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Insect Kin – The Faster, Louder, Loser EP (Canzoni Sull’Orlo di Una Crisi)

Written by Recensioni

Aprendosi con un’irresistibile sensazione di  voragine che si spalanca sotto i piedi con l’intento proprio di fagocitarti interamente nel suo stomaco sonico “Pretty Little Cuties”, “The Faster, Louder, Loser EP” (Canzoni Sull’Orlo di Una Crisi) –  il ritorno ematico dei milanesi Insect Kin – mette subito bianco su nero le sue intenzioni di non passare “inosservato”, un marcato contrasto che si mette a zeppa tra tantissime pubblicazioni vanesie e il tenore idiosincratico di suoni senza suono, sei tracce più una bonus track che giocano un ruolo elettrico che mette sull’attenti chiunque. Lapilli Grunge, saette Stoner e giugulari ingrossate come tubi di gomma, bypassano un effetto di lacerazione, ossessione e disagio come modalità di espressione, un disco che ti carica come pochi e come altrettanto pochi bastona il giusto.

Più che una crisi riversata su canzoni si potrebbe ridefinire una sete spasmodica di libertà elettrica, una iperveloce precisione maniacale a scansionare e costringere l’ascolto a fare i conti con i carichi e le nervature di un Rock ibrido, che non si assoggetta ai diktat fashion ma morde e sbava di suo, con la bellissima forza della schiettezza di un canzoniere issato su barricate di pedaliere e ampli infuocati e fumanti: watt e cuore dolorante, pogo e tremori a dispersione, rabbia e fretta di urlare al massimo del punteggio, una straordinaria pagina rock che gli Insect Kin griffano come una maledetta profezia col jack.

Nirvana, ombre desertiche, limature Verdeniche e sangue offuscato sono le singolarità della verve d’ascolto della formazione meneghina, una rigogliosa giungla di distorsori e poetica svenata che trova mentalmente una suo pathos elaborato, qui la leggerezza non si sa cosa sia effettivamente, tutto spacca e a volte placa come la tenerissima “Saint-Exupery”, il resto della miccia è innescato nella baldanzosità grunge della titletrack, nella stizzosità punkyes “Moondog Coronation Ball” o nelle ecchimosi bluastre che “(The dDscent)” ti lascia come un succhiotto dato da un’amante in sifilide acuta.

Gli Insect Kin sono tornati sulle scene per espandere il loro voluminoso essere, uno dei registrati più toccanti e belli che mi sia capitato di ascoltare negli ultimi tempi, specie quando transita sullo stereo la bellissima tracotanza di un brano che sembra l’anima indomita di un guerriero sulle rovine del mondo “#Revolutionoutofstok”.

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“Diamanti Vintage” Beck – Mellow Gold

Written by Articoli

Nel 1994 uno strampalato alieno svedese naturalizzato americano atterra sugli orecchi di mezzo mondo, e dopo le prime titubanze d’obbligo, allucinazioni da schiarire e schiaffi in faccia per riprendersi da questo fenomeno indecifrabile, Beck – l’uomo/ragazzo- innalza il manifesto della sua onnipotenza deformata, obliqua e fantasticamente innovativa, un passato/presente che brucia senza regole tutto il panorama alternativo dell’alternativa alternante che si possa trovare in giro. Mellow Gold è la cartuccia che fa fuori tutto, che straccia la forma canzone e la condisce con ogni ammennicolo sonoro che capiti a tiro, un disco stupendo che rivoluziona anche l’impossibile.

Un mini-pimer che frulla di tutto, rock, folk, sperimentazioni, blues, indie, emo, brit-pop, punk, trip-hop e una straordinaria forma malsana di poetica saturnina che ammalia, convince subito e diventa inno generazionale per una fitta schiera di nerd, sfigati, subalterni, mammoni felici ed insaziabili che fanno ressa tra divani e hamburger alla cipolla e ketchup; dodici tracce che la dicono lunga circa la situazione creativa negli States di quei tempi, uno spirito lunare che arriva come un raggio cosmico mentre la musica non ha ancora ripreso a corroborare nuove stimolazioni, ma da li a poco – con la maestria di questo musicista folle e paonazzo – tutto tornerà a rifiorire, a folgorare. Disco mutante ad ogni passaggio, un mix di allucinati mood e hype al cubo che riecheggiano ovunque e che si acciuffano nel neo-folk che balugina in “Loser”, a mollo negli anni sessanta bevuti “Fuckin With my Head”, nel centro elettronico mistificato in noise “Soul Suckin’ Jerk” se non addirittura nel funk-dance che “Beercan” mette in mostra con quel ritornello fighissimo che sventrò ogni palinsesto radiofonico yankee di allora.

Con la dolcezza storta e indù di “Steal my Body Home” e la mistica di archi e tremore ancient “Blackhole”, Beck chiude una parentesi che ne aprirà tante altre, mette in risalto un disco, uno stendardo e un indice puntato sulla società americana, mette in guardia novizi ed emuli con poche parole e un miliardo di suoni, come a dire: “Occhio i Marziani sono tra voi, salvatevi le chiappe”.

Pietra miliare!
http://youtu.be/R6sdDp5Vgjk

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