Prog Rock Tag Archive

10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #26.02.2018

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10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #13.10.2017

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Baustelle – L’Amore e la Violenza

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10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #16.09.2016

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Karmamoi – Odd Trip

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Questa volta la capitale romana ci porta i Karmamoi, giovane gruppo Prog Rock formatosi nel 2008 dalla mente e dall’anima del batterista Daniele Giovannoni e dalla cantante Serena Ciacci. Il 2009 porta l’incontro con la Crisalide Edizioni e l’uscita del loro primo singolo “Venere”, il 2011 la pubblicazione del loro lavoro d’esordio Karmamoi, il 2012 l’uscita dell’Ep Entre Chien et Loup visto come l’anello di congiunzione tra il passato e il futuro. Futuro che arriva con la pubblicazione di Odd Trip (2013), secondo album e soprattutto esordio in lingua inglese. In questi anni la formazione si completa con l’arrivo di Fabio Tempesta e Alex Massar alle chitarre e Alessandro Cefalì al basso.

Iniziando l’ascolto di questo strano viaggio sinceramente non si sa cosa aspettarsi e forse non si sa cosa aspettarsi nemmeno alla fine dell’ascolto. Prendendo singolarmente tutti gli elementi si percepisce la valenza ma alla fine tutto dovrebbe unirsi per creare una sola opera. È un concetto abbastanza metafisico legato alle sensazioni suscitate da un album o da un brano che sia, ma questa unione, questa fonduta di materiale sonoro purtroppo non l’ho percepita, percependo anzi un certo sforzo. La lingua inglese certamente non aiuta la cantante che, nonostante le doti canore, non riesce a fluidificare l’inglese facendolo apparire all’orecchio dell’ascoltatore meno maturale e soprattutto meno morbido. Per quanto riguarda il valore degli altri strumenti, esso è indiscusso, fatto di piacevoli armonizzazioni e legato ad un’elettronica che non disturba, anzi che spezza la quasi monotonia di un lavoro che di primo acchito appare già sentito e precario di inventiva la quale oltre alla bravura tecnica dovrebbe essere l’elemento più importante per chi intraprende oggi la strada della musica. Ormai è già stato detto e suonato tutto e il cercare quella particolare novità o quella determinata melodia richiederebbe tempo, lavoro e apertura tecnica e mentale. Anche l’andamento del disco appare discontinuo. Alcuni direbbero “Bene!” ma in questo caso la discontinuità di genere toglie qualche punto. In particolare i tre “Oxygen” mi risultano senza alcun significato logico. Dovrebbero alleggerire la tensione del disco o aggiungere qualche brano in più alla scaletta del lavoro? Forse la seconda ipotesi sembrerebbe più plausibile dato che l’unica cosa che fanno è distrarre l’ascoltatore.

Insomma Odd Trip è un lavoro troppo azzardato, senza personalità e soprattutto senza brani degni di essere ricordati. Provare emozioni è una cosa istintiva, umana che non avrebbe bisogno di una precisa intenzione nell’essere trovata. Ma nonostante l’intenzione non vi è nulla che colpisca quelle particolari corde. Magari è un lavoro che necessita di più tempo, magari di più maturazione come i vecchi vini. La grandezza, però, la genialità sono cose che non vanno cercate forse in un genere sbagliato (quello Progressive), che non ci appartiene e che non ci apparterrà mai. La storia non si fa con i “se” o con i “ma”, ma con un grande lavoro e una profonda conoscenza di se.

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Daemonia – Zombi/Dawn of the Dead

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I Daemonia del maestro Claudio Simonetti non hanno bisogno di presentazioni, né loro né tanto meno il memorabile tastierista (Mr. Simonetti appunto) fondatore di un gruppo che ha fatto la storia del Prog italiano, ovvero i leggendari Goblin. Aggiungete la lunga collaborazione con un professionista del Cinema Horror come Dario Argento e comprenderete, nelle colonne sonore create, l’importanza di questo sbalorditivo musicista il quale, con i Goblin, oltre che col già citato Argento ha lavorato con un certo George Romero. In questo disco dei Daemonia intitolato Zombi/Dawn of the Dead la band riprende alcuni classici dei Goblin nel loro omonimo datato 1978, arrangiando il tutto con attrezzatura di nuova generazione. Parliamo di un lavoro dal sound più limpido, pulito e senza sbavature, rinnovato riprendendo per l’appunto quelle canzoni che hanno accompagnato alcune pellicole ormai classici dell’orrore. All’interno troviamo l’oscura “L’Alba dei Morti Viventi”, la successiva “Zombi” che è un altro tormentone della band, la melodica “Oblio” padroneggiata da fantastiche chitarre; sulla stessa linea c’è “Zombi Sexy” e la conclusiva “Supermarket” dalla vaga vena Jazz. Zombi/Dawn Of The Dead è un lavoro ben riuscito, pieno di enfasi che nonostante tutto non tradisce le cupe e sinistre atmosfere delle vecchie versioni. È chiaro che un’opera del genere poteva essere promossa solo dalla Black Widow Records, un’etichetta che merita il massimo rispetto, una delle poche che suggerisce grandi classici oltre che sfornare gruppi di altissima qualità.

Claudio Simonetti è icona quanto Dario Argento, il connubio tra le due arti ha reso l’ operato di entrambi un simbolo di un certo cinema, equivalendosi sono come il Rum e il Sigaro Cubano oppure il Whiskey e una Marlboro. Ogni opera del maestro Simonetti è sempre e comunque una garanzia, questo vale per i Goblin ma anche per la nuova creatura Daemonia; i suoi lavori non stancano mai, neanche se ripresentati come in questo caso, soprattutto se dietro ci sono altri artisti di grande spessore come Titta Tani, Federico Amorosi e Giuseppe Previtali. Adesso l’unica cosa che resta da fare è procurarsi questo disco e ascoltarlo tutto a un fiato.

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Songs, Poems and a Lady: esordio per gli Empirical Time

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Nato nel 2011, il quintetto degli Empirical Time pubblica un Ep di cinque brani nello stesso anno, perfeziona la propria personalità cimentandosi in molti concerti e alla fine del 2012 incontra Mike 3rd, produttore dei Prosdocimi Recording, nei quali nasce il disco d’esordio. Non a caso Songs, Poems and a Lady – il cui mastering è stato effettuato a Los Angeles dal premiato Ronan Chris Murphy – è nato in pieno regime analogico. Pubblicato lo scorso 17 ottobre dalla Ma.ra.cash Records, Songs, Poems and a Lady guarda ambiziosamente ai classici del genere prog, agli ineludibili Pink Floyd, Genesis e ELP. Ulteriori informazioni sulla pagina Facebook della band.

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Sailor Free – Spiritual Revolution

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Ci vuole un carico di ambizione pesante come il mondo per realizzare un concept album di questa portata, soprattutto se la band che lo edifica è una formazione emergente e non un grande e noto nome del panorama alternativo mondiale. Il fulcro di questo Spiritual Revolution dei Sailor Free è il concetto di energia inteso come esistenza, dinamismo, spirito creativo, mezzo di progresso collettivo. Interpretato come fulgore, ardore, sostegno, fluttuazione e potenza del rinnovamento. Come intuizione della ragione e dell’anima, come voglia di conoscenza. Allontanarsi dalle strade comuni e conservatrici per sperimentare nuove vie che possano permettere un arricchimento sociale condiviso e di grado superiore cosi da ridistribuire correttamente l’energia. Il punto di partenza dell’intera opera, la fonte d’ispirazione, è il Silmarillion di J.J.R. Tolkien (Il Signore Degli Anelli, The Hobbit). L’opera è essa stessa base dei capolavori di Tolkien ed è il fondamento di tutto il mondo creato dall’autore, una sorta di Bibbia che racconta la genesi e la vita di una realtà parallela e/o futuristica, un cosmo che non esiste se non nella sua mente e in quella dei suoi lettori. Tale testo, forse non molto noto al grande pubblico, è in realtà spesso stato punto di partenza per diverse band (Blind Guardian, Marillion) che hanno trovato nelle parole del grande autore britannico l’ideale guida per la ricerca e lo sviluppo delle loro necessità compositive. La storia, volendo riassumerne gli aspetti per noi più utili, narra l’amore tra due entità, particelle disperse di due universi, le cui traiettorie finiscono per intersecarsi per via della loro attrazione, finendo per generare un’immediata fusione. Da tale aggregazione vi è una nuova nascita che li porterà in un creato alla deriva del quale si trovano obbligati a cambiarne le sorti, attraverso la conoscenza da condividere in maniera osmotica con l’umanità tutta, alla ricerca del benessere comune e non del personale appagamento dei singoli. Partendo da queste premesse, avrete capito che si tratta di un disco complicatissimo ed effettivamente lo è, anche sotto l’aspetto prettamente musicale. I Sailor Free scelgono un modo di fare musica caratteristico di decenni addietro, gli anni del progressive e della psichedelia, ma riescono a portare quest’idea di componimento in età moderna fondendo elementi propri del passato con le caratteristiche del rock alternativo moderno. La loro opera diventa il punto più alto di una carriera ventennale e il risultato di otto anni di assenza dalle scene. Spiritual Revolution è un lavoro colossale e mastodontico che si può definire come il manifesto musicale di un nuovo modo di pensare (vedi Spiritual Revolution People). Dentro i quattordici brani si alternano diversi movimenti, disparate melodie, un’infinità di cambi di ritmo, stili che viaggiano nel tempo, spesso all’interno dello stesso brano. La stessa “Spiritual Overture” è una serie di passaggi dall’ambient mantrico e religioso, attraverso la drone-music, a momenti di epico progressive, fino a riff taglienti e scenari psichedelici anni sessanta/settanta, per chiudersi in un Pop delicato e misterioso, grazie all’apporto del piano di David Petrosino. Non mancano pezzi in cui è la matrice Alternative Rock moderna a farla da padrone (“A New World”, “Beyond The Borders”), con sezione ritmica pulsante e chitarre acide e aggressive, cosi come non scarseggiano accenni al Rock anni ‘80/’90 stile The Cult e non solo (“The Run”, “Betray”, “The Faithless”, “Spiritual Revolution”), al Prog Rock/Metal stile Muse o Tool misto a schitarrate Hard Rock (“The Curse”, “Spiritual Revolution”, “War”).  La calma che contraddistingue alcuni brani (“Daeron”, “My Brain”) sembra richiamare alla mente anche la scena di Canterbury nella persona del grande Robert Wyatt (Soft Machine) di Rock Bottom pur non disdegnando elementi propri del Pop pre fine millennio. Innumerevoli sono gli inserti ritmici e melodici tipici della World Music (“Spiritual Revolution”) cosi come gli ingredienti psichedelici, pressoché presenti in ogni brano dell’opera ed evidenti in maniera chiara ad esempio in ”The Curse”; non mancano inoltre brani esclusivamente strumentali che mescolano un certo stile moderno di Post-Rock con psichedelia e progressive stile Pink Floyd (“The Entropia”, “Break The Cycle”). Altri elementi caratteristici, anche se meno palesi, sono gli accenni alla psichedelia post industriale che si possono ascoltare in “The Curse” o nella parte iniziale dell’introduzione. Come vi avevo accennato quindi, la complessità di Spiritual Revolution non sta solo nel fatto che si tratti di un concept che muove i suoi passi da elementi letterari e da ideologie alternative. Si tratta di qualcosa di mostruoso anche a livello sonoro con continui passaggi, anche dentro lo stesso pezzo, da uno stile all’altro, da un movimento all’altro, da una ritmica all’altra. Hard Rock, Psych Rock, World Music, Post Rock/Metal, Alt Rock, Ambient, Drone Music, Pop sono gli ingredienti di un brodo primordiale diventato paradiso terrestre. Spiritual Revolution non è certo un disco che si può ascoltare con facilità e non è un disco per tutti. Ha bisogno di attenzione, tempo, buona preparazione. È l’esatto opposto di quello che la musica sta diventando. David Petrosino (voce, piano, tastiere), Stefano “The Hook” Barelli (chitarre), Alfonso Nini (basso) e Stefano Tony (batteria) ci hanno regalato un piccolo capolavoro e di questi tempi è meglio non farselo sfuggire.

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