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Anna Calvi – Strange Weather

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Anna Calvi è un’artista che si muove a piccoli passi, silenziosa, arriva alla meta in punta di piedi. La sua voce è un sibilo soave che ci tocca l’anima, con delicatezza. È una Lana Del Rey meno egocentrica, che ha tra le sue indiscusse doti la proliferazione. Non è da tutti, infatti, sfornare due album e un EP in tre anni. Ripercorrendo la sua pur giovane carriera ci rendiamo conto che il primo omonimo disco serviva a renderla nota alle cronache,mentre il secondo, One Breath, le ha tolto di dosso l’ombra pesante dello scopritore/mentore degli inizi Brian Eno, consacrandola come una cantautrice emergente di invidiabile valore. Per un Brian Eno che va, un David Byrne arriva e il frontman dei  Talking Heads fa da ospite con la  O maiuscola in Strange Weather partecipando a ben due brani sui cinque che compongono l’intero lavoro, anche se c’è chi sostiene che lo stesso Byrne abbia influenzato la Calvi sulla scelta delle canzoni da coverizzare.

Le atmosfere sono soffuse, fumose come in un film in bianco e nero con James Cagney. Solo il terzo brano, “Ghost Rider”, cambia inaspettatamente le carte in tavola strizzando l’occhio al Rock sincopato degli YeahYeahYeahs e la stessa Anna si immedesima, conciandosi per le feste come una novella Karen O, giocando con la propria voce tra ansimi e spasmi. Chiude l’album “Lady Grinning Soul”, perla solenne di un altro celebre David, eseguita al pianoforte in maniera scarna, personale, elegante. Trovare un senso a un EP di cinque cover non è semplice. Un’ipotesi  potrebbe essere quella di avere l’intento di mantenere alta l’attenzione su questa signorina britannica dall’ugola angelica. Ma alla fine è superfluo porsi troppi quesiti. Prendiamo Strange Weather per quello che è: un disco piacevole, che ci aiuterà a salutare la bella stagione che volge al termine.

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The Anthony’s Vinyls – Like a Fish

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Sono abbastanza spensierati gli Anthony’s Vinyls che con il loro mix di Funky Indie Rock spaziano tra ritmo sfrenato, squarci di Surf Rock che fa molto California’s mood, giri di basso sempre presenti, fino ad arrivare ad una voce complementare ma non per questo fondamentale. Ci siamo capiti? Spero di si. Si inizia con “Chromatic Games” dove troviamo basso e batteria a dirigere un botta e risposta tra due chitarre: una detta il ritmo e l’altra la segue a ruota libera, a volte si scambiano i ruoli e a volte lasciano chorus e delay a casa per diventare più distorte e accattivanti. Stesso discorso per “My Sister Shouts”, quest’ultima con l’aggiunta di giochi di pan a rendere ancora più vivo il tutto (e in cui i fucking non mancano nelle parole di Massimiliano Mattia), come anche per “Just Can’t Get Enough” dove i giovani romani ci invitano a ballare come non ci fosse un domani. Più lente, Rock e che lasciano maggiormente spazio alla voce sono invece “Running Man” (primo singolo estratto), “My Body”, e “Like a Fish”. Si ritorna alla cassa dritta e alla voglia di ballare con “Poppy” per poi arrivare a “Radio Obsession”  quest’ultima a mio dire la traccia più riuscita del disco e quella più movimentata e radiofonica. Si chiude con “The Train of Their Life” (con tanto di traccia nascosta) dove finalmente la batteria prende possesso del pezzo lasciandosi sfogare tra rullate e cattiveria mentre la voce rimane libera con tanto di cori. Molto Rock’n’Roll insomma.

Ecco che dopo il primo EP 5 Points & 70 Euros del 2011, l’album A Different Water del 2012, gli Anthony’s Vinyls ritornano con un disco genuino coerente dall’inizio alla fine, che mette in risalto il suono sicuramente non nuovo ma comunque caratteristico di questa band. Un suono tra Daft Punk e Arctic Monkeys ottimo da ascoltare live quando si ha voglia di muoversi a ritmo sfrenato ed allegria.

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Wild Beasts – Present Tense

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Seguo i Wild Beasts da quando vidi il video di “Brave Bulging Buoyant Clairvoyants” su qualche canale musicale una domenica mattina post-sbronza. Ipnotizzato da quella sequenza di immagini da emicrania, complice forse il mio stato mentale alterato, fu amore istantaneo, un amore che è cresciuto all’uscita del secondo disco, Two Dancers, e si è leggermente sopito con il terzo, Smother, che mi pareva mancasse di unità nel suo declinarsi verso l’elettronica.

Bene, con questo ultimo Present Tense il quartetto inglese recupera ciò che eventualmente aveva perso negli ultimi tempi, e si conferma una band intensa ed estremamente interessante, capace di creare atmosfere rarefatte e cariche di tensione allo stesso tempo, generando canzoni piene di meraviglie e con una sorpresa ad ogni piega della stoffa morbida di cui sono ricamate, ma riuscendo a renderle orecchiabilissime, un balsamo uditivo che scorre facile come un placido fiume fresco nella calura estiva (fin dal primo singolo, “Wanderlust”, brano che apre il disco e che con le sue percussioni ossessive bagnate in ondate sonore che le spostano in battere e in levare già dimostra come, nei Wild Beasts più che mai, il bello sia come il diavolo, nascosto nei dettagli). Il loro mix sapiente di beat elettronici e atmosfere sintetiche è ciò che li caratterizza maggiormente: sono danzerecci e radiofonici ma allo stesso tempo ricercati e imprevedibili, e nel panorama dell’elettronica vintage rimangono comunque gli aristocratici bohemienne e senza peli sulla lingua che erano ai tempi di cose più suonate. Senza tacere del fatto che, come musicisti, sono fenomenali: andateli a vedere dal vivo, se vi riesce. Fosse anche solo per le voci di Hayden Thorpe e Tom Fleming (risulta quasi incredibile la casualità con cui due vocalità del genere si siano trovate nella stessa band).

Present Tense è uno di quei dischi di cui non si può parlare più di tanto, perché tutto ciò che si può dire è contenuto nel disco stesso. Non c’è interpretazione o spiegazione che tenga: ascoltatelo. Può giusto non piacere a chi soffre l’elettronica e la morbidezza, ché qui si spinge l’acceleratore a tavoletta su tutte e due le strade, senza remore. Per tutti gli altri, fatevi accompagnare dai Wild Beasts per un tratto di strada, sarà la compagnia più bella: quella dell’amico con cui puoi stare in silenzio perché, tanto, non c’è bisogno di dire nulla.

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The Letter Yellow – Walking Down The Streets

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Solo poche settimane fa mi sono io stesso ritrovato a parlarvi del lavoro di un duo di Brooklyn chiamato Live Footage, per metà rappresentato dal batterista e percussionista Mike Thies. Ora lo stesso Mike torna a farsi sentire con il debutto di The Letter Yellow, al fianco di Randy Bergida (voce, chitarra e synth che con l’altra metà dei Live Footage, Topu Lyo, forma gli Skidmore Fountain) e Abe Pollack (basso, lap steel e synth) per non dimenticare la special guest Beck Burger (piano, rhodes e organo).

Un debutto che vi anticipo carico di armonie e melodie malinconiche come passeggiate tra i viali di una New York colorata d’autunno e che racconta tutte le micro storie che questi letti d’asfalto rivelano ogni giorno. Una lunga camminata che parte da Greenpoint Brooklyn (quartier generale della band) attraversa le case di Bleecker Street, Hope Street, Harlem, Coney Island, lambisce quartieri nascosti, sorvola le linee ferroviarie di vagoni dipinti dalla strada, racconta dialoghi banali, innamoramenti, solitudine e ci porta dritti a scoprire la propria, di strada, dentro il caos della grande mela. Un album che va ascoltato con attenzione, anche nella sua parte testuale, perché proprio le parole saranno l’amplificatore emozionale di questo piccolo gioiello che, sotto l’aspetto musicale, presenta la stessa freschezza degli esordi di band ormai affermate del panorama Indie Pop, come Grizzly Bear o Fanfarlo. Eccezionale il trio iniziale “Changed”, “Hold Me Steady”, “I’ Can’t Get A”, meraviglia melodica, con spruzzate di tradizione Folk. Tre pezzi che, se approfonditi, perfezionati, e addobbati, specie nei crescendo pseudo orchestrali, sarebbero stati la chiave per inserire questo disco già nel limbo dei migliori dell’anno. Convincono meno invece i momenti più “neri” (“Hope Street”, “I Got You”) dove basso e voce prendono la testa della carovana. Per quanto apprezzabili le doti cantautorati di Randy Bergida, proprio la sua voce non sembra poter reggere sulle spalle lo scheletro di certi brani che dovrebbero trovare in lui la loro forza. Cosi come suonano inutili le ostentazioni Rock’n Roll di “14 Bar Blues”, che, per quanto sia solo un episodio sporadico dentro la tracklist, non ha il merito né di fare da intercalare a due tempi dell’album, né di allentare le tensioni soniche.

Meglio allora i pezzi in cui Randy Bergida si mantiene su binari più consoni, a metà tra il Folk Rock più popular che quasi ricorda gli Arcade Fire (“Hooray He’s Not Dead”), pur senza la magniloquenza e l’energia dei canadesi e derive quasi Chamber Pop. Molto meglio quando la musica abbraccia e danza con la sua timbrica (che troverete certamente familiare) scivolando senza patemi d’animo e inutili ridondanze stilistiche (“It’s Monday And I’m Dreaming”) in un Indie Folk ora più potente, quasi in stile british morrisiano (“Out on The Streets”) ma non solo (“In The Sun Making Waves”), ora più compassato e romantico (“Window”, “Southern Bound”).  Se dentro i dodici pezzi, le cose da cancellare sono veramente poche è anche vero che le cose che potremmo definire sopra la media sono anch’esse esigue e si limitano alla parte iniziale. Nulla è troppo originale o geniale ma quei tre brani che danno il via al cammino per le vie di New York suonano perfetti, melodiosi, evocativi, gradevoli, semplici ma mai spartani o grossolani e questo basta perché possano essere considerati come un ottimo inizio. Tutto ciò che viene dopo la traccia numero tre è pioggia e tuoni, schiarite, sole accecante dritto nelle pupille e vento freddo sulla faccia. Per non gettare tutto del tragitto basta guardare, come fossero foto, solo le cose più belle e sognare che il prossimo viaggio possa essere tutto come l’inizio di questa passeggiata.

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Vampire Weekend – Modern Vampire Of The City

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C’è poco da ingannarsi, i newyorkesi Vampire Weekend sono tra le migliore realtà indie che l’America di ultima generazione abbia mai partorito; il quartetto, qui alle prese con l’ultimo work Modern Vampires of The City,  immaginano una componente di semplicità di cui spesso – chi sta all’ascolto – non ci si capacita, amano la loro musica e le relative funzioni quotidiane, quel torpore attento che ti tiene compagnia in ogni istante della giornata, il soundtrack perfetto per il vivere in città – magari non come la Big Apple smoggosa ritratta sulla cover –  ma che comunque ci si avvicina.

Un disco curatissimo in tutte le pieghe che tengono molto conto dell’insegnamento di Paul Simon e tenue nei colori e filamenti che legano l’ascolto per tutto il tempo, una lista di brani dalla struttura pop di lignaggio, per intenderci non piena di quegli intellettualismi spocchiosi e logorroici, ma quelle poetiche urbane dirette, che divertono rendendo inedita una pausa da un qualcosa che si sta facendo; brani anche pazzoidi, birichini come il beat che urletta “Diane Young” con un retrogusto Beckiano molto marcato oppure le apparenze afrikaneer che “Everlastings Arms” rimanda tra echi e sensazioni.

Da una recente intervista, Ezra Koening (il leader della band), dice i VW si stanno riscoprendo come spinta sonora e lentamente vogliono tornare ad abbracciare una certa tradizione con la commistione  – a tutti i livelli – del rock, chiaramente smarcandosi dalle immoralità di certe tendenze, ma un return forever che possa sorprendere e freneticare l’attuale piattezza mondiale; si sa che gli artisti spesso sono strani e boriosi nel parlare, ma per stare in tema pare che una minimale inversione in avanti pare nascere dal sound college che spira nella spensieratezza di “Unbelievers”, dalle scalmane educate di “Finger Back” o dall’improvviso cambio timbro della oscura “Hudson”, brano che prende posto in un calamitoso post-rock e che un poco spiazza, ma che dopo un minuto si adotta e si strofina come un amante vogliosa.
Il terzo disco per questa ottima formazione non è che il podio meritato di una piccola storia che non scarica versioni  malinconiche di sfighe esistenziali o qualcosa di affine, ma – e solamente – la sfida dei colori pop con l’anima trapelatamente insofferente dei Bread.

Datemi retta nei vostri prossimi weekend, fatevi succhiare il sangue da questi vampirozzi non male!

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Questi Sconosciuti – S/T Ep

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Spesso – o sempre – mettere d’accordo vecchio e nuovo non è sempre sintomo “volpino” per tenere (a filo del proverbiale escamotage) il piede in due staffe, cioè non prendere una posizione fissa e strutturata su quello che si vuole fare, molte delle volte è una accorta ed onesta velleità a fare le cose bene e senza far finta di essere “migliori”, e l’onestà intellettuale è la base di tutto, poi nella musica è la prima cosa che si riscontra, tanto vale non provarci nemmeno per un secondo. La lezione pare essere stata assorbita bene da questa band pugliese, i Questi Sconosciuti che con l’esordio senza titolo, ma con altri bei titoli da ascoltare, arrivano a prefigurare un trespass di ieri e oggi maturo e rimbombante, un indie-pop che interpreta una eccellenza sonora della quale sentiremo parlare in futuro.

Dodici tracce che tra sferragliamenti chitarristici, malinconie euforiche di stampo Battistiano “Due di Due”, “Me Tapino”,  in azione di congiungimento con irruenze degli anni Novanta di tempra Pere Ubu e Violent Femmes “Ciao, “Tutto il giorno” stilano una tracklist fumigante e radicalmente tormentata, un cammino sonoro che – ci ripetiamo – è una gran bella scommessa e che sorprende se non altro per lo scatto atemporale che porta in dote: Alessandro Palazzo voce/chitarra, Giuseppe Bisignano chitarra/voce, Francesco Lenti basso e Marcello Semeraro alla batteria, sono l’espressione di una “emergenza” che è già matura, una di quelle band sconosciute che già pare conoscerle da sempre, il loro stimolo sonoro è nella densità dei suoni e degli arrangiamenti, un Ep che a suo modo rinfresca la scena indipendente attuale con la semplicità e l’atmosfera artistica che già si fa  respirare avidamente dalla copertina.

Un ascolto di immediata accessibilità per la rivelazione di una band dalla personalissima cifra stilistica, melodia e pedaliere scoppiettanti che disegnano una piacevolezza delle forme e una rilettura del pop in maniera innovatrice, dalla intimità grigia di “Carah” alla punta di penna di “Perdonami Niente”, allo scatto imprevedibile ed epico di “Tutto Il Giorno” fino allo shake puntato di “Prove di Rivoluzione”, ending scalpitante e radiofonico a mille, nonché sintomo di un Sud sonico più che mai pronto a cariche di suoni verso l’alto dello Stivale, la riscossa che tocca e raggiunge il cuore di chi ascolta Questi Sconosciuti e già mette paura a tanti!

 

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Yo La Tengo – Fade

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Dopo anni passati ad ascoltare il rumore degli amplificatori e portarne – poi dopo – i segni indelebili in ogni dove, le nuvolette indie pop dei statunitensi Yo La Tengo sono un beneficio quasi “biologico” che arriva a lenire stress e logorii “della vita moderna” e che va a rivoluzionare pressappoco quel bisogno di intimità e solitudine che ogni tanto fa bene e rigenera il plesso solare.
Fade” è il nuovo della band del New Jersey, ed è difficile includerlo tra quei lavori che sanno troppo di terra e di cavalcate quotidiane in calcomania con giornate avulse e frenetiche, piuttosto uno di quei dischi che pare calare dall’alto, che cade appunto “dalle nuvole” per coccolarci, viziarci e farci prendere tutto il tempo per pensare, sentire, in somma riappropriarci della nostra “deliziosa parentesi oziosissima” nell’emisfero di sogni e affini; dieci “piani di delicatezza” che si ascoltano come un balsamo tenerissimo, dieci brani che escono come da uno scrigno custodito chissà dove e che si apre, accorto, come una medicina di bellezza per le nostre – di tutti – necessità di bellezza.
Tutto è sussurrato e confidato, un pop altolocato che gira armoniosamente al pari di una pastorale, di una semplicità esecutiva che innalza e fa sognare ad occhi spalancati e che non può fare assolutamente a meno di dilatarsi e viaggiare ai bordi smussati dell’immaginazione; con quell’afflato evanescente, quasi incipriato d’aria fine, che sa di Galaxie 500 e tattiche ispirate alla Sebadoh, gli Yo La Tengo si possono permettere tutto, andare controvento “Is that enough”, “Paddle forward”, lasciarsi sprofondare in un ancient bucolico di gemme e resine profumate di AppalachiI’ll be round”, o perdersi tra le sensazioni ovattate di GarfunkelCornelia and Jane”, “The point of it”, ma è con la stupenda architettura di “Ohm”, un ciocco schitarrato di fumo andato in circolo (che tra l’atro avvia il disco alla sua funzione di giro) che il cuore ai aggiorna e la mente emigra in un altro sistema  più su del nostro.
Maneggiare con cura, indie-pop fragilissimo e innocente.

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Chewingum – Nilo BOPS (recensioni tutte d’un fiato)

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In questi giorni mi sono perso in lunghe discussioni sul valore di una recensione e, parallelamente, sulle caratteristiche che rendono l’indie pop italiano un genere cosi prendere o lasciare, “o lo ami o lo odi”. Perché vi dico questo? Perché i Chewingum fanno un album secondo me godibile, divertente, sentito, “di pancia”, in 11 canzoni che stanno tra electro-funk e pop bagnatissimo, testi nonsense spalla a spalla con liriche perfette e dolci come un’alba sul mare, atmosfere eteree e follie senza capo né coda, con una voce che mi si incolla in testa e non se ne va più. Ce ne sono tanti in giro così, lo so, ma rimane un disco che si lascia ascoltare (e ricordare). So anche che molti di voi, a leggere queste righe, faranno una smorfia disgustata: ma mettetevi il cuore in pace, è una recensione, e come spesso accade, l’oggettività si perde dopo i primi quattro aggettivi.

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Lucy Van Pelt – L’instabile

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L’instabile” è la forza motrice discografica della formazione umbra dei Lucy van Pelt, un disco di trentatré minuti e trentatré secondi d’inarrestabile poesia, corrente elettrica e pensieri accavallati, un dieci tracce che elegge la perfetta sintesi dei tempi che si corrono a suo simbolo ed un bel trascinamento contagioso verso gli anni rock dei novanta italiani, della consapevolezza ed esigenza di smanettare dentro l’indie e quella viscerale esuberanza dell’opera prima che già al primo giro di giostra minaccia di prendersi più di uno spazio nell’underground di casa nostra e non solo.

Federico Minciarelli batteria, Francesco Tartacca voce e acustica, Matteo Rufini basso e Matteo Tiecco alla chitarra, questo il power della band che non avanza mai sporcato e sconosciuto dentro il cosmo rock, ma cerca di interpretarne una possibile nuova via e riesce a catturare l’attenzione per la “performance a concept” sulla quale alterna poesia melodica ed ispessimenti distorti, Il Santo NienteL’invidia”e Soul AsylumL’uomo italiano medio non ha senso”; brani compatti ed energia vitaminica si confrontano con momenti di lusso acustico cantautorale “Tra l’oggi e il domani”, la magnifica sensazione  psichedelica del minuto e quarantanove secondi di “MAV” che ti afferra per la collottola dell’anima e ti trasferisce tra le spire vorticose di “Senza di te” non prima di averti schiaffeggiato di grazia con la Vedderiana “Le tue risposte”.

Un esordio, questo che gela il sangue, splendifero nei dettagli, “umano” nelle parole, un atto d’amore sincero per la vera e bella musica, una scelta questa della band di suonare armonie e non solo pigiate di pedaliere; ora con una band così in giro crediamo che le cose potrebbero cambiare sotto la lente d’ingrandimento della ricerca di novità da mettere sotto il lettore stereo, e Lucy van Pelt – con o senza il parere favorevole di un Charlie Brown imbronciato –  tira avanti col vento in poppa.

Entusiasmante spirito ribelle “Instabile”.

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