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Top 3 Italia 2015 – le classifiche dei redattori

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I tre migliori dischi italiani di quest’anno secondo ognuno dei collaboratori di Rockambula.
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Recensioni | novembre 2015

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Max Richter – Sleep   (Modern Classical, Post Minimalist, 2015) 7,5/10

Capolavoro totale per il compositore britannico (lo trovate qui) che confeziona un’opera titanica la quale, anche per la durata che supera le otto ore, vuole essere realizzazione perfetta da assimilarsi durante il sonno. Disco dell’anno, se siete capaci di andare oltre le barriere del Rock e della forma canzone.

Ought – Sun Coming Down (Art Punk, 2015) 7/10

Secondo album eccelso per la band degna erede dei grandi Television. Tra le migliori e più originali formazioni Post Punk di ultima generazione, qui raggiungono il loro apice creativo.

Kathryn Williams – Hypoxia (Folk Pop, 2015) 7/10

Arrivata all’undicesimo album, la cantautrice britannica compone un concept ispirato al romanzo La Campana di Vetro della tormentata poetessa Sylvia Plath. Atmosfere soavi, minimaliste, ma di una notevole intensità. Da ascoltare in solitaria. Consiglio l’esilio su un’isola deserta.

Dhole – Oltre i Confini della Nostra Essenza (Post Hardcore, 2015) 6,5/10

Pregevole incastro di strutture sonore Post Rock e cantato Scream per questo quartetto lodigiano agli esordi, matasse di distorsioni da cui lasciarsi avvolgere mentre le liriche colpiscono violente. Un debutto meritevole di spazio nel consolidato panorama nostrano del genere.

Open Zoe – Pareti Nude (Pop Rock, Post Punk, 2015) 6,5/10

Carico di echi delle esperienze Alt Rock italiane anni 90 il primo disco di questa band veneta, armata di tradizionali basso-batteria-chitarra, a cui si aggiungono pochi tocchi di elettronica e un timbro vocale femminile che conferiscono un gusto catchy e contemporaneo al risultato finale.

Il Mare Verticale – Uno (Alternative Pop, 2015 ) 6,5/10

Non è semplice fare un bel demo. Bisogna essere esaustivi nel saper dar sfoggio di sé e delle proprie abilità compositive, senza strafare e risultare pesanti. E su questo Il Mare Verticale, con Uno, ha saputo davvero fare bene. Il disco apre con “Tokyo”, un brano Alternative Pop delicato, a cavallo tra Afterhours e sonorità Indie nordeuropee, che chiarificano subito timbri e accorgimenti che la faranno da padrone: arrangiamenti mai scontati per quanto perfettamente in stile, liriche (in italiano) trattate più come pretesto fonico che come significanti, atmosfera galleggiante e onirica, che sfocia naturalmente in “Non Luoghi”, con i suoi echi alla Radiohead. “Spuma” è forse la più italiana di tutto il lavoro della band romana, con richiami alla produzione di Benvegnù e Gazzè su tutti. Il disco chiude con “Elaborando”, che, quasi in maniera volutamente descrittiva, si connota in fretta come il brano più complesso tra i cinque, con i suoi ritmi marcati e il sound più cinematografico.

Prehistoric Pigs – Everything Is Good (Instrumental, Stoner, Psych Rock, 2015) 6,5/10

Distorsioni e spazi immensi, sabbiosi e oscuri. Un viaggio interminabile (otto brani per quasi un’ora di musica) tra i più desolati deserti  descritti da un trio non sempre impeccabile e fantasioso, ma che cerca perennemente il suo suono, incastrando la chitarra di Jimi Hendrix nel caldo torrido dell’Arizona. Peccato manchi la voce, avrebbe potuto dare maggior senso e maggiori vibrazioni a questo serpente sporco, vorace e velenosissimo.

La Casa al Mare – This Astro (Dream Pop,  Shoegaze, 2015) 6,5/10

Viene da Roma il terzetto che compone La Casa al Mare, con sonorità che non posso che richiamare subito una certa produzione Pop anni 80: voci indietro sullo sfondo, chiamate a far le veci di un vero e proprio strumento aggiunto, chitarre quasi prepotenti, seppure senza giri virtuosistici, effetti trasognani e riff ariosi e cantabili. This Astro apre con “I Dont’ Want To” che per i primissimi venti secondi sembra richiamare quasi gli Smashing Pumpkins e poi cede il passo allo Shoegaze in “Sunflower” e “M, particolarmente interessante per le aperture armoniche e il trattamento della dinamica. La mia preferita del disco risulta però essere “At All”, che suona come un brano degli Indiessimi Yuck. La costruzione dell’impianto sonoro cambia leggermente in “Tonight or Never”, in cui ogni elemento emerge con una brillantezza che sembrava mancare nelle tracce precedenti. L’EP chiude con “CD girl”, una traccia à la Raveonettes o My Bloody Valentine. Nulla di nuovo dunque, ma neppure qualcosa da cui rifuggire come la peste.

A Copy for Collapse – Waiting For (Electronic Synth Gaze, 2015) 6/10

Interessante duo barese che si muove agevolmente sulla via dei vari Telefon Tel Aviv, Mouse on Mars e The Postal Service. Qualche richiamo alla Dance Music poteva essere evitato. Sound anni 80 per chi non è fanatico degli anni 80.

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Auden – Some Reckonings

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Dopo un anno denso di musica elettronica di produzione nostrana – che peraltro personalmente ho molto apprezzato – metter su un album come Some Reckonings è un po’ come tornare alla realtà. Il fascino delle possibilità che i mezzi contemporanei offrono a chi fa musica genera una corsa all’originalità che riesce spesso, di proposito o per caso, a far passare in secondo piano altri aspetti non meno rilevanti nel processo compositivo, quali immediatezza e genuinità.
Gli Auden seguono un percorso anomalo, e dalla scena romana Hardcore di fine anni ‘90, senza passare mai per un reale esordio, dopo un decennio in stand-by inaugurano la collaborazione con V4V Records. A distanza di due anni dall’EP Love is Conspiracy arriva ora il long playing, che ha la faccia di un nuovo inizio piuttosto che di un ritorno, con background sonori e personali più ingombranti e fecondi. Lo è a tutti gli effetti, perchè la genesi dei brani che compongono l’EP dato alle stampe nel 2013 risale in realtà ai primi anni ‘00, ed è facile immaginare che per il quartetto all’epoca la vita, musicale e non, fosse assai diversa.
Mi incazzo sempre un po’ con gli italiani che scelgono l’inglese, ma non ho il tempo necessario per decidere se sono disposta a perdonare o meno l’esterofilia palese degli Auden, perchè “The Day of Reckoning” viene fuori urgente con chitarre in abbondanza che aprono i giochi senza preamboli. L’eco dei Fugazi è limpido, così come quello delle declinazioni nostrane (Fine Before You Came), fino a coprire tutto lo spettro delle derivazioni del Punk con episodi più orecchiabili e scanzonati alla Maximo Park (“False Restart”, “Better Than Not Believe It”).
Che sia il momento della resa dei conti è chiaro da subito nelle liriche. I’d like to be like Ian C. | fourty years old | outlived to himself | with grace in feeling | and sweer despair in spirit: In “Next Regrets” gli spettri del passato adolescenziale si aggirano tra le note ma la consapevolezza è un’altra, adulta e disillusa.
Qualche sbavatura nella pronuncia sgualcisce un po’ l’apprezzabile naturalezza con cui creano ambientazioni oscure ed energiche. L’apparato strumentale ridotto al minimo sindacale è più che sufficiente a convincere in meno di trenta minuti complessivi di ascolto che i ragazzi hanno imparato bene la lezione. Qualche guizzo negli arrangiamenti arriva con “Back and Forth” e in chiusura, con i virtuosismi di “Curtain”. Ne avremmo gradito qualcuno in più ma non importa, per il resto si può attendere perchè gli Auden ci hanno già dimostrato che non è mai troppo tardi, che si tratti di inizi, ritorni o evoluzioni.

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Shellac – Dude Incredible

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Vi ricordate di quel derelitto, occhialuto e schivo, che ha forgiato a suon di sferragliate il Rock alternativo degli ultimi trent’anni? Inutile ribadire l’importanza di Steve Albini, sia come musicista che come produttore (tra i più famosi Nirvana e Pixies); ciò che ha veramente rilevanza è che a distanza di sette anni dallo splendido Excellent Italian Greyhound, interrompe il suo mutismo e torna a violentare la nostra psiche con Dude Incredibile ultima fatica dei suoi Shellac. Accompagnato come sempre da Bob Weston (basso) e Todd Trainer (batteria), Albini ci ripropone la sua formula; battito marziale, geometrie pitagoriche e spigolosità chitarristiche, appuntite come cocci aguzzi di bottiglie. Tutto magnificamente abbinato ai classici stop and go da sindrome di Tourette, vero marchio di fabbrica del loro sound.

Certo, la misantropia furiosa del passato (Big Black, Rapeman) si è affievolita, lasciando spazio persino a tratti definibili melodici, senza mai abbandonare quello humor nero e perversamente violento che pervade i suoi testi. La grandezza di Albini è sempre stata quella di vomitare addosso all’umanità le putride meschinità concepite dal cosiddetto homo sapiens sapiens: non a caso la copertina dell’album ritrae due primati che lottano, immortalati nella loro istintività fatta di brutale purezza che risulta meno aberrante di qualsiasi periferia del nostro Paese, dominata da degrado ed emarginazione sociale. La title track apre le danze con oltre sei minuti di cupo e cigolante Post Hardcore a tinte Prog, dove questo power trio dialoga splendidamente generando un frastuono ferroso e controllato. “Complicant” è uno di quei pezzi dove la nevrastenia schizoide dei nostri raggiunge livelli drammatici nei conati finali di Albini, risultando il brano migliore del disco; il Post Rock slintiano di “Riding Bikes” accompagna magistralmente il cantato di Albini che si tuffa in un nostalgico, quanto doloroso, tuffo nel passato fatto di quell’ irriverenza bellicosa che si possiede solo a venti anni. “All the Surveyors” spiazza per la somiglianza con il Crossover rabbioso dei primi Rage Against the Machine; “Mayor/Surveyors“ è una breve jam funkeggiante che ricorda molto i Minutemen in salsa Noise.

“Surveyors” (pionieri) chiude l’album con il suo incedere diretto e viscerale, il ritmo è  scandito come un metronomo dalle sei corde di Albini grattugiate dai suoi plettri di rame, mentre Weston si dimostra uno tra i migliori bassisti in circolazione. A proposito di pionieri, innegabile che Albini lo sia, è altrettanto innegabile che sia un gradasso tirannico e sadico che concede la propria mostruosa genialità con meticolosa intermittenza, vista la cadenza temporale delle sue produzioni da musicista. Ovviamente il disco non è stato promosso con alcuna pubblicità e non ci sarà un tour conseguente, soltanto rare apparizioni live; Albini è  padrone totale della propria libertà compositiva. Può esserci vittoria più grande per un artista? Credo di no…ma ora alzate il volume e  fatevi flaggelare da sua maestà che reclama il proprio tributo, sperando di non dover aspettare di nuovo sette anni.

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Do Nascimiento – Giorgio

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Ho buona memoria. Sarà che il nome Do Nascimiento, per la sua inusualità, resta impresso. Li ascoltai l’ultima volta nell’esperimento Splittone Paura che divisero con i Verme e i Gazebo Penguins e che vedeva compatte ben quattro etichette: To Lose La Track, Que Suerte!, TwoTwoCats e NeatIs Murder. Tra i quattro litiganti, il quinto gode. Il quinto è la Flying Kids Records, anche se sotto sotto c’è lo zampino del prezzemolino To Lose La Track. Ormai quest’ultima label è diventata indiscutibilmente sinonimo di ottime produzioni. Giorgio confermerà l’andamento?

Partiamo dal fatto che è un disco di sole sei canzoni che fanno il verso agli ex compagni di ventura Verme e Gazebo Penguins. Quindi atmosfere rarefatte strapiene di Postcore traboccante emotività. “Vecchio” è un monito dedicato a chi maledice i propri compleanni, tema sviluppato in poco più di un minuto.  Impossibile estromettere dalle influenze i Fine Before You Came: “Chitarra” ha esattamente le loro sembianze, anche se i Do Nascimiento sono meno levigati per partito preso. Quello che sembrava solo un sospetto si tramuta in una certezza: il timbro del singer somiglia spaventosamente a quello di Dani, famoso per aver militato nelle Pornoriviste e di essere attualmente il leader degli Yokoano (“Baracchetta” ne è la prova inconfutabile).  Il calderone bollente della scena Emo italiana non si fa schiacciare e le sue sfaccettature sono tutte raggruppate nell’episodio finale, il più lungo con i suoi due minuti e trentotto secondi: “Fiato” è quasi esclusivamente composta dal binomio voce-chitarra arpeggiante, qualche rullata ben assestata genera la struttura del pezzo, fino a spegnersi nel bel mezzo del ritornello, cantato sguaiatamente. I quattro ragazzi liguri non si sprecano in nulla: titoli composti da una singola parola, brani con tempistiche che lasciano a desiderare. Ma nonostante questo non mi vengono in mente metodi diversi per spendere bene dodici minuti della mia esistenza.

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culiduri – Ci Hanno Rubato il Disagio

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Una band dal nome altamente discutibile. Nasce a Padova il trio culiduri, dall’incontro fra Il Signorino, Il Disagio e Il Conte (così si fanno chiamare). Una formazione inconsueta: basso, voce e batteria. Una musica di cui dirò nelle prossime righe. Ci Hanno Rubato il Disagio è un EP che in circa dieci minuti riesce ad esibire una tracklist di ben cinque capitoli, il che conduce, attraverso un banale calcolo, a stimare una durata media dei brani pari a due minuti. Tuttavia, abbiamo un outlier: “Il Germe si Lamenta del Mondo”, traccia numero quattro, che vanta ben 2’34’’ di impegno. Ma noi, attenti e crudeli recensori, non badiamo a queste cose ed in presenza di scarsa quantità puntiamo dritti alla qualità dell’opera. Premessa: la musica Post Punk mi garba; la musica Post Hardcore mi garba ancor più. Ma veniamo a noi… L’extended play realizzato dai ragazzi padovani propone un titolo altamente interessante ed una copertina hardcore al punto giusto. Tutto sembra iniziare per il meglio e mi fiondo sulla traccia numero uno: “Tonietta”. Non mi è ben chiaro se si tratti di una blasfemia celata o di una sofisticata critica alla di certo più nota Maria Antonietta, ma in entrambi i casi i tre ragazzi padovani hanno scelto un’apertura che lascia alquanto spiazzati. Non che io mi scandalizzi innanzi a tali situazioni (no di certo!), ma il ripetere instancabilmente la stessa frase funziona solo se la frase stessa funziona. Mi spiego meglio: sai che c’è? Ti dico una bugia! Se fai la spia sei figlio di Maria (Tonietta) è un esempio lampante di frase che non funziona. Vero, la storia della ripetitività è classica del genere (e di questo i ragazzi abusano un po’ in tutto l’EP), ma vorrei che in testa mi entrasse un messaggio e non una frase da cui estrarre qualcosa di utile proprio non mi riesce. Ma noi non siamo mica così superficiali! Andiamo avanti e ci concentriamo sul resto del testo e dello strumentale, che riporta i nostri ricordi ai tempi in cui, nel garage di Peppe, io mi mettevo alla batteria, lui alla chitarra ed improvvisavamo pezzi stonati fino all’arrivo delle luci blu. Se è vero che non ci è concessa una seconda possibilità di fare una straordinaria prima impressione, è pur vero che non ho pregiudizi e passo al brano numero due: “Super Perfetto”. Questo sembra un brano seriamente funzionante! Autocritica alternata fra canto e parlato che ci dona una gran bella carica e ci gasa al punto giusto per dire “Ok! Mi ero sbagliato! ‘sti culiduri sanno quel che fanno!”. Nei limiti artistici imposti dal genere, la suddetta traccia è senza dubbio uno sfogo interessante e degno di pogo. Un capitolo messo lì per far saltare la gente e divertire…e ci riesce bene! Anche il testo sa il fatto suo: critico, interessante, si fa ben seguire. Bella, la prossima me la sento buona. Tuttavia, “Finestre” è un pezzo che definirei ambiguo. Sono a quota cinque ascolti e non riesco ancora a capire se è un buon pezzo o se segue la scia di “Tonietta”. Ma non voglio credere che la precedente traccia sia un caso isolato, così mi concentro e scopro un giro di basso di notevole spessore. Isolo la voce e ritorno per un attimo indietro negli anni, alla ricerca di una band che mi ricordi tale sound, ma il ritornello incalza, mi distrae e mi spiazza. Il basso si adagia su una distorsione eccessiva, la cassa fa vento e crolla il mio castello di carte. Per un attimo avevo pensato ai Tre Allegri Ragazzi Morti. Peccato. Chiudiamo un occhio e dedichiamoci al precedentemente definito outlier. Ora definibile delusione. L’apertura incuriosisce e, una volta accettata l’idea che i testi siano messi lì tanto per riempire spazio, si riesce a percepire uno strumentale ben pensato crescere lentamente e donare ottime aspettative all’ascoltatore. Il basso, incredibilmente lavorato, si articola in un giro perfettamente orecchiabile, accompagnato da una batteria tutt’altro che prepotente. Ops, è saltato il disco e adesso graffia di brutto. Ah no, è solo il ritornello. Ultima chance per i ragazzotti in questione. Bruciata. La quinta ed ultima traccia spegne ogni possibile speranza, riproponendo un testo noioso e ripetitivo ed un sound che in nessun frame cattura la mia attenzione.

Via le cuffie, è ora di tirare le somme. Disse J-Ax che il rap è come il porno: ci nasci. Io non voglio essere così drastico e dico che il genere oggetto di analisi sia un genere arrivabile; pertanto scartiamo la possibilità che il problema dei culiduri sia il genere. L’assenza di chitarra è certamente una trovata interessante, che non di certo condanna, anzi, genera un buon numero di apprezzamenti. La voce calza perfettamente su un sound così crudo come quello generato da un basso portante. Il problema allora dove sta? Beh, il problema sta nel fatto che a me ‘sti tre ragazzi hanno trasmesso voglia di far casino e non voglia di far musica. E se è vero che il Punk è anche far casino, è pur vero che la musica è anche il trasmettere un messaggio. Isolare i testi infantili alla ricerca di note positive è stato quasi snervante. Le note ricercate le ho trovate, ma sulla bilancia pesano poco più della copertina e del titolo dell’EP. Si consigliano maggiore impegno nel realizzare omogeneità all’interno delle singole canzoni e più attenzione per i testi; si consiglia, inoltre, di lavorare sulla totalità della traccia e non di limitarsi ad un’intro funzionante. E se in giro si vanta la rapidità con cui è stata tirata fuori “Tonietta” (soli due giorni, dicono), io questa rapidità la percepisco nella sua accezione negativa. Han citofonato! Lascio un biglietto sul tavolo e vado via: “Ritenta, sarai più fortunato”.

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Ecole Du Ciel – Heartbeat War Drum

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Ecole Du Ciel è un progetto nato nel 2010 a Bari dalle menti di Cosimo Savino (voce, chitarra) Chris Dilfino (batteria, percussioni) e Massimiliano Colamussi (basso, cori), che dopo il loro primo Ep omonimo, martellata Screamo Post Hardcore, ci consegna questo Heart War Drum scarno, combattuto, sanguinante, grondante di emozioni e sentimenti che in contrasto totale tra loro finiscono per dissolversi flebilmente nel vuoto. Resta un’unica certezza, lanciare un urlo stridente per dimostrare a se stessi la propria esistenza, la propria individualità. Apre ”Forever Up There” con un arpeggio di chitarra Post Rock e morbidi cori  fanno presagire un’atmosfera rassicurante; segue “ From My Farthest Shores” pezzo dinamico e distorto, dove le capacità collettive del trio pugliese di fondersi in un dolce frastuono, rendono evidente l’apertura verso altri lidi sonori e la voglia di sperimentare. “Stars Feed On Fire” è un fendente Post Hardcore dritto e veloce che termina in un caos urlato, si allenta il fiato con “Wheelboat” breve intermezzo etereo e quasi scanzonato dove la chitarra elettroacustica dialoga dolcemente con la sezione ritmica.

Ma sono solo due minuti: batteria dal battito epico, basso incalzante in pieno stile Post Punk, riff monocordi ed echi lontani scandiscono il tappeto sonoro della title track ,splendida jam session di sei minuti cadenzata da conati di vomito latrati, che ha il sapore di capolavoro. La conclusiva “Dead Leaves” (Milk Teeth) ci porta in territori Noise ammorbidito da certa psichedelia degli anni novanta(lontano un certo riflesso di Catartica) alternato da improvvisi silenzi un po’ snervantidelineandosi sempre più una progressiva lentezza. Sicuramente non brilleranno per totale originalità ma quello che ne esce è un manifesto di veridicità e schiettezza emotiva non comune. Il merito va anche alla v4v Records italianissima e scopritrice di talenti nel sempre più affollato e variegato panorama underground italiano.

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Lantern – Diavoleria

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Si può solo tentare di essere brevi con i Lantern, non fosse altro per rispetto della loro estrema capacità di sintesi. Ficcare in otto brani, la cui durata media si attesta sui due minuti o poco più, un’ansia comunicativa intensa e ruvidissima, e insieme una capacità d’analisi anche, a sorpresa, poetica e sensibile: questo il ragguardevole traguardo che riesce a raggiungere Diavoleria, il loro primo album. “Annunciando il nostro oblio abbiamo progettato la nostra solitudine. Come astro-ingegneri edifichiamo mondi e varchi siderali. Non ricordo le facce, confondo le storie di serate passate a dimenticare di fingere di volere ogni cosa diversa da te”. Si apre così Diavoleria (“Inferno a Rotta di Collo”) e già constatiamo un gusto e una leggerezza sorprendenti, che si mescolano (emulsionano, sarebbe la parola adatta) con un mare di schiaffi sonori, distorsioni vibranti, batterie devastanti.

Il disco, nelle sue otto tracce, racconta spiragli di mondo, ci prende allo stomaco, ci scuote, ci racconta attimi, adolescenze, sogni, fallimenti (altro che I Cani). Ci dice tanto, con pochissimo: “Nasciamo nudi moriamo in stracci argento e lustrini e sangue e sangue” (“Il Segreto Delle Ragazze”); “Se non inventiamo più il mondo, che resta? Dimmi, che resta? Ora che tutto è svanito e lo scheletro sotto la roccia sono io, che ho sempre creduto non lo saprai mai” (“Mucchio d’Ossa Cobberpot”); “Cerco nuove gocce nel mare, faremmo prima a lasciarci annegare” (“L’Invincibile S50”). C’è ancora qualcosa da pulire, è vero: ogni tanto si cade nell’autocommiserazione, quasi compiaciuta, nella storiella da ricatto emo-tivo. Ma è una macchia accettabile in un dipinto dalle pennellate così furiose, così dense. I Lantern accompagnano le loro vicissitudini con un impianto feroce, intenso, caldissimo. Voci sgolate, attimi di vuoto ad intervallare colpi sotto la cintura, unghie alla gola, tensione e sudore di un Post Hardcore molto convincente. Come spesso accade quando si parla di questo genere di musica, ogni tanto si subisce una dissociazione tra la leggerezza (in senso calviniano) delle liriche e la pesantezza dell’impianto vocale, che avanza per la sua strada e avrebbe lo stesso impatto anche cantando grammelot e facendoci comunque leggere quei testi su un foglio, a fine corsa. È, credo, l’unica cosa che impedisce ad un gruppo del genere di diventare veramente popolare (per il resto, c’è proprio tutto: storie, intensità, carica generazionale, e, miracolosamente, un buon grado di orecchiabilità, non orecchiabilità Pop, ovviamente).

Un buonissimo disco d’esordio, inframmezzato da estratti da “Crimini e Misfatti” di Woody Allen su religione ed etica, che ci fa vedere in controluce uno spessore ricercato e quasi raggiunto. Uno spessore di cui c’è un grandissimo bisogno, e che speriamo i Lantern proseguano nel ricercare anche nel futuro, regalandoci un seguito più focalizzato ma altrettanto sincero. Glielo auguriamo (e ce lo auguriamo) con tutto il cuore.

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Matta-Clast – De Morbo

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I Matta-Clast producono, nel loro studio e con la loro Matta Sound, un EP per nervi tesi: diretto, duro, spigoloso. Il loro Rock meticcio si tinge di sonorità Heavy quando spinge, tra batteria Hardcore Punk e voci gutturali e confuse, mescolandosi poi con inserti d’Elettronica grezza e minimale. De Morbo predilige la brevità e l’incisività al discorso composito: brani corti e sottili come graffi, che ruotano attorno a riff inquieti e testi da filastrocca.

Il prodotto, nell’insieme, non è male, ma manca ancora quel tocco originale che potrebbe invogliarci a riascoltare il disco una volta finito. Note di demerito per voce e testi, la prima che stona con l’impianto generale del loro sound, troppo teatrale e pericolosamente vicina al rischio auto-parodia, e i secondi che non brillano d’inventiva e falliscono nel tentativo di incuriosirci e andare ad approfondirli. Interessanti, comunque, “Sono Migliore di Te” e l’introduzione di “Febbre”, dove i Matta-Clast riescono ad inquietarci e a tenerci stretti con spezzoni ritmici aggressivi e dissonanze ossessive. Nel resto del disco tendono a essere più apertamente lineari (“Non Sono in Me”) e questo gli riesce peggio. Un buon tentativo, insomma, ma con ampi margini di miglioramento.

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Lleroy – Soma

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Con i Lleroy non si va sul morbido, è una evocazione dell’eroismo quale sintomo puro, a suo modo innovatore, degli spiriti maligni del rumore, del noise ibridato e del bailamme angosciato ed ebbro che urla, strilla e aggredisce nei suoi significativi aspetti Post-Hardcore, e quello che circola nei bagliori siderurgici del loro Soma è l’eccellenza e la sfumatura della devastazione congegnata.

La triade marchigiana suona brutale nelle sue nove tracce, un assalto sensoriale che arriva da ogni direzione, quasi provenisse da casa Warp come un insieme di tracciati paralleli a stilettate feroci che danno ansia e goduria nel contempo, e dopo una “stasi” di quasi cinque anni da quel fenomenale Juice of Bimbo, risentire queste avvisaglie di guerra sonica fanno sì che l’ascolto generale prenda tutta un’altra storia.  Sono solchi di violenza ultrasonica, e l’insorgenza della loro attitudine riporta in quel germogliante inferno compresso di certi Gerda, One Dimensional Man, nella stimolazione sclerotiche alla Neurosis come nelle dilatazioni ossessive degli Uzeda, tracce emaciate e industriali che sfoggiano una vastità di occasioni per far perdere la testa e la cognizione di dove ci si trovi nel momento del loro passaggio diabolico.

L’urlo è il canto “Cuorleone”, la destrutturazione la melodia “Don Peridone” e l’estasi del buio “Soma” la realtà in cui il trio affonda la sua psicotica anima fino allo spasimo: tutto è angusto e spigoloso, una interpretazione “cattiva” imbastardita da fuzz, distorsioni laceranti e ritmiche secche “Ultimi Sintomi”, sangue e vene in cortocircuito che fanno una operistica inquietante ma dal fascino destroyer inattaccabile “Merda nazionale”; come Grindcore ci siamo alla grande, se poi ci vogliamo fare del male fino in fondo i sette minuti primi di “Omega999” ci aspettano per scarnificarci tra lazzi e frizzi granguignoleschi dove il caos elettrico regna come una mignotta nei suoi paradisi violacei, violacei come una ecchimosi spaventosa.

Francesco “Fre” Zocca, Riccardo Ceccacci e Chiara Antonozzi tornano sulla scena del delitto con un disco che ok si scontra e rotola nella freddezza delle sonorità mutuate dall’Hardcore, ma una freddezza che mette addosso un calore tremendo, una muriatica solvenza che regala una altrettanta maestosa calura di potenza ipnotica “Pura grazia”. Se amate l’alternativa cruenta dei gironi danteschi dell’Inferno siete i benvenuti!

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Starlugs – The Rite And The Technique

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C’è un paese, una città meglio, visto che conta cinquantaquattromila novecento otto abitanti ed è capoluogo di provincia, che ha generato in me contemporanee scariche d’intenso odio e amore, nel corso dell’ormai decrepito 2012. Da abruzzese, che per tutti i dodici mesi ha fatto la spola tra Pescara e l’entroterra (molto “entro”) aquilano, Teramo è stata sofferenza e diletto, tormento e soddisfazione. Ho visto una moltitudine di band emergenti nascere sotto le pendici del Gran Sasso mentre io, a Pescara, continuavo a vagabondare per locali danzanti, metallari e Dj Rock (sì, esistono i Dj rock, che cazzo credete?) cercando un gruppo che non c’è, o forse c’è ma ai pescaresi non gliene frega un cazzo. Tante manifestazioni sonore si sono tenute nel teramano, come le esibizioni live di Calibro 35, Bugo, I Cani, gli Offlaga Disco Pax. Cosi, se da un lato vedere l’esplosione di band come gli String Theory (che ho inserito nella mia top three annuale) stava facendo crescere in me l’amore e l’interesse per un territorio fino a ora quasi sconosciuto, dall’altro, vedere la facilità con la quale la gente del posto riesce a ignorare il dilagante fenomeno (il tutto si può notare con la scarsa partecipazione del pubblico ai diversi eventi programmati nella zona) mi fa una rabbia bastarda.
La mia ultima scoperta si chiama Starslugs. Ho il loro disco autoprodotto tra le mani, The Rite And The Technique e guardandolo mi rendo conto che quest’ammasso circolare di policarbonato non mi regalerà certo le dolci note di un pop cantautorale rassicurante e delizioso. Sotto il nome della band sono scritte in inglese le parole “One Straight Line -Do It Yourself” (una sorta di mini manifesto generazionale di una certa cultura punk underground nata negli anni ottanta e che mirava innanzitutto al rifiuto della major per poi diventare un vero modo di vivere) e più in basso, al centro della copertina, mi sembra di vedere un nero che con un ghigno a metà tra dolore e gioia, è intento a trapanarsi le cervella. Ancora più giù, sotto l’indicazione del nome dell’album, un altro sottotitolo nella lingua della regina d’oltremanica recita “una breve storia d’impressioni rubate da un ambiente ostile”. Diciamo che sembrano esserci tutte le premesse per non sperare di rilassarsi tranquilli durante l’ascolto.
Nella parte di dentro del libretto, a rincarare la dose, troviamo di fianco alla tracklist, l’immagine di un fucile smontato, di quelle che si trovano nei libretti d’istruzione, con tutti i numeri sopra ogni pezzo e in basso, ancora una volta in inglese, l’invito a copiare e diffondere l’opera ma non a rubare le idee contenute all’interno. Finalmente mi sento pronto a schiacciare quel pulsante e trasformare la guerra fredda della mia attesa in una pioggia di bombe soniche.
Intanto che ascolto, vi racconto chi sono gli Starslugs. Nati poco più di cinque anni fa in Abruzzo, sono semplicemente un duo (che si definisce Punk-Noise) composto da Danilo “Felix” Di Feliciantonio e Pierluigi Cacciatore, ai quali si aggiunge un batterista che viene dal passato chiamato drum machine Roland TR707 (il suo nome preciso sarà strettamente legato alla musica, come poi vedremo). Scrivono i pezzi nella lingua di Poe e Bukowski e la cosa è un bene (anche se i puristi, fascisti, nazionalisti magari, non la penseranno cosi) perché è il modo migliore di applicare la voce a questo tipo di suono in frantumi. La voce è come la tecnica e la bravura applicate a un qualsiasi strumento. Un chitarrista nel suonare mette insieme le sue capacità con la chitarra che preferisce per il tipo di suono che emette. Cosi chi canta, mette insieme le sue doti con lo strumento, rappresentato nel qual caso, dalla lingua scelta. Ogni lingua come ogni chitarra può essere più o meno adatta a un certo tipo di musica.

Ho finito di ascoltare il disco e lo riascolto ancora e ancora. Nel brano iniziale “Body Hammer” entra subito in scena la Drum Machine e lo fa in un modo che adoro. Martellate ossessive, ripetitive, lineari, quasi marziali preparano l’ingresso alle chitarre che sferragliano come motoseghe impazzite e alla voce che, per quanto possa essere lontana dal concetto platonico di bello assoluto, è perfetta nel suo trascinarsi contorta nello stile del grande Steve Albini. Ci siamo, ecco svelato il trucco. La presenza non della drum machine ma proprio di quella drum machine era un indizio troppo grande. Sull’opera degli Starslugs si staglia imponente l’ombra dei Big Black, la creatura Noise Rock, Post-Hardcore nata negli anni ottanta proprio dalla mente genialmente contorta di Steve. La sua creatura che più ho amato e apprezzato nel corso della mia vita. Aspettate, però, a giungere a conclusione. Non pensate di essere di fronte a una band di “copioni” che volevano provare a fregare un pubblico magari ignorante in materia. La storia è un’altra.
Il secondo brano “Nuke”, il mio preferito, è uno di quei pezzi che ti mette voglia di ascoltarlo ogni fottuto giorno che avresti voglia di spaccare il culo al mondo; inizia con echi vocali di stile industriale e il solito ritmo tormentato, ma quando entrano in scena le corde, ti rendi conto che questi ragazzi hanno capito come pugnalare le orecchie in modo masochisticamente piacevole. Mentre la voce si limita a urlare lamentosa, chitarra e basso creano melodie strepitose che ti entrano nel cervello come un cancro.
Se “Sad Sundays “ accelera il ritmo mantenendo intatta la natura Post-Hardcore degli Starslugs, con le successive “Sense Of Tragic” e ancor più “Betamax” e “Justice”, un sospetto diventa certezza. Dentro il tormento delle ritmiche di questo The Rite And The Technique c’è un’altra band che probabilmente, rispetto ai Big Black, saremo in meno a conoscere.  Le atmosfere tribali rievocate nel disco sono le stesse già raccontate dai Savage Republic, band Post-Punk californiana contemporanea dei Big Black, autrice di uno dei migliori lavori nel suo genere chiamato Tragic Figures (la formazione è ancora in attività e lo scorso anno ha prodotto Βαρβάκειος). La cosa che fa piacere è che, dopo aver ascoltato il disco e aver notato i chiari riferimenti ad Albini e i più nascosti alla band di Bruce Licher e Jackson Del Rey, sono andato a leggere la biografia della band teramana e questi due nomi sono gli unici inseriti nei loro riferimenti. Ciò significa due cose. Che, innanzitutto, gli Starslugs dimostrano una notevole onestà intellettuale citando in maniera schietta i loro riferimenti (calcolando che probabilmente il grande e ottuso pubblico non li avrebbe neanche riconosciuti, potevano fare i furbi e sottintendere i riferimenti). Infine, che, se volevano rifarsi a due grandi nomi del passato, l’hanno fatto in maniera egregia, riconoscibile. Il loro sound sembra la degna prosecuzione dell’operato dei due grandi gruppi degli anni ottanta e non una loro pessima copia e tutto questo è dovuto non solo alla loro bravura puramente tecnica e compositiva ma anche a tutto il lavoro di ricerca della strumentazione vintage fatta dai due. Il risultato è perfetto.
In “Uranus” sembrano riaffacciarsi (vedi “Nuke”) delle reminiscenze industriali, dark ambient proprie del movimento nato dalla mente di Genesis P-Orridge e i suoi Throbbing Gristle. Circa cinque minuti di note lente e ripetitive, quasi come una messa funebre in una chiesa sconsacrata. Non c’è nessuna parola ad accompagnare la voce. Solo corde acide e stridenti che pesano come il peccato originale nel cuore del nostro spirito.
Una voce meccanicamente in loop apre “Willie”, altro brano in classico stile Big Black che presenta una melodia nascosta tra il rumore, di quelle che non si scordano facilmente, mentre chiude l’album “Mishima”, l’ultima esplosione atomica, l’ultimo tassello della mia guerra fredda interiore, la bomba H che ha distrutto l’umanità nella mia anima.
Gli Starslugs non hanno sono preso Big Black e Savage Republic per rielaborarli e proporli con fredda imitazione. Hanno invece continuato un percorso tribale e rumoristico iniziato con Atomizer e che non poteva evidentemente concludersi nel 1992. Hanno ripreso la strada di un sound cosi semplicemente straordinario da essere fuori dal tempo, da essere talmente immediato e identificabile anche nel suo essere elementare. Sono stati capaci di creare melodie da materia tagliente e sanguinante come il Noise-Rock. È per questo che gli Starslugs mi sono piaciuti cosi tanto pur essendo probabilmente la band meno originale ascoltata negli ultimi dodici mesi. Perché la loro è una sorta di opera di recupero di sonorità che altrimenti sarebbero andate perdute nell’oblio dell’ignoranza.
Gli Starslugs hanno deciso di continuare la strada ideale di chi al mondo ha risposto con un beato vaffanculo.

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