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La Confraternita del Purgatorio – Pera

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Forse è questione di tara mentale ma io davvero non riesco a capire come si possa reputare musica ciò che esce da questo disco. Forse è solo perché nella mia vetusta e romantica visione ricerco ancora una melodia, una forza, una tensione. E non voglio scomodare né sentimenti, né emozioni. La Confraternita del Purgatorio è un trio pugliese che si definisce Medidative, Club Sandwich e Fuck-Noise, ma che spero si diverta a prenderci (e prendersi) per il culo. La speranza pare realizzarsi quando ai brani vengono affidati titoli come “Gianni (lo senti il profumo della vita??)” e se guardate il buffo Pac Man mangia merda nello sfondo del loro sito riuscite anche a fare due più due. In ogni caso però non riesco a capire se il gruppo si sforzi oppure no a tirare fuori l’accozzaglia di note e di suoni che invade il loro primo album Pera. Potremmo parlare di esercizio di stile o di puro caos anarchico. Ciò che mi turba per i venti minuti di rumore demenziale è la classica domanda: ci sono o ci fanno? Tutto ciò è frutto di una ricerca? Oppure è semplicemente un gioco in cui si entra in sala prove e si inizia a delirare, sperimentando note stridule, ritmiche storte e accelerazioni nevrotiche? “Black Is Like Heroin, Snellics” ne è l’esempio lampante. Un labirinto di pugni, di nevrosi e di qualche buon riff tiratissimo mischiato e storpiato in mezzo a rullate buttate a casaccio e prive di significato. Sembrerebbe un ottimo svarione studiato a tavolino, una vera provocazione suonata anche con buona precisione e attenzione, ma ciò che conta è il risultato che non va molto oltre il fastidioso.

Gli altri pezzi sicuramente si fanno riconoscere per estro e follia e se vogliamo possono anche strapparci un sorriso per l’idea malsana di chi li ha concepiti, ma non si possono considerare di certo canzoni. “Videodrome” parte con la linea di basso gutturale per poi arrivare ad un frullato di distorsioni in cui non si riconoscono più neppure i singoli strumenti, “Radio Maria” ruba le atmosfere e le sonorità ai videogiochi anni ’80 e le mischia con preghiere e prediche. “Canzone d’Amore” sfodera ritmi difficilissimi da assorbire e la sensazione è quella di avere degli gnomi malefici che prendono a zappate il tuo cervello, martoriandolo per due minuti. Anzi per quattro dato che in “PONG!” iniziano pure a mordere e graffiare. Io onestamente reputo che nella vita quotidiana ci siano già numerosi gnomi che mirano a sgretolarmi il cervello. Perché dovrei pure crearne degli altri ascoltando questo disco?

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Niton – Niton

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Ci ho provato in tutti i modi, ho messo su le cuffie, l’ho piazzato nello stereo dell’auto gironzolando di notte per le strade che fiancheggiano le campagne, l’ho fatto scorrere tra le pareti della mia stanza mentre mi distraevo con un romanzo sulla Colonia medioevale, l’ho usato come sottofondo per un momento di riposo e testa vuota. Ho cercato in tutti i modi di far smuovere le mie emozioni da questo omonimo dei Niton ma poco è successo, poco più del normale defluire della mia vita. Eppure il fragore che ha dato il via a tutto pareva potermi spostare da un certo assopimento emotivo nel quale mi sento rovinare negli ultimi tempi ma niente di ciò che auspicavo è poi capitato. Andiamo con ordine.  Niton è la testimonianza di un confronto fra tre musicisti che suonano congiuntamente lasciandosi sopraffare dagli accadimenti, una sorta di jam session d’avanguardia non inquinata da alcun tipo di elaborazione di post produzione. Il risultato di questa commistione di stili personali, d’improvvisazione, di estemporaneità e naturalezza, di archi classici che volteggiano in incubi sonici con tastiere digitali e arnesi che divengono musica è un agglomerato di Ambient, Noise ed Electronic Music sperimentale.

Le menti genialoidi (?!) che stanno dietro a questo progetto sono di Xelius ed El Txyque. La materia della loro proposta è chiamata Drone Nights. Si tratta di ostentazioni dal vivo di musica intuitiva che si dipanano in luoghi sempre differenti. Il pubblico compartecipa con ascetismo, contemplazione quasi religiosa e abbandono pungolando il trio alla creazione attraverso flussi di energia. La scelta della strumentazione è libera e varia di volta in volta interessando artisti ospiti. Nell’occasione del 3 ottobre 2013 (da cui quest’album) presso le Officine Creative di Barasso (Varese) l’ invitato è stato Zeno Gabaglio, sistematosi tra Xelius ed El Toxyque senza alcun accordo schematico, planning o consultazione a proposito della musica che si sarebbe andati a scandire. Tutto deve essere partorito come frutto imprevedibile dell’interazione ricettiva di ciascuno, spettatori compresi. Come potete immaginare il risultato è un mix di droni e rumori di sottofondo (palese l’influenza di Cage), senza alcuna struttura precisa e una strumentazione più tradizionale che prova soltanto a dare una parvenza di classicismo alla musica che in realtà galleggia in una ricercata deformità sostanziale. Innegabilmente s’intuisce che la partecipazione attiva/passiva come pubblico a uno spettacolo del genere debba rivelarsi esperienza unica, quasi mistica e capace di rivelare una profondità dell’arte per eccellenza altrimenti impossibile da scovare nelle sue forme più banali. È anche vero però che, se il risultato è inciso su un supporto fisso, la possibilità di rendere pienamente l’idea di viaggio nel silenzio, nel se, nella meditazione, è ridotta. E, infatti, accade solo parzialmente, perché per gran parte dei quasi trentanove minuti di Niton, l’orecchio tende a tediarsi, distrarsi o lasciar scivolare le note lungo la sua pelle impenetrabile.

Tre artisti eccelsi, un progetto validissimo con enormi potenzialità, un’idea sostanziale assolutamente affascinante ed entusiasmante e uno spettacolo che non mi vorrei perdere per nessun motivo al mondo. Questo c’è dietro il self titled dei Niton. Quello che ascoltate nelle casse mentre gira il cd è solo un’immagine sgranata di quello che deve essere, solo una foto scattata con un pessimo cellulare di un paesaggio che immagino essere paradisiaco, celestiale come un sogno.

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Cayman The Animal – Aquafelix

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Prendete un po’ di Hardcore anni 90, miscelatelo ben bene con un po’ di Noise, aggiungete tanto sano Punk e Rock’n Roll ed otterrete il disco dei Cayman The Animal, gruppo nato sull’asse Roma / Perugia (a seconda di come gli conviene). A tratti Nofx, a tratti Black Flag, questo lavoro potrebbe rivelarsi una piccola gemma nel panorama indipendente italiano. Non sentitevi vecchi quindi se l’ascolterete perché pur avendo molto di già sentito (dagli anni Ottanta e Novanta è uscita comunque molta roba di altissimo livello), Aquafelix può essere considerato un pronipote di quella generazione che tanto ha dato e continua a dare a livello musicale. E nella migliore tradizione del genere ecco quindi che in soli diciannove minuti vedrete condensato un mondo fatto di accelerazioni sonore e di stop che lasciano indubbiamente soddisfatto l’ascoltatore.

Giusto quindi parlare di EP nonostante siano ben nove i brani contenuti al suo interno. Evidente l’eredità raccolta dai mitici Ramones, padri (o nonni?) del Punk moderno, soprattutto nell’opening “Cayman Jr.” e dai Dead Kennedys di Jello Biafra in “Killed by the Golden Gun”. Sono presenti invece un pizzico di ironia anche in “Next Stop Orte” ed in “I Say Prévert – You Say Pervert”e di sano rumorismo in “Here Comes the End Part II”. Qualche effetto in più del solito in “Donkey Man” tinge di curioso il disco che ritrova nuova linfa in “Shiny Happy People Dying”. Una risata e un urlo invece vi accoglieranno in “Rock ‘n’ Roll Ice Cream”prima della conclusiva bonus track “Next Stop Orte Special Version” che però aggiunge poco a quanto detto precedentemente e come dicono proprio qui i Cayman The Animal: “Hai capito?”.

Altrimenti, se qualcosa non vi è chiaro, mettete su un disco della hit parade ma di certo non ne guadagnerete nell’ascolto. “Aquafelix” è stato registrato, mixato e masterizzato da Valerio Fisik all’Hombre Lobo Studio di Roma nella primavera del 2013 mentrele voci sono state registrate da Alberto Travetti all’HD Studio Perugia. Degna di nota anche la copertina artistica a cura di Ratigher.

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Il Video della Settimana: Scatramundus – New Slave (Kanye West)

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Senza pretesa di originalità alcuna, ma animata dalla sola volontà di creare situazioni live molto naif, la Black Vagina records presenta le Marble’s Tower Sessions, sessioni acustiche su un terrazzo della ridente Foligno. L’intento è quello di inseguire (per quanto possibile) la religione del first take, facendo suonare le proprie band, le band di amici, le band affini allo spirito audace dell’etichetta e le band che, semplicemente, la Vagina consiglia. Ogni sessione è affidata ad un regista diverso e comprende un quantitativo variabile di video.

Da queste clip abbiamo scelto il nostro nuovo video della settimana, optando per qualcosa di curioso, diverso dal solito, che speriamo possa incuriosirvi e piacervi, non solo sotto l’aspetto musicale. Si tratta di un’originalissima cover di “New Slave” di Kayne West, realizzata dagli Scatramundus (band Stoner/Acid/Noise dalle molteplici influenze). Come sempre, trovate il video di seguito e sulla home per tutta la settimana.

Sito Black Vagina

Soundcloud Black Vagina

Facebook Band

Sito Band

Bandcamp Band

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Neko at Stella – Neko at Stella

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Il Rock deve suonare sporco e duro, altrimenti non stiamo parlando di Rock. Ma di maledette influenze senza voce concreta. L’omonimo esordio discografico dei Neko at Stella impone le classiche regole del Desert Noise Rock nel miglior modo possibile, un lavoro mixato in analogico per rendere vive e bagnate le radici americane del sound. Un lavoro che suona datato di una ventina di anni ma in grado di mettere in evidenza la straordinaria potenza psichedelica della band, non è roba facilmente ascoltabile in Italia se proprio vogliamo dare un punto di originalità al disco, qui di made in Italy  non troviamo assolutamente niente esclusa la nazionalità di Glauco Boato (voce e chitarra) e Jacopo Massangioli (batteria). Pezzi interminabili che sembrano tirare fino all’infinito, la chiusura che non vuole mai arrivare butta l’attenzione a capofitto nella pesantezza Stoner dei pezzi a loro volta carichi di passione. Quella passione scritta in maniera dura ma comunque sinonimo di amore e vita vissuta, le batterie spaccano i timpani come è giusto che sia. Fucilata in pieno volto e poca voglia di discutere.

Si parte subito forte con l’opener “As Loud as Hell” (primo singolo e video del disco), le intenzioni poco delicate dei Neko at Stella vengono subito fuori facendo capire di che pasta sarà composto l’intero disco che sicuramente non è adatto ad un pubblico di spelacchiati amanti del Rock dolce (sempre se possiamo definirlo Rock), questa cosa inizia a piacermi veramente e sono ancora alla prima traccia. Poi si continua a picchiare e quasi provo dissolvenza mentale quando mi ritrovo negli intermezzi di chitarra appartenuti ai più tenebrosi Sonic Youth di Daydream Nation, sensazioni pure che passano per la testa, magari associo ma non centro il bersaglio. L’immaginazione gioca brutti scherzi, a me piace giocare con le mie emozioni e Neko at Stella ne produce a dismisura e fottutamente contrastanti. Anche gli oltre otto minuti e trenta di “Like Flowers” non sono proprio una soluzione semplice da affrontare per il mio cervello che s’impone di seguire un percorso Blues e vagamente Shoegaze senza azzardare bruschi movimenti, il pezzo che forse nasce per caso ipnotizza e piace tanto. Poi la tempesta riprende piede nell’improvvisazione strumentale di Intermission. Graffi infetti sulla schiena. Poi continuo a farmelo scivolare sulla pelle in maniera delicata, il piacere inizia ad aumentare anche perché il disco assume forme lievemente più leggere anche se in “Drop The Bomb, Exterminate Them All” trovo parecchie cosette scontate Grunge anni novanta alle quali siamo ormai troppo abituati. “The Flow” dichiara che il disco ha cambiato decisamente stile a favore di chitarre ritmate Blues. Poi motoseghe psichiatriche in Psycho Blues e tanta voglia di muovere il culo. Altre due canzoni dall’interiorità emotiva alle stelle e il disco finisce. I Neko at Stella hanno dimostrato la durezza della loro corazza ma anche la voglia di portare avanti un progetto musicale fuori dal coro, il loro omonimo esordio esce fuori dalla quotidiana routine, idee chiare e tecnica da incorniciare. Speriamo sia il piacevole assaggio di una band ancora tutta da scoprire, noi e la musica italiana abbiamo tanto bisogno di band e dischi di questo calibro.

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My Bloody Valentine – M B V

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Il ritorno della band di Kevin Shields.
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Gary Wrong Group – Knights of Misery EP

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Questa è una situazione particolare, una situazione in cui voglio mostrare ciò che circola oltre oceano, nelle più remote scene underground made USA. Ok?! Oltre le consuete recensioni made in Italy e oltre il mainstream bigotto dei soliti artisti on air sulle grandi stazioni stellari. Ogni tanto, cari miei, è bene anche uscire di casa e farsi un giro, andare a pescare band non nei soliti calderoni, salotti per buone orecchie fatti di mail e dischi recapitati a casa, ma spulciare la rete come scimpanzé. Quindi, questa volta, vi beccate un po’ di monnezza americana.

Tocca ai Gary Wrong, formazione strampalata con un sound Punk sporco, inacidito, fatto di zozzi riff, percussioni primordiali, voci soffuse, stridenti e synth schizoidi. Escono, a inizio mese,  con Knights of Misery, Ep che a oggi ha già esaurito le poche copie stampate, per la Total Punk Records; 6 tracce di brodaglia Punk composte sotto l’influenza di “DitchWeed”, erbaccia, nelle tarde ore della notte in un luogo sconosciuto dell’Alabama. Può risultare una cagata pazzesca se non siete amanti dei gruppi Garage o una super scopata che vi porterà confusione nei prossimi giorni. Allora preparatevi a sentire le minacciose risate del signor Gary mescolate a organi sgocciolanti, rumori inquietanti e batterie sventrate.

Sono sincero, non sentivo del buon Punk da tempo. Nel 2013 le punk band, soprattutto nostrane, suonano in vecchio stile oppure hanno fatto la scelta effemminata del Pop. Questo Ep rimarrà sul mio player per tutta quest’estate a ricordarmi da dove vengo e che il Punk è ancora vivo e vegeto!!!

GARY WRONG GROUP "HEROIN BEACH SERPENTS ATTACK" from Vice Cooler on Vimeo.

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Morfema – Tutto Bene Sulla Terra?

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Sembrerebbe una domanda retorica quella che intitola il primo album dei Morfema: Tutto Bene Sulla Terra? E pensandoci attentamente la risposta sarebbe: non tanto, data la crisi economica, l’inquinamento e la cattiveria umana. Ma la cultura, l’arte e la musica la salvano questa terra così maltrattata, abitata però da ragazzi che suonano, scrivono e girano, come il cantante Stefano Gamba, i chitarristi Virgilio Santonicola e Roberto Cucchi, il bassista Maurizio Nembrini e il batterista Matteo Zorzi che dal 2009 formano i Morfema.
Nel gennaio 2013 esce il loro primo album Tutto Bene Sulla Terra? che a guardare la copertina di sfuggita sembrerebbe tanto un album Hip Hop, per quel ragazzo seduto su un divano in mezzo alla strada con il capo chinato e coperto dal grande cappuccio, in realtà è un lavoro che suona nei suoi sei brani molto Rock, Noise-Pop, Post-Rock ma comunque è una bella grafica in quei colori di una città che lasciando il pomeriggio si inoltra nella sera.

Tutto inizia con “Prop” nel quale si sentono piacevoli momenti chitarristici anche abbastanza lunghi e parole che sfortunatamente non si distinguono molto bene, che diventano malinconiche ma con molti punti di forza nel secondo brano “Hassan”. “Malibù” invece si presenta molto Pop-Rock nella sua concezione romantica, “cercherò un po’ di sonno per aver visione ancora di te” che si trasforma in un lungo testo fatto di rimpianti in “Hermione”. Nel penultimo brano “Montmartre” ancora tanti i momenti e le sfumature rock in un impasto sonoro molto molto piacevole, che però si rinchiude nella struttura un po’ ripetitiva (dei brani) e nella vocalità che dovrebbe lasciarsi andare. “12.13” è il brano che chiude l’album e nel quale troviamo ancora una volta una percezione malinconica del mondo “non mi accorgo del rumore che conosco, diventa buio davanti a me, guardo avanti e non vedo niente”, tutta plausibile dati i tempi che corrono in Italia soprattutto per i giovani e in maniera particolare per la musica.
Un album quello dei Morfema nel quale si sente l’amore per la dimensione live, come loro stessi sottolineano nella loro brevissima biografia. Infine quindi potrei dire che Tutto Bene Sulla Terra? è un primo lavoro soddisfacente, che però manca di inquadrature testuali e marchi vocali nei quali immedesimarsi totalmente. Sperando che con il tempo questi elementi si possano trovare nei lavori futuri e noi gliel’auguriamo.

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Luminal – Amatoriale Italia

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Eccovi i Luminal, la band col sito più bello di sempre (provatelo). Tre folli da Roma, che dopo due dischi rivoluzionano la line-up e si trasformano, “i testi da visionari ed ermetici diventano crudi ed immediati, mentre i suoni si induriscono di conseguenza”.
Il risultato è Amatoriale Italia, crudo, immediato e duro, per l’appunto. Una miscela di batterie grezze, distorsioni ciccione, voci schizofreniche (cantano, parlano, urlano, sussurrano, si scambiano, tra maschile e femminile – la voce di lei è da brividi). C’è da dire che il lato prettamente musicale non è ciò che fa ricordare i Luminal: una sorta di Post-Punk anarchico e capriccioso, semplice, potente, che accompagna benissimo i loro sfoghi, ma che, da sé, spesso, non basta a reggere i loro pezzi (anche se a volte è più riuscito di quanto appaia, vedi le ritmiche di “Il Lavoro Rende Schiavi”).

Cos’è che tiene in piedi, dunque, i quindici brani di Amatoriale Italia? È lo sguardo, il loro sguardo impietoso, ironico, folle, dispettoso, il loro ridere e sputare su ciò che ci circonda, sia esso un certo tipo di donna, come – per l’appunto – in “Donne (du du du)”, o le piaghe culturali del nostro tempo – i frequentatori assidui dei social network (ossia tutti noi) in “Blues Maiuscolo del Maniaco su Facebook”. Ma ce n’è anche per gli hipster (“Carlo vs il Giovane Hipster”), una certa scena indipendente (“C’è Vita Oltre Rockit”), la gioventù musicale italica (“Giovane Musicista Italiano, Vecchio Italiano”)…
La loro voce è espressiva e fastidiosa, pungente e sarcastica, sporca, esagerata e a tratti sopra le righe: “vorrei vederti ora / il cazzo sulla gola / il sangue sulle lenzuola / ora / succhia / 
sta’ zitta e succhia / […] / si muore di più per un posto fisso / che per una testa fracassata”. Spesso si tocca il nonsense, come in “Lele Mora”, grottesca ripetizione del nome del “manager, criminale e talent scout italiano” (cit. da Wikipedia). Ma si sfiora anche qualcosa di simile alla serietà, ad esempio in “Il Lavoro Rende Schiavi”, o nell’allucinata e misteriosa “L’Aquila Reale”.

I Luminal sono spiazzanti e impietosi, non hanno peli sulla lingua, vogliono esprimere tutto: l’odio, la paura, il desiderio, la violenza. Compiono un’operazione che è sempre più raro vedere architettata con successo: ti muovono. Nel bene e nel male, i Luminal ti tolgono l’equilibrio, ti fanno sconfinare. Cerchi di capirli, ti fai delle domande, ti accorgi d’essere infastidito, con sorpresa; o magari ti sorprendi ad essere d’accordo con loro, a vedere in te qualcosa che non sospettavi.
Sembra quasi che il trio romano non metta nulla tra sé e il mondo, tra sé e le proprie canzoni. Chissà quanto poi c’è di vero in questa sensazione di trasparenza assoluta, di mimetismo tra la maschera “pubblica” e la faccia “privata”. Ma poi, importa davvero? Amatoriale Italia picchietta con dita elettriche sui punti più sensibili della nostra (sporca) coscienza (o, più probabilmente, picchietta con martelli pneumatici industriali). E farsi scuotere, per una volta, è un dolce, divertente dolore.

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Polar For The Masses – Italico

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Con “Italico” i Polar For The Masses fanno quattro, quattro dischi in otto anni che lacerano e segnano a fondo l’endemico tremore dell’underground nostrano, una necessità – la loro – di stare ai margini del rumore per dare vita ogniqualvolta ad un contrasto epidermico e da brivido sottocutaneo che si fa riconoscere subito, immediatamente, all’istante.

Dieci traccianti sonici che sono un trionfo di sonorità onnicolore, un cromatismo plumbeo che si bagna di liquidi elettro, fendenti chitarristici, trillii di esplosioni di basso, urgenze sociali e tonnellate di sudori di vita vissuta, sogni evocati e deliri tormentati; un disco come sempre notevole, carico di pesi e attitudini clamorose, mai fuori tempo e doppiamente interessanti che favoriscono quei piacevoli e solitari momenti di ribellione interna. Marlene Kuntz, Fluxus ed effervescenze alla Bluvertigo d’antan fanno da consapevoli istintività con i quali la formazione – nella sua scrittura estrosa e di attacco – si dota per creare paesaggi e paradigmi eccezionali, una presa diretta di elettricità, shuffle no borders “Laogai”, “Un Uomo, un Voto”, “Ruvido” che si attacca alla pelle come plastica fusa.

Minuti di fuoco e d’azione quelli che questa tracklist sforna a ripetizione, avvolgenti tappeti si suono che portano ad una nuova lettura – oltre che il cantato in italiano – in cui il trio vicentino sfonda, ovvero la maturità agognata per una band che matura già lo era alla partenza e qui confermata alla grande; aggressivamente sensuale in talune parti, il disco dei P4TM è un tripudio di componenti altisonanti, i grandi numeri di un basso incazzato “Terrorismo e Deejay”, la frenesia accalorata di “Wall Street” e l’opulenza marziale e pesante che detta legge in “Mia Patria” non sono altro che i primi effetti di una devastazione interiore e “affacciata” sulle vie sottostanti della vita di tutti i giorni.

Disco “nobile”, drasticamente calato nel nostro tempo e perciò imperdibile. Bentornati P4TM!!

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Ogun Ferraille – My Stalker Doesn’t Love Me

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Nel momento esatto in cui è partita “Barney’s Version”, prima canzone di questo breve My Stalker Doesn’t Love Me dei cosentini Ogun Ferraille, ho dovuto aprire il mio word processor per buttare giù qualche riga. Ne sono sempre più convinto, alla musica italiana servono due cose: le idee, e, perdonatemi l’espressione, il cazzo duro. Che non è questione di genere, badate bene, anche se gli Ogun Ferraille bruciano di un rock viscerale e anarchico come pochi: si può avere il cazzo duro anche se ci si chiama Uochi Toki o Nicolò Carnesi.
Ma sto divagando.
Torniamo a bomba agli Ogun Ferraille, che ci portano sette tracce di carta vetrata, di acido muriatico, di soda caustica. Ma prima di dilungarmi su ciò che mi ha colpito positivamente, vorrei cambiare routine ed enumerare ciò che secondo me non va in questo disco.

Primo. Non so se in passato il trio calabro abbia tentato o meno la strada dell’italiano. L’inglese si sposa bene con la vocazione rock del disco, ma qua e là mi fa storcere il naso. Sarà la prova di dizione non eccelsa del cantante Mauro Nigro, sarà la frustrazione (provinciale quanto volete) di poter seguire poco dei discorsi che si fanno, consapevoli, in qualche modo, che ci sia qualcosa di più, sotto le urla: e che questo qualcosa sfugga è un peccato.

Secondo. Nonostante tutto il disco, violenza o meno, si percepisca arrabbiato, duro, anche se in modi diversi, la prima metà è quella che stupisce e incanta di più. Come dicono loro, “un LP con due parti ed un intermezzo. Per un unico, breve, graffiante discorso”. Il salto di mood, tra le due parti, è notevole: da “Interrupted Speech” in poi i tre si banalizzano leggermente, nonostante il sound rimanga diretto e aggressivo. Si cercano soluzioni più morbide, più classiche, se vogliamo, e si abbandona la scia che la botta iniziale aveva lasciato.
La botta iniziale, dunque. Ecco ciò che mi ha conquistato subito: i primi tre brani sono uno schiaffo, sì, ma col gomito. I suoni ti disturbano, le strutture, labirintiche, ti confondono. I tre cosentini suonano rapidi, in faccia, imprecisi ed immediati, ma proprio nel senso che si ha quasi l’impressione che ciò che sentiamo sia un’esplosione momentanea, un attimo perso nel tempo in cui gli Ogun Ferraille hanno dato tutto, subito, tanto da svuotarsi completamente, in nove minuti scarsi di musica grezza, scalena, deforme, imperfetta, ma così vera che è quasi fastidiosa (anche se la voce, a volte, non riesce a reggere la pressione, ma è più una questione di timbro che di capacità vocali).

Intendiamoci, non è che l’altra metà del disco sia inutile: c’è roba buona anche da quelle parti, e qualcosa dell’afflato iniziale continua anche lì (penso soprattutto a “Peter”, con le sue arie noise, o alla cupezza di “Sleeping With My Ghost”). Però lì gli Ogun Ferraille diventano più inconsistenti, si confondono un po’ di più tra la folla. Peccato, perché  “My Stalker Doesn’t Love Me” poteva avere i numeri per diventare, nella sua interezza, un piccolo, sporco gioiellino di rock duro & puro.
Nonostante questo, “My Stalker Doesn’t Love Me” ha una sua coerenza, una sua ragione d’essere. È veramente un “unico, breve, graffiante discorso”: anche perché le sette tracce s’inanellano una attaccata all’altra, senza una pausa, un respiro, un vuoto, come a farci sentire immersi in un interrotto live fatto di sudore e mal di gola, densità sonora e calore. Gli Ogun Ferraille sostengono infatti che sia il live la loro dimensione principale, e noi non facciamo fatica a credergli. E, personalmente, spero di riuscire a beccarmi qualche sputo dalla prima fila, se e quando, prima o poi, passeranno da Milano.

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