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Serazzi & La Cucina – Á la Carte

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Personaggio poliedrico e camaleontico, Paolo Serazzi è un eclettico entertainer conosciuto per aver composto con i Bluebeaters la colonna sonora del film Ravanello Pallido con Luciana Littizzetto. Ma non solo. Collaboratore RAI da diversi anni, ha prodotto sigle per programmi per ragazzi e spettacoli teatrali. Nell’epoca dove in televisione è impossibile non incappare, facendo zapping, in uno show che non abbia come protagonisti fornelli e scodelle e dove i giovani chef nostrani come Simone Rugiati e Alessandro Borghese ostentano la loro passione per la musica. Serazzi si toglie giacca e cravatta per indossare il grembiule e ribattezzare l’orchestra che lo affiancherà con il nome La Cucina. Da subito si capisce che i toni saranno divertenti e divertiti, il primo singolo “Come Una Rumba” ha un effetto sveglia che coinvolge e fa muovere le gambe a tempo, che lo vogliamo oppure no. Fan conclamato di Paolo Conte, le influenze che ha su di lui il cantante piemontese (come lo stesso Serazzi tra l’altro) si fanno vivide in brani come “Con Un Salto” o “Laundrette Soap” (anche se qui si sfiora il plagio con il sound di Fred Buscaglione). Sono molteplici i generi toccati, anche se vige un’allegria di fondo sempre molto presente, con poca voglia di prendersi sul serio. In tutto questo divertissement trova lo spazio anche una ballad, “Mundo Mejor”, cantata metà in italiano e metà in spagnolo, impreziosita dai guizzi di una sezione fiati ispiratissima, come per tutto l’arco del disco, del resto.

Gli ingredienti usati per condire Á la Carte sono tutti prelibati, ma col dosaggio sbagliato potrebbero risultare indigesti. Mescolare (ed ascoltare) con cautela.

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Sanremo – Guida Intergalattica per possessori di udito.

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Febbraio è un mese difficile, il freddo, la neve, la fine dei saldi. Insomma tanti motivi che ci spingono a voler chiudere in fretta i conti con questo mese, archiviarlo e passare al più interessante Marzo. L’unico spiraglio di felicità per i golosi sono i dolcetti di carnevale, che in base alla regione di provenienza diventano frappe chiacchere, tortelli, zeppole, galani e qualsiasi altro nome vi piaccia. Anche per il mondo della musica febbraio non è un mese così movimentato, certo ci sono tante nuove uscite e anteprime gustose, ma la ciccia, di quella bella sostanziosa, arriva con i live e con la primavera. Noi italiani, però, sempre avanti e più furbi dagli altri, per compensare i grandi complessi edipici, che ci affliggono da tempo immemore, anticipiamo tutti e spariamo, più o meno durante l’ultima decade di febbraio, quella meravigliosa croce del Festival di Sanremo.  Quest’anno per la precisione dal 18 al 22. Ora mi rendo conto che a pochi potrebbe interessare, ma San Remo non esiste. Attenzione non stiamo svelando il segreto di pulcinella o la formula segreta della coca cola, il festival quello della canzone italiana esiste, ma il Santo no, è solo una mera finzione e il legittimo patrono di Sanremo in realtà è San Romolo. Non vi sto prendendo in giro, ma con molta probabilità, alcune centinaia di anni fa, il fondatore di Roma non riscuoteva successo e simpatia e qualche cittadino decise che anche al fratello sfortunato spettasse, per ripicca, il nome della città. Chiusa la digressione storico/epica torniamo al nostro Festival della canzone italiana di Sanremo, wikipedia lo definisce come, cito: ”una manifestazione musicale che ha luogo ogni anno a Sanremo in Italia.”

Rappresenta uno dei maggiori eventi mediatici italiani. Nel 2013 si è svolta la sua sessantatreesima edizione. Facendo due conti veloci siamo nel 2014, quindi siamo alla sessantaquattresima edizione, una fatica anche solo scriverlo. Per la nuova edizione pochi cambiamenti evidenti: stessa direzione artistica, e stessa coppia di presentatori Fabio Fazio e Luciana Littizzetto, duo consolidato all’interno del panorama televisivo e volti vincenti del palinsesto rai. Una scelta di continuità, dettata più che altro da una politica di audience e gradimento del pubblico. Ci aspettiamo quindi, con qualche picco fuori dalle righe, il medesimo teatrino umoristico che i due mettono in atto ogni settimana nella trasmissione di Fazio Che Tempo Che Fa. Andiamo avanti e passiamo alla cosa che dovrebbe interessare più di tutte, i concorrenti e le loro canzoni. Come consuetudine la gara canora si divide tra “Nuove Proposte” e “Campioni”, una volta detti anche big, ma suonava troppo esterofilo ed è stato accantonato. Partiamo dai Campioni che sono 14, scelti a detta dell’intoccabile regolamento, in base a: fama, contemporaneità e valore riconosciuto, e 28 canzoni scelte per qualità e originalità. Preferisco non approfondire la questione criteri che quantomeno dovrebbero avere una definizione in parte quantificabile, a grandi, grandissime linee, per esempio sono famoso se ho 1000 like, ma non sono di valore se vendo meno di 200 copie del mio disco. Non disperdiamo l’energia e proseguiamo con l’elencone.

Nella categoria “over” troviamo Ron, si proprio il buon vecchio Rosalino, Antonella Ruggiero e Renga, per la categoria “figli di” Cristiano De André, immancabili i “talent” con Noemi, la rediviva Giusy Ferreri e Arisa anche se da ex giurata, categoria degli “ex” con Giuliano Palma ex voce de i Bluebeaters e Francesco Sarcina senza Le Vibrazioni, Frankie Hi-Nrg Mc che rappresenta la categoria protetta dell’Hip Hop, per poi finire con le categorie di nicchia rappresentata dal “fuori concorso” Raphael Gualazzi con i The Bloody Beetroots, per cui speriamo che nella sala dell’Ariston non ci siano fan de Lo Stato Sociale, gli ”Indie” Perturbazione e quelli che ”manco sapevo facessi musica” Riccardo Sinigallia e Renzo Rubino. Questi campioni della musica italiana, che si sfideranno a suon di canzoni, sarranno giudicati da due giurie, una popolare, attraverso il televoto, e una di qualità composta da 10 persone del mondo della musica, dello spettacolo e della cultura. Ci sarebbe anche la giuria stampa cui è lasciato il contentino del premio della critica, ma dopo due giorni non se li fila più nessuno. In merito al meccanismo di assegnazione dei voti che decreta il vincitore, riuscire a decifrarlo, sebbene minuziosamente descritto dal famigerato regolamento, è come svelare il quarto segreto di Fatima o interpretare la scrittura cuneiforme dei Sumeri, alquanto improbabile, si parla di prima, seconda, terza serata, di sommare il 25% di qua, il 50% da là e via dicendo. Tutto questo sistemone solo per i Campioni, perchè altrimenti, se la cosa fosse stata facile, il festival non avrebbe ragione di durare l’eternità che effettivamente dura e l’economia della rai ci perderebbe qualcosina in termini di pubblicità.

Smaltiti i campioni è il turno delle “Nuove Proposte”, 8 in totale; anche qui le sub categorie si sprecano e abbiamo di nuovo la categoria protetta dell’Hip Hop che va alla grande quest’anno con Rocco Hunt, un nome una garanzia. Il “figlio di” con rappresentanza di Filippo Graziani figlio di Ivan. “Gli indie”, che si moltiplicano con il più conosciuto, forse, The Niro e Zibba, che potrebbe rientrare anche tra gli “ex” perchè senza gli Almalibre, di nuovo il “talent” con Veronica De Simona, “il figlio del Web” Diodato e quelli del “ma davvero fai musica” Bianca e Vadim, che no, non è il titolo del B-movie di Bianca e Bernie. Per loro la faccenda voti si semplifica magicamente e in due serate sono liquidati velocemente. Le cose veramente interessanti nella noia generale del regolamento sono due: un giovane per potersi iscrivere lo deve fare solo tramite un’etichetta discografica e deve aver pubblicato commercialmente almeno due brani. Quindi miei cari musicisti indie che vi autoproducete scordatevi Sanremo che, anche se lo snobbate, so che vi piacerebbero  da matti quei 5 minuti di mondovisione. Detto questo, la mastodontica e monolitica macchina sanremese, l’esempio più eclatante di autoreferenzialismo e autocompiacimento della musica italiana, si è messa in moto e, volenti o nolenti, sarete sommersi di post, articoli, gente sulla metro, al bar o al tavolo vicino che ne parla e radio che passano di continuo non si sa cosa. Salvo che voi non abbiate prenotato una vacanzina dall’altra parte del mondo il mio consiglio è di affrontare il maligno a testa alta e mettere su un gruppo di ascolto, ma di quelli seri, fatti da gente fidata, vi assicuro che ne vedrete e sentirete delle belle.

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Sanremo 2013: le nostre pagelle dello show nazional-popolare più amato-odiato dagli italiani.

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Che qualcuno dica a Marco Mengoni  (ha passato tutto il festival a tirare su col naso e pulirsi con la manica della giacca… -?-) col sopracciglio spaccato da ragazzino ripulito che s’è tolto il piercing-sbaglio-di-gioventù-mo’-sono-maturato, che dedicare la sua vittoria a Luigi Tenco è circa non aver capito un cazzo di Tenco stesso. Oltre che dimostrare di avere un ego smisurato. Suicidatosi lasciando un biglietto con scritto “faccio questo come atto di protesta contro un pubblico che manda Io, tu e le rose in finale”, Tenco avrebbe fatto altrettanto stanotte a sentire del primo posto. Ma pure del piazzamento dei Modà al terzo posto, del premio come miglior testo a Il Cile e dell’esistenza di Maria Nazionale. Come donna prima ancora che artista.
Prima di dare le pagelle su qualsiasi cosa si sia mossa all’Ariston questa settimana, vorrei sottolineare una cosa che mi ha colpito. Si crede che il Festival sia un evento che ammazza la musica, che promuove solo gli artisti in odore di major, di grandi produttori o di recenti reality musicali. E sono d’accordo in linea generale. Ma è anche e soprattutto la fotografia socio-culturale della nostra Italia e io quest’anno mi sono spaventata. Non per la crisi bistrattata a fronte di tanta magniloquenza (il Festival è stato ripagato e il bilancio si è chiuso con un guadagno, grazie agli introiti della pubblicità e degli sponsor), quanto perché le band fanno ancora paura -stile “Ommiodio quell’uomo ha una chitarra elettrica e una cresta, mi farà del male!”- o comunque sono ancora l’eccezione e soprattutto perchè c’è bisogno che Luciana Littizzetto, il giorno di San Valentino ricordi alle donne italiane che un uomo innamorato non mena, nel tentativo di sensibilizzare il pubblico sulla violenza alle donne. E perchè due omosessuali sul palco che raccontano che andranno a sposarsi a New York fanno ancora notizia. Potete stare, come me, nelle vostre casette dorate, circondati da gente dalla mentalità aperta che ascolta rock da mo’ e i cui amici migliori sono gay, ma la normalità è altra e Sanremo ce l’ha sbattuta in faccia. Ed è triste. Non fraintendetemi, sapevo che siamo un paese di fresconi un po’ retrogradi, ma certi traguardi pensavo li avessimo acquisiti (tipo almeno non chiamare i Marta sui Tubi “complesso”, come ha fatto mia madre).

Fabio Fazio (7/10): se l’è cavata nonostante questa sua conduzione monocorde, nannimorettiana, che non lascia quasi mai trasparire emozioni se non un po’ di gigionismo e che viene messa da parte in favore di una ritrovata selfconfidence per improponibili imitazioni di Bruno Vespa o nella falsa modestia del “vi ho portato Anthony, vi ho portato Asaf Avidan, ché voi ignoranti non sapevate chi fossero”.

Luciana Littizzetto (9/10): mattatrice! Ha tenuto palco meglio di chiunque altro, mantenendo il suo stile ma in modo consono al palco sanremese. Ha cantato, ballato, sfottutto Carla Bruni ed esultato quando Bianca Balti si è inciampata, incarnando il pensiero del 99,9% del pubblico femminile a casa. Ha abbracciato Martin Castrogiovanni come fosse un baobab.

I VECCHI.

Marco Mengoni (4/10): retorico lui, retorico il brano, retorico il grazie papà grazie mammà e la dedica a Tenco. Quindi il perfetto vincitore del Festival.

Raphael Gualazzi (3/10): un buon pianista jazz che si improvvisa cantante per non rimanere nella nicchia del genere. Peccato che non sappia cantare. E qualcuno gli dica che muoversi da sociopatico non lo rende artistoide, ma solo spaventoso.

Daniele Silvestri (6/10): a me non è piaciuto. Anzitutto preferivo il secondo brano, quello che ovviamente non è stato selezionato per continuare la gara, poi ho trovato un po’ troppo didascalica la presenza del traduttore e lasciamo stare il testo mezzo con la cadenza romana che non mi sono proprio spiegata. Non che abbia nulla contro i dialetti, anzi. Ma perchè?

Simona Molinari – Pietro Cincotti (2/10): se lei non si fosse vestita da albero di Natale-prostituta-personaggio di Futurama (solo per citare i tweet che più mi hanno fatto ridere), non me li ricorderei nemmeno.

Marta sui Tubi (6.5/10): ci hanno provato. E ok. Sanremo non è pronto, l’Italia tutta non è pronta a sentire i “complessi”. E ok. Io avrei evitato lo stereotipo della linguaccia sul palco e della cresta (prossima volta corna? Banchettiamo a pipistrelli?) e avrei cercato un arrangiamento meno ruffiano alla Negramaro, in favore di qualcosa di più rischioso e personale.

Maria Nazionale (N.C.): 1) chi? 2) perchè? 3) quanti cellulari sono stati comprati dal boss tal de’ tali per farla televotare?

Chiara (6/10): ha fatto il compitino da cantantessa italiana che va a Sanremo. Brava figlia di X-Factor, per me è una categoria di musicisti che non esiste neanche. Mi fa lo stesso effetto di sentire dire “un dj che suona”. Ssssse.

Modà (4/10): loro sono così. C’è a chi piacciono ecco. “Se un abbraccio si potesse scomparire” comunque, è troppo anche come licenza poetica. Cantante in inglese che almeno non vi si capisce.

Simone Cristicchi (3/10): basta. Lo trovo intollerabile. E una volta i pazzi, una volta quello che muore e si immagina tutte le cose che avrebbe potuto fare. Simone, esci e fatte ‘na vita.

Malika Ayane (7/10): una vocalità indiscussa, indubbiamente una delle migliori sul palco dell’Ariston, con una canzone di poco impatto però, in cui l’impronta di Sangiorgi gravava parecchio sul testo.

Almamegretta (3/10): se la sarebbero pure potuta cavare. Peccato il cattivo gusto dell’ideona di andare a fare i rastafariani con tanto di light designer dell’Ariston che mette luci rosse gialle e verdi -la sagra dell’ovvio- a inneggiare all’erba libera. Ma ancora? Meno male che c’è crisi signori, se pensiamo a come fare a buttar via dei soldi nella marjiuana prêt à porter -lamentandoci poi magari dell’Iva, dell’Imu, del cachet della Littizzetto.

Max Gazzè (6/10): come al solito i suoi brani parlano di disadattati che ti chiamano di notte per dirti che non vogliono fare il solito sesso, di guardoni che ti tengono d’occhio mentre sei in spiaggia col fidanzato o, come quest’anno, di gente che ti suona a casa. Il meeting dello stalker, insomma. E a me Gazzè piace parecchio eh, che è tutto dire.

Annalisa (4/10): questa arriva da Amici di Maria de Filippi. Parlapà si dice dalle mie parti, cioè non parlare, lascia perdere, non aggiungere altro.

Elio e le storie tese (8.5/10): la canzone rompe le palle forte dopo il primo ascolto eh, però ha del genio, della competenza, del talento. Geniali ad averla pensata, talentuosi ad averla realizzata, competenti per avere le conoscenze necessarie a costruire un’impalcatura armonica del genere sotto una melodia composta di una sola nota.

I GIOVANI.

Renzo Rubino (5/10): ecco, la canzone sui gay. Ché c’è bisogno di sensibilizzare come per la violenza sulle donne.  Mi mette una certa tristezza. Comunque Rubino non mi è sembrato chissà quanto dotato vocalmente e neanche chissà quanto raffinato nell’interpretazione. Eppure si è preso il premio per critica intitolato a Mia Martini. Il testo moderno e attuale ha avuto ciò per cui era stato realmente scritto. Evvai.

Blastema (7.5/10): li ho apprezzati più dei Marta sui Tubi. Mi sono sembrati più integri e meno corrotti dal Festival, capaci di fare un rock nazionale sicuramente già sentito e anche parecchio scontato, ma di buona qualità.

Il Cile (5/10): ma è voluto che abbiano dato il premio come miglior testo a una canzone che si intitola “Le parole non servono più”? A me non è sembrato niente per cui strapparsi i capelli. Cioè, l’underground è pieno di gente che Il Cile possono prenderlo metaforicamente a calci dal mattino alla sera.

Irene Ghiotto: … forse ero in bagno. Scusate.

Ilaria Porceddu (8/10): sorvolando sul taglio di capelli, la canzone è molto delicata, eseguita con molta grazia e molta dolcezza. Non ho apprezzato la parte cantata in sardo finché non me la sono fatta tradurre da un amico che conosce quel dialetto, scoprendo che avrebbero dovuto trovare il modo di sottotitolarla o altro, perché è una frase davvero ben concepita.

Antonio Maggio (8.5/10): è radiofonica, divertente e ironica. La sentiremo così tanto in radio che romperà le palle alla grande. Per adesso, a piccole dosi, si apprezza e parecchio.

Andrea Nardinocchi (2/10): ditegli di fare altro. Un finto rapper-dj che scrive canzoni con le rime emo che manco i Dari. Sparisci. E lascia qui il Mac.

Paolo Simoni (1/10): no, no, no. Allora: l’idea del brano ricorda “Una musica può fare di Gazzè”, cioè l’elencone dei poteri benefici o meno delle parole. Ovviamente noiosa allo stremo, finto intellettuale, finto riflessiva. Lui poi ricorda Philippe Daverio con tanto di cravattino e canta credendosi Riccardo Cocciante. Altro che giovane: vecchio dentro, vecchio per ispirazione, vecchio con l’odore di giacca di velluto e antitarme. No. Già detto?

Ps. Dov’erano i fiori di Sanremo? Qualcuno era allergico e li hanno aboliti?

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