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La Band della Settimana: Dardust

Written by Novità

Dardust è un progetto italiano di musica strumentale capace di unire il mondo pianistico minimalista all’attuale immaginario elettronico di matrice nord europea. L’ensemble è ideato dal pianista e compositore Dario Faini che, partendo dalla scrittura di temi minimalisti, la impreziosisce con la tessitura di soundscape creati dal trio d’archi di Carmelo Emanuele Patti, Simone Sitta e Simone Giorgini e con l’animo più spregiudicatamente elettronico del producer e polistrumentista Vanni Casagrande.
Dardust è un nome che vuole essere da una parte un ironico omaggio a Ziggy Stardust, il più celebre personaggio alieno incarnato da David Bowie, che ha ispirato l’immaginario “spaziale” di tutto il progetto e dall’altra un tributo al duo Dust Brothers divenuto celebre con il nome Chemical Brothers e l’ album di debutto Exit Planet Dust. La crasi tra il nome del fondatore Dario Faini e “Dust” racchiude così nell’ universo Dardust l’importanza di uno specifico mondo elettronico.
Dardust è una missione che attraversa l’asse geografico/musicale BerlinoReykjavicLondra e da questi luoghi riparte per la stesura di una trilogia discografica che vedrà ogni capitolo dedicato alle tre città ispiratrici, iniziando proprio con Berlino con la registrazione del disco di debutto.
“7” è il primo capitolo della trilogia discografica: 7 brani strumentali scritti in 7 giorni e prodotti in 7 mesi, in uscita nel 2015 per l’etichetta torinese INRI, in collaborazione con la Universal Music Publishing Ricordi.
L’ensemble ha da poco annunciato anche l’uscita del secondo capitolo della trilogia, che porterà il titolo di Birth. “The Wolf” è il primo singolo estratto dal nuovo album.

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La Colpa – Mentre Guardi alla Germania [STREAMING]

Written by Anteprime

La colpa Credits Alessandro De Agostini rett 1

In anteprima esclusiva per Rockambula Webzine, ecco il nuovo lavoro in studio dei milanesi La Colpa.

Mentre Guardi alla Germania
de La Colpa è come una classica mossa Kansas City, “quella che mentre tutti guardano a destra, tu vai a sinistra”. Gli elementi ci sono tutti: una partita a carte scoperte che inizia il 16 ottobre, ​sul piatto le 13 tracce dell’​album d’esordio della band milanese e i vostri sguardi che credono di sapere come andrà a finire, ma è proprio in quel momento che cadrete vittime delle vostre convinzioni, travolti da un muro di suono tondo e graffiante, testi densi di emotività e sottili giochi di citazioni. Perché “Mentre guardi alla Germania” è il disco manifesto di una band che, nomen omen, ha deciso di prendersela sul serio.
La Colpa​: un EP alle spalle prodotto da Alessio Camagni con Davide Autelitano dei Ministri come coautore di alcuni brani, tanti chilometri e concerti sulla scia, un video in collaborazione con l’Istituto Luce ed il coraggio di inserire, in questo nuovo lavoro discografico, un brano dedicato a Vittorio Arrigoni (“Due possibilità”), di bussare alla porta del compositore d’avanguardia Dario Buccino per incasellare il suono delle sue famose lamiere in una ballad (“La Cisterna”) e di disegnare a loro modo una Dismaland banskiana (“Il parco giochi migliore del mondo”).

Registrato negli studi Noise Factory ​di Milano, il primo full album de La Colpa un disco dagli accenti antimoderni e da sognatori, che narra di addii e speranze, rivoluzioni mancate, bombaroli impenitenti, guerre di liberazione, viaggi da Istanbul a Dubai. In filigrana, ma non troppo, la decrescita felice e il ritorno alla terra come unica chiave per un futuro sostenibile.

Marco Muscarà – voce e chitarra
Luca Di Blasi – chitarra e cori
Matteo Cogo – basso
Luca Cometti – batteria e testi

Etichetta: INRI | info@inritorino.com
Stampa: METATRON | press@metatrongroup.com
Booking: METATRON | booking@metatrongroup.com

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The Arch3type – Generated

Written by Recensioni

Insospettabilmente nostrana la produzione di Generated, primo lavoro in studio del torinese Franco Cazzola con il moniker The Arch3type. La materia prima è sintetica e viscosa, in un compendio delle possibilità che offre l’elettronica old style a base di drum machine e synth analogici.

Sui fertili sample attecchiscono i generi più svariati, riuscendo nell’amalgama in più di un episodio. “Bow”, Drum’n’Bass dal ritmo netto e contagioso, prorompe scandita da scratch dal gusto retrò. La validissima “Brake it” viaggia su basi Techno da videogame d’azione ma si concede parentesi di sax, in un risultato estremamente contemporaneo, che miscela il mood frenetico degli Erotic Market e le rimodulazioni Jazz à la Junkfood. In altri casi le miscele sono meno audaci e gli esiti meno sorprendenti, come l’ossessività di cui si nutre l’EDM più aggressiva (“Fall Down”), o la morbidezza catchy dei cantati femminili (complice la voce di Linda Messerklinger, “Game Over” rimanda al lato più Dance dei Moloko). Anche quando si piomba in territori Hip Hop, con “Creepy Times”, i risultati non sono tra i più apprezzabili. La traccia in chiusura (“Oh My God”) riequilibra il risultato finale a suon di Dubstep sensuale e bassi vibranti.

Un’aura oscura ed erotica prova a far da collante tra le tante (se non troppe) sfaccettature del progetto, ma il filo si spezza in più punti. Se c’è un rimprovero da fare a quest’album, è quello che si finisce per riservare a tanti esordi: molto da assaggiare e nessun gusto deciso a restare impresso. L’eclettismo è una dote che si affina col tempo e si apprezza meglio nelle puntate successive.

 

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TOdays: giorno 3 e live degli Interpol

Written by Live Report

La prima edizione del TOdays Festival ha immerso Torino in un mare di musica. Non che il capoluogo piemontese sia sprovvisto di eventi musicali, sia chiaro. Ma vedere una così grande partecipazione ad un evento musicale in tutte le sedi in cui si è svolto (Spazio 211, Scuola Holden, Dox Dora, Cimitero di San Pietro in Vincoli e Museo Ettore Fico) fa pensare che sì, forse non è tutto perso, forse davvero c’è ancora speranza, forse la musica ci salverà, tutti. Forse. La terza serata del festival vede come protagonisti gli Interpol preceduti da una serie di artisti appartenenti all’etichetta torinese INRI (in ogni serata si sono esibiti sul palco dello Spazio 211 artisti ad essa appartenenti); domenica 30 agosto è stata la volta degli Anthony Laszlo, dei Dardust e Levante. I primi salgono sul palco intorno alle 20.00 e subito mostrano la loro potenza egemonica a suon di chitarra e batteria, anche se vengono relegati in un angolo del palco. Non c’è niente da fare, gli animali da palcoscenico restano animali sempre e comunque. Irriverenti, si presentano come gli Interpol, suonano la chitarra coi denti rievocando Jimi Hendrix e ci mostrano il culo quando al momento dell’inchino finale, invece di inclinare il viso verso di noi, lo fanno girandosi di 180°.

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A seguire subito i Dardust nelle persone di Dario Faini (piano), Vanni Casagrande (synth) e Pietro Cardarelli (visual e luci). Non è la prima volta che li ascolto, e dalla prima esibizione alla quale ho assistito (presso le Lavanderie Ramone di Torino lo scorso febbraio) sono cresciuti e migliorati parecchio. Nel live del TOdays hanno eseguito non solo i pezzi del loro album 7, ma anche un medley mash-up con “Born Slippy” degli Underworld, “Right Here Right Now” di Fatboy Slim, “Hey Boy Hey Girl” dei Chemical Brothers e “Aerodynamic” dei Daft Punk. Una performance carica di energia che ha catturato il pubblico, come sempre, nonostante qualche imperfezione.

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L’ultima ad esibirsi è Levante, cantautrice siciliana ormai trapiantata a Torino da anni, che dovrebbe essere la punta di diamante dell’esibizione degli artisti INRI, dato che ha l’onore di esibirsi appena prima degli Interpol. La sua invece è l’esibizione più sottotono di tutte, e con certezza si può affermare che se durante il concerto qualcuno ci dato una scarica di adrenalina, di certo non è stata lei. Tra i pezzi suonati c’è anche l’immancabile “Alfonso”, l’uomo sconosciuto che l’ha consacrata al successo. Sono circa le dieci, sul palco i tecnici in movimento, tra poco toccherà agli Interpol. Inutile dire che l’aspettativa era grande.

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La band capitanata da Paul Banks è famosa per riuscire a creare un gran muro di suono e trasmettere grande energia, pur nell’immobilità mimica totale e pur avendo dichiarato a luglio 2014 che avrebbero preferito non partire per il tour di presentazione dell’ultimo disco, El Pintor. Il live si apre con “Say Hello to Angels”, un romaticismo sommesso nei modi e tagliante nelle distorsioni. La band è tutto sommato in forma, come da previsione, e il frontman non sbaglia un colpo mentre impila “Anywhere”, “Narc”, “My Blue Supreme”. Il pubblico si scalda letteralmente quando parte “Evil”: l’impressione è che la folla si dividesse esattamente a metà tra i fan che conoscono ogni dettaglio, ogni versione di un brano, e chi conosceva solo certi successi e ascoltasse, comunque con grande attenzione e interesse, tutto il resto della setlist. Dopo “Lenght of Love” e “Rest My Chemistry”, la formazione esegue una caldissima “Everything is Wrong”: sarà l’ultimo pezzo cantato veramente bene da Banks, che forse dovrebbe fornire qualche spiegazione sulle sue corde vocali o sull’acustica del palco. Va ancora tutto sommato bene “The New” ma “My Desire” viene letteralmente massacrata. Per carità, il brano non è di semplice intonazione, ma le stecche sono state troppo frequenti e particolarmente marcate. Un vero peccato, specie se si considera che l’esibizione solista a cui avevo assistito qualche anno fa era stata seriamente impeccabile.

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Onestamente questa brutta resa di una delle loro canzoni più belle e appassionate mi ha smontata. Su “Take You on a Cruise” riesco ancora ad emozionarmi per l’intenso stacco voce e batteria, ma “C’mere”, “Pioneer to Falls”, “Slow Hands” e “PDA” mi vedono più attenta a cercare altri errori nella linea vocale che non a lasciarmi trasportare. E non è bello che questo accada a un concerto. L’encore si apre con la splendida “Untitled”. È uno dei brani che preferisco, viene eseguito per altro magistralmente e quindi posso dirmi soddisfatta. Seguono “Leif Erikson” e “All the Rage Back Home”, forse la migliore di tutto il live, che nel complesso è stato molto piacevole, seppure macchiato -troppo per una band di questo calibro- da troppe imprecisioni del vocalist.

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“Presentat-Arm!”, il video dei Linea 77 è roba da nerd!

Written by Senza categoria

Ecco la sfida lanciata dai Linea 77: un videoclip che non è un videoclip (“ci hanno rotto le palle, costano troppo e servono a poco”), ma un gioco per metterci alla prova su ciò che più ci sta a cuore… la nostra conoscenza musicale. Sulle note di “Presentat-Arm!”, primo singolo estratto dal nuovo album oh! in uscita il 17 febbraio per INRI, scorrono 77 immagini, o meglio 77 rebus creati con gli emoticons, che rappresentano altrettanti nomi di artisti e band. La sfida è indovinarli tutti. Chi vince entrerà gratis ai concerti dei Linea 77 (per sempre), ma tanto, come dicono loro: “non succederà… non ce la farete mai!”.

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Il Club dei Vedovi Neri, “INRI” è l’ultimo singolo

Written by Senza categoria

Il video è stato ideato, prodotto e realizzato da Il Club dei Vedovi Neri a supporto dell’ultimo singolo, “INRI”, tratto dal nuovo album D’amore non si Muore ed è visualizzabile sul canale ufficiale Youtube. Il gruppo è nato dall’incontro tra il cantautore milanese Francesco Casarini, autore di musiche e testi e il polistrumentista e arrangiatore marchigiano Claudio Brizi. La formazione viene completata da due musicisti bolognesi, il bassista Pietro Zanini ed il batterista Renato Raineri, entrambi molto attivi nel panorama musicale della città e vanta varie collaborazioni tra cui quella con Davide Barbatosta dei Nobraino.

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Tutto Molto Bello 2014, si parte!

Written by Senza categoria

Il Primo Torneo di Calcetto per Etichette Indipendenti. 14,15 Settembre a Bologna.
Torna anche quest’anno TUTTO MOLTO BELLO, il primo torneo di calcetto per etichette indipendenti ideato da Sfera Cubica con la collaborazione di LocomotivClub, in programma Sabato 13 e Domenica 14 settembre a Bologna, presso il parco del DLF Ferroviario e inserito nell’ambito di bè bolognaestate 2014, il cartellone di eventi estivi promosso e coordinato dal comune di Bologna. Quest’anno il torneo (con la speciale partecipazione della squadra del Primavera Sound Festival direttamente da Barcellona), oltre alla ormai nota simpatia per Bruno Pizzul a cui deve il suo nome, rende omaggio al grande Vujadin Boškov, recentemente scomparso e abilmente ricordato nel logo di Prodezze Fuori Area. Tra gli elementi di comunicazione, quest’anno è stata lanciata la Sigla di Tutto Molto Bello a cura dei Superbox, insieme alle suonerie disponibili nel sito dell’evento.
Ventiquattro squadre:
#hashtag, Audioglobe, Black Candy, Bomba Dischi, Ikebana Records, INRI, La Fabbrica, Foolica, Garrincha dischi, IRMA records, La Barberia records, La Fame Dischi, Libellula, MK Records, Primavera Sound FC, Radio All Stars, RIFF Records, Soviet Dischi, Promoter All Stars, To Lose La Track, Trovarobato, Unhip, v4v records, Woodworm.

Il programma completo!

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Monaci del Surf – Monaci del Surf II

Written by Recensioni

Il mondo della musica è percorso, fin dalle sue più remote e ancestrali origini, dalla diatriba tra serio e faceto, una discussione che ha ormai trasceso anche le origini della stessa. Musica impegnata vs musica scanzonata, da questo punto di vista la sfida infinita potrebbe risolversi, o trovare una svolta interessante, con un incontro di wrestling. Ma vediamone i partecipanti: da un lato, nell’angolo blu, la sacralità del messaggio impersonata dall’altissima figura di un monaco, asceta per definizione e portatore di saggezza, dall’altro lato del ring,un surfista californiano vestito solo con un paio di ciabatte e una camicia floreale, emblema della vita easy e libera. L’agguerrito incontro/scontro, energetico come una supernova in esplosione, fonde i nostri due sfidanti in un unicum quartetto che si fa chiamare I Monaci del Surf.  Musicisti armati di chitarre elettriche, che a che al grido di Let’s Rock si scatenano per la gioia di scalmanati ascoltatori. Il loro nuovo, secondo, capitolo musicale della saga “monachesca” si chiama Monaci del Surf II.  L’album non stravolge la filosofia del gruppo, ma abbandona al passato l’aspetto legato alle colonne sonore alla tarantino, per dedicarsi quasi esclusivamente alla realizzazione di reinterpretazioni in salsa Surf Rock di sigle televisive, temi famosi e brani d’annata. Unica eccezione all’interno delle quattordici tracce è il primo brano inedito “Que Viva la Fiesta”, strumentale per quasi la totale durata pezzo, marchiato a fuoco da riff di chitarre Surf e ritmi dal polveroso Messico, un mix da movimento di bacino assicurato.

La miscela messa insieme dai quattro luchadores è vivace e mette allegria, ogni brano è una sorpresa, spesso spiazzante a partire da “Il Pranzo è Servito” a “Benny Hill” passando per “Stadium”,cara ai tifosi di calcio del bel paese, toccando punte quasi parossistiche col la gelida Russia e “Korobeinki” meglio conosciuto come il tema di Tetris. Non manca un breve tributo alla venere tascabile Kylie Minouge con i cavalli di battaglia “Locomotion” e “Can’t Get You Out of My Head”. Un vero e proprio tour tra il gli anni 90 fatto di tormentoni, ricordi nostalgici e un pizzico di gusto trash, infatti incappiamo nell’immancabile cover di “Sweet Dream” e “Better of Alone” di Alice dj.  La ricerca della cover perfetta sembra essere il pallino dei quattro monaci e sul finire di quest’album danzereccio ci propongono una nuova versione di “Have Love,Will Travel” dei The Sonics, che credo conti oramai più di tredici cover ufficiali, una “Teach Me Tiger” con la suadente voce della giovane Levante, a cui diamo un dieci per il confronto con April Stevens e l’intramontabile “Senza Fine” di Gino Paoli, che a malincuore in questa nuova veste elettrica perde molta della sua bellezza e viene svuotata dal sua fascino armonioso. I Monaci del Surf sono degli ottimi musicisti, energici e trascinatori di folle, con uno spirito solare e scanzonato e uno stile ben definito asciutto e non pretenzioso.  Capita però che ai brani manchino degli spunti davvero originali e variazioni sul tema. Il disco diverte e si fa ascoltare con piacere, ma la scelta dei brani, sebbene molto riconoscibili, penalizza le potenzialità del gruppo. Se ripensiamo alla sfida inziale in questo volume II il surfista ha preso il sopravvento sul monaco, con una mossa speciale, ci toccherà aspettare per scoprire chi vincerà il round finale.

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Levante – Manuale Distruzione

Written by Recensioni

Io non so cosa spinga Levante a scrivere canzoni, ma soprattutto io non ho proprio mai neanche parlato con Levante. Non ho la minima idea di che persona sia. Non so come mai abbia intrapreso la difficile e coraggiosa via della cantautrice con tanto di chitarra in spalla. Non so che abitudini abbia, ne tantomeno che stile di vita intraprenda. Ma ascoltando il suo Manuale Distruzione riesco facilmente ad sentire il fuoco che brucia dentro a questa ragazza. Mi sento di dire che le sue canzoni sono così personali, così vere e così aperte, che è impossibile non plasmare una forma mentre le si ascolta. Si “ascoltare” non “sentire”. Andiamo oltre lo sfrenato successo di “Alfonso” e la sua “vita di merda”, ma non schiviamolo, osserviamolo da vicino. Levante si apre e ci fa guardare dentro, senza filtri. Con purezza e umanità. Ma pure con parecchia autoironia. Doti molto rare nel mondo della canzone italiana. Claudia Lagona (classe 1987, catanese trapiantata a Torino) è al suo esordio discografico. E l’entusiasmo con cui sta vivendo questo momento è trascinante. Tanto da esaltare e rendere unico un disco che ha le sue contraddizioni e i suoi punti di debolezza. Ma la debolezza è arma a doppio taglio e se l’inizio scarno di “Non Stai Bene” può apparire come puro esercizio di stile vocale (e la ragazza la voce ce l’ha di brutto!), nasconde in realtà un ritornello che cattura ascolto dopo ascolto e un testo di una disarmante intimità, che conserva la bellezza di chi ancora scrive a getto. La fine del brano di apertura pare accompagnare l’inizio del secondo episodio. “Cuori D’artificio” non è una canzone d’amore, ma molto di più. E’ una canzone sull’amore. Una vera bomba Pop, con l’attitudine di chi il Rock’n’roll lo mastica ad ogni occasione. La produzione di Alberto Bianco è sorniona, vince nelle dinamiche e in suoni che esaltano la splendida voce di Claudia, intrecciata tra chitarre e ritmiche patinate al punto giusto.


“Le Margherite Sono Salve”, “Come Quando Fuori Piove” e “Nuvola” sono brani sicuramente minori, che però colorano il disco evitando che sia semplicemente un concentrato di pezzoni spacca classifica. E mostrano sempre più sfaccettature del personaggio Levante, che comunque non perde di intensità anche nelle canzoni meno brillanti. Capitolo a parte proprio per i singoloni. “Alfonso” e “Memo” dominano incontrastati, produzioni sopraffine e canzoni che ti entrano in tutti i pori e a volte provocano persino fastidio per quanto sia difficile liberarsene. “Sbadiglio” risulta invece più pilotata, ma dalla disarmante quotidianità. Il finale è affidato a “La Scatola Blu” (per me anche questo merita un posto tra i pezzi di punta), ballata da brividi per sola chitarra e voce. La ragazza non si chiude fino all’ultima nota e la sua onestà è spiazzante. “Vendo Vento alla Gente. Oltre Te, Tutto e Niente”. La bravura di Claudia nello scrivere pezzi orecchiabili e accattivanti è indiscussa. E oltre a questo c’è molto di più: mettersi in gioco mostrando tutto è sintomo di grande determinazione e di strabordante passione. Sebbene Manuale Distruzione non sia un disco memorabile è un disco che si fa toccare con mano, e per questo piace. A me e credo a molti altri. Piacere è una grande dote ed un grande merito. Come diceva la mia saggia prof di Italiano al Liceo: “se sapessi scrivere romanzi come Susanna Tamaro, non sarei qui ad insegnare Leopardi a dei caproni come voi”.

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La Band Della Settimana: Levante

Written by Novità

Levante è come le sue melodie: un carezzevole vento d’estate pronto ad esplodere all’improvviso in violenti temporali, gli occhi sempre fissi al sole alto nel cielo.

Nasce nel 1987 a Caltagirone in provincia di Catania e cresce ascoltando le grandi voci internazionali di Janis Joplin, Tori Amos, Alanis Morisette ma anche le nostrane Meg e Cristina Donà. Levante ama raccontare delle cose semplici in modo limpido intessendo con grazia un tappeto di suoni, immagini e parole dove viene voglia di sedersi e farsi cullare storia dopo storia.
Il suo nome lo deve agli odori e al calore della terra che porta nel cuore, ad un passato che spesso manipola in musica per affondarvi con voce fresca e limpida parole profonde che sembrano quasi intagliate nel cedro.

“Alfonso” è il primo singolo di Levante e anticipa l’album d’esordio Manuale Distruzione in uscita per l’etichetta INRI il prossimo 2 ottobre, un progetto fortemente voluto da Davide “Anti Anti” Pavanello, fondatore della label indipendente torinese e realizzato a quattro mani con Bianco, amico e collega che l’ ha accompagnata nella produzione del suo primo lavoro solista.
Qui sotto trovate proprio “Alfonso”: la cronaca di una festa grottesca in cui si fanno i conti con tutta la solitudine del mondo. Scarpe scomode e un vestito d’insofferenza indossati insieme ad un sorriso beffardo, a nascondere il labiale della frase che tutti quanti avremmo voluto urlare a squarciagola almeno una volta nella vita

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Titor – Rock Is Back

Written by Recensioni

Una bella DeLorean d’epoca, flussi canalizzatori e scienziati spettinati che sudano in laboratorio per infrangere la barriera spazio tempo. Un bel trip alla Marty McFly per vedere cosa capita nel 2036. Sforzo neanche esagerato, solo una ventina d’anni. Per vedere se davvero un gruppo di disadattati, neanche troppo giovani, con un logo da b-movie horror e la pretesa di riportare (anzi addirittura la convinzione di aver già riportato) in vita il rock’n’roll potrebbe essere considerato la nuova icona per orde di ragazzini neo-punk in licei sempre più ammuffiti e decadenti.

E così nel 2012 a Torino arriva un disco dal futuro, intitolato profeticamente “Rock Is Back” e firmato da una band che sembra proiettata al passato e pare sfogarsi con tutto ciò che gli sta attorno, partendo da se stessi per passare ai disagi che accomunano gli abitanti dello stivale: mass-media, società, economia e a questo punto perché non sfogarsi anche un pochino sul tempo tiranno che sta cambiando. Frivoli e strafottenti. Menefreghisti nel contorno ma attenti al contenuto, molto attuale (e amplificato nel loro futuro prossimo).
Echeggia un nome imponente e granitico come la loro musica: signore e signori questi sono i Titor. Paradossali, proprio come la loro principale fonte di ispirazione: John Titor, che qualche anno fa spopolò sul web per i suoi racconti di viaggi avanti e indietro nel tempo (un suo racconto narra appunto di epiche catastrofi nel 2036).

La storia si ripete già dal riff “sega-elettrica” del primo pezzo di questo album, che giusto per iniziare a metter i paletti si chiama proprio “Dal 2036”. Ma altro che 20 anni avanti, qui veniamo buttati 20 anni indietro. La DeLoreoan sbaglia marcia e mette la retro: sembra di tornare nei gloriosi anni 90. Gli anni in cui giravano cassette dei Derozer o dei Persiana Jones, o addirittura gli 80 in cui impazzavano Negazione e Raw Power nei primi centri sociali. L’anima della musica di strada è sempre quella. Effettivamente questo rock’n’roll tiratissimo puzza di Italia più della maggior parte del pop in circolazione. Se poi andiamo a guardare i protagonisti di questa furiosa e divertente banda si ha la convinzione di aver proprio sbagliato il verso della rotta: Sabino Pace, voce ed ex-Belli Cosi (per altro tastiere dei “folk destroyers” Treni all’Alba), la chitarra di Sandro Serra e la batteria di Giuseppe Azzariti direttamente dai Distruzione e il basso di Francesco Vittori dei Sickhead. Insomma un supergruppo hard-core, citiamo pure gli Audioslave, ma affogati in un bagno di barbera.

La differenza da tutti i supergruppi (costruiti?) che fino ad ora ho sentito è però una sola: la spaventosa unione. Il sound di questi quattro è coeso, duro e roccioso, una formazione devastante che sfonda il muro tra rock e punk hard-core. Nulla di nuovo certo e per alcuni versi anche ripetitivo, ma creato con grande maestria, esperienza ed con l’onestà di chi ha ancora qualcosa di concreto da dire. La propensione alle sonorità oltre oceano di Danko Jones e At The Drive In è ben tenuta a bada da un forte guinzaglio e da piedi ben puntati in terra sabauda, e qui brillano i nomi di Linea 77 (produzione e promozione dell’album sono a cura di INRI, etichetta discografica di Paolo e Davide Pavanello, chitarra e basso della storica band crossover piemontese), oltre ad una magistrale (ed ennesima) prova in regia dell’ex-“casasonico” Gianni Condina, già dietro al banco con Subsonica e Velvet.

I brani hanno il sapore di apocalisse e di profezie come in Duel (“tanto vi estinguerete, attenderò il disastro”) di rabbia proletaria (e non giovanile per fortuna data l’anagrafe dei quattro) in Generazioni (“non credo ai vostri inganni, non voglio più risposte, ingoio la mia rabbia tra viscere nascoste”) musica per disadattati veri in Titor Is Dead (“su Rai1 c’è la Miss, io tra poco ascolto i Kiss”). Immediatezza e spontaneità che racchiudono in modo un po’ naif e sempliciotto il senso di aver perso anche gli ultimi sogni, a cui ci aggrappavamo così saldamente.
La voce di Sabino ti perfora i timpani e esplode in aggressione pura e non sfigura quando viene affiancata al collega Nitto (Linea 77) nella furente Calvario. Qui i due si fondono tipo Super Sayan e nel ritornello ti sbraitano contro: “non è facile spingersi oltre, non è facile crederci ancora”; martellante come il peggior incubo ricorrente.
Da quanto ci dice il primo gruppo venuto dallo spazio, le cose non miglioreranno proprio. La profetica Generazioni ci sega le gambe: “nel tempo e nello spazio santifico il dolore”. Altro che musica per le future generazioni, in questo mondo il tempo è fermo, ghiacciato e non garantisce nessuna ma proprio nessuna speranza a noi e tanto meno a loro. Se non gridare più forte e fare del gran rock’n’roll.

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Foxhound – Concordia

Written by Recensioni

Si salvi chi può. Il titolo di questo freschissimo album dei Foxhound, born in Torino, è talmente attuale da essere spaventosamente ruffiano. Titolo spavaldo, gradasso, se contestualizzato ad un’ambientazione pressoché dance, spensierata ed immeditatissima. Quella dei pantaloni a tubo, dei locali nei Murazzi del Po, degli occhiali da vista enormi da pagliaccio, degli aperitivi a Negroni il sabato sera. Non c’è retorica, non c’è polemica, solo tanta buona musica pop. E il titolo rimbomba ancora di più.

La band, nonostante la giovanissima età (sono del 1992 e nel 1992 io collezionavo gli album di figurine Panini da qualche campionato), è già un caposaldo dell’underground sabaudo e dalla vittoria nel 2010 di Pagella Rock per loro è partita una rapidissima scalata verso la punta dell’iceberg. Qui però di iceberg non si vuole parlare, quella era un’altra storia, ben lontana dalle nostre acque e dai nostri tempi. “Concordia” è un disco italiano, ma che puzza tremendamente di umidità post-punk londinese, di controcultura chic berlinese ed è fico come se fosse australiano.

Il sound di “Concordia” è diretto, forsennato e frenetico come il più pazzo sabato sera di festa che non vuole tramontare all’alba di domenica. Veloce come due mojto scolati alla goccia, come i piedi sudatissimi in una pista da ballo lercia di rum per terra, come un limone duro con una studentessa repressa di architettura. Curato nei minimi dettagli da una produzione maestosamente underground: mai troppo pompato o chitarroso, per non scivolare nel clone; insomma quel pelo di distanza che basta per non essere gli Artic Monkeys (li ricordano tantissimo però, più nell’attitudine che nel sound). E poi, piazzato come optional della nave, c’è un mixaggio di alta scuola, il meglio sulla scena: Tommaso Colliva, per altro reduce dalla direzione del capolavoro “Padania” degli Afterhours.

Dall’inizio alla fine “Concordia” è un razzo e i quattro pischelli riescono a governarlo alla grande, trasformando innocenza e spensieratezza nelle loro migliori virtù. Possono permettersi pezzi come “Movin’ Back” e “Bounce”: puro divertimento, stramaledettamente alla moda. Possono permettersi il beat diretto di “Feelings hold on”, che mischia la robotica e insistente ritmica con una melodia che pare saccheggiata a piene mani da Sergio Pizzorno, mentre i suoi Kasabian stanno a guardare a bocca aperta. Possono permettersi il finale svarionante di “I beat the bitch and her bats”, piccola gemma appiccicaticcia, la canzona che non vorresti ascoltare ma che senti tua nell’hang over della domenica mattina.

Un disco così in Italia non era assolutamente necessario, anzi direi che è quasi fine a se stesso, qui questo sound è cool solo se sradicato da band anglosassoni che se raccolgono più di 50 persone smettono di essere cool. Ma il bello è che questi ragazzi fanno ciò che vogliono: il suono è puro, mai sforzato dal vento di mercato. Pare che l’onda li trasporti con sé con incredibile naturalezza. Se in Italia non troveranno la giusta dimensione, speriamo in un loro espatrio e di vantare finalmente i “Lacuna Coil“ dell’elettro-pop. E allora via di sogni di rock’n’roll in club londinesi o addirittura nei fiumi di birra da festival internazionali.

Questa è la nave ed il suo tragitto. Foxhound stessi ci avvertono che però non sa ancora dove salpare, rifilandoci una sfilza di ciò che quest’album non è: non è rock’n’roll, non è inglese, non è dub. E va bene, in mare vale tutto, le regole non esistono, ma prima o poi ci dovrà essere un contatto “terreno”, e cosa capiterà in quel momento? E poi è così vero che in questo mare non si ha rispetto per niente? E’ vero che non ci si guarda intorno e il futuro non spaventa? Forse no, non è vero e forse suona tutto troppo arrogante per l’entusiasmo di essere così sulla cresta dell’onda (l’immagine di onda underground mi sballotta un po’…). Prima di beccarvi uno scoglio e rovinare tutto forse conviene approdare e scendere un pelino a compromessi, che dai cari Foxhound con quelle facce li siete sicuramente bravi a farlo.

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