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Mark Lanegan & Duke Garwood – Black Pudding

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Mark Lanegan non è nuovo alle collaborazioni e questo connubio con Duke Garwood è azzeccatissimo. Chitarre sovrapposte, arpeggi eleganti e percussioni abissali per farci trasportare in questo fondale che è la musica di Lanegan. Garwood è un ottimo chitarrista e Mark, in un’intervista, rivela di aver sempre sognato di lavorare con lui un giorno, marketing a parte. Tutto il resto lo fa la sua voce che molti paragonano a Tom Waits o alla profondità di Leonard Cohen. Ed è così, nulla da eccepire, voce meravigliosa, stupenda. Qui voglio solo sottolineare che in questo album in particolare, la cadenza Minimal Blues la fa da padrona anche sulla voce. E se qualcuno dicesse che ascoltandolo tutto si annoia, probabilmente non si è lasciato trasportare da questo mood che riporta il Blues sui palchi del Rock. C’è da dire che chi si aspettava un lavoro simile agli ultimi da solista troverà sicuramente uno scostamento, soprattutto con il Lanegan degli esordi, ma nulla di stravolgente siamo comunque più o meno in linea con il precedente Blues Funeral uscito l’anno scorso. Probabilmente l’avanzare degli anni sta tingendo sempre più la sua anima “nera”.

Il titolo dell’album la dice lunga sulle loro intenzioni, Black Pudding, letteralmente “Budino Nero”. Non ci vuole molto a capire, ascoltandolo troverete ambientazioni Blues fatte da sfumature nere e malinconiche tipiche di questa musica. Tra i brani consiglio l’ascolto di “Mescalito” stupenda ballata lisergica con drum machine di sottofondo ad alzare il tiro o la passionale “Sphinx” che contribuisce a rendere l’ album un cult.  “Death Rides a White Horse” con la splendida chitarra di Garwood, un ronzio di violino in sottofondo,e la sua infinita poesia è il pezzo che più riassume questa impresa. “Cold Molly” e le sue percussioni sintetiche che la rendono incredibilmente sensuale (provare per credere). E “Shade of the Sun” brano fortemente spirituale dove Mark chiede a un Dio, indifferente nei suoi confronti e che vuole allontanarlo, di liberarlo dalle sue pene: “Kept a hammeringawayat the gate / I kept a-knocking / But I was far too late”. Tutto questo accompagnato da perfette ritmiche e arpeggi profondi di chitarra nel puro stile dei due.

Nel complesso l’ascolto conduce ad un’atmosfera che potrebbe essere perfetta per una colonna sonora di un film, ha tutte le carte in regola per condurre una narrazione on the road. Un connubio di chitarre Blues con la profonda voce di Lanegan, indiscutibilmente eccezionale, accompagnata da Garwood con i suoi  sottofondi campionati al dettaglio per centellinare la pienezza del suono e completare questa strepitosa opera.

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Toy – Toy

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Forse non ce ne siamo mai accorti, probabilmente la crisi economica ci ha distolto oramai anche dalle nuove onde sonore che arrivano d’oltre alpe, fatto sta che mentre da noi lo spread suona come un tormentone, dall’altra parte dell’Europa, il quintetto inglese dei Toy, con il disco di debutto omonimo,  scorrazza felice e ascoltatissimo in ogni dove, radio, live e chi più ne ha più ne metta, dodici tracce che fanno furore tra i giovanissimi, di quelli ansiosamente irretiti dalle nebulose chiaroscure del post-punk ancora in odore di new vave.

Disco dai colori grigiastri, sonorità devozionali agli anni Ottanta in pieno e con una – di primo ascolto – paurosa vicinanza stilistica con The Horrors, ma mi si dica che cosa oggi nella musica ci sia più da inventare, e allora lasciamo scorrere questo fiume in piena di melodia elettrica e torbacea che poi è materia di ottima qualità interpretativa e realizzate con quell’imprinting lunatico e alternato che finisce a piacere in toto, rallegra nonostante lo shoegazer di base, intrigante e convulso che può benissimo guerreggiare con i sounds indie più eclatanti; una puntina di revival si nota tra le pieghe del disco, saranno quei larsen chitarristici di sottofondo, i riff corposi ed esplosivi centrali, il drumming frenetico e scostante, ma quello che più conta è che il disco – sebbene tutto – funziona a meraviglia e mette soggezione (o potrebbe mettere) a tanti altri prodotti last minute.

Sì, la qualità è la maggiore prerogativa del registrato, una quadratura perfetta di rimando che ritorna indietro contemporanea, sfumature recondite e piglio personalissimo che – senza dissacrare nulla –  forma quella dolciastra patina retrò sulla schiena di cavalcate e circuiti darkeggianti  che rimbalzano ovunque; è solo un primo disco, l’approccio è notevole da non credere, e incrociando le dita sperando di non usare mai un futuro un interrogativo sul loro percorso sonico, gustiamoci l’onda melodrammatica di “Reasons why”, i ritmi drogati di indie windy  “Lose my way”, “My heart skips a beat”, e la wave scattante e fenomenale che decapotta nella tripletta “Motoring”, “Make it mine”, “Kopter”, tutto un insieme di emozioni raffinate dalle quali si possono anche riconoscere – ad un attento annuso d’orecchio – piccole ispirazioni estrapolate dai mondi vicinali di New Order con Echo And The Bunnymen incorporati.

Ripeto, è solo un primo disco, forse e speriamo ne seguiranno altri, intanto i nostri inglesi fanno capire di non scherzare affatto e queste “provocazioni d’assaggio” saziano e fanno fare anche il ruttino di goduria e buongusto.

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