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Mike Spine – Forage&Glean

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L’artista di Seattle fa le cose in grande e pubblica per la Global Seepej Records questo doppio best of che raccoglie le sue migliori canzoni divise in due diverse anime, quella più Folk del volume uno e quella più Punk del volume due. Dopo dieci album all’attivo, Mike Spine, nato nella terra del Grunge ma che divide la sua vita con l’Europa, pubblica per la prima volta un lavoro nel vecchio continente ed anche per questo motivo il suo nome non è ancora materia per le masse, nonostante abbia suonato in ogni dove dividendo il palco con Los Lobos, Creedence Clearwater Revisited, Damien Jurado e tanti altri. Pur non essendo eccessivamente legati stilisticamente, se si esclude la materia prima Folk, la figura di Spine e le sue liriche quasi seguono il solco di quel Billy Bragg che fu strenuo avversario del thatcherismo in Inghilterra. Mike Spine, come il britannico, usa la sua musica, le sue parole e la sua voce per raccontare le vicende e le esperienze dei lavoratori delle diverse città in cui ha soggiornato, osteggiando le ingiustizie sociali, finanziarie e ambientali tanto nei fatti quanto artisticamente. Proprio Billy Bragg affermava: “Io non sono un cantautore politico. Sono un cantautore onesto e cerco di scrivere onestamente su ciò che vedo intorno a me in questo momento”. Questa frase trova altresì applicazione in Spine e quest’onestà la ritroveremo in tutte le trentadue canzoni che compongono Forage&Glean, registrate, per la cronaca, negli studi Haywire Recording di Portland da Rob Bartleson (Wilco, Pink Martini) e masterizzato da Ed Brooks (Pearl Jam, R.E.M.) a Seattle. Prima di giungere a questa raccolta, il musicista ha militato nella band At the Spine pubblicando cinque album che miscelavano il Punk ricercato di The Clash, alla potenza del Post Hardcore, l’intensità di Neil Young al Grunge dei Nirvana; nel 2010 la prima svolta con la band The Beautiful Sunsets, con cui pubblica Coalminers & Moonshiners e, finalmente, nel 2015, il primo album solista; nel mezzo, una serie incredibile di concerti e un tour europeo con la polistrumentista Barbara Luna. Forage&Glean non è dunque semplicemente un’ammucchiata di vecchie canzoni ma un viaggio a ritroso nella vita di Spine, che ripercorre le sue esperienze artistiche e di vita dall’oggi agli esordi, dall’Europa agli States, impreziosendosi delle tante anime con cui è entrato in contatto.

Stilisticamente, oltre ad una voce accattivante che, nella timbrica, molto ricorda quella del cantautore di Huddersfield, Merz, tutte le influenze già citate si ritrovano con una certa facilità, e se nella prima parte è il folk e la melodia a farla da padrone, con pezzi che lasciano spaziare la mente tra reminiscenze di Dylan, Young e Van Morrison, il secondo volume è di tutt’altra fattura, con pezzi veloci, aggressivi, che si distaccano dal Folk per inseguire un alternative e Hard Rock dall’attitudine Punk totalmente inaspettato viste le premesse dei primi brani tanto che andrebbero scomodati termini di paragone quali Beck, Pixies o Sonic Youth per rendere l’idea ma anche Okkerville River pur consapevoli che tra Spine e Will Sheff c’è una bella differenza a favore di quest’ultimo.

Detto tutto questo ci si aspetterebbe un apprezzamento incondizionato a Forage&Glean ma non è così perché, se è vero che la varietà stilistica espressa può accontentare palati dalla diversa sensibilità e se apprezzabilissimo è il tema dell’impegno sociale, è anche vero che questa sorta di punto di arrivo per Spine, vuole essere anche un punto di partenza per puntare a un pubblico più ampio, il quale rischia di finire in confusione per la troppa carne messa sul fuoco. Si aggiunga a questo il fatto che la proposta vista da ogni punto di vista non ha nulla di originale e che le doti del musicista di Seattle sono ben lontane da quelle dei suoi padri putativi ecco che viene a forgiarsi un giudizio che non può andare oltre una timida valutazione.

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Neil Holyoak – Rags Across the Sun

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Intriso di senso estetico. Questa è la prima considerazione che pare logico tirare fuori dopo un ascolto veloce di Rags Across the Sun, quinto album in studio dell’artista yankee-canadese Neil Holyoak, originario di Los Angeles ma di stanza a Montreal. Splendore che s’intravede già dalla cover in cui l’immagine un po’ banale di lui che guarda languido altrove, mentre serra le braccia come a chiudersi in se stesso, si staglia su un paesaggio fantastico ma ambiguamente plastico, tra colori vintage e profumi di una primavera giunta troppo in fretta. Sul retro le stesse sfumature regalano emozioni di tutt’altro volto; libertà e quella malinconia di luoghi che non si conoscono con il sapore della speranza e uccelli, gabbiani e il mare immenso che segna il confine invalicabile dalle orme degli uomini che non sanno sognare. Una piacevolezza leggiadra che finisce per imprimere la sua effige anche sugli undici brani dell’album numero cinque (segue All These Mountains Look the Same del 2006, l’omonimo del 2008, Better Lions del 2010 e Silver B_oys del 2013) dell’artista nordamericano. Undici canzoni che muovono dal cantautorato di Townes Van Zandt, dalla poesia simbolista francese e dal Blues acustico maliano per sfociare in ambientazioni Folk tipicamente statunitensi, in stile molto Okkerville River anche se meno Rock (il timbro vocale ha non pochi punti in comune con i colleghi di Austin).

Undici pezzi che, nonostante la complessità compositiva, mostrano una leggiadria, armonia ed eleganza intensa e semplice, fatta di note leggere e parole cantate con grazia sopraffina. Melodie orecchiabili quanto basta senza scadere mai in ritornelli superficiali. Arrangiamenti mai eccessivi che donano una nuova magia a testi carichi d’immagini e suggestioni. Un disco che non merita parole troppo spinose per essere descritto, che non si costruisce su obiettivi alti, contorti, che non ha l’arrogante pretesa di cambiare il corso degli eventi o fare da rivoluzionario pungolo per la nostra arte preferita. C’è una parola tanto carica quanto eccessivamente usata che solitamente non amo usare perché quasi svuotata oggi dei suoi significati puri. Una parola che ho deciso di tirare fuori ancora una volta solo per questo disco, bellissimo.

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