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Hell in the Club – Shadow of the Monster

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Siamo giunti al terzo disco degli Hell in the Club, un gruppo che ha dimostrato di far parte di una solida realtà, un gruppo che può far sognare la scoperta di nuovi pilastri dell’ Hard Rock. La band trova una sua personalità, dunque, un proprio stile che si differenzia notevolmente dagli altri.  Shadow of the Monster è il loro terzo disco ed è una sorta di consacrazione per Davide Moras e soci. Parliamo di un disco genuino che si lascia ascoltare anche più di una volta consecutivamente. Questo platter ha la capacità di trascinarti, farti scuotere e ballare a suon di Rock’n’Roll. AC/DC, Hanoi Rocks, L. A. Guns, Mr. Big e Steel Panther, sono le icone che hanno influenzato i ragazzi; d’ altro canto, gli Hell in the Club hanno bene appreso la lezione di questi maestri. Il prodotto sfornato è invidiabile:  c’è una canzone per riflettere, un’altra per scatenarsi e un’altra ancora per darsi al libero sfogo, insomma un disco dalle svariate emozioni e sensazioni. Un aspetto che va evidenziato è la scelta di spingersi su fronti che strizzano l’ occhio al Southern; infatti, si nota facilmente che il suono delle chitarre è più pomposo, rude e a tratti roccioso. Shadow of the Monster è un disco che una volta per tutte delinea il marchio del gruppo, nel senso che si differenzia e si fa riconoscere tra migliaia di dischi Hard Rock. Gli Hell in the Club sono un gruppo che sta prendendo il volo, hanno le carte in regola per aver un discreto successo in ambito Hard Rock. Non solo buoni dischi ma anche ottime prestazioni live nonché sceniche. Insomma si tratta di una band che si impegna e ci mette veramente il cuore in quello che fa.

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2nd District – What’s Inside You

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Di Punk-Glam-Sleazy Rock credo se ne sia visto a bizzeffe negli ultimi quindici anni, soprattutto nel Nord Europa. C’è chi ha solamente messo due litri di lacca nei capelli, si è piazzato qualche tatuaggio da duro e ha smaltato gli occhi con l’eyeliner più resistente. Ma come in tutti i fenomeni di costume, c’è chi ha pure sfornato un pane molto gustoso per gli amanti del genere. Ha preso l’eredità di Guns N’Roses e Hanoi Rocks dando una forma al proprio suono, con canzonette che sicuramente non entreranno mai nella Rock N’Roll Hall of Fame, ma hanno fatto muovere il culetto a migliaia di ragazzini in calore. Detto onestamente, tra queste band fino a ieri io non avrei mai inserito i tedeschi 2nd District. Visti dal vivo un anno e mezzo fa a Torino di supporto ai Prima Donna (band da tenere d’occhio), i quattro non mi avevano particolarmente colpito né per attitudine, né per groove e tanto meno per le canzoni. Su questo disco invece svoltano. Il loro secondo album suona un Power Pop facile, diretto, schietto. Tra accenni di Post Punk e il sound ruffiano e moderno dei Pretty Reckless. Con la voce di Marc de Burgh in primo piano che non strappa di certo via le nostre orecchie con violenza, ma anzi spesso è sinuosa e femminea. Verrebbe da ridere a pensare che un omone vestito scuro e con i braccioni tatuati possa cantare in questa maniera, ma tra un sorriso che scappa e uno scossone alla testa in segno di disapprovazione, ci viene pure da battere il piedino a tempo.

Il giro di basso per nulla banale che introduce “Broken Bits of a Lifetime” ci porta diretti su un treno veloce che mantiene però ben salda la traiettoria. Nulla di nuovo insomma, tanti power cords e assolini, ma una buonissima intuizione melodica. “Borgeoise Attitude” è il brano di punta del disco, i Backyard Babies sono un po’ ammorbiditi, ma il richiamo al freddo sound svedese è praticamente scontato. “Wherever” è più facile, ma non manca di mordente con un ritornello scanzonato e cantato a squarciagola in coro. Basso e batteria stanno sui binari e vantano un amalgama furba, mai troppo calda e mai troppo fredda. Giusto per rimanere ben ancorati alla locazione geografica. “Market Crash” e “Bad Habit” pagano il loro tributo al glorioso Punk inglese targato 1977, con rullate veloci e ritornelli da calci in faccia, invece “Pain Museum” è uno dei pochi episodi “ricercati”. Sia ben chiaro: senza esagerazione, con il ritornello da chitarra in spiaggia e l’eyeliner che si sfalda e cola nel romanticismo più bieco.

In ogni caso questo è un disco che si fa ascoltare tutto d’un fiato (dote rarissima al giorno d’oggi) e soprattutto è degna di nota l’assenza di riempitivi. E sebbene possa suonare a tratti banalotto, ha nel suo punto di forza l’ottimo bilanciamento tra Pop mainstream e Punk incazzoso, tutto in equilibrio senza forzature. Il rischio era forte, ma per fortuna questa pare non essere musica scritta per mettersi semplicemente in vetrina.

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