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Recensioni #09.2018 – CRLN / Bruno & the Souldiers / 77 Gianky Project / Alberto Cipolla

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Kyle – Space Animals

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Secondo album, dopo This Is Water di due anni più vecchio, per Michele Alessi, l’unico membro che si dissimula dietro il nome di Kyle, già chitarra baritono dei Captain Quentin oltre che membro di Maisie e Distape. Ai più attenti basteranno questi nomi per capire che improbabilmente la proposta dell’artista potrà incanalarsi nel più classico Pop nostrano, o ancor peggio, nella consuetudine della musica leggera che, ripudiati i fasti di un tempo, arranca oggi in un vortice di banalità. Anche questa volta Michele Alessi riesce a meravigliare, non solo giacché mette da parte l’attenzione maniacale per le chitarre acustiche ma anche perché amplia il progetto Kyle, che trasfigura per l’occasione da one man band a gruppo vero e proprio e non unicamente per i live. Scelta quanto mai azzeccata perché mettere insieme chitarre, sax, ukulele, flauti, mandolino, vibrafono, farfisa, banjo, wurlitzer, toypiano, rhodes, contrabbasso, batteria e voce è cosa più agevole tanto quante più sono le teste al servizio della musica. Ed è cosi che anche Yandro Estrada, Aldo D’Orrico, Ignazio Nisticò e Federico Mari entrano in studio con Alessi per arrangiare le dieci tracce di Space Animals e far si che Kyle diventi, in modo più palese, il nome di una band, o almeno di un progetto eterogeneo, invece che il semplice pseudonimo d’un singolo artista, che comunque resta il centro nevralgico, sia in fase compositiva sia espressiva.

Lo strambo titolo non lasci interpretare alcun richiamo sovrabbondante alla psichedelia cosmica britannica (i riferimenti beatlesiani sono piuttosto in chiave melodica) o teutonica anni settanta perché in Space Animals lo spazio che viene evocato è inteso in senso più ampio, come vuoto sì aereo, ma soprattutto psichico e interiore e come l’insieme di una molteplicità di mondi vitali che plasmano la vita stessa e l’esistenza umana, anche nelle sue fasi più materialistiche e animali. Un album che canta le vastità interstellari, ma anche le piccolezze atomiche attraverso il racconto dell’umana normalità e lo fa attraverso le vie del Pop più dinamico, immediato nelle melodie ma non certo banale o semplicistico, attento all’orecchiabilità ma che non si vende alle stupidità dei ritornelli da classifica. Attraverso una strumentazione multicolore, ukulele (oggi tornato tanto in voga) su tutti, i Kyle prendono la lezione Beat Pop dei Fab Four e ne fanno musica nuova, percorrendo inflessioni che spaziano in modo giocoso e festaiolo, dentro la World Music, la musica da strada dei quartieri parigini, il Jazz Pop, lo Swing Revival ma anche più meramente nel moderno Indie Pop/Rock, nel Folk e nel Country di lingua inglese, con arrangiamenti spettacolari dalla forma espressiva incredibile, specie se paragonata alle solite insulsaggini del Pop italiano, cui siamo abitualmente esposti.

Dieci canzoni dal sapore fumoso del tempo ma anche freschissime, grazie all’uso puntuale di tutto l’armamentario a disposizione, brani che non hanno bisogno di essere presentati uno a uno ma che v’invito a scoprire uno dietro l’altro, per coglierne le sottili differenze e lasciarvi trasportare in un magico mondo stracolmo di note. Un album bellissimo che pecca solo per l’assenza di brani veramente memorabili, di quelli che hai voglia di riascoltare anche dieci volte di seguito. In fondo sono le canzoni, quando si tratta di album densi, che fanno la differenza tra un bel disco e uno eccezionale. E poi ci sarebbe anche un sound che per quanto suoni articolato e gradevole al tempo stesso, non pare certo fissare le peculiarità distintive di una band ma lascia dei buchi un po’ ovunque, rendendo difficile una qualsivoglia interpretazione del marchio di fabbrica distintivo dei Kyle. Non è tutto oro, dunque, ma questa è un’altra storia, torniamo semplicemente a godere.

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