Husker Du Tag Archive

Pixies, trent’anni di “Surfer Rosa”

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Japandroids – Near to the Wild Heart of Life

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Fabrizio Broda (Il Pensiero Sarà un Suono) | Intervista

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15 Minutes of Shame – Scrambled Eggs

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Giunti all’onore delle cronache per aver aperto (o come piace dire a loro, rovinato) le date di diversi gruppi italiani come Fast Animals and Slow Kids, Marta sui Tubi e Lo Stato Sociale, i 15 Minutes of Shame cercano di splendere di luce propria con il disco Scrambled Eggs, seconda prova da studio dopo l’omonimo album, sempre autoprodotto. Che sia un gruppo autoironico e satirico lo si può capire dal nome stesso, fortuito (o convinto) omaggio al dodicesimo episodio della seconda stagione della serie animata Family Guy (proprio loro, i veneratissimi Griffin). Dopo l’avvio spento di “Nature Reawakens in Springs”, scarica e quasi del tutto priva di mordente, subito,con la successiva “Crazy Fight of Corianders”,si cambia marcia, rilasciando libera nell’aria l’incisività dei Therapy?, mantenendo, volontariamente, un riuscitissimo sound vintage. Chitarre in levare e arcobaleni, disegnati in cielo dal charleston variopinto di Antonello Spalvieri, colorano l’allegra “Fifteen Minutes of Shame” e la quasi Reggae “Michael”. Il Rock dei Therapy? però non ci sta a farsi da parte e riemerge prepotente nella title track, a cui si accosta la melodia graffiante degli Hüsker Dü. “In Memory of” è un ideale punto di raccordo tra il Punk anni 80 e quello degli anni 90, eccezionale manifesto dei gruppi da me chiamati in causa precedentemente. Chiude un lavoro con poche sbavature la cavalcante “Gaugamela”, dove, come non mai, la batteria si fregia superba del ruolo di co-protagonista del cantante Lorenzo Spinato. Restando in tema cinematografico, se fosse una pellicola Scrambled Eggs non sarebbe destinato a vincere riconoscenze per le prestazioni dei singoli attori. Sarebbe, com’è giusto che sia, premiato come miglior film, sbaragliando a mani basse la concorrenza.

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Le Superclassifiche di Rockambula: Top Ten anni Ottanta

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80

Esiste un decennio più controverso degli anni 80? Ed esiste un modo peggiore di iniziare un articolo che con due domande retoriche? Ovviamente (altrimenti non sarebbe una domanda retorica) la risposta è no in entrambi i casi.

Gli anni Ottanta per gli ultra trentenni come me sono gli anni più straordinari che ci siano, quelli vissuti nel pieno della fanciullezza ma che avremmo navigato magicamente anche nella decade seguente, per l’ovvio ritardo con il quale il nostro paese ne ripresentava le tendenze, anche cinematografiche e musicali. È stato per noi il decennio ammaliante che ci ha fatto diventare quello che siamo, straordinario e favoloso perché, pur se ben saldo nella memoria, ha un sapore di tempi antichi, passati, andati per sempre. Dieci anni in sospeso, ambigui che nella musica ma anche nel cinema, nella moda, nel costume, nella politica, in tutto insomma, hanno toccato gli estremi più lontani che si potessero immaginare.

Erano gli anni di “Video Killed the Radio Star” e quelli di “Luna”, di “Enola Gay” e di “Gioca Jouer”, di Falco e Miguel Bosè, di “Vamos a la Playa” e “Vacanze romane”, gli anni di Raf, di Madonna e i Duran Duran, di “Take on me” e Gianna Nannini, de “La Bamba” (la canzone), Nick Kamen e Jovanotti che faceva il verso ai rapper americani e poi Francesco Salvi con le sue canzoni ultratrash. Gli anni 80 sono stati per molti la decade trash per eccellenza e anche se tanta della sua spazzatura oggi è considerata oggetto di culto, fu anche un decennio colmo di musica eccezionale. La nostra classifica prova a darvene un esempio.

Al primo posto si piazza Bleach l’album che non solo ci consegnò una delle più grandi band e dei più amati, imitati e adorati cantanti di sempre, una leggenda vera ma pose anche le basi per una delle ultime rivoluzioni del Rock che esplose poi nei 90. Subito dietro i Sonic Youth, capaci di prendere l’eredità dei Velvet Underground e adattarla ai nuovi tempi (grazie anche all’esperienza con Glenn Branca e Rhys Chatam) e un’altra formazione clamorosa, The Smiths, tra le più rappresentative del suo tempo grazie anche a un frontman dal fascino indiscusso. Buon piazzamento per Curtis e il suo Closer, ponte metaforico tra due diverse epoche e ottima doppietta per gli eredi (in parte) Cure con Disintegration e Pornography. Sorprende la presenza di ben due dischi italiani i quali, se certamente non avranno avuto un ruolo primario nella storia della musica mondiale, per il nostro paese hanno suonato come uno stravolgimento incredibile della realtà. Due album profondamente diversi ma dalla potenza espressiva non dissimile, Affinità-divergenze fra il Compagno Togliatti e Noi del Conseguimento della Maggiore Età dei CCCP e Franco Battiato con La Voce del Padrone. Chiudono altre due sorprese, Tom Waits e i Dinosaur Jr mentre restano purtroppo fuori dalla top ten a malincuore e per pochissime preferenze di differenza capolavori come Zen Arcade (Hüsker Dü), The Stone Roses, The Joshua Tree (U2), Thriller (Michael Jackson), i Duran Duran che disperdono i voti tra Rio e l’omonimo e tanti altri. Peccato anche per l’assenza di Pixies, Talking Heads e Metallica ma le classifiche sono sempre difficili.

Diteci voi, chi non doveva mancare? Chi non avremmo dovuto inserire? E vi piace il primo posto?

1. Nirvana – Bleach

2. Sonic Youth – Daydream Nation

3. The Smiths – The Queen Is Dead

4. The Cure – Disintegration

5. Joy Division – Closer

6. CCCP – Affinità-divergenze fra il Compagno Togliatti e Noi del Conseguimento della Maggiore Età

7. Franco Battiato – La Voce del Padrone

8. The Cure – Pornography

9. Dinosaur Jr – You’re Living All Over Me

10. Tom Waits – Rain Dogs

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Montauk – S/t

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Altro disco che riscuote interesse già dal packaging, in cartone grezzo, tenuto chiuso da un comunissimo elastico di gomma e che contiene una serie di immagini, disegni, illustrazioni. Questa è la faccia dei Montauk, che dicono di loro, in terza persona: “[Montauk] non è i Fugazi né gli Husker Du e nemmeno i Fine Before You Came, non siamo Il Teatro Degli Orrori, Montauk è un teatro di strada, acceso sotto le insegne al neon, in una città che sembra in festa e che invece vuole solo guardarsi allo specchio”, che è come dire tutto e niente.
Andiamo quindi oltre la faccia e le parole, dentro il groviglio sporco di questo disco omonimo dai suoni taglienti e impastati, dove abbondano distorsioni e voci arretrate, che parlano, gridano e osservano le cose con uno sguardo urgente, a volte rassegnato, spesso adolescenziale (“prova tu a pensare guardando il mondo come un ragazzo”, “Il Mondo”), quasi sempre appassionato (“la rabbia è una religione”, “Song No Tomorrow”).

Il disco fila, tutto sommato: i pezzi si lasciano ricordare e ri-ascoltare volentieri, tra ritornelli da Rock italiano (“Io”) e la modernissima morbidezza violenta o violenza morbida che va così di moda ultimamente (la parlata de “Il Bruco”,“Il Mondo”, ma in realtà tutto il disco). Alcune idee sono musicalmente godibili ma, forse, fanno poco per elevare i Montauk al di sopra della media nazionale dei gruppi Indie-Rock-Pop (tipo Fast Animals & Slow Kids, per intenderci). La voce esce poco, quando esce non brilla di personalità, ma è un genere, questo, che accetta di buon grado la semplicità vocale, per cui potrebbe accadere che una voce simile, alla fine, sia la voce perfetta per i Montauk.
Insomma, un esordio sicuramente senza infamia, ma anche senza troppa lode. La speranza è che i ragazzi proseguano a testa alta il loro personale percorso e che nelle prossime produzioni facciano uscire di più le loro voci (in tutti i sensi), cosicché non si debba più dire “i Montauk non sono questo, non sono quest’altro”, ma solo che i Montauk, alla fine, sono i Montauk. E basta.

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“Diamanti Vintage” The Replacements – Let it be

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I The Replacement sono il riassuntivo sonoro degli anni Ottanta indipendenti in quel di Minneapolis, da sempre indicati come la controproposta è meglio la controparte degli Husker Du per via di quella bizzosa movimentazione che caratterizza  le loro performances, un mix di nevrotico punk slegato dal genere madre che singulta e sfuma in intellettualismi garage colmi di esistenzialismo e scatti ossessivi sfocianti a volte nell’hardcore.

Giovanissimi al limiti della legalità, la band capitanata da Paul Westerberg, mette in conto di confinare all’angolo tutte quelle band del circondario e non solo che ancora si ostinano a forgiare suoni e terremoti elettrici di vecchia fattura, e dopo due album e un pugno di project slim arrivano a questo stupendo lavoro Let it be autentico inno dell’angst ribelle giovanile che dal loro Mid West diffonderà una onda d’urto che durerà per molto ancora; undici tracce effervescenti, un compendio musicale che sembrano riverberi trascinanti di urgenze e storie da raccontare subito, traguardi che la giovane band immette nell’ascolto sottoforma di ritmi e liriche da angry young man, quelle sensazioni che non si nascondono dietro – e solo  – la potenza delle chitarre, ma anche nella poesia immedesimata, nella tenerezza sverginata di tanti pensieri prepotentemente venuti a galla all’improvviso.

Ottimo concentrato di stili e forze impulsive, piccola enciclopedia nella quale gira di tutto, e come tutto si imprime nel gusto primario delle belle cose in un battibaleno, e anche un album che risente delle esperienze e delle ventate cha arrivano dalla lontana Inghilterra, quelle vertigo coloratissime della swinging town che allungano i tentacoli verso una grigia Europa di sotto, già traballante di suo; ed in quel 1984 questa tracklist fece un successo sonoro oltre ogni limite, i rigurgiti Hardcore che sbranano in “We’re Coming Out” che vanno a contrastare la stesura pianistica di “Androgynous”, lo scazzo strumentale che urla in “Seen Your Video” che puntella il Power-Pop scalmanato di “Black Diamond” o l’ottimo gioco elettrico di Fender in “Answering Machine” che da un pugno nell’occhio alla stradaiola e Springsteeniana poetica di “Sixteen Blue” forse l’unica traccia dell’intero lotto a dare di stanca.

E’ una giovane band che durò poco, ma il loro testamento – insieme al futuro album Tim – rimane in circolazione nella storia di poco fa, una mercuriale postura che li farà ricordare tra l’Olimpo delle comete, di quelle che passano una sola volta ma graffiano il cielo ad aeternun.  Seminale!

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