che, per quanto si possa apprezzare l’impegno e tutta la grinta di chi non ha nessuno alle spalle a pompare la loro carriera, è impossibile giudicare in maniera corretta se lo stesso musicista non riesce, per mancanza di mezzi, a esprimere completamente la propria idea di musica. Non è sempre questione di peculiarità artistica ma anche di qualità di registrazione. Non è una cosa da poco, perché influenza la proposta in maniera decisiva. Un conto è desiderare un suono decisamente lo-fi, un altro è esserne forzatamente costretti. L’importante è non fare l’errore di confondere la validità del musicista con quella della musica.
Probabilmente Alberto Atzori, alias Albert Hawkins, è uno che di musica ne capisce parecchio. A cinque anni comincia a suonare il pianoforte, a tredici la batteria e a quindici è già pronto per formare le prime band “adolescenziali”, punto di partenza obbligato di tanti che poi di musica hanno vissuto. È una di quelle persone che nascono con la melodia nel sangue, ma la cosa, molto spesso, non basta a regalare l’Olimpo. A diciannove anni decide di cimentarsi anche con le sei corde e l’anno successivo stabilisce che è ora di provare a fare tutto da solo. Da qui prendono piede l’idea del progetto solista A. Hawkins, l’idea delle quattro tracce del demo di cui stiamo parlando, l’idea di cercare qualcuno disposto a produrre il giovane artista. Dentro il demo c’è tutta la tragedia della musica italiana, c’è tutta la sofferenza di chi si fa il culo sperando di poter esprimere al meglio quella che è la propria vita, c’è tutto un mondo di talenti che non possono emergere e di merde col bel faccino che qualche pappone ha piazzato nel programma Tv giusto.
Nell’ascolto dei quattro pezzi, nel quale troviamo oltre ad Atzori, la sola partecipazione di Stefano Gueli per l’assolo di chitarra in “From A Storm”, brano d’apertura, emerge una disomogeneità preoccupante tra la varietà di strumentazione, quasi come se ogni elemento fosse un’entità a se stante che se ne fotte del fatto che si trova incastrata in una canzone. E cosi la chitarra, che dovrebbe aver nella musica di Hawkins un ruolo chiave, diventa quasi un accessorio incapace anche solo di esaltare la sezione ritmica. Nel secondo brano “I’m Here”, nel suo andamento più sfumato, inquieto e intimo, si può notare la banalità esecutiva del basso e della batteria, cosa che ritroviamo in realtà in tutto il lavoro, anche se con meno enfasi. In “Rain To Rest”, sembrano risolversi alcuni dei problemi ascoltati in precedenza, la chitarra prova a riprendere corpo e la voce, di cui tra poco parleremo, riesce a mescolarsi con maggiore efficacia al sound di Alberto Atzori, anche se seguendo una linea più precisa e monotona. Il tutto si chiude con “Rock’n Love” e il suo pseudo blues acido da strisce bianche e malinconie sixties.
Stavamo parlando della voce, se non erro. Ripeto che la qualità è scadente e quindi ogni giudizio va preso con le pinze ma di certo non stiamo parlando del nuovo Freddie Mercury. Il timbro non ha alcuna particolarità che possa rendere il suo suono unico, non ha estensione invidiabile, spesso l’intonazione non è perfetta. Diciamo non è la voce di uno che possa fare il cantante. A meno che…
C’è un’altra cosa che non mi torna. Una persona che ha studiato cosi tanto la musica, che strimpella da prima che iniziasse ad andare a scuola, che sa suonare tanti strumenti, che decide di non aver bisogno di una band che lo aiuti a esprimere le proprie idee, si mette inevitabilmente sulle spalle un grosso carico di responsabilità. Quello che ci si aspetterebbe è un uomo che utilizzi tutta la strumentazione in maniera irreprensibile e brillante e magari che sia capace di creare melodie superbe. Pensate a multistrumentisti come Nicola Manzan e la sua Bologna Violenta ad esempio, oppure, in ambito internazionale, a Luis Vasquez, in arte The Soft Moon. Invece, ad Alberto Atzori non riesce nessuna delle due cose. Basso, batteria e chitarre sono suonati in maniera elementare, quasi dozzinale, spesso senza che riescano a legarsi tra loro. Le linee di basso, in particolare, sono al limite di una prima lezione di corso per principianti e inoltre, anche a livello di melodie, non c’è traccia alcuna di qualcosa che possa dirsi sufficientemente orecchiabile oppure ricercata. Su una cosa sono sicuro. Con altri mezzi, A. Hawkins avrebbe fatto tutt’altra figura ma non possiamo ridurre a questo la scarsa proposta dell’artista. La piattezza del sound, la voce mediocre, le melodie assenti, le poche idee messe sul piatto, non sono cose che dipendono dalla qualità di registrazione. Forse A. Hawkins avrebbe bisogno di una band più di quanto lui stesso possa pensare.

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Metibla – HellHoles

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La one man band Metibla è il progetto musicale di Riccardo Ponis, autore di musica e testi, che per l’uscita del suo lavoro definitivo Hell Holes(2012) si è avvalso della collaborazione di Valerio Fisike Paolo Alvano.
Un’evoluzione musicale che parte nel 2006 con la nascita di Paraphernalia (uscito anch’esso nel 2012), epche serve, probabilmente, a trovare una strada, uno stile e un modo per esprimerlo. Un lavoro poco completo e meno accessibile, rispetto a Hell Holes, dove la forma-canzone viene poco sviluppata. Una sperimentazione non solo musicale, ma anche vocale, dato il continuo cambio di colore, che però sottolinea un cercare sempre continuo.
In questo periodo natalizio è inevitabile, inoltre, citare Christmas Time, quarto brano dell’ep, che viene utilizzato da Ponis, sulla pagina facebook del progetto, per presentare così il suo esordio: <<Torna il Natale, torna “Christmas time”, ma esce per la prima volta l’E.P d’esordio di Metibla “Paraphernalia” contenente il brano. Nato ben 6 anni fa vede la luce solo oggi per semplici questioni di malattia mentale>>.
E proprio questa “malattia mentale”, questi lunghi monologhi rivolti a un “tu” che non si conosce, la paura e il senso di malinconia perenne, accomuna il linguaggio musicale di entrambi i lavori, scritti e cantati in inglese, dove l’italiano si trova solo nella seconda parte di Sint Annen Straat,quarto brano dell’ep, costruito come una sorta di suite.
Hell Holes sembrerebbe un lavoro più completo, con dieci brani ben sviluppati nel loro significato di canzone. La melodia è il centro di tutto il lavoro, infatti, come si legge sul sito:l’obbiettivo principale del progetto è quello di comporre brani in modo diverso, mescolando diversi tipi di musica(rock, elettronica, metal), ma senza mai dimenticare la parte melodica.
Tutto questo succede fin dall’inizio, nel brano Crack, con i bellissimi armonici iniziali e la voce dai colori glam, in un testo sottile e sincero. Voce che si trasforma in una sorta di growl in Fool, secondo brano dell’album, che nonostante le tinte forti, esprime desideri semplici. E la chitarra trasporta la melodia anche in Pain, attraverso sonorità e testi moderni (Ma tutti questi ricordi, sono come le melodie che mi fanno sentire blu) che procedono senza fronzoli e senza retorica, per arrivare dritti a un determinato messaggio, poche volte felice. Ma invece di parlare di felicità, Metibla forse vuole esprimere se stesso, un se stesso che è accomunabile a tutti, un sé che si trasforma, giorno per giorno, in consapevolezza e forza, interiore, come in Victory, esprimendo l’integrità come la virtù più forte (Ora mi alzo, dalle ceneri delle vostre bugie), mediante una musica forse troppo digitalizzata.
Spino, quinto brano, uno tra i più interessanti, si dipinge dei più classici colori rock, per raccontare un amore sofferto. Sofferenza che si può toccare anche nella vita giornaliera, che lascia poco spazio ai desideri e alle aspirazioni delle giovani generazioni, che amano, sognano, suonano, scrivono, interpretano ma solo dopo essersi alzati dalla loro scrivania da impiegati, come in Brand New One, costruita su una melodia quasi infantile.
La pioggia, invece, si fa portatrice di profondi significati interiori, cullati da un timbro chiaro, una buona orecchiabilità e una chitarra sostenitrice, in Grave Sweet Grave e Cross the Rain, un cantato che guarda, sospira e soffre per i comportamenti della gente, per un Dio che abbandona e una famiglia distante. Tutto questo disagio si percepisce anche in You live, I don’t!, penultimo brano particolarmente cupo, nel quale la parola suicidio appare più di una volta e l’elettronica, poi, sottolinea costantemente questi pensieri martellanti. E la strada interiore termina con il lungo ricordo malinconico di Molly, il primo vero amore, la prima paura, la prima delusione.
E per finire la musica di Metibla,oltre ad essere una sperimentazione continua tra vari stili, una valvola di sfogo e un triste mondo parallelo,sarà anche colonna sonora del film Hop-Frog, di Rosso Fiorentino. Un 2012 fortunato, con l’uscita dell’ep, dell’album e della colonna sonora, per una musica lenta, sottile, cupa, che va ascoltata più di una volta,che sicuramente crescerà nel tempo e che probabilmente troverà in futuroanche un po’ si serenità.

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Leaves & Stone – The Dancer

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Il progetto di Giacomo Manfredi denominato Leaves  & Stone (letteralmente Foglie e Pietra), nato nel 2011, parte dall’idea di fare musica essenzialmente per emozionare, in maniera languida e sentimentale, senza esasperazioni, esagerazioni o voglia di stupire. Si parte, a detta dell’autore, da influenze che vanno dai Coldplay ai Sigur Ros, passando per The Cinematic Orchestra fino a Damien Rice. A essere sinceri, delle atmosfere gelide e sognanti, dei muri di chitarra Post Rock e del cantato incantevole degli islandesi non c’è quasi traccia. Qualche similitudine con la banda Bassotti altrimenti detta Coldplay ci sarebbe anche. Solo che gli inglesi, a differenza del nostro compatriota Leaves & Stones, riescono ogni tanto a indovinare qualche melodia orecchiabile (per ora lasciamo perdere il fatto che, di solito, tali melodie, Chris Martin e soci le copiano spudoratamente da altri. Sapete la storia di “Speed Of Sound”, di “Computer Love” e del fatto che i Kraftwerk dovettero essere aggiunti  tra gli autori? Andate ad ascoltare, è da ridere). Anche il paragone con il Nu Jazz e Downtempo dei The Cinematic Orchestra non è facile da reggere mentre forse la maggiore vicinanza è proprio con l’irlandese Damien Rice, il quale però punta su elementi Folk qui totalmente assenti.
Non basta a Giacomo il circondarsi di validi elementi, come Enzo Fornione a piano e chitarra, Andrea Scano a chitarra e basso, Marco Ricotti alla batteria, Daniele Valentini a chitarra ed electronic set ed Elena Bonanata e Deborah De Pasquale alla voce. E non sappiamo quanto gli apporti di Ruggero Frasson al piano e Emanuele Fiammetti al violoncello possano bastare nelle esibizioni live. Bastare a cosa, vi chiederete.
Io parto sempre dal presupposto che, il primo elemento critico da prendere in considerazione per valutare l’opera di un artista, sia il capire quello che è l’obiettivo e individuare quanto vicino a quell’obiettivo si sia andati. Nel nostro caso, è evidente che la scelta sia quella di colpire al cuore, commuovere, appassionare, far piangere l’anima. Per farlo si punta essenzialmente su due elementi, piano e voce, lasciando al resto solo sprazzi inutili (le chitarre convincono solo in “Summer Sky”, il cui intro è l’unico momento che può far tornare alla mente la band di Jonsi). Puntare su piano e voce non è scelta facile. Ancor più quando il primo è suonato in maniera tanto semplice ed elementare. Tutto il compito finisce per appesantirsi sulla voce, sia di Giacomo Manfredi che delle due donne che lo accompagnano in “Untitled”. L’unica via d’uscita per salvarsi dalla catastrofe sarebbe il possesso di due corde vocali con le palle quadrate. Non è il nostro caso. La voce non regge il peso, non presenta capacità straordinarie, non è abbastanza profonda ne espone ampiezza buckleyana. Non ha un timbro memorabile, non ha lacuna particolarità che possa tirarla fuori dal calderone del “già sentito”. Non c’è nulla che possa  distinguere Leaves & Stone da tutto il resto. Semplicemente una voce discreta e poco altro. Non ho mai dato troppo peso a gente come Elton John o Tori Amos e questo The Dancer espone in modo preoccupante la stessa attitudine, la stessa impostazione, lo stesso stile, pur se in maniera meno pregiata. Non è il classico disco brutto, fatto male, mal registrato, con parole senza senso, stonature, melodie inascoltabili, scopiazzature senza vergogna. Non lo è. Eppure non mi piace perché non riesce ad accompagnare la mia mente e tenerla per mano attraverso la nostalgia dei miei ricordi. Sul mio volto, non c’è nessun “malinconico sorriso”. Provate voi e mandatemi una foto.

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UFO Romeo – Divergenze Emozionali Ep

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Qualche tempo fa i Velvet suonavano “Soffro lo strees, io soffro lo stress, sono stanco e fuori forma, suono in una boy band, suono in una boy band, ci deve essere un errore.” E chi pensa che il tempo delle boy band è finito deve ricredersi. Da Roma, freschi freschi con il loro nuovo EP Divergenze Emozionali, Marco Ambra alla voce, Antonio Di Girolamo alla chitarra, Valerio Galassi alla batteria, Fulvio D’Alessio alla tastiera e Flavio Quintilli al basso sono gli UFO Romeo. Dalla loro pagina FB si definiscono: “Folgoranti, ironici, leggeri,amabili, spumeggianti, assolutamente  alieni”. Che dire gli ingredienti ci sono tutti e la carica non manca.
Con 5 pezzi, scattanti e vaporosi, questo EP mette fuori una sfera affettiva giovanile fatta di imprudenza e classica spensieratezza dove i rapporti perdono molta consistenza e viaggiano sull’onda delle emozioni momentanee e transitorie. Come accade in Sesso Take Away il primo brano dell’album che potete ascoltare su rockambula.com“…non voglio più perdere la ragione nelle tue illusioni… senza rimpianti e lacrime…. Divertiti e usami”.E così scorre tutto l’album, tra insicurezze, motti giovanili e chitarre distorte a un ritmo tutto da sBallo. Niente di eccezionale, 5 brani, 5 ragazzi che inseguono il sogno della rockstar e della dolce vita. Un prodotto standard, troppo POP. Ascoltandoli mi tornano in mente i Luna pop con la 50 special. @#°§;@[@#ò. Ma loro sono gli UFO Romeo. Oddio non ce la faccio mi serve il cesso…………

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Distorsonic – Dose Minima Letale

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Parole e distorsione. O meglio poesia distorta, perché di poesia si tratta in questo disco bello denso del duo romano Distorsonic.

La band è formata da due veterani della musica underground italiana: Maurizio Iorio, basso, parole e distorsione (appunto) e Gianluca Schiavon, batterista che ha accompagnato One Dimensional Man e Skiantos.

Dalla prima nota dilatata di basso parte il richiamo al rock nostrano più rabbioso e libero dalle catene pop, quello che pone le radici nelle cantine e si dirama nei centri sociali. Una pianta che cresce in autunno, in luoghi umidi e lerci, che fotografa il degrado e l’(auto)distruzione di una società sotterranea fin troppo nascosta ma viva e piena di bava alla bocca. In ogni caso una pianta assai comune nel panorama indipendente: i Massimo Volume proponevano queste sonorità già 20 anni fa.

Dilatato come un elastico spanato, frenetico come la forma distorta delle luci autostradali, ossessivo come un altalena che continua a dondolare senza nessuna spinta, violento come la sigaretta del killer dopo la strage, furente e decadente. La lirica è sempre curata nel minimo dettaglio da Maurizio Iorio e a volte impreziosita dalla voce coinvolgente della doppiatrice Raffaella Castelli (“Carne Cruda”).

Detto questo, due sono i grandi pregi di “Dose Minima Letale”. Il primo è tecnico: il suono di basso, splendidamente registrato tanto da tagliare a metà le casse dello stereo.

Il secondo punto di forza è di essere un album di immagini: fotografie sbiadite, scenari cupi di sgabuzzini illuminati soltanto da una piccola lampadina nuda, appesa al soffitto. Il sole qui non lo si vede mai, regna il gelido pallore e come recita “Stordito da una gioia fredda”, la felicità è solo l’ultimo rantolo della vera passione che va a morire.

Un disco che passa il testimone della rabbia alla signora rassegnazione (“un cane rabbioso senza denti con la bocca impastata”). Un disco che di questi tempi è dovuto, ma forse non necessario.

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Tommi – Always

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Rincorrere il sogno americano a colpi di rock and roll, chitarra sotto braccio e armonica a portata di bocca, Dylan saprebbe cosa fare in certe occasioni. Tommi suona il suo secondo disco “Always” lanciando occhiatine viziose a quel tipo di rock che francamente non ci appartiene affatto lasciando perplessa tutta la scena indipendente italiana. Com’è possibile sentirsi quell’animo americano nonostante l’anagrafe artistica dice Veneto?

Qualcosa di strano annebbia la mente quando l’ascolto del disco entra nel vivo, le chitarre slow sembrano avere una propria identità, il cuore grande di chi crede fermamente in quello che suona. L’armonia del rock, la giusta evoluzione del genere, la strada giusta intrapresa evitando stupide contaminazioni.

Poi Tommi butta rabbia nel disco, “Always” assomiglia ad un essere umano con tanto di sentimenti, una ferita aperta mi ricorda di essere di carne e ossa, una batteria che cade dove il basso puro vuole, il profumo fresco dell’improvvisazione ravviva situazioni perse in partenza. Il rock è l’animo dell’essere umano, un calore che viene dall’interno. Energico ma con molto cuore, la cura essenziale alle sofferenze del mondo? Almeno per pochi attimi viaggio per lo stradone 66 inneggiano a super alcolici ben stagionati fino a perdere il contatto con la realtà. Se mai possa esistere una realtà. Possiamo assaggiare questo disco rock tenendo in considerazione quella corrente resa religione da Bruce Springsteen e Little Steven, un locale a luci soffuse, una bandana in testa e rock and roll nelle vene. Qualcuno potrebbe apprezzare alla follia questo lavoro disegnato con estrema disinvoltura.

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Rhumornero – Il Cimitero dei Semplici

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Arriva il secondo album per i Rhumornero, arriva per ficcarsi senza dolore sotto la nostra lucida pelle, arriva arrembante “Il Cimitero dei Semplici”.
Di questo progetto nato dalle ceneri ancora calde di musicisti attivissimi nel panorama musicale italiano se n’è parlato molto durante i dovuti tempi quindi non hanno bisogno di tante noiose presentazioni. E questo giá rende il nostro animo più leggero. Il disco spinge rock puro dai primi secondi, man mano che il sound cresce iniziano a sentirsi sfumature delicate macchiate da altre influenze musicali accennate in maniera soffice senza pesare troppo su un lavoro vario ma allo stesso tempo lineare e personale. Un concept molto personal rock con la nutrita presenza di chitarre nervose negli spunti, la voce racconta ira accarezzando la dolcezza, il tepore scalda pensieri inequivocabili.
I Rhumornero sono tecnicamente organizzati e disinvolti, questo rende molto più facile mettere insieme un buon disco rock, niente che non possa essere collocato con precisione nello scaffale, indipendenza totale di stampo alternativ rock. Qualcuno suonerà alla vostra porta in cerca di spiegazioni che non riuscirete a dare, mai. Certo, parliamo di un album fittizio dal punto di vista estetico ma che non tralascia affatto la propria interiorità spingendosi ovunque sia possibile farlo con testi che lasciano da parte la banalità, undici canzoni per tutte le orecchie.
“Il Cimitero dei Semplici” sembra essere quel posto immaginario dove potersi sentire a proprio agio protetti da quell’insoddisfazione della vita quotidiana, i Rhumornero spezzano il confine commerciale del rock italiano registrando un disco decisamente onesto sotto ogni punto di vista.

  • Genere: rock
  • Etichetta: autoproduzione/Venus
  • Voto: 3.5/5
  • Data di uscita: 19 Dicembre 2011

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