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Neko at Stella – Neko at Stella

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Il Rock deve suonare sporco e duro, altrimenti non stiamo parlando di Rock. Ma di maledette influenze senza voce concreta. L’omonimo esordio discografico dei Neko at Stella impone le classiche regole del Desert Noise Rock nel miglior modo possibile, un lavoro mixato in analogico per rendere vive e bagnate le radici americane del sound. Un lavoro che suona datato di una ventina di anni ma in grado di mettere in evidenza la straordinaria potenza psichedelica della band, non è roba facilmente ascoltabile in Italia se proprio vogliamo dare un punto di originalità al disco, qui di made in Italy  non troviamo assolutamente niente esclusa la nazionalità di Glauco Boato (voce e chitarra) e Jacopo Massangioli (batteria). Pezzi interminabili che sembrano tirare fino all’infinito, la chiusura che non vuole mai arrivare butta l’attenzione a capofitto nella pesantezza Stoner dei pezzi a loro volta carichi di passione. Quella passione scritta in maniera dura ma comunque sinonimo di amore e vita vissuta, le batterie spaccano i timpani come è giusto che sia. Fucilata in pieno volto e poca voglia di discutere.

Si parte subito forte con l’opener “As Loud as Hell” (primo singolo e video del disco), le intenzioni poco delicate dei Neko at Stella vengono subito fuori facendo capire di che pasta sarà composto l’intero disco che sicuramente non è adatto ad un pubblico di spelacchiati amanti del Rock dolce (sempre se possiamo definirlo Rock), questa cosa inizia a piacermi veramente e sono ancora alla prima traccia. Poi si continua a picchiare e quasi provo dissolvenza mentale quando mi ritrovo negli intermezzi di chitarra appartenuti ai più tenebrosi Sonic Youth di Daydream Nation, sensazioni pure che passano per la testa, magari associo ma non centro il bersaglio. L’immaginazione gioca brutti scherzi, a me piace giocare con le mie emozioni e Neko at Stella ne produce a dismisura e fottutamente contrastanti. Anche gli oltre otto minuti e trenta di “Like Flowers” non sono proprio una soluzione semplice da affrontare per il mio cervello che s’impone di seguire un percorso Blues e vagamente Shoegaze senza azzardare bruschi movimenti, il pezzo che forse nasce per caso ipnotizza e piace tanto. Poi la tempesta riprende piede nell’improvvisazione strumentale di Intermission. Graffi infetti sulla schiena. Poi continuo a farmelo scivolare sulla pelle in maniera delicata, il piacere inizia ad aumentare anche perché il disco assume forme lievemente più leggere anche se in “Drop The Bomb, Exterminate Them All” trovo parecchie cosette scontate Grunge anni novanta alle quali siamo ormai troppo abituati. “The Flow” dichiara che il disco ha cambiato decisamente stile a favore di chitarre ritmate Blues. Poi motoseghe psichiatriche in Psycho Blues e tanta voglia di muovere il culo. Altre due canzoni dall’interiorità emotiva alle stelle e il disco finisce. I Neko at Stella hanno dimostrato la durezza della loro corazza ma anche la voglia di portare avanti un progetto musicale fuori dal coro, il loro omonimo esordio esce fuori dalla quotidiana routine, idee chiare e tecnica da incorniciare. Speriamo sia il piacevole assaggio di una band ancora tutta da scoprire, noi e la musica italiana abbiamo tanto bisogno di band e dischi di questo calibro.

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My Bloody Valentine – M B V

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Il ritorno della band di Kevin Shields.
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Gary Wrong Group – Knights of Misery EP

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Questa è una situazione particolare, una situazione in cui voglio mostrare ciò che circola oltre oceano, nelle più remote scene underground made USA. Ok?! Oltre le consuete recensioni made in Italy e oltre il mainstream bigotto dei soliti artisti on air sulle grandi stazioni stellari. Ogni tanto, cari miei, è bene anche uscire di casa e farsi un giro, andare a pescare band non nei soliti calderoni, salotti per buone orecchie fatti di mail e dischi recapitati a casa, ma spulciare la rete come scimpanzé. Quindi, questa volta, vi beccate un po’ di monnezza americana.

Tocca ai Gary Wrong, formazione strampalata con un sound Punk sporco, inacidito, fatto di zozzi riff, percussioni primordiali, voci soffuse, stridenti e synth schizoidi. Escono, a inizio mese,  con Knights of Misery, Ep che a oggi ha già esaurito le poche copie stampate, per la Total Punk Records; 6 tracce di brodaglia Punk composte sotto l’influenza di “DitchWeed”, erbaccia, nelle tarde ore della notte in un luogo sconosciuto dell’Alabama. Può risultare una cagata pazzesca se non siete amanti dei gruppi Garage o una super scopata che vi porterà confusione nei prossimi giorni. Allora preparatevi a sentire le minacciose risate del signor Gary mescolate a organi sgocciolanti, rumori inquietanti e batterie sventrate.

Sono sincero, non sentivo del buon Punk da tempo. Nel 2013 le punk band, soprattutto nostrane, suonano in vecchio stile oppure hanno fatto la scelta effemminata del Pop. Questo Ep rimarrà sul mio player per tutta quest’estate a ricordarmi da dove vengo e che il Punk è ancora vivo e vegeto!!!

GARY WRONG GROUP "HEROIN BEACH SERPENTS ATTACK" from Vice Cooler on Vimeo.

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Morfema – Tutto Bene Sulla Terra?

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Sembrerebbe una domanda retorica quella che intitola il primo album dei Morfema: Tutto Bene Sulla Terra? E pensandoci attentamente la risposta sarebbe: non tanto, data la crisi economica, l’inquinamento e la cattiveria umana. Ma la cultura, l’arte e la musica la salvano questa terra così maltrattata, abitata però da ragazzi che suonano, scrivono e girano, come il cantante Stefano Gamba, i chitarristi Virgilio Santonicola e Roberto Cucchi, il bassista Maurizio Nembrini e il batterista Matteo Zorzi che dal 2009 formano i Morfema.
Nel gennaio 2013 esce il loro primo album Tutto Bene Sulla Terra? che a guardare la copertina di sfuggita sembrerebbe tanto un album Hip Hop, per quel ragazzo seduto su un divano in mezzo alla strada con il capo chinato e coperto dal grande cappuccio, in realtà è un lavoro che suona nei suoi sei brani molto Rock, Noise-Pop, Post-Rock ma comunque è una bella grafica in quei colori di una città che lasciando il pomeriggio si inoltra nella sera.

Tutto inizia con “Prop” nel quale si sentono piacevoli momenti chitarristici anche abbastanza lunghi e parole che sfortunatamente non si distinguono molto bene, che diventano malinconiche ma con molti punti di forza nel secondo brano “Hassan”. “Malibù” invece si presenta molto Pop-Rock nella sua concezione romantica, “cercherò un po’ di sonno per aver visione ancora di te” che si trasforma in un lungo testo fatto di rimpianti in “Hermione”. Nel penultimo brano “Montmartre” ancora tanti i momenti e le sfumature rock in un impasto sonoro molto molto piacevole, che però si rinchiude nella struttura un po’ ripetitiva (dei brani) e nella vocalità che dovrebbe lasciarsi andare. “12.13” è il brano che chiude l’album e nel quale troviamo ancora una volta una percezione malinconica del mondo “non mi accorgo del rumore che conosco, diventa buio davanti a me, guardo avanti e non vedo niente”, tutta plausibile dati i tempi che corrono in Italia soprattutto per i giovani e in maniera particolare per la musica.
Un album quello dei Morfema nel quale si sente l’amore per la dimensione live, come loro stessi sottolineano nella loro brevissima biografia. Infine quindi potrei dire che Tutto Bene Sulla Terra? è un primo lavoro soddisfacente, che però manca di inquadrature testuali e marchi vocali nei quali immedesimarsi totalmente. Sperando che con il tempo questi elementi si possano trovare nei lavori futuri e noi gliel’auguriamo.

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Luminal – Amatoriale Italia

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Eccovi i Luminal, la band col sito più bello di sempre (provatelo). Tre folli da Roma, che dopo due dischi rivoluzionano la line-up e si trasformano, “i testi da visionari ed ermetici diventano crudi ed immediati, mentre i suoni si induriscono di conseguenza”.
Il risultato è Amatoriale Italia, crudo, immediato e duro, per l’appunto. Una miscela di batterie grezze, distorsioni ciccione, voci schizofreniche (cantano, parlano, urlano, sussurrano, si scambiano, tra maschile e femminile – la voce di lei è da brividi). C’è da dire che il lato prettamente musicale non è ciò che fa ricordare i Luminal: una sorta di Post-Punk anarchico e capriccioso, semplice, potente, che accompagna benissimo i loro sfoghi, ma che, da sé, spesso, non basta a reggere i loro pezzi (anche se a volte è più riuscito di quanto appaia, vedi le ritmiche di “Il Lavoro Rende Schiavi”).

Cos’è che tiene in piedi, dunque, i quindici brani di Amatoriale Italia? È lo sguardo, il loro sguardo impietoso, ironico, folle, dispettoso, il loro ridere e sputare su ciò che ci circonda, sia esso un certo tipo di donna, come – per l’appunto – in “Donne (du du du)”, o le piaghe culturali del nostro tempo – i frequentatori assidui dei social network (ossia tutti noi) in “Blues Maiuscolo del Maniaco su Facebook”. Ma ce n’è anche per gli hipster (“Carlo vs il Giovane Hipster”), una certa scena indipendente (“C’è Vita Oltre Rockit”), la gioventù musicale italica (“Giovane Musicista Italiano, Vecchio Italiano”)…
La loro voce è espressiva e fastidiosa, pungente e sarcastica, sporca, esagerata e a tratti sopra le righe: “vorrei vederti ora / il cazzo sulla gola / il sangue sulle lenzuola / ora / succhia / 
sta’ zitta e succhia / […] / si muore di più per un posto fisso / che per una testa fracassata”. Spesso si tocca il nonsense, come in “Lele Mora”, grottesca ripetizione del nome del “manager, criminale e talent scout italiano” (cit. da Wikipedia). Ma si sfiora anche qualcosa di simile alla serietà, ad esempio in “Il Lavoro Rende Schiavi”, o nell’allucinata e misteriosa “L’Aquila Reale”.

I Luminal sono spiazzanti e impietosi, non hanno peli sulla lingua, vogliono esprimere tutto: l’odio, la paura, il desiderio, la violenza. Compiono un’operazione che è sempre più raro vedere architettata con successo: ti muovono. Nel bene e nel male, i Luminal ti tolgono l’equilibrio, ti fanno sconfinare. Cerchi di capirli, ti fai delle domande, ti accorgi d’essere infastidito, con sorpresa; o magari ti sorprendi ad essere d’accordo con loro, a vedere in te qualcosa che non sospettavi.
Sembra quasi che il trio romano non metta nulla tra sé e il mondo, tra sé e le proprie canzoni. Chissà quanto poi c’è di vero in questa sensazione di trasparenza assoluta, di mimetismo tra la maschera “pubblica” e la faccia “privata”. Ma poi, importa davvero? Amatoriale Italia picchietta con dita elettriche sui punti più sensibili della nostra (sporca) coscienza (o, più probabilmente, picchietta con martelli pneumatici industriali). E farsi scuotere, per una volta, è un dolce, divertente dolore.

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Polar For The Masses – Italico

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Con “Italico” i Polar For The Masses fanno quattro, quattro dischi in otto anni che lacerano e segnano a fondo l’endemico tremore dell’underground nostrano, una necessità – la loro – di stare ai margini del rumore per dare vita ogniqualvolta ad un contrasto epidermico e da brivido sottocutaneo che si fa riconoscere subito, immediatamente, all’istante.

Dieci traccianti sonici che sono un trionfo di sonorità onnicolore, un cromatismo plumbeo che si bagna di liquidi elettro, fendenti chitarristici, trillii di esplosioni di basso, urgenze sociali e tonnellate di sudori di vita vissuta, sogni evocati e deliri tormentati; un disco come sempre notevole, carico di pesi e attitudini clamorose, mai fuori tempo e doppiamente interessanti che favoriscono quei piacevoli e solitari momenti di ribellione interna. Marlene Kuntz, Fluxus ed effervescenze alla Bluvertigo d’antan fanno da consapevoli istintività con i quali la formazione – nella sua scrittura estrosa e di attacco – si dota per creare paesaggi e paradigmi eccezionali, una presa diretta di elettricità, shuffle no borders “Laogai”, “Un Uomo, un Voto”, “Ruvido” che si attacca alla pelle come plastica fusa.

Minuti di fuoco e d’azione quelli che questa tracklist sforna a ripetizione, avvolgenti tappeti si suono che portano ad una nuova lettura – oltre che il cantato in italiano – in cui il trio vicentino sfonda, ovvero la maturità agognata per una band che matura già lo era alla partenza e qui confermata alla grande; aggressivamente sensuale in talune parti, il disco dei P4TM è un tripudio di componenti altisonanti, i grandi numeri di un basso incazzato “Terrorismo e Deejay”, la frenesia accalorata di “Wall Street” e l’opulenza marziale e pesante che detta legge in “Mia Patria” non sono altro che i primi effetti di una devastazione interiore e “affacciata” sulle vie sottostanti della vita di tutti i giorni.

Disco “nobile”, drasticamente calato nel nostro tempo e perciò imperdibile. Bentornati P4TM!!

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Ogun Ferraille – My Stalker Doesn’t Love Me

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Nel momento esatto in cui è partita “Barney’s Version”, prima canzone di questo breve My Stalker Doesn’t Love Me dei cosentini Ogun Ferraille, ho dovuto aprire il mio word processor per buttare giù qualche riga. Ne sono sempre più convinto, alla musica italiana servono due cose: le idee, e, perdonatemi l’espressione, il cazzo duro. Che non è questione di genere, badate bene, anche se gli Ogun Ferraille bruciano di un rock viscerale e anarchico come pochi: si può avere il cazzo duro anche se ci si chiama Uochi Toki o Nicolò Carnesi.
Ma sto divagando.
Torniamo a bomba agli Ogun Ferraille, che ci portano sette tracce di carta vetrata, di acido muriatico, di soda caustica. Ma prima di dilungarmi su ciò che mi ha colpito positivamente, vorrei cambiare routine ed enumerare ciò che secondo me non va in questo disco.

Primo. Non so se in passato il trio calabro abbia tentato o meno la strada dell’italiano. L’inglese si sposa bene con la vocazione rock del disco, ma qua e là mi fa storcere il naso. Sarà la prova di dizione non eccelsa del cantante Mauro Nigro, sarà la frustrazione (provinciale quanto volete) di poter seguire poco dei discorsi che si fanno, consapevoli, in qualche modo, che ci sia qualcosa di più, sotto le urla: e che questo qualcosa sfugga è un peccato.

Secondo. Nonostante tutto il disco, violenza o meno, si percepisca arrabbiato, duro, anche se in modi diversi, la prima metà è quella che stupisce e incanta di più. Come dicono loro, “un LP con due parti ed un intermezzo. Per un unico, breve, graffiante discorso”. Il salto di mood, tra le due parti, è notevole: da “Interrupted Speech” in poi i tre si banalizzano leggermente, nonostante il sound rimanga diretto e aggressivo. Si cercano soluzioni più morbide, più classiche, se vogliamo, e si abbandona la scia che la botta iniziale aveva lasciato.
La botta iniziale, dunque. Ecco ciò che mi ha conquistato subito: i primi tre brani sono uno schiaffo, sì, ma col gomito. I suoni ti disturbano, le strutture, labirintiche, ti confondono. I tre cosentini suonano rapidi, in faccia, imprecisi ed immediati, ma proprio nel senso che si ha quasi l’impressione che ciò che sentiamo sia un’esplosione momentanea, un attimo perso nel tempo in cui gli Ogun Ferraille hanno dato tutto, subito, tanto da svuotarsi completamente, in nove minuti scarsi di musica grezza, scalena, deforme, imperfetta, ma così vera che è quasi fastidiosa (anche se la voce, a volte, non riesce a reggere la pressione, ma è più una questione di timbro che di capacità vocali).

Intendiamoci, non è che l’altra metà del disco sia inutile: c’è roba buona anche da quelle parti, e qualcosa dell’afflato iniziale continua anche lì (penso soprattutto a “Peter”, con le sue arie noise, o alla cupezza di “Sleeping With My Ghost”). Però lì gli Ogun Ferraille diventano più inconsistenti, si confondono un po’ di più tra la folla. Peccato, perché  “My Stalker Doesn’t Love Me” poteva avere i numeri per diventare, nella sua interezza, un piccolo, sporco gioiellino di rock duro & puro.
Nonostante questo, “My Stalker Doesn’t Love Me” ha una sua coerenza, una sua ragione d’essere. È veramente un “unico, breve, graffiante discorso”: anche perché le sette tracce s’inanellano una attaccata all’altra, senza una pausa, un respiro, un vuoto, come a farci sentire immersi in un interrotto live fatto di sudore e mal di gola, densità sonora e calore. Gli Ogun Ferraille sostengono infatti che sia il live la loro dimensione principale, e noi non facciamo fatica a credergli. E, personalmente, spero di riuscire a beccarmi qualche sputo dalla prima fila, se e quando, prima o poi, passeranno da Milano.

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Capputtini ‘I Lignu / Wildmen – Drunkula Split EP

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Assai curioso questo 7” split edito da Shit Music For Shit People che vede Capputtini ‘I Lignu e Wildmen cimentarsi in un brano a otto mani (la title track) a nome Wild Lignu, oltre che a presentarsi attraverso brani propri (rispettivamente, He never tells e Born after midnight).
Il primo brano, He never tells dei Capputtini ‘I Lignu,  è uno sporco blues dalle sonorità lo-fi tendenti al noise. Il duo, formato da Cheb Samir e Kristina (francese lui, siciliana lei) ci porta in un mondo rumoroso, intenso e scuro, in cui la strofa potrebbe fare tranquillamente da sfondo ad un film di Tarantino, mentre il ritornello, armonicamente più aperto, perde un po’ di grinta e si smarrisce in un effetto canzonetta poco ispirato. Un pezzo che suona rauco, sanguinolento e caotico (volutamente, immagino), ma che, alla fine, non mi lascia granché.
Stesso discorso per Born after midnight dei Wildmen (altro duo, stavolta romano, nato, secondo biografia a me pervenuta, dopo una rissa in un bar): ritmica trascinante, voci intense e graffianti, di un rock’n’roll veloce e immediato (un minuto e quarantanove di durata totale). Un pezzo che dal vivo dev’essere molto caldo, ma che su disco lascia un po’ il tempo che trova.
Ciò che rende interessante tutta l’operazione è Drunkula, il brano inciso e scritto da una combo di cui fanno parte tutti e quattro i musicisti delle due band e battezzata per l’occasione Wild Lignu. Un brano leggero, semplice, e che porta con sé la sporcizia e la follia che abbiamo imparato a conoscere durante il brevissimo viaggio negli altri due pezzi dell’ep. Questo, però, si lascia dietro una traccia, come un graffio – sarà il giro di basso, saranno le linee vocali, saranno quelle chitarre sghembe, ma arrivato alla fine me la riascolto più che volentieri.
Per concludere: se vi piace la musica caotica, a tratti sconclusionata, ma piena d’energia e fatta col cuore e i calli sulle mani (polpastrelli e nocche…), ascoltatevi questo Drunkula Split Ep, che magari vi scappa di appassionarvi a qualcuno dei protagonisti di questa cavalcata western/blues/rock’n’roll. In ogni caso, attendo con curiosità l’uscita (a breve) del disco (intero) dei Wildmen – e, in questo senso, operazione decisamente riuscita.

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Whiu Whiu – Whiu Whiu Ep

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L’onomatopea, loro ce l’hanno già nel nome: Whiu Whiu!! Come il fischiettio di belle canzoni sotto la doccia o alla vista di una bella ragazza. Ma i cinque cagliaritani assicurano: << il fischio si può regolare a vostro piacimento>>.
E senza porre limiti alla fantasia inizia il viaggio attraverso il loro primo Ep (in circolazione da Gennaio 2012). Un viaggio di sette brani e una ventina di minuti.
Tutto ha inizio con vari colpi di batteria (Gianni Dearca), un oh-oh che riecheggia pinkfloydiane sonorità e lick quasi cantautorali. Nella prima frase (lavoro tutto il giorno ma penso non basterà / guardo il futuro e te presente qui non ho), infatti,si scorge il pensiero e la preoccupazione giovanile della nostra epoca, del presente e del futuro precario; ma tutto viene smorzato dall’immagine di un oggettoa cui non viene data molta importanza (esco un po’/ insieme all’Abatjour), che qui è quasi utile a illuminare la via.
Sempre la batteria apre il secondo brano Per un’altra strada. Nei primi secondi la voce (Emanuele Pintus) dialoga con le chitarre (Daniele Mereu Alessandro Macis ), sempre chiare e ritmiche e un nome femminile irrompe, allo scoccare del primo minuto: Annalisa, forse la figura da cui si potrebbe cambiare percorso…
Invece, si dovrebbe imboccare un’altra via per evitare le atmosfere del terzo brano L’amo in due, fatto di sangue, uccisioni e stravolgimenti, ma anche di un bel riff batteria e basso (Massimiliano Macis), ritmo sostenuto, giochi di parole (lama=l’ama) che accumunano la musica alla poesia e un assolo finale di chitarra, molto caldo nel tocco. Che i Whiu Whiu!! abbiano una visione poco allegra dell’amore o della vita? Si scoprirà lungo il cammino, fatto apparentemente di nonsense nel quarto brano Orticaria, dove si mescolano varie immagini del nostro tempo, ospitando verso la fine il fischiettio primordiale, che ricorda il nome del gruppo.
Un ritmo cavalcante caratterizza l’Olimpiade(quinto brano dell’ep), simile quasi a una satira politica, per esorcizzare la crisi che imperversa (meglio senza leggi, senza soldi solo i Greci) e la figura del politico arraffone si presenta quasi come a voler chiudere il cerchio della verità. Un altro fischio, questa volta un po’ più malizioso, apre il penultimo brano Una e neanche una, dove protagonista è la vita, vissuta sempre al massimo ma, forse, senza tanta profondità (come puoi pensare di vivere 80-90 anni in salute/senza mai parlarmi fino in fondo) e senza troppi valori (come la chiesa non ho più valori/purificami con un occhiolino). Una vita che però ne è consapevole.
E per finire un lungo silenzio e una traccia fantasma, un lungo arpeggio di chitarra dissonante e qualche effetto psichedelico. Niente parole, niente testo, niente batteria per la fine di questo ep, attraverso le visioni del gruppo cagliaritano.
Visioni importanti con forti tinte sia politiche che sociali. Il che è apprezzabile, data la giovane età del gruppo, che non si sofferma solo a parlare dell’amore e di quanto è difficile la vita, ma va affondo, tacciando la politica e la chiesa di aver perso credibilità e valori. Sonorità e ritmi sempre veloci e ben amalgamati nell’armonizzazione degli strumenti, che però, spesso, coprono il cantato, mettendolo quasi in secondo piano.La voce che dialoga con le chitarre e che è portatrice di così importanti argomentazioni, dovrebbe emergere, scandirsi bene ed essere chiara, per far arrivare il messaggio. E non sarebbe male aggiungere nell’ep qualche ballata o qualche brano un po’ più lento, sia per diversificarne l’andamento e sia soprattutto per fare emergere le doti musicali (tocco, pulizia del suono, profondità della voce) di ogni singolo componente dei Whiu Whiu!!
Un ep pieno di buoni elementi musicali, che sviluppandosi col tempo e con la costanza ci auguriamo che possano dare ottimi frutti.

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Matta-Clast – Inferno

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L”Inferno” dei Matta-Clast è un frenetico e allucinato ritorno all’originaria carica psicologica del Rock, la discesa introspettiva e mid-velenosa di un sintomo plagiato dallo scavare dentro, dalla lacerazione ossessiva d’anima e sangue che non trovano pace, requiem e linfa alla luce del giorno, che adora la notte come energia vitale sul mortale; la formazione Perugina qui con il loro secondo album, distribuiscono ansie, disagio e paranoia in un viatico elettrico che porta undici stazioni soniche lungo una tracklist che brucia, segna e scarnifica l’ascolto formando un’orgia di riverberi e nervi tesi come estratto esaustivo della loro “malattia di vivere” l’esistenziale.

Tutto è impatto duro e straordinario con il mondo al di qua dei coni stereo, un mefistofelico e desertico “imbevuto” d’estetica noir –  a tratti color bluastro/ecchimosi – che poetica espansioni violente e calme piatte come dentro un cinematico progressive che non conosce contenimenti o linee proibite di sorpasso; con l’intensa atmosfera KuntzianaUn po’ di disperazione sospesa nel buio” che permea i tormenti generali del registrato, timbriche, eccitazioni elettriche e pads sintetici fanno la voce grossa non come incarnazione estrema del musicista cercatore di stranezze emaciate perdute, ma come una diabolica tac del’Io ed il tentativo convinto di evidenziare il male del quotidiano, nudo e crudo nella sua impietosa mossa venefica.

Undici piste che regalano brividi ed obscured vision, undici tratteggi che il trio umbro formato da Nicola Frattegiani voce/chitarra, Paolo Coscia sinth e Tommaso Boldrini batteria/ SH 101/vocoder ti fa arrivare direttamente sottopelle come un dolce supplizio mai concordato, come una pena da scontare con te stesso; percorrendo questo bel disco  andiamo incontro al Luciferino sconquasso di “Inferno”, capovolti dagli spiazzanti effetti doom che cesellano “Replica”, stritolati nei marchingegni rock rutilanti “Campo K”, schiacciati dall’apparenza kraut che robotizza “Allarme all’alba incauta” per finire a cavalcioni estasiati dentro la notte amarognola di Corganiana memoria “Cattivi pensieri in una bellissima notte stellata”, attizzata da un pathos che mette luce e bellezza maxima e porta le quotazioni – già di per sé alte – di questo disco a livelli immaginifici.

Dal de profundis alle stelle, questa è la liberatoria ideale per questo bel ritorno sulle scene discografiche dei Matta-Clast, di questa band che non usa il “basso” tra i suoi arnesi sonori ma gestisce divinamente i suoni del buio per fare definitivamente luce in un underground che senza queste “ toniche sollecitazioni” rimarrebbe continuamente al palo.

http://www.myspace.com/mattaclast

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Chaos Physique – 1975

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Amaury Cambuzat (Faust, Ulan Bator), Pier Mecca (F.I.U.B.) e Diego Vinciarelli (Sexy Rexy), sono nomi che chi segue le vicende psich-kraut di casa nostra – singole e come qui sotto il moniker Chaos Physique – conosce bene come le tasche proprie, ed ora questi deux machine tornano con il nuovo disco “1975”, un registrato che sa d’antico come le registrazioni in presa diretta e che come di ruolo porta con sé il dualismo attrattivo e respingente nel primo ascolto, poi già al secondo tutti gli ipnotismi e levitazioni space mischiate alle sperimentazioni semantiche del Kraut, prendono il sopravvento nel sottopelle ed il consequenziale e straniante stato vigile-delirante è assicurato.

Come suona 1975? Come la parte notevole del fascino, come una summa in cui coesiste tutto ciò per cui Cambuzat & Soci sono diventati fari celebrati del genere: i ritmi ossessivi e reiterati che anticiparono posture techno, le algebreidi e le angolazioni a gomito di un dubbing pesto e pestante, i radenti cosmici e il tocco minimalista colto ed al cubo fanno di queste nove tracce una modernità assoluta e per nulla passatista, tracce che continuano nell’originale ricerca di ibridare il sogno con il collasso dei sensi.
Vicino all’ora d’ascolto, 1975 è magma e pulsione darkoide, veemenza e crepuscolo fondo, un climax debordante dove noise e visionarietà sono sorretti da una serratissima volontà di portare al centro focale dell’orecchio la metronomica espressività dell’allucinazione; l’alterato tribal che fluidifica “Captain Bloom”, l’immancabile “motosega” della guest Jean Herve Peron (Faust) che fa a pezzi l’atmosfera astrale di “Chainsaw beauty”, lo skizzo mestruale che satura l’ossessione di “Analphabet city” o la straordinarietà primitiva che percuote “Bunga –Bunga” mettono in moto una costruzione travolgente, una verifica emozionale che non ha paragoni e che fa tag-line tra reale ed irreale di una cifra stilistica immensa.

I Chaos Psysique, ancora una volta, si confermano l’amaro calice del tormento dal quale tutti vogliamo ubriacarci in maniera smodata, in maniera totale.

  • Genere: Post-rock noise
  • Etichetta: Jestrai/Acid Cobra
  • Voto: 4/5
  • Data di uscita: 16 Dicembre 2011

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