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Titor – Rock Is Back

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Una bella DeLorean d’epoca, flussi canalizzatori e scienziati spettinati che sudano in laboratorio per infrangere la barriera spazio tempo. Un bel trip alla Marty McFly per vedere cosa capita nel 2036. Sforzo neanche esagerato, solo una ventina d’anni. Per vedere se davvero un gruppo di disadattati, neanche troppo giovani, con un logo da b-movie horror e la pretesa di riportare (anzi addirittura la convinzione di aver già riportato) in vita il rock’n’roll potrebbe essere considerato la nuova icona per orde di ragazzini neo-punk in licei sempre più ammuffiti e decadenti.

E così nel 2012 a Torino arriva un disco dal futuro, intitolato profeticamente “Rock Is Back” e firmato da una band che sembra proiettata al passato e pare sfogarsi con tutto ciò che gli sta attorno, partendo da se stessi per passare ai disagi che accomunano gli abitanti dello stivale: mass-media, società, economia e a questo punto perché non sfogarsi anche un pochino sul tempo tiranno che sta cambiando. Frivoli e strafottenti. Menefreghisti nel contorno ma attenti al contenuto, molto attuale (e amplificato nel loro futuro prossimo).
Echeggia un nome imponente e granitico come la loro musica: signore e signori questi sono i Titor. Paradossali, proprio come la loro principale fonte di ispirazione: John Titor, che qualche anno fa spopolò sul web per i suoi racconti di viaggi avanti e indietro nel tempo (un suo racconto narra appunto di epiche catastrofi nel 2036).

La storia si ripete già dal riff “sega-elettrica” del primo pezzo di questo album, che giusto per iniziare a metter i paletti si chiama proprio “Dal 2036”. Ma altro che 20 anni avanti, qui veniamo buttati 20 anni indietro. La DeLoreoan sbaglia marcia e mette la retro: sembra di tornare nei gloriosi anni 90. Gli anni in cui giravano cassette dei Derozer o dei Persiana Jones, o addirittura gli 80 in cui impazzavano Negazione e Raw Power nei primi centri sociali. L’anima della musica di strada è sempre quella. Effettivamente questo rock’n’roll tiratissimo puzza di Italia più della maggior parte del pop in circolazione. Se poi andiamo a guardare i protagonisti di questa furiosa e divertente banda si ha la convinzione di aver proprio sbagliato il verso della rotta: Sabino Pace, voce ed ex-Belli Cosi (per altro tastiere dei “folk destroyers” Treni all’Alba), la chitarra di Sandro Serra e la batteria di Giuseppe Azzariti direttamente dai Distruzione e il basso di Francesco Vittori dei Sickhead. Insomma un supergruppo hard-core, citiamo pure gli Audioslave, ma affogati in un bagno di barbera.

La differenza da tutti i supergruppi (costruiti?) che fino ad ora ho sentito è però una sola: la spaventosa unione. Il sound di questi quattro è coeso, duro e roccioso, una formazione devastante che sfonda il muro tra rock e punk hard-core. Nulla di nuovo certo e per alcuni versi anche ripetitivo, ma creato con grande maestria, esperienza ed con l’onestà di chi ha ancora qualcosa di concreto da dire. La propensione alle sonorità oltre oceano di Danko Jones e At The Drive In è ben tenuta a bada da un forte guinzaglio e da piedi ben puntati in terra sabauda, e qui brillano i nomi di Linea 77 (produzione e promozione dell’album sono a cura di INRI, etichetta discografica di Paolo e Davide Pavanello, chitarra e basso della storica band crossover piemontese), oltre ad una magistrale (ed ennesima) prova in regia dell’ex-“casasonico” Gianni Condina, già dietro al banco con Subsonica e Velvet.

I brani hanno il sapore di apocalisse e di profezie come in Duel (“tanto vi estinguerete, attenderò il disastro”) di rabbia proletaria (e non giovanile per fortuna data l’anagrafe dei quattro) in Generazioni (“non credo ai vostri inganni, non voglio più risposte, ingoio la mia rabbia tra viscere nascoste”) musica per disadattati veri in Titor Is Dead (“su Rai1 c’è la Miss, io tra poco ascolto i Kiss”). Immediatezza e spontaneità che racchiudono in modo un po’ naif e sempliciotto il senso di aver perso anche gli ultimi sogni, a cui ci aggrappavamo così saldamente.
La voce di Sabino ti perfora i timpani e esplode in aggressione pura e non sfigura quando viene affiancata al collega Nitto (Linea 77) nella furente Calvario. Qui i due si fondono tipo Super Sayan e nel ritornello ti sbraitano contro: “non è facile spingersi oltre, non è facile crederci ancora”; martellante come il peggior incubo ricorrente.
Da quanto ci dice il primo gruppo venuto dallo spazio, le cose non miglioreranno proprio. La profetica Generazioni ci sega le gambe: “nel tempo e nello spazio santifico il dolore”. Altro che musica per le future generazioni, in questo mondo il tempo è fermo, ghiacciato e non garantisce nessuna ma proprio nessuna speranza a noi e tanto meno a loro. Se non gridare più forte e fare del gran rock’n’roll.

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Foxhound – Concordia

Written by Recensioni

Si salvi chi può. Il titolo di questo freschissimo album dei Foxhound, born in Torino, è talmente attuale da essere spaventosamente ruffiano. Titolo spavaldo, gradasso, se contestualizzato ad un’ambientazione pressoché dance, spensierata ed immeditatissima. Quella dei pantaloni a tubo, dei locali nei Murazzi del Po, degli occhiali da vista enormi da pagliaccio, degli aperitivi a Negroni il sabato sera. Non c’è retorica, non c’è polemica, solo tanta buona musica pop. E il titolo rimbomba ancora di più.

La band, nonostante la giovanissima età (sono del 1992 e nel 1992 io collezionavo gli album di figurine Panini da qualche campionato), è già un caposaldo dell’underground sabaudo e dalla vittoria nel 2010 di Pagella Rock per loro è partita una rapidissima scalata verso la punta dell’iceberg. Qui però di iceberg non si vuole parlare, quella era un’altra storia, ben lontana dalle nostre acque e dai nostri tempi. “Concordia” è un disco italiano, ma che puzza tremendamente di umidità post-punk londinese, di controcultura chic berlinese ed è fico come se fosse australiano.

Il sound di “Concordia” è diretto, forsennato e frenetico come il più pazzo sabato sera di festa che non vuole tramontare all’alba di domenica. Veloce come due mojto scolati alla goccia, come i piedi sudatissimi in una pista da ballo lercia di rum per terra, come un limone duro con una studentessa repressa di architettura. Curato nei minimi dettagli da una produzione maestosamente underground: mai troppo pompato o chitarroso, per non scivolare nel clone; insomma quel pelo di distanza che basta per non essere gli Artic Monkeys (li ricordano tantissimo però, più nell’attitudine che nel sound). E poi, piazzato come optional della nave, c’è un mixaggio di alta scuola, il meglio sulla scena: Tommaso Colliva, per altro reduce dalla direzione del capolavoro “Padania” degli Afterhours.

Dall’inizio alla fine “Concordia” è un razzo e i quattro pischelli riescono a governarlo alla grande, trasformando innocenza e spensieratezza nelle loro migliori virtù. Possono permettersi pezzi come “Movin’ Back” e “Bounce”: puro divertimento, stramaledettamente alla moda. Possono permettersi il beat diretto di “Feelings hold on”, che mischia la robotica e insistente ritmica con una melodia che pare saccheggiata a piene mani da Sergio Pizzorno, mentre i suoi Kasabian stanno a guardare a bocca aperta. Possono permettersi il finale svarionante di “I beat the bitch and her bats”, piccola gemma appiccicaticcia, la canzona che non vorresti ascoltare ma che senti tua nell’hang over della domenica mattina.

Un disco così in Italia non era assolutamente necessario, anzi direi che è quasi fine a se stesso, qui questo sound è cool solo se sradicato da band anglosassoni che se raccolgono più di 50 persone smettono di essere cool. Ma il bello è che questi ragazzi fanno ciò che vogliono: il suono è puro, mai sforzato dal vento di mercato. Pare che l’onda li trasporti con sé con incredibile naturalezza. Se in Italia non troveranno la giusta dimensione, speriamo in un loro espatrio e di vantare finalmente i “Lacuna Coil“ dell’elettro-pop. E allora via di sogni di rock’n’roll in club londinesi o addirittura nei fiumi di birra da festival internazionali.

Questa è la nave ed il suo tragitto. Foxhound stessi ci avvertono che però non sa ancora dove salpare, rifilandoci una sfilza di ciò che quest’album non è: non è rock’n’roll, non è inglese, non è dub. E va bene, in mare vale tutto, le regole non esistono, ma prima o poi ci dovrà essere un contatto “terreno”, e cosa capiterà in quel momento? E poi è così vero che in questo mare non si ha rispetto per niente? E’ vero che non ci si guarda intorno e il futuro non spaventa? Forse no, non è vero e forse suona tutto troppo arrogante per l’entusiasmo di essere così sulla cresta dell’onda (l’immagine di onda underground mi sballotta un po’…). Prima di beccarvi uno scoglio e rovinare tutto forse conviene approdare e scendere un pelino a compromessi, che dai cari Foxhound con quelle facce li siete sicuramente bravi a farlo.

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