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[ non è mai troppo tardi per il ] Primavera Sound 2015 – parte II (e per i rumors sull’edizione 2016)

Written by Live Report

Sì, abbiamo un conto in sospeso con il festival dei festival, quello che inaugura la stagione e a cui tutti gli altri si ispirano, e non ce ne siamo dimenticati (trovate qui un resoconto dettagliato dei primi due giorni dell’edizione 2015).
Che tu faccia parte degli scettici o dei frequentatori seriali che hanno già in tasca l’Abono 2016, ti raccontiamo quello per cui è valsa la pena di trascorrere la tre-giorni più massacrante dell’anno in Catalogna, ma anche tutti gli imprevisti che mai ci saremmo aspettati dalla mastodontica macchina organizzativa dietro a un evento come il Primavera Sound Festival.

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Nel frattempo le prime info sulla line-up 2016 si fanno attendere fino a gennaio inoltrato, e il web si sbizzarrisce a suon di pronostici scientifici e speranze infondate. Quel razzo in locandina riaccende la consueta chimera della presenza di David Bowie, ancor più dopo l’annuncio della release ufficiale di Blackstar prevista per l’8 di questo mese, giusto il giorno dopo quello in cui il prezzo dell’abbonamento al Prima subirà l’ennesimo aumento. Sí, il Primavera Sound riesce a vendersi (a caro prezzo) anche a scatola chiusa, ma d’altronde i grandi nomi del momento passano tutti per la kermesse spagnola, e la cifra da sborsare per poter presenziare a una tale quantità di live, all’apparenza esorbitante, è a conti fatti un’occasione irripetibile e convenientissima. Ok, resta il fatto che nella pratica ci vorrebbe il dono dell’ubiquità per poter stare sotto a una decina di palchi in contemporanea, ma questo lo avevamo già mestamente constatato lo scorso anno. In ogni caso, si può star certi che davanti al programma completo sarà impossibile restare delusi: se Bowie sembra un miraggio, i protagonisti più quotati dietro all’hashtag #PrimaveraAllStars sono del calibro di Beach House, Pj Harvey, M83Deerhunter, Grimes, Animal Collective e Tame Impala.
Uno sguardo alle recenti reunion suggerisce inoltre alcuni nomi altisonanti, quali Guns’n’Roses e LCD Soundsystem, ancor più in quanto entrambi confermati in cartellone al Coachella 2016. I più attenti hanno presto depennato gli Stone Roses, che per il 2 giugno sembra abbiano già preso impegni in Giappone.
Di occasioni per assistere alle performance di formazioni storiche il Primavera Sound ne offre sempre in abbondanza, ma per evitare di incorrere in grosse delusioni (per non dire in anacronismi deprimenti) sarebbe bene fare alcune distinzioni tra le proposte. Lo scorso anno sullo stage Heineken sono salite le Sleater-Kinney, con un validissimo disco di inediti uscito a inizio anno, a sprigionare un’energia fuori dal comune, rock duro e puro distillato in brani eseguiti senza soluzione di continuità, e con un’eleganza da copertina patinata a demolire ogni stereotipo sull’androginia delle donne devote al genere. Tra gli show migliori della passata edizione, sono queste le reunion da non lasciarsi sfuggire. Molto spesso però, al di là delle indubbie qualità dei progetti musicali, i ritorni rischiano di ridursi ad autocelebrazioni nostalgiche. Nei casi peggiori finiscono anche per rivelare la loro vera natura di operazione meramente commerciale: è quello che è accaduto agli Strokes, probabilmente i più attesi dell’edizione 2015, con un Julian Casablancas che definire fuori forma sarebbe stato un eufemismo, per una performance durante cui, forti di un repertorio collaudatissimo, nessuno sul palco si è preoccupato di nascondere un’innegabile carenza di entusiasmo. 

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Paradossalmente, non è stata questa la cosa peggiore verificatasi durante l’ora abbondante in cui gli Strokes si sono esibiti, perchè quel che nel mentre stava accadendo sotto al palco é stato al limite dell’incredibile: gli stand stavano per terminare le scorte di alcolici. L’imprevisto da sagra di paese avveniva all’interno di una manifestazione sponsorizzata in maniera massiccia da un colosso della birra scadente che risponde al nome di Heineken.
Reduce dal live degli Interpol, proprio allo stage che dello sponsor porta il nome (e da un paio di ore senza liquidi che avevo dovuto affrontare per difendere la mia sudatissima posizione in prima fila), mi facevo strada verso gli stand tra il palco in questione e lo stage Primavera, dove Casablancas e soci erano già di scena.

mapa_ps15La mappa del Parc del Forum per l’edizione 2015

Raggiungere gli stand si è rivelata presto un’impresa disperata, perchè il pubblico degli Strokes si era sommato a quello degli Interpol e aveva già invaso ogni centimetro quadrato degli ettari che dividono i due palchi, e se non avessi avuto la sete inverosimile di cui sopra la scelta più saggia sarebbe stata quella di ruotare di 180 gradi e guardare i maxischermi appoggiata di spalle alle stesse transenne a cui ero stata aggrappata fino ad allora. Per giunta, al termine della traversata, lo scenario che si è prospettato ai miei occhi aveva un’aria da emergenza umanitaria, tra le file scomposte di ubriachi impazienti e gli addetti al beveraggio in preda al panico davanti ai fusti vuoti.
Poi però non vi lamentate se di anno in anno continuiamo ad affinare le tattiche per eludere i controlli anti-alcool all’ingresso.

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In quanto a imprevisti di portata monumentale, la questione alcolici è seconda solo a quanto accaduto al povero Tobias Jesso Jr.: andarsi a gustare il pianoforte di uno degli esordi migliori dell’anno col sole tiepido del tramonto di sabato sembrava la cosa migliore da farsi, ma l’energia incontenibile dei New Pornographers che si esibivano all’ATP nello stesso momento ha sovrastato senza pietà il set acustico di Tobias al Pitchfork, performance definitivamente compromessa poi dalle distorsioni e dalle prorompenti voci femminee di The Julie Ruin levatesi dal Ray-Ban, altro palco attiguo e con impianto di tutt’altra potenza.

Primavera_Sound_2015_Dani_Canto - 07yyyTobias Jesso Jr. @ Pitchfork stage

In generale, il 2015 sembra essere stato all’insegna delle difficoltà nello scheduling. Le sovrapposizioni degli imperdibili sono state moltissime. Il programma del venerdì non solo ci ha costretti a scegliere prima tra Damien RiceBelle and Sebastian, Sleater-Kinney e Perfume Genius, ma in seconda battuta anche tra Ride, Ariel Pink, Voivod e Run The Jewels. Presi dall’hype, siamo rimasti al Pitchfork per il californiano e i suoi Haunted Graffiti. Dopo gli evidenti problemi tecnici dei primi due pezzi, il live è decollato rapidamente insieme col suo eccentrico protagonista, strizzato in una tutina pastello (che in realtà è forse uno degli outfit più sobri mai sfoggiati on stage da Ariel Rosenberg), davanti a una folla considerevole, esaltata e compatta nell’intonare il refrain di “Black Ballerina”.
Se la lungimiranza del Primavera nel comporre le line-up è ormai un dato di fatto, è pur vero che, come ogni regola, non è esente da eccezioni.
Tra quelli a cui è stato concesso il salto di qualità dal Pitchfork stage all’Heineken quest’anno c’è stato Mac De Marco. Con la stessa salopette e la stessa aria scanzonata (per non dire un po’ beota) che suppongo indossi quando scende in garage a truccare il cinquantino ci ha proposto quasi tutto il suo Salad Days (i due EP datati 2015 sarebbero usciti in estate inoltrata), per poi prendere per culo Chris Martin con una cover di “Yellow” deliberatamente blanda, lanciarsi in uno stage diving a spasso per qualche centinaio di metri su una folla di tardoadolescenti fino a un attimo prima occupati più che altro a drogarsi e venir poi ricondotto sul palco senza una scarpa ma con un’espressione ancor più felicemente idiota di prima, per annunciare infine l’arrivo di Anthony Kiedis, esclamando “Mr Dani California himself!”, mentre sul palco saliva un soggetto raccattato chissá dove (e che a Kiedis non somigliava manco un po’). Se è vero che una delle icone che resteranno del Primavera 2015 è senz’altro quella di Mac sospeso sulla folla, di fatto quella volta a fidarmi della proposta sul main stage ho finito per perdermi tre quarti d’ora di collaudati struggimenti emo con gli American Football al Pitchfork.

Primavera-Sound-2015-Mac-Demarcostage diving di Mac DeMarco di fronte al palco Heineken

A parte qualche episodio come questo, fortunatamente gli imprevisti in genere sono per lo più piacevoli. Il Primavera Sound è una roba in cui, mentre ad esempio sei a metà strada diretta a vedere gli Shellac, ti può capitare di passare davanti a un’altra performance, che neppure avevi inserito nel tuo piano di attacco, e che finisce per piacerti così tanto da convincerti a cambiare tutti i programmi. È stato così che nella tarda serata di sabato, a intervallare le granate di elettronica di Dan Deacon prima e Caribou in chiusura, ho beccato i Thee Oh Sees  a prodursi in una delle performance migliori di questa edizione. 

Date un’occhiata, e se poi vi viene voglia di farvi un regalo eccovi il link giusto.
https://portal.primaverasound.com/?_ga=1.157760122.1796721096.1451657543

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Primavera Sound 2015 – parte I

Written by Live Report

Barcellona a maggio è una città ingiusta nella sua imprevedibilità meteorologica, e nonostante possa avvalermi di una informatrice in diretta sul campo finisco sempre per fare una valigia di dieci chili di inutilità. Nei giorni del Primavera Sound le temperature si rivelano sempre inversamente proporzionali alla pesantezza del vestiario selezionato. Portatevi dietro almeno due parka e potrete star certi di trovare un clima torrido come quello dell’edizione appena trascorsa (brezza marina violenta alle 4 del mattino a parte, quella non se ne perde neanche una).
La kermesse catalana ha compiuto quindici anni e in questo caso, pur trattandosi di una signora, mi permetto di dire che li dimostra tutti, perchè sotto la maggior parte degli aspetti l’affermazione è in senso buono. Quindici edizioni sono trascorse dalla prima nel 2001 a Montjuïc, una sola giornata per una dozzina di performance, fino a raggiungere rapidamente una portata tale da coinvolgere e apportare beneficio a tutta la città grazie all’ampio respiro internazionale di cui ormai gode (che non è solo un bel modo di dire quando ti capita di ingannare l’attesa pre-Interpol aggrappata alle transenne della prima fila in compagnia di due sconosciuti provenienti rispettivamente da El Salvador e da Israele).

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Ci sono tante cose che adoriamo del Prima ma ce ne sono anche molte altre che ci fanno incazzare parecchio. Forse è questo il motivo per cui continuiamo a tornarci, un po’ come ci ritroviamo a fare con gli amanti stronzi.

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Ci piace un sacco il fatto che, oltre alla tre-giorni intensiva al Fórum del Mar, tutta la settimana del Primavera Sound sia dedicata agli eventi live. Mercoledì sera, dopo un rapido ritiro del braccialetto (ultimo momento utile per sbrigare la faccenda evitandosi le code chilometriche del primo giorno di festival vero e proprio), ci gustiamo Albert Hammond Jr. e quella che sarà una delle varie performance della famiglia Strokes all’interno di questa edizione. Non ci piace però il fatto che il mercoledì sembri sempre un grosso sound check generale, e il palco ATP che guarda verso il mare aperto probabilmente non risulta di facile gestione. Timbro vocale nettamente meno virtuoso rispetto alle sue eccezionali doti di chitarrista ma, complice una sezione ritmica ben assestata, Hammond e i suoi ci fanno sculettare a dovere.

Il Primavera ci piace perchè è un viaggio nel tempo ininterrotto, che oscilla tra luoghi reconditi del passato e le ultime novità proiettate al futuro. Qualche salto sulle note di “Enola Gay” ma senza farsi intenerire troppo, perchè l’alternativa al momento revival che gli OMD ci offrono sono i Viet Cong all’Apolo, che valgono tutto il largo anticipo con cui conviene arrivare causa alta probabilità di restarne fuori.
Atmosfera da saloon per il main stage illuminato di rosso, Mike Wallace si aggira attorno al banchetto del merch sgranocchiando carboidrati non meglio identificati. Avrà modo e tempo di smaltirli durante un’ora di performance in cui pesterà sulla batteria con un’energia fuori dal comune. I giovani canadesi meritano tutta l’attenzione che hanno ottenuto dopo il debutto con l’EP omonimo in gennaio. Gli arrangiamenti in versione live suonano meno stratificati e l’essenzialità conferisce un vigore che va oltre ogni aspettativa, unito alla voce di Matt Flegel che perde la componente ovattata per farsi greve e urlata. Distorsioni prolungate e perforanti creano un’ipnosi scandita da percussioni potenti e marziali, che dettano di volta in volta le regole del gioco, ora caricando i giri dilatati per un tempo indefinibile, ora scemando e afflosciandosi, in un’altalena emotiva allucinogena.

https://www.youtube.com/watch?v=PR5ptoc9mMw

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Il giovedì mattina scopriamo che non ci piace affatto la prima novità di quest’anno, ossia la necessità di prenotazione per alcuni degli appuntamenti previsti all’Auditori Rockdelux. Ciò significa ad esempio dover arrivare al Forum alle 15, due ore e mezza prima dell’inizio della performance di Panda Bear, peraltro senza alcuna certezza di riuscire ad accaparrarsi i biglietti (un grazie e un concerto pagato per chi lo ha fatto anche per me che mi sono alzata alle 16). Ci piace però inaugurare accomodandoci sulle poltrone della grande sala al piano interrato del Museu Blau e lasciarci avvolgere da cotanta cornice, mentre l’eclettico newyorkese propone uno show in cui peripezie sonore e videoart pesano in egual misura, sensuale e psicotico, dallo stage fino al soffitto di specchi screziati che ne amplifica gli effetti.

Non ci piace invece quando il palco Pitchfork ci frega (e succede di frequente). I Twerps si rivelano imbarazzantemente giù di tono, ma qui non si ha mai tempo di annoiarsi, e ci piace un sacco avere l’imbarazzo della scelta quando si tratta di rivedere il piano d’attacco. Grazie a Baxter Dury al escenario Primavera l’aperitivo del giovedì è salvo.

Una delle cose che ci piacciono di più dei grandi festival è il fatto che in tali contesti gli artisti con lavori in uscita spesso regalino qualche anteprima. Del nuovo dei Sun Kil Moon, uscito qualche giorno dopo il festival, Kozelek ci concede più di un brano. Rompe il ghiaccio sapendo che c’è da rispondere a una domanda che il suo pubblico è costretto a porsi ogni volta, e la risposta è no, stavolta non si lascerà andare agli sproloqui, oggi solo buona musica (anche se poi qualche intermezzo non mancherà, e sarà persino piacevole). “Concederci” è chiaramente un eufemismo se abbinato al soggetto in questione, che dopo una mezz’ora abbondante di performance chiede al pubblico di scegliere tra “Dogs” e uno dei brani inediti, e al sentirsi rispondere la prima opzione esclama un “fuckin’ Dogs!” e sceglie l’altra. Tra i brani nel passato più o meno prossimo, c’è spazio quindi anche per scoprire che nell’atteso Universal Themes le tendenze didascaliche diventano a tratti veri e propri spoken, che si alternano a momenti strumentali più decisi rispetto all’apparato di Benji.
No, proprio non ci piace il fatto che in ogni momento ci siano così tante performance in contemporanea. Capita infatti che scegliendo Kozelek e soci ci si trovi costretti a saltare i Replacements, ma mettetevi l’anima in pace il prima possibile perchè le rinunce saranno tante quante le gioie.

Ci piace parecchio anche lo stage Rayban, con la gradonata vista mare su cui bivaccare all’ora di cena (o in tarda notte, quando la batteria è ormai al 10%). Birra annacquata, paninozzo e Mikal Cronin, ed è subito paradiso. L’eclettico bassista di Ty Segall viaggia ormai spedito sulla sua strada solista e confeziona uno show che si rivelerà tra i migliori di questa edizione, miscelando con disinvoltura episodi del passato Garage con le gemme di Power Pop degli ultimi due album.

Gli Spiritualized sono ormai veterani della manifestazione e non deludono, col loro Alt Rock di qualità che in versione live si srotola con violenza su un pubblico adorante.
Mi dicono dalla regia che l’audio del palco Heineken non ha aiutato i Black Keys. Buon per chi come noi, dopo la psichedelia anglosassone, agli “ohh o-o-ohh” ha preferito trasferirsi al set di Chet Faker.
Ci piace il fatto che da qualche anno il programma del Prima si riveli sempre ben calibrato anche dal punto di vista degli orari, concedendo parecchio spazio anche alle performance elettroniche (in numero limitato fino a poche edizioni fa, anche perchè a un mese di distanza Barcellona ospita un’altra manifestazione interamente dedicata al genere, il Sónar). Dopo la mezzanotte è il momento di iniziare a muovere un po’ il culo a ritmo. Con formazione al completo alle spalle l’australiano si dimena sul palco e fa scintille dividendosi tra microfoni e synth, snocciolando i brani di Built On Glass col morbido timbro Soul che scivola sensuale su un compatto tappeto sintetico fatto di ritmi trascinanti.

Ci piace mantenere intatto il mood, e al cospetto di James Blake il danzereccio di certo non manca, ma l’atmosfera si fa più sofisticata e penetrante. Blake allestisce un set impeccabile e magnetico, senza alcuna necessità di riempire fisicamente il mastodontico stage Heineken, seduto alle tastiere a generare loop in cui la sua voce straordinaria si dilata all’infinito e si attorciglia alle distorsioni propagandosi viscosa.
Tra il pubblico c’è lo stesso Chet Faker, in un tentativo poco riuscito di mimetizzarsi con un foulard in testa a mo’ di chador (ma forse anche un po’ inutile poichè nessuno sembra riconoscerlo a parte noi). Dissuasi da una eloquente occhiataccia del suo accompagnatore, concludiamo il primo giorno di festival senza riuscire a portare a casa alcun selfie con VIP.

I prossimi giorni continueranno a veder susseguirsi performance indimenticabili, ma altrettanto indimenticabili saranno anche un paio di imprevisti.

In attesa della seconda parte gustatevi il live integrale di Mikal Cronin.

https://www.youtube.com/watch?v=Kxdpznuy9j8

 

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Primavera Sound Festival 2014 | Istruzioni per l’uso e Day 0

Written by Live Report

Domenica pomeriggio. Arrivo a Ciampino su un aereo di cadaveri ambulanti con al polso un braccialetto verde e salgo in macchina senza il consueto impulso di accendere la radio. Nelle orecchie ho ancora un fischio persistente, e tutta la musica degli ultimi tre giorni, tutta insieme. Questa inedita sensazione di ubriachezza uditiva mi accompagna fino alla mattina successiva, quando prima ancora di raccogliere le idee mi preparo la playlist con cui faccio colazione e vuoto un bagaglio a mano da 10kg di t-shirt e anfibi fradici. La lista dei brani rivela senza inganno ciò che ho portato a casa da questa esperienza e ciò di cui non potrò fare a meno ad occhio e croce per i prossimi cinque o sei mesi. Questo resoconto sulla mia prima volta al Primavera Sound Festival non ha alcuna pretesa di dirsi un live report completo ed esaustivo. L’evento ha una portata tale che se si volesse raccontarlo per intero e in dettagli ci sarebbe bisogno di un team di agguerriti reporter pari ad almeno due volte il numero degli stage allestiti per l’occasione al Parc del Forum. Vuol essere piuttosto il mio personale racconto di alcuni giorni decisamente intensi sotto molti punti di vista e, perché no, un piccolo vademecum per chi come me si appresta ad assistere per la prima volta ad una kermesse di tali dimensioni. Ci sono infatti tutta una serie di considerazioni di carattere pratico che in preda ad una euforica idiozia da novellina non ho assolutamente fatto, nonostante siano tutte molto intuibili. Ma andiamo per gradi.

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Questo è quello che presumibilmente vi accadrà dopo aver acquistato un biglietto di ingresso ad un festival che dura due o tre giorni ed arriva a collezionare qualcosa come 300 performance di altrettanti artisti. Circa sei mesi prima dell’evento saranno resi noti più o meno tutti i nomi degli artisti presenti alla rassegna, e in preda al più irrazionale degli entusiasmi camminerete a un palmo da terra al pensiero di avere la possibilità di vedere qualcosa come 60 concerti al giorno. Uscirete da questa fase di completa perdita di lucidità solo alcuni mesi dopo, quando verrà reso disponibile online il timetable delle esibizioni. Maledirete un paio di divinità a caso per aver piazzato nello stesso momento due o persino tre fra le performance a cui tenevate maggiormente, ma per tornare ad essere davvero ragionevoli ci sarà bisogno di altro tempo, e in questa fase, calendario alla mano, vi preparerete un programma serratissimo, senza alcuna pausa tra un concerto e l’altro, degno non dei più formidabili centometristi ma piuttosto di individui dotati del potere del teletrasporto. È solo quando arriverete davanti ai cancelli che vi renderete conto di essere in compagnia di altre centinaia di migliaia di persone che hanno i vostri stessi piani. Alcuni attimi dopo vi accorgerete inoltre di non aver contemplato il fatto che a volte vi assalirà la necessità di mangiare, di farvi una birra, di andare in bagno (le ultime due inesorabilmente abbinate). Vi guarderete intorno per poter stimare rapidamente quanto tempo queste operazioni basilari potranno portarvi via, e quello che vedrete non saranno altro che chilometriche file di individui che inconsapevolmente state già cercando di eliminare ad uno ad uno con sguardi fulminanti.

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Prima di esplodere fermatevi un attimo, che tanto il concerto delle 16 ve lo siete già perso, e respirate in maniera profonda, perché è arrivato il momento di prenderla con molta filosofia. Bisognerà fare appello ad una capacità di fare scelte rapide e drastiche e ridurre ulteriormente il programma tenendo conto del fatto che se deciderete di vedere un live dalle prime file, dall’inizio alla fine, il successivo lo guarderete necessariamente da lontano, e forse sarete costretti ad abbandonarlo a metà, se per quello dopo ancora vorrete conquistarvi un buon posto. Vi sto forse smorzando ogni entusiasmo? No, vi prego, lungi da me farlo, saranno tre giorni memorabili se non pretenderete l’impossibile. Poi se invece per caso avete il dono dell’ubiquità questo post non vi interessa, e non vi interessa neanche se andate ai festival per sedere in vetrina sui divani dello stand Martini, o ubriacarvi abbestia e molestare il prossimo, che al contrario è là per ascoltare musica. Per entrambe le attività suddette vi consiglio il bar sotto casa, che a mio parere è una location più consona, nonché indubbiamente più economica.

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Arrivo a Barcellona mercoledì pomeriggio, accolta però da condizioni meteo alla Glastonbury. Tra l’aereo in ritardo e il temporale che dura esattamente il tempo del mio tragitto a piedi da Plaça Catalunya a casa dell’amica che mi ospita, qualcosa mi dice che non riuscirò ad arrivare al Forum in tempo per l’esibizione dei Temples. Il palco ATP è attivo già da questo pomeriggio, e i club della città da lunedì ospitano gli eventi collaterali al festival, live e dj set. C’è un gran da fare qua. Lancio la valigia in casa e scendiamo in una metro intasata di barbe, shorts, coroncine di fiori in testa e occhiali da sole, che non è che solo perché piove uno deve rinunciare a fare l’hipster in giro, e poi a casa dei tipi slavati che mi circondano questo nubifragio è una pioggerella innocua. Il tempo regge un po’ fino all’arrivo al parco, quando lo show di Stromae è al termine, ma prima ancora che sullo stage arrivi Sky Ferreira ricomincia a piovere. Il risultato è una distesa di ombrelli che impediscono la visuale da qualsiasi punto e uno scazzo generale, mio e dell’americana, che avrà anche buttato nel cesso un contratto con la Capitol per non tramutarsi nella nuova Britney Spears, ma certo è che della popstar ha conservato la spocchia, e con aria melodrammatica tra un pezzo e l’altro si lamenta coi tecnici del ritorno in cuffia e quant’altro. Qualche problemino tecnico è innegabile e ce ne accorgiamo anche noi dal basso, ma in realtà è tutta l’esibizione ad essere sotto tono. L’eloquente commento a caldo della mia amica è “Oh, questa era meglio su Spotify.”

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E pensare che nel frattempo in centro, al Barts, ci sono The Ex e Shellac, ma che minchia ci stiamo a fare qua? Ci rimettiamo sulla metro, ma stasera non ne va una dritta, e all’arrivo in Avinguda del Parallel troviamo il locale sold out. Non resta che aspettare i Brian Jonestown Massacre, che suoneranno alla Sala Apolo tra un paio d’ore. Sono le 23 e forse è ora di mettere nello stomaco qualcos’altro che non sia birra, ma è l’ennesima scelta sbagliata, il tempo di andare a prendere un panino e tornare indietro che all’ingresso c’è già una coda di gente lunga quanto l’intero isolato. A metà concerto siamo ancora fuori e la mia insofferenza ha raggiunto livelli esponenziali, impreco contro tutti i panini della Spagna e i cretini in fila davanti a me, quando a un tratto sento intonare appena dietro di noi un motivetto che dopo qualche attimo con sgomento realizzo essere dei Neri Per Caso. Ok, sono italiani, mi capiranno ora che mi girerò e spiegherò loro che la serata è andata già abbastanza di merda e questa punizione possono anche risparmiarmela. Sono siciliani, ci si faranno anche una bella risata, ed infatti è così che va. Ci intratteniamo a chiacchierare con loro mentre siamo quasi davanti all’ingresso, quando una di loro dice “ragazzi, qua non c’è niente da fare, se Big Jeff è ancora in fila vuol dire che non si entra”. Tutti incuriositi da quello che sembra il primo diversivo a questa attesa snervante, chiediamo alla tipa di spiegarsi meglio, e lei ci indica un ragazzone con la faccia da vichingo, a un paio di metri da noi. Ci spiega anche che Jeffrey Johns, meglio noto come Big Jeff, è di Bristol, dove è una vera e propria celebrità nell’ambiente musicale, noto per essere un assiduo frequentatore di festival in tutta Europa, ottenendo a volte persino l’accesso gratis in virtù della propria popolarità. Mi sporgo ad osservare. Ha un po’ la faccia da Sloth dei Goonies ma meno brutto e ride in un modo così contagioso che mi torna il buonumore. Arrivato all’entrata, alza il braccio destro in segno di vittoria. Ce l’ha pieno di braccialetti pass quasi fino al gomito. Adoro già questo personaggio. I BJM nel frattempo hanno fatto i bagagli e a noi non resta che la performance successiva, quella di Har Mar Superstar, spiazzante commistione di Soul, Songwriting e porno trash. Io sono più interessata a Big Jeff che al live show. Il ragazzone si dimena sotto il palco in movenze buffe e un po’ maldestre. Nei giorni successivi lo incontrerò ancora, e quando tornerò a casa sul web scoprirò addirittura un documentario su di lui. Dopo un altro paio di birre e movimenti di bacino usciamo dall’Apolo concludendo questa specie di Day Zero. Il vero Primavera Sound deve ancora iniziare.

Continua…

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Rockambula al Primavera Sound, Day 1 (stanchi ma felici)

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Continua la nostra visione del Primavera Sound, tra barbe, Ray-Ban e tanta birra. Una freschissima Maria Pia Diodati e Angelo Violante ci mostrano cosa è successo durante il Day 1. (Guarda il Day 0)

Julian Cope in versione acustica giovedì pomeriggio all’Auditori Rockdelux e Il Dream Pop dei Real Estate sul palco Heineken
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Atmosfere 70’s al tramonto con i Midlake sullo stage Sony
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L’Art Rock tutto al femminile delle Warpaint
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St.Vincent, di certo una delle performance più sorprendenti della giornata
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Dopo le sperimentazioni di St.Vincent si torna all’ Hard Rock con i Queens Of The Stone Age
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Pirotecnici è tutto ciò che mi viene da dire a caldo, gli Arcade Fire
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Rockambula al Primavera Sound, Day 0

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Rockambula è presente al Primavera Sound con i nostri inviati speciali Maria Pia Diodati e Angelo Violante, avete capito bene, proprio il Primavera Sound. Vivi con noi in diretta le band sul palco con foto e commenti a caldo!

Iniziamo con una foto rappresentativa, sicuramente la più rappresentativa in assoluto…

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Il synth Pop di Sky Ferreira con molta pioggia e problemi tecnici, coda chilometrica fuori dalla Sala Apolo per i Brian Jonestown Massacre, invano..
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Ci si consola (poco) con il Soul lo-fi di Sean Tillmann in versione Har Mar Superstar
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Rockambula vi racconta il Primavera Sound in diretta. Noi ci saremo!

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Da giovedì 29 a sabato 31 maggio torna l’appuntamento ormai consueto al Parc del Forum con quello che è uno dei festival più importanti d’Europa, il Primavera Sound Festival di Barcellona. Dalla prima edizione del 2001 al PobleEspanyol di una sola giornata e una line-up che contava una decina di artisti si è passati negli anni alla formula della tre giorni, che propone in totale oltre 200 live show, e ad una seconda edizione in Portogallo, nella cornice della città di Porto. Il Primavera Sound si è contraddistinto negli anni per una proposta musicale eclettica che lascia spazio agli amanti di ogni genere, con un occhio di riguardo per le novità degne di attenzione, che in ogni edizione hanno affiancato grandi nomi quali Patti Smith, Wilco, Nick Cave, Neil Young, My Bloody Valentine, PJ Harvey, Pet Shop Boys, solo per citarne alcuni.

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Quest’anno, per quanto riguarda i soli headliner, si esibiranno Arcade Fire, Pixies, Nine Inch Nails, Mogwai, Queens of The Stone Age, The National, Slowdive, Caetano Veloso, Kendrik Lamar. Anche per quanto riguarda gli eventi musicali Barcellona si conferma un contesto mediterraneo atipico, per la capacità di gestire un evento paragonabile a Glastonbury o a festival d’oltreoceano del calibro di Lollapalooza e Coachella, ma soprattutto per la volontà di investire in eventi culturali come questo, imprescindibili per poter comprendere l’evoluzione del panorama musicale mondiale. Quest’anno Rockambula presenzierà all’evento, a partire da mercoledì 28, giornata in cui il palco ATP sarà già attivo e tra gli altri si esibiranno i Temples, una bella rivelazione del 2014. Gli eventi collaterali al festival inizieranno infatti da oggi e dureranno fino a mercoledì 4 giugno, nei club della città catalana e al Forum stesso. Nei giorni del festival cercheremo di districarci tra gli undici spazi in cui si susseguiranno le performances, nel tentativo di raccontarvi il più possibile di ciò che l’edizione 2014 del Primavera Sound offrirà. In attesa di un intenso live report, seguiteci sulla pagina facebook di Rockambula per aggiornamenti in tempo reale e testimonianze fotografiche dei live show!

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Tre nuovi artisti per il Primavera Sound

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E’ arrivata Primavera e porta tre nuovi artisti alla programmazione principale del Parc del Fòrum, che si aggiungono ai nomi già confermati nel cartellone del Primavera Sound di Barcellona: gli americani Future Islands e i dublinesi Girl Band, che suoneranno entrambi giovedì 29 maggio, e l’artista britannica FKA Twigs, che suonerà venerdì 30 maggio. I Future Islands sempre più in alto. Dopo esser stati prodotti da Upset The Rhythm e Thrill Jockey, all’inizio di quest’anno la band ha firmato per l’influente label britannica 4AD e pubblicheranno presto il loro quarto album: un disco dall’opportuno titolo Singles, nel quale esprimono il lato più pop del loro sound, ricco di coretti dal suono familiare e synth caserecci. I Girl Band vengono da Dublino, e dopo appena un paio di EP e il notevole singolo “Lawman”, sono diventati una delle band del momento. Mentre preparano il loro album d’esordio, i loro concerti fanno sold out ovunque, grazie a un sound che prende un po’ dal minimalismo e dalla ripetitività del krautrock e un po’ dall’elettronica, con l’aggiunta di chitarre potenti e di un cantante dallo stile vocale impressionante. FKA Twigs è una giovane ballerina e producer inglese che ha autoprodotto le sue prime tracce pubblicandole su Youtube insieme a dei video che la vedono protagonista anche in fase di regia. La cosa ha attirato l’attenzione dell’etichetta Young Turks che ha pubblicato il suo lavoro nel 2013. Il suo R&B etereo è stato menzionato su vari media, tra cui The Guardian e Pitchfork.

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