Psych Rock Tag Archive

The Winstons – The Winstons

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I The Winstons sono un trio formato da Enro Winstons (tastiere, fiati, voce), Rob Winstons (basso, chitarra, voce) e Linnon Winstons (batteria, tastiera, voce). Trattasi di un rockettaro, ma pur sempre amorevole, papà e dei suoi pargoletti? O forse di 3 giovani capelloni scapestrati conosciutisi in un college, magari a sud-est di Londra, che scoprendo di portare lo stesso cognome e strimpellare 3 diversi strumenti decidono di metter su un gruppo per far baldoria insieme? No, niente di tutto questo, almeno in parte, perché dietro ai nomi sopra citati si celano le figure di 3 rappresentanti di razza della musica italiana degli ultimi anni: Enrico Gabrielli (Enro), Roberto Dell’Era (Bob) e Lino Gitto (Linnon), vero però è che soprattutto a sud-est di Londra il trio tende lo sguardo, alla Canterbury dell’indimenticabile decennio 65-75, e trattandosi dunque di Progressive era pressappoco impossibile che ad occuparsi di loro non fosse che la AMS Records, casa discografica molto attenta al presente come al passato di questo genere musicale. Il disco si apre con “Nicotine Freak”, brano scelto anche come singolo ad anticipare l’uscita dell’album, scelta più che condivisibile poiché si tratta di uno dei pezzi migliori del lotto ed è capace di rendere da subito chiare le intenzioni del trio. La voce, seppur meno emozionale, richiama a Robert Wyatt, il lavoro sulle armonizzazioni vocali è più che buono e musicalmente “Nicotine” suona come un Progressive che col passar del tempo diviene sempre sempre più freak. Si prosegue con brani che pur conservando sempre una matrice Progressive e Psichedelica si muovono in diversi territori, passando da brani più jazzati (“Diprodton”, che porta in realtà un titolo giapponese) a caldi saliscendi Pop (“Play With the Rebels” e “She’s My Face”) senza lasciarsi sfuggire neanche atmosfere più cosmiche (“…On a Dark Cloud”) o colorazioni in parte più scure e robuste (“Dancing in the Park With a Gun”). I 3 Winstons si muovono piuttosto agevolmente tra tutti questi territori ed il disco scorre via piacevolmente, ma senza picchi in grado di regalare quelle vibrazioni, quelle sensazioni, capaci di rendere grande un album o comunque una canzone, e purtroppo nel trittico finale (trittico per chi li ascolterà su CD, MC o in streaming, poiché nella versione in vinile “Number Number”, altra canzone che in realtà porta un titolo giapponese, e che probabilmente risulta essere la migliore delle 3, non sarà presente) il trio mi sembra soffrire un po’ di manierismo, non la migliore delle sofferenze per chi propone questo tipo di sound. Ai nostri, qua e là supportati anche dall’immancabile Xabier Iriondo e dalla tromba di Roberto D’Azzan, va il merito di ricordare molti ma di essere uguali solo a sé stessi, durante l’ascolto oltre al già citato Robert Wyatt, non sarà difficile trovare influenze dei Gong come dei Beatles, di Kevin Ayers come dei primissimi Pink Floyd e molto altro ancora risalente al già citato decennio dal quale gli Winstons sembrano provenire e non solo amare e celebrare, o prendere a pretesto per sfornare un disco. Il trio suonerà live in lungo e in largo per l’Italia per tutto il mese di Gennaio (e non è da escludere vengano annunciate nuove date in seguito), consiglio agli amanti del genere di selezionare la data più vicina a casa propria e non mancare all’appuntamento, credo che dal vivo gli Winstons possano regalarci belle sorprese essendo ancor più liberi di poter suonare free.

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Radar Men from the Moon – Subversive I

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A differenza dei compagni di etichetta Underground Youth, gli olandesi Radar Men from the Moon hanno compiuto un viaggio diametralmente opposto, almeno fino all’uscita datata 2015 di entrambi. Se quelli di Manchester avevano esordito con poche promesse per il futuro salvo poi evolvere e crescere fino a buoni livelli, la band di Glenn Peeters aveva debuttato due anni dopo con tante ottime prospettive che, col passare degli anni, si sono rivelate illusorie. Un percorso antitetico, dunque, che però ha portato le due band a un risultato (l’ultima release per intenderci) molto simile, in quanto a giudizio critico. Non si faccia l’errore di immaginare le due formazioni parificabili in quanto a stile, non è questo che le accomuna. Messa da parte l’etichetta e la quasi contemporaneità dell’ultimo album, la vicinanza tra Radar Men from the Moon e Underground Youth può ritrovarsi solo in una non troppo marcata predisposizione a suoni di stampo Psych Rock. Tornando ai nostri olandesi, parliamo, infatti, di quattro brani per circa trentacinque minuti di musica, completamente strumentali. L’avvio di “Deconstruction” è una bomba per quando diretto e potente. Col passare dei minuti però, quella stessa veemenza si riduce in una banalità sonica e una monotonia ritmica, che talvolta sembra voler prendere pieghe Math Rock ma che alla fine è solo volgarità creativa. La situazione non migliora con i brani seguenti, anche se il lungo intro Minimal Noise di “Neon” inserisce qualche elemento di varietà apprezzabilissimo, ponendo le basi del brano più intrigante di tutto questo Subversive I. “Hacienda” chiude il disco provando a fornire nuovi ingredienti ma anche in questo caso è la noia a farla da padrone oltre che un’insipidezza retorica quasi avvilente. L’unica cosa che salva il disco la troviamo nella traccia numero tre e in qualche fugace tentativo di uscire dallo schema precostituito dai Radar Men from the Moon come nella parte finale della closing track; per il resto, se proprio volete cimentarvi con lo Space Rock, andate a ripescare qualche vecchio disco di Spacemen 3, Gong o Hawkwind o se cercate qualcosa di più attuale, magari proprio di questo 2015, provate con i veterani britannici Ozric Tentacles o, se desiderate una band freschissima, coi cileni Föllakzoid perché l’ultimo dei Radar Men from the Moon sarà duro da digerire.

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Orange Revival – Futurecent

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Eric, Christian, Andreas ovvero i nomi dietro ad una delle migliori band Psych Rock nate negli ultimi cinque anni, anzi, se continueranno con tale pregio, stile e carica, presto la migliore band del genere in circolazione. Non sto esagerando, perché se già l’esordio Black Smoke Rising era riuscito a persuadere tanto il pubblico (nei limiti di quello che può esserlo nella scena) quanto la critica, ovviamente il confermarsi non doveva essere cosa agevole. A distanza di quattro anni, ecco vedere la luce Futurecent, e se da un lato dovremo attendere per comprendere quanto gli affezionati ascoltatori sappiano apprezzarlo, quello che è certo è che anche questa volta il trio svedese ci ha preso alla grande. Sette brani che ripercorrono tutta la tradizione psichedelica, partendo sì dagli albori piantati nei sixties, ma sviluppandosi soprattutto dalla scuola susseguente, quella nata sul finire dei Settanta per opera di formazione quali The Teardrop Explodes e Soft Boys e che si sta sempre più imponendo grazie ad etichette come la Fuzz Records, festival come l’Austin Psych Fest e band quali Tame Impala, Gang Gang Dance e soprattutto, almeno per le similitudini stilistiche con i nostri oranges e Singapore Sling. I sette pezzi che si succedono nei circa trentotto minuti dell’album sono una cavalcata di ritmiche ripetitive, chitarre distorte quanto basta, fuzz e noise, e una voce tagliente e ben calibrata e modulata anche in fase di registrazione. Non c’è la potenza pura, introspettiva e violenta di certi Dead Skeletons in quest’album, né l’enigmaticità di un Henrik Baldvin Björnsson o la tecnica conturbante di Kevin Parker e soci, ma ciò che rende Futurecent tanto accattivante, quanto valido e spettacolare all’ascolto, è la capacità di mescolare le diverse parti, senza lasciare mai che sia una di queste varianti a emergere ma piuttosto facendo in modo che i brani acquistino un’essenza propria, che sappia accontentare i più cupi come i più attenti al lato melodico, i più nostalgici tanto quanto i più tesi verso l‘ostentazione del nuovo. Futurecent trova la forza proprio dove tanti altri hanno trovato il proprio declino. Alla ricerca simultanea di svariati mondi, c’è chi si perde nell’universo e chi scopre nuove forme di vita.

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The Underground Youth – Haunted

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Tanta cassa dritta, voce cupa, monotona e suoni sommessi e ovattati. Non è un caso che The Underground Youth provenga dalle stesse terre della più grande band Post Punk mai esistita, i Joy Division. Il solco è quello ma con sfumature sintetiche e psichedeliche maggiori, un’attitudine rivolta più al Gothic che al Punk e un suono tendenzialmente Wave che se non fosse per l’indolenza delle ritmiche sarebbe perfetto per far ballare i vampiri quasi a guisa di violenta Ebm (“Drown in me”). Quelli che sembrano i punti di forza di Haunted finiscono inevitabilmente per diventarne gli stessi limiti. Laddove le chitarre osano con più insistenza, si evidenziano non solo le influenze della band di Manchester ma anche le similitudini con formazioni contemporanee ben più note e talentuose. Stessa cosa possiamo rilevare nella sezione ritmica e se da un lato ci si potrebbe aspettare un qualche conforto dalla voce, non resta che rassegnarsi anche alla sua banale piattezza e timbrica involontariamente sgradevole. Tutte queste considerazioni sembrano far protendere il giudizio verso una solenne bocciatura eppure c’è qualcosa di buono in questo settimo Lp della band formatasi solo nel 2009 (certo quello che non le manca è la prolificità). Quando le derive psichedeliche si fanno più marcate e Craig Dyer e soci prendono le strade più Experimental Noise Rock (la parte iniziale di “Self Inflicted” ad esempio o “The Girl Behind” che può ricordare certi Have a Nice Life o ancora “Slave”) mostrano tutto il loro potenziale talento e il rimpianto è di non aver assistito alla definitiva crescita stilistica di una formazione che probabilmente avrebbe potuto dare molto di più al genere pur avendo fornito prova di evoluzione considerevole rispetto agli esordi.

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Aa. Vv. – The Reverb Conspiracy Vol. 3

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Nuova coproduzione per la label europea Fuzz Club Records e l’americana The Reverberation Appreciation Society, fondatrice dell’Austin Psych Fest, e nuova bomba sonica che raccoglie alcuni dei nomi più interessanti della scena psichedelica del vecchio continente. Si parte con lo Space Rock di “No Place to Go” dei londinesi The Oscillation per poi volare in Spagna con “Moon” degli Holy Science. Psichedelia mantrica dal sapore Post Punk stile Soft Moon che è anche il modo più efficace, apprezzabile e diretto per introdurci a questa compilation la quale ci regalerà non poche sorprese. Si cambia completamente sound con “You Now” dei norvegesi Deathcrush; voce femminile cazzutissima e pura potenza Psych Noise per uno dei momenti più rabbiosi e violenti dell’intera raccolta, in totale contrapposizione allo Shoegaze di chiara ispirazione My Bloody Valentine della successiva “Suddenlines”, brano eccelso opera dei berlinesi The History of Colour Tv.

Con “You Drive Me Insane”, torna una nostra vecchia conoscenza, l’islandese Henrik Baldvin Bjornsson, leader anche dei mitici Dead Skeletons e qui con la storica formazione Singapore Sling, del cui ultimo lavoro vi abbiamo ampiamente parlato e tessuto le lodi. “Meltdown Corp.” Dei nostri connazionali Newcandys segna il passaggio più Stoner di questo The Reverb Conspiracy Vol. 3 e si lega perfettamente al suono sabbioso di “Death Is on the Way” dei Sound Sweet Sound e alla successiva “Green Like an Alien” degli Undisco Kidd che figura il punto centrale della tracklist. Sezione ritmica martellante, voce marcissima e riff di chitarra taglienti come rasoi sporchi di ruggine.

La seconda parte si apre con “Ausland” che aggiunge altra carne al fuoco a un’opera la quale ha già messo sul piatto una miscela di Blues, Folk, Rock’n Roll e Krautrock da farvi uscire di testa. Si sente tanto dei Neu! nel brano dei Camera e la sensazione è che si sia davanti ad una sorta di vero e proprio omaggio al capolavoro “Hallogallo”. Prima dei nuovi nomi pesanti che scopriremo in chiusura, è la volta della Darkwave “Side Effects” dei Future la quale, sempre con attitudine Psych, incorpora quel quid sintetico che sembrava essere l’unica effettiva mancanza dell’album. Fatto il giro d’Europa, si vola ancora nel Regno Unito, precisamente a Liverpool, dai grandi Mugstar che, con “Hollow Ox”, faranno traballare le pareti della vostra stanza con un cocktail lisergico di Space Rock e Stoner interamente strumentale.

Distorsioni violente, voce cupa, sommersa, affogata in un Noise aggressivo in “Tungsten” dei sempre britannici One Unique Signal. Siamo in dirittura d’arrivo e manca qualche nominativo spesso. Nessun problema perché prima è la volta di Goat con la sua “Hide from the Sun”, mixata da Anton Newcombe dei Brian Jonestown Massacre, che regala un sapore Apocalyptic Folk a quest’ultima parte e poi ai londinesi Lola Colt con “Away from the Water”, pezzo che fornisce anche il titolo all’album dello scorso anno prodotto da Jim Sclavunos di Nick Cave and the Bad Seeds, il quale ha trovato un discreto favore del pubblico anche in terra italiana. Post Punk psichedelico, vaghi accenni Hard Rock nella sezione ritmica, voce che ricorda i poetici lamenti d’una certa Patty Smith e chitarre evocative, distese ma inquietanti fino alla conclusione devastante con un minaccioso muro di suono, solo a tratti graffiato da una tastiera che ricorda il Blues dei Doors. Ottima la scelta di chiudere la tracklist con “As We’ve Been as One” di François Sky che qui vede il featuring di Jeff Levitz dei Brian Jonestown Massacre.

Il trip su e giù per l’Europa è concluso e le prime sensazioni sono quelle che ti fanno ben sperare e credere che di talento ce ne sia ancora tanto da scoprire. Qualche nome nuovo e vecchie leggende dello Psych Rock si sono alternati in un’opera che a essere sinceri ha poco senso, se si vuole analizzare oltre l’apprezzabilità dei singoli brani, specie per il fatto che siano già editi e quindi poco stimolanti per i più attenti seguaci della scena ma che, presa per quello che è, senza troppi entusiasmi, vi regalerà ore di puro godimento chimico.

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Inutili – Unforgettable Lost and Unreleased

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Sono passati poco più di sei mesi da quando vi ho parlato dell’ultimo album di questa folle band abruzzese e ora eccoci presto a fare di nuovo i conti con loro, gli Inutili. Se quel disco era un piccolo capolavoro in due parti, questa volta siamo davanti a qualcosa di ben diverso, più nella sostanza che nella forma a dirla tutta. Unforgettable Lost and Unreleased è una raccolta di brani registrati tra il 2012 e il 2013 e che dunque abbandona la formula delle lunghe suite sperimentali. Si tratta di una collezione di nove brani che può essere considerata come il meglio dei primi Inutili, prima dell’abbandono del bassista Giancarlo Di Marco e rappresenta anche uno strumento ideale sia per cominciare ad approcciare la loro musica non certo easy listening per chi non avesse avuto il piacere di imbattersi già nelle loro registrazioni e sia un valido espediente per godere appieno il processo evolutivo della formazione teramana, per quelli che hanno cercato di seguirne le gesta artistiche con puntuale curiosità.

Il suono è una miscela di Heavy Psych, Blues e Rock sperimentale, senza cantato, che riesce a suonare tanto plastico, avvolgente (“Untitled”) e beffardo (“Mechanical Lady”) quanto meditativo, sfruttando suoni, ritmiche e riff propri della migliore psichedelia d’annata (“Bangkok”) con una strana nebbia nipponica ad avvolgere il tutto, tanto che i parallelismi con Rallizes Denudes e ancor più Flower Travellin’ Band (sarà un caso che sia gli Inutili che questi ultimi abbiano chiamato un’opera Satori?). Oltre a questo, non manca il Blues riletto sempre in chiave lisergica (“Nicotine”) tanto presente quanto la ruvidezza dello Psych Noise (“Noise Again”) vero punto di forza della formazione e caratteristica primaria che li ha resi una delle più straordinarie scoperte fatte negli ultimi tempi nell’underground della penisola. Strane assonanze in “No Name Science” con i ben più mediterranei C’mon Tigre qui quasi omaggiati dalle chitarre fluide ed esotiche pur se con notevole dose di schizofrenia psicotica. Accenni di Stoner nella parte centrale dell’album (“Radon”) anticipano uno dei pezzi più riusciti, la delirante “The Monarch Must Die” che è il perfetto riassunto di quanto di meglio gli Inutili abbiano da offrire. A chiudere l’album, un trionfo di surrealismo chitarristico degno d’incubi tanto incredibili da affascinare più che spaventare si staglia su un basso mantrico e poderoso da farvi vibrare ogni centimetro del corpo.

Unforgettable Lost and Unreleased è l’ennesimo ottimo lavoro di una band che non smette mai di stupirci per l’incredibile capacità di rileggere il passato senza suonare anacronistica. Inutili, se volete, come tutte le cose che ci fanno innamorare veramente.

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Inutili – Music to Watch the Clouds on a Sunny Day

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La band abruzzese sembra avere tutte le carte in regola per prenderci per il culo amabilmente. Si parte dal nome che mette le mani avanti su ogni possibile critica circa l’importanza storico-evolutiva, in ambito musicale, della formazione teramana e si finisce al titolo dell’Ep che certo nulla lascia presagire dell’armageddon sonico che ci aspetta, suggerendo atmosfere eteree e sognanti, rilassanti e quiete piuttosto. Il lavoro, che viaggia per le strade della psichedelia, del Lo-Fi estremo, dell’improvvisazione e del Krautrock più classico e audace, si costruisce su due pezzi. Il primo, come suggerisce il titolo stesso (“Fry your Brain”) è un lungo crescendo lisergico e psicotico attorno ad una martellante linea di basso, nei pressi della quale si avvolgono distorsioni disturbanti, glitch e droni nevrotici (al minuto quattro e trenta secondi pare ascoltare una notifica di facebook e c’è il rischio che non si tratti di uno scherzo delle mie orecchie) che disturbano quella che è l’atmosfera estatica che vorrebbe fare da nucleo a tutti i circa diciannove minuti che formano la prima parte. Il lato B (“Drunk of Colostro”) cambia completamente le carte in tavola. Si resta immersi in quell’aura di psichedelia stupefacente (in tutti i sensi), dal sapore molto Rallizes Dénudés e l’incalzante e meccanica linea di basso continua a fare da protagonista ma ora attraverso strade più caotiche, fatte di Blues e Funky, una maggiore varietà stilistica ma la stessa capacità di ammaliare e rapire e trasportare in una realtà e in un’epoca che non trova collocazione alcuna nella storia, ma che viaggia come su di un’esistenza parallela, simile e diversa al tempo stesso. Un lavoro che pare ispirarsi molto non solo alla tradizione classica occidentale dei 60 e 70 ma che pesca a piene mani nel mito di Mizutani Takashi per provare a rielaborare in chiave ancor più devastante e aggressiva quelle suggestioni disastrose, vulcaniche, elettriche, più pesanti di una morte in famiglia.

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Secret Colours – Peach

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Cover semplicissima a sfondo bianco, con un bel frutto sopra (peach, pesca), iperrealistico, niente di sfumato o stilizzato e al centro una scritta, secret colours, dai colori caldi e dallo stile liquido e deforme. Tutto questo non può che stimolare un accostamento con la gigantesca band di Liverpool più famosa di Gesù Cristo che chiamano Beatles. Ovvio che la prima cosa che ci si immagina, una volta pigiato quel maledetto tasto play, sia un vortice di beat e psichedelia poppettara la cui illusione però presto sarà risucchiata da ritmiche devastanti e un sound molto più sporco e sessuale del previsto. Con i Fab Four faremo i conti solo alla fine.

Il primo passo, quello che darà il ritmo e il tempo a tutte le canzoni, sarà disegnato sì dall’aspetto psichedelico (“Blackbird (the Only One)”, “Legends of Love”), grazie primariamente all’uso peculiare della sezione ritmica e a una vocalità galleggiante di effettistica, eppure questi elementi s’insinueranno in tutta l’opera senza dare mai precisa immagine di sé, riconoscibile e manifesta, come la copertina appunto poteva lasciar vagheggiare, cavalcando l’onda generata nei 90 da band come gli Spaceman 3 (i riferimenti principali del disco) anch’essi capaci di mescolare Blues e Psichedelia in chiave moderna. La psichedelia dei Secret Colours guarda agli anni Sessanta senza volerne depredare le esaltazioni chitarristiche, sposando invece piuttosto alcune eteree linee di chitarra in perfetto linguaggio Raveonettes, quasi Dream Pop se vogliamo.

La vera potenza di Peach, però, sta nella prestanza del suono e nella sua purezza che riesce a sfruttare con totale meticolosità le convenzionalità del Blues (“Euphoric Collisions”, “World Through my Window”, “My Home Is in your Soul”), adattate ora a minimi aspetti Neo Gaze, ora soprattutto al Brit Pop nineties (“Peach”) oscillando tra Blur e Gorillaz del tipo non rappeggiante (“Me”).  Dunque chitarre Blues (oltre a Evans, c’è Dave Stach) e ritmiche morbose e lisergiche dettate da Justin Frederick (batteria) ed Eric Hehr (basso), unite alla voce fluida e fusa di Tommy Evans, tutto offerto su di un’altalena che oscilla tra intimità e potenza, facendo risaltare i vertici compositivi  proprio ad alcuni dei suoi estremi, nelle sfuriate Garage Revival (“Faust”, ”Lust”) e soprattutto nel ricordo labile di certi Primal Scream, memoria che quando si fa più impetuosa regala un brano che da solo vale l’intero ascolto del disco (“Blackhole”) e che potrebbe fare la fortuna di tanti Dj Rock della penisola proprio per la sua capacità di sfruttare i beat ballabili con le note del Rock.

Poi c’è da fare i conti con i Fab Four, non mi sono dimenticato di loro e allora arriva a sprangare Peach la struggente “Love Like a Fool” e il cerchio si chiude, con sessanta minuti di musica che forse sono troppi solo perché fuor di misura sono le tredici canzoni che li compongono. Almeno quattro sono i brani inutili che danno come risultato solo un seccante senso di indigeribilità. Qualche brano in meno e avremmo avuto tra le mani uno dei migliori dischi dell’anno, considerando che l’album è uscito in Europa solo il 10 Febbraio, mentre cosi ci tocca, dopo averlo ascoltato una decina di volte e avere ancora la voglia di farlo, premere skip più del dovuto/voluto e di cambiare quel bel voto messo di pancia sulle note di “Blackhole”, in un modesto sette messo di testa.

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Umberto Maria Giardini – Ognuno di Noi è un po’ Anticristo

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Sono naufragata milioni di volte nel mare delle mie inquietudini, e Dio solo sa quante altre tempeste emotive dovrò superare. Ma c’è un modo per far tornare la quiete, là dove per troppo tempo tuoni e fulmini hanno avuto la meglio, e questo modo è spalancare i cancelli dell’anima e dare libero ingresso alla musica. Paradossalmente, però, non tutta riesce a passarci attraverso. Può farlo solo quella fluida come l’acqua, che scivola all’interno di percorsi della mente sconosciuti, capace di scovare i sentimenti più nascosti. Parlo, ad esempio, della musica contenuta in Ognuno di Noi è un po’ Anticristo, il nuovo EP di Umberto Maria Giardini, uscito il 20 settembre 2013.

Non è un disco dall’ingresso trionfale, odia i clamori. È un amico che conosci da sempre e sa come fare a raggiungerti. Parte sicuro, ma a passi lievi, e ti viene incontro con una sezione ritmica leggera accompagnata da una voce melliflua. Subito dopo, il suo incedere lento affretta il passo e si trasforma in corsa per entrare dritto dove vuole entrare (“Fortuna Ora”). E ce la fa. Bene, amico di cui sopra, ormai hai sfondato tutte le recinzioni, cos’altro dire? Prego, accomodati. E lui si accomoda e ti parla; con fare psichedelico e ossessivo (“Oh Gioventù”), e senza proferire parola, ti fa capire che sa tutto di te, delle tue inquietudini, delle dei tuoi scazzi, delle tue incertezze, delle tue solitudini. All’improvviso ti senti nudo, spiazzato, e pensi che da un momento all’altro se ne andrà via, schifato per tutto ciò che ha visto. Ma lui non lo fa. La musica non tradisce. Comincia invece a sussurrarti all’orecchio parole come il tempo è come noi, prende tempo e non perdona (“Regina Della Notte”).

Ed allora capisci nell’inganno in cui sei caduto, è tempo perso il loop in cui sei capitato. Pochi secondi con il fiato sospeso, e poi l’esplosione in un finale deciso, un misto di gioia per esserti ritrovato, e tristezza per esserci cascato ancora. Il resto è solo una parola: “Omega”. E’ ora di farla finita. La melodiosa bellezza della voce ed un sottofondo psichedelico carico d’inquietudine convogliano in un unico, solo finale Progressive. Non è da tutti fare certi viaggi all’interno di sé stessi; ci vuole coraggio, ma conto di averne a vagoni stracolmi al binario della tua città (“Tutto è Anticristo”). Non c’è da vergognarsi per quello che ne viene fuori quando ci si guarda dentro. C’è del bello e del brutto in ognuno di noi. In fondo, Ognuno di Noi è un po’ Anticristo.

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Space Paranoids – Under The King Of Stone

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Nati nel cuneese nel 2006, l’attuale compagine degli Space Paranoids prende forma solo lo scorso anno, dall’incontro tra Simone Rossi (voce e percussioni), Cristiano Rossi (basso), Luca Bruno (batteria) e Andrea giostra (chitarra e voce). Da quel momento in poi, lo spirito dei quattro li porterà verso la ricerca di un possibile futuro per certe sonorità in fondo forse anche troppo datate per le orecchie di noi divoratori di dischi. Partendo dall’universo Stoner che fu terra di grandi quali Kyuss, Queens of the Stone Age e Clutch e dal mondo psichedelico e spaziale di Monster Magnet, Colour Haze ed Earthless il loro obiettivo sembra essere quello di trovare la strada per unire il passato con i luoghi del loro presente fatto di scabri territori di montagna, pinnacoli imbiancati, macchie inviolabili, specchi d’acqua tersi e culture morenti, con l’unico scopo di cercare la catarsi attraverso la decantazione spirituale. Una sorta di viaggio allucinogeno nei deserti della California trasportato nei territori del nord dell’Italia. Il tutto registrato in presa diretta per dare maggiore convinzione alla durezza del suono.
I sette brani che compongono Under The King Of Stone sono un tripudio alle contaminazioni, ai rimandi, alle citazioni (spudorata quella in “Called Goblins Haze”. Avete indovinato?) eppure il loro non è per niente un lavoro spiacevole. Trasuda la consapevolezza di un background culturale musicale di un certo spessore e l’esecuzione dei quattro è impeccabile (senza dimenticare la partecipazione di Tommaso Fia e la sua Hammond nei brani “Under The King Of Stone” e “Blind Cyrus”) oltre che energica e potente, come si conviene per il genere, pur senza l’apporto della seconda chitarra (se non in casi rari). I quattro riescono a produrre esplosioni sonore imponenti che non sfociano mai in distorsioni eccessive e l’ampio spazio lasciato alla strumentazione di contorno, basso e batteria su tutti, non fa altro che intensificarne la furia.  Veramente interessante il lavoro alle quattro corde di Cristiano che riesce a reggere le ritmiche anche nei momenti di pausa necessari alla fluidità della narrazione sonora.
Non si può non applaudire inoltre la voce di Simone Rossi che per quanto manipolata, detto tra virgolette, riesce pienamente a rendere l’idea di quello che è l’obiettivo della musica degli Space Paranoids e soprattutto riesce a evocare paesaggi torridi e gelidi nello stesso tempo e a saltare dalle diverse variazioni sul tema con estrema convinzione senza mai diventare prevaricatrice nei confronti del resto.
Tra i sette passaggi del viaggio, parecchio avvincente è “Black Salamander”, in cui la chitarra di Andrea Giostra si presenta acidissima e pesante nello stesso tempo, quasi sfiorando giri funky.
Il mio brano preferito (di questi primi ascolti) è invece “Blind Cyrus”, il meno Hard e più Blues del disco, soprattutto per il suo ritmo soffocante e ossessivo in contrapposizione con la voce carnale, calda, spirituale e profonda di Simone. Interessanti anche i passaggi di chitarra e Hammond, che danno al brano un senso di esplorazione psichica molto sixties.
Chiarito che non ritengo un problema, la scarsa originalità quando il lavoro è ben fatto, ci sono alcuni punti però che non convincono. Per prima cosa, credo che sarebbe stato opportuno dare un’impronta ancora più acida e lisergica al sound dell’album. I passaggi psichedelici di vecchio stampo sono molto pochi e non riescono a dare quel necessario senso di completezza. Molto più marcata, è la natura Hard Rock che, in combutta con le ritmiche e il cantato Stoner, finisce per tagliare fuori quegli aspetti psico-space, oltretutto richiamati evidentemente già dal nome stesso della formazione, che avrebbero certamente dato maggiore corpo a Under The King Of Stone. Penso ad esempio alla title track, che per quanto eseguita con una certa intensità, finisce per durare fin troppo (oltre sei minuti annoiano senza opportuni cambi di ritmo) in relazione all’idea di base del pezzo.
Molto più interessante invece, sotto quest’aspetto, “Electric Rotor Crossroad”, che col suo intro strumentale e il muro di chitarre che segue, finisce per ricordare anche un tipo di Post Rock stile Mogwai, anche se presto reindirizzato verso i lidi bollenti dello Stoner.
Un altro problema che ho trovato troppo seccante e vitale per essere ignorato è quello della registrazione. Preciso che registrazione e mixaggio sono opera di Massimiliano “Mano” Moccia al Blue Records di Mondovì e la masterizzazione di Niklas “Mr. Dango” Kallgren al Bombshelter Studio di Orebro. La cosa è evidenziata soprattutto dal brano “Deadmouth Monk” che oltretutto presenta un ritmo di chitarra tanto semplice quanto straordinario. Rispetto ai primi brani, il suono sembra farsi ancora più fumoso e i toni della registrazione sembrano perdere colore, tanto che, se ascoltati attentamente, alcuni pezzi non sembrano poter far parte dello stesso album. L’effetto non è, evidentemente, voluto.
Ultimo necessario riferimento al brano che chiude l’album, “Ordesa Sky Hunters”, il momento più soffice, intimo, rilassante, narcotico, anche se l’impeto torna prepotente già dalla fine del secondo minuto.
Under The King Of Stones è l’album perfetto per chi ha amato quei gruppi cui ho fatto riferimento nella prima parte, perfetto per chi non guarda di buon occhio chi esagera ed esaspera le innovazioni, per chi ama la musica ben fatta, possente, impetuosa e vigorosa, per chi ama il South statunitense, i suoi deserti e la sua magia.
Gli Space Paranoids, decidono di puntare sulle loro origini per arrivare a voi. Origini territoriali, montagne, freddo e alberi e origini musicali, soprattutto anni novanta. E poi, pura e semplice espressione artistica. Sono questi gli ingredienti di Under The King Of Stones. Origini ed espressione artistica. Solo da qui è possibile raggiungere se stessi.

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