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Nimby – Not in my Back Yard

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Completamente autoprodotto, Not in my Back Yard porta con se un’ottima produzione, che riesce a mantenere quell’impatto e quella vena live grezza anche all’interno di un impianto stereo. Non a caso infatti è stato registrato e mixato dal produttore artistico Fabio Magistrali (Afterhours, One Dimensional Man)presso il Parco Museo Laboratorio dell’artista internazionale Nik Spatari, col quale è nata una collaborazione per la definizione dell’artwork del disco. I Nimby sono Tommaso La Vecchia (voce e polistrumentista), Aldo Ferrara e Francesco La Vecchia (chitarre), Gianluca Fulciniti (batteria), Stefano Lo Iacono (basso), Raffaele De Carlo (flauto e tastiere) e producono del sano e grezzo Alternative Rock contaminato da Psichedelia misto Grunge, con la giusta cattiveria pestata e momenti melodici nostalgici.

Ma parliamo un po’ di queste dieci tracce, che si aprono con un quieto synth a introdurre “This Lines Among Them”, brano che parte prepotente con una batteria tutta tom e rullante e che segna fin da subito il timbro sporco della band, ricordando però attraverso la melodica voce quella voglia di riprendere le sonorità del Rock sporco americano di fine anni ’80. Ancora rumore con “Day Hospital” che aggiunge distorsioni vocali al mix sonoro, mentre con la successiva “Sleeping” le atmosfere si fanno più pacate ed elettroniche. Grezza e potente è invece “N.I.M.B.Y.”, traccia che ricordando il nome della band e dell’omonimo album fa presumere sia quella che maggiormente rappresenti lo spirito del loro essere musicale. Tra una drum pestata a modi Pearl Jam, un flauto dalle sembianze celtiche e degli intramezzi musicali nudi e crudi, le successive “Church of Reason” e “Cinema” escono vincitrici tra tutte le tracce, regalando alle orecchie un’ottima miscela sonora complessiva. Chiude il cerchio la pacata e sperimentale “Rubber Moon” in cui si fondono suoni noise, flauto, piatti, tamburi e chitarra acustica, come se Ia band abbia voluto dire all’ascoltatore: “Ok, dopo questo lungo viaggio sonoro sei giunto al capolinea, ora riposati”, e io ora mi congedo e spengo lo stereo. Amen.

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Mudhoney – Vanishing Point

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In molti si credeva che fossero spariti inghiottiti con i panni addosso nel baratro finale del grunge, in quel di Seattle, magari divorati dalla stessa loro febbre tagliente, se non addirittura liofilizzati per voglie inespresse di roba scottante da tirar fuori nei momenti di nostalgia profonda, come quelle fami compulsive che prendono a notte fonda, invece, con un colpo di coda che arriva dopo un lungo silenzio, i Mudhoney si risvegliano e Vanishing Point è il loro nuovo e ritrovato ruggito, anche se un po’ dimesso.

Hanno resistito alle slavine – appunto – Seattleiane, e non sentono gli anni addosso – loro – ma li sentiamo noi all’ascolto, infatti la carica  della “differenza” appare leggermente moscia e glabra dei peli urticanti dei quali la band americana andava fiera, certo rimangono sempre una icona di muscoli, cuore e cervello “andato”,  il loro spunto isterico di rock’n’roll è brutto, sporco e cattivo – come nella pubblicità – ma ascoltando questo nuovo lavoro, di nuovo pare avere pochissimo, tutto risuona di risentito e di movimenti vicini all’anchilosaggine  che non ne fanno più eroi onnipotenti di potenza; dieci tracce che conservano sotto sotto il respiro elettrico e forsennato di Stooges e Black Flag “Slipping”, “I Like it Small”, “In This Rubber Tomb”, ad ogni modo sempre col passo dell’Iguana Iggy che si palesa vunque, a domicilio coatto in tutta la tracklist, ma la testardaggine della band è tanta e credono in quello che fanno e che hanno sempre fatto, forse un’autoindulgenza ma rimane la sensazione netta di un qualcosa che si sta esaurendo vertiginosamente.

Dopo il melanconico omaggio “Sing This Song of Joy” per la scomparsa di Andy Kotowicz (Sub Pop), il rimanente in circolazione è una componente sonora di riff compressi, cantati svenati e ritmiche convulse che riportano solo indietro, pressappoco un operazione nostalgia in offerta speciale che passa senza la minima apparenza di interesse, e ciò – con tutto il rispetto che si deve ad una formazione seminale come poche –  dispiace enormemente,  e sull’onda di una delusione si potrebbe salvare a bordo campo l’ondulamento beat che agita “The Final Course” o la forsennata turbolenza che avvelena “Douchebags On Parade”, ma giusto per salvare l’onore della causa.

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Bad Black Sheep – 1991

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Questo lavoro dei Bad Black Sheep catapulta l’ascoltatore direttamente in una dimensione simil grunge e l’aria che si respira è proprio quella del 1991 sin dalla title track.
Recentemente il rock italiano è mutato parecchio, si è affacciato persino al Festival di Sanremo con i Blastema in primis, tuttavia qui ci sono chiari riferimenti anche a Foo Fighters e Soundgarden.
E così ecco che ci si ritrova proprio “Altrove” (titolo della seconda canzone) grazie al gruppo vicentino, formato da Filippo Altafini (chitarra e voce), Teodorico Carfagnini (basso e cori) ed Emanuele Haerens (batteria e cori).
“Didone” ha testi ammalianti ed un ritornello che entra subito nella testa (senza uscirne facilmente), anche se qui il trio sembra imitare più i Negramaro, mentre “Radio Varsavia” (da non confondere con l’omonimo successo di Franco Battiato) li riporta in atmosfere molto più rock.
“Igreja de Santa Maria” ha una ritmica molto più statica (che sarebbe stato meglio evitare) ma non per questo è di qualità inferiore perché si riprende soprattutto verso la fine, anticipando “Non conta” che forse è l’episodio migliore del disco.

La cover di “Cuccurucucu” riletta in chiave modern punk stile Green Day vi farà pogare per intere giornate mentre “Special 50” vi riporterà sul “Pianeta terra”.
“Mr Davis” ha un inizio molto movimentato in cui si incastrano batteria e basso alla perfezione con chitarra e voce introducendovi ad “Altra velocità” (che in realtà alterna molti tempi diversi).
Concludono il tutto in grande stile “Fiato trattenuto” e “Miglia sotto la norma”.
Unico difetto: Se fosse stato cantato totalmente in inglese probabilmente questo lavoro avrebbe guadagnato quel punticino in più…
Tuttavia la mia vuol essere una provocazione e un invito a tradurre almeno parte dei dodici brani nella lingua madre del rock e chissà che il consiglio non venga ascoltato…

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The Urban Jungle – S/t

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Ci ho messo un po’ troppo a mettermi ad ascoltare questo primo disco dei The Urban Jungle ma volevo farlo per bene. L’ho fatto girare nello stereo una volta, due, tre, fino ad annoiarmi. Anzi, ancora non mi sono annoiato e lo riascolto. Un sound molto semplice quello di Liuk, Diego e Mario, i tre giovanissimi (classe 88/89) creatori di questo lavoro eppure nella testa rimbombano mille dubbi. Decido cosi di esternare le mie sensazioni e le mie impressioni e di parlarne con qualcuno, come se dovessi sfogarmi di qualcosa che ho dentro. Non vi dico chi è quel qualcuno, forse è la parte buona di me, la mia coscienza, il mio subconscio; forse è un mio amico, forse qualcun altro; non è importante. Al limite, ve lo dico alla fine. Appassionante questo primo pezzo, “Pray”. Rock alternativo semplice e diretto. Indovinato il giro di chitarra in loop per tutto il brano che dà un tocco di psichedelia. Che ne pensi?
Ricorda un loop quasi Maroon 5 e molto interessante il testo che parla di spazio e di stelle. Ti fa venir voglia di ballare.
Secondo me sarebbe stato ancor più affascinante con un ritmo più veloce, dinamico; magari con una seconda chitarra a mescolare le carte. Non credi?
Sì, certo. Sarebbe diventato un bel singolo se fosse stato più veloce. Ancora più di facile ascolto. Che io sappia nei live viene fatto, infatti, molto più veloce.

Ottimo. Ma non capisco una cosa. Il cantante cerca di imitare in alcuni passaggi il leader dei Placebo o è una mia impressione?
Non credo sia tra i gruppi preferiti dalla band; probabilmente gli è stato consigliato di scandire bene le parole per fare in modo che risultasse facile da ascoltare.
Effettivamente la cosa si sente molto. Niente male anche “Another One”, sound più calmo e delicato rispetto al precedente nella prima parte ma molto energico nella seconda. Ci sono tanti ascolti Grunge dentro.
Moltissimi. Io sapevo che i primi tempi dei The Urban Jungle furono trascorsi a cercare di non imitare Eddie Vedder, purtroppo entrato nelle corde. Canzoni come “Another One” fanno tornare alla mente le prime cose fatte ma sono quasi inevitabili per la band.
“Qualcosa In Cui Credere Ancora” sembra tornare allo stile del primo brano, molto più dinamico e Brit Pop. Ma che succede? Che c’entra il cantato in italiano?
Con l’italiano forse la band cerca di far suo un pubblico, come dire, più vicino. A mio parere usare troppo l’inglese, se vuoi rimanere in Italia o almeno farti conoscere prima qui, non serve a un granché.
Servono però testi con i “controcazzi” altrimenti la gente pensa troppo a quello che dici e poco a quello che suoni.
Vero.

Devo aggiungere una cosa. Se non prendono una seconda chitarra, quella che c’è e il basso devono darsi da fare. Soprattutto le quattro corde sono suonate in modo troppo semplice ed elementare. Non riescono a dare uniformità alla musica.
Effettivamente sì. In pezzi come “Pray” vedrei bene un piano anzi, ancor più un synth.
Ho molti dubbi sul cantato in lingua madre come in “Fragile”. Rende la musica troppo pseudo Pop-Rock all’italiana. Del tipo che non amo.
Una canzone come Fragile però (come struttura) faccio fatica a immaginarmela in inglese, sinceramente. Ma è anche vero che l’italiano a volte può essere quasi un difetto, vai a finire in generi che non ti saresti nemmeno immaginato.
Sì e proprio per questo forse la formula giusta è piuttosto quella di “City Above”.
Bel pezzo “City Above”.
Tanto grunge anche qui, sia nel cantato sia nelle ritmiche. La chitarra alterna momenti eterei a riff più taglienti e aggressivi. Pensi che il pubblico italiano abbia cosi tanta necessità di capire i testi?
Penso che non sia necessario effettivamente che il pubblico comprenda i testi (che poi anche in inglese li comprende, se vuole) ma un live fatto di musica italiana e straniera, in Italia, può come dire,….spezzare.

“Invisibile” chiude l’album. Tralasciando il ritorno all’italiano, dall’intro sembra che The Urban Jungle si rifacciano ancora al Brit Pop classico ma i riverberi chitarristici seguenti ricordano anche i momenti più rock dei Piano Magic. Che te ne pare? Oltre al Grunge che tipo d’influenze hai notato?
Dunque, sento sonorità a tratti molto Muse o U2 ma sono i delay a fare da padrone e in più si sente molta attitudine synth pop.
I dieci secondi finali sono la parte più omogenea, carica e potente di tutto il disco. Spettacolari. Questo è quello che avrei voluto fosse il cuore dell’opera. Può essere un punto di partenza dal quale sviluppare l’album futuro.
Certo!! Può e deve esserlo. Il finale con quel riff di basso che arriva dopo un crescere di batteria per completarsi in una chitarra potente come la voce deve far capire che il trio è unito e omogeneo oltre che potente.
In realtà l’album ha ottime potenzialità, anche perché ci sanno fare con le melodie. Se vogliono restare un trio però, devono sforzarsi e lavorare di più. Le uniche cose che non concepisco sono: perché tanta disomogeneità? Un pezzo che guarda all’Inghilterra, uno a Seattle, ora l’inglese, ora l’italiano. E forse poca originalità. Bisogna mettere in chiaro le idee e trovare uno stile peculiare, non trovi? Ammetto che hanno tutto il tempo per inventare qualcosa.
Giusta considerazione. Credo che sia dovuto ai diversi background musicali di chi compone la formazione. Credo che da un lato possa essere piacevole sentire un gruppo che spazia, ma deve spaziare bene tra le varie sfumature del rock.

Dopo queste esternazioni, penso di aver capito molto di più della musica di The Urban Jungle. Ho rafforzato alcune delle idee critiche che avevo all’inizio, ma sono ancora più convinto che le cose possano palesemente migliorare, col tempo. Hanno il futuro dalla loro parte e l’energia di chi è giovane e ama la musica.

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Naomi Punk – The Feeling

Written by Recensioni

The Feeling è un insolito miscuglio di cose anche assai diverse tra loro.
C’è del grunge, e come potrebbe essere altrimenti? I Naomi Punk vengono da Seattle, e non nascondono il loro tributo alle grandi band degli anni ’90 della scena dello Stato di Washington, soprattutto per quanto riguarda l’atteggiamento, musicale e non, “primitivo” (come amano ripetere ai visitatori del loro sito ufficiale: “DO YOU APPRECIATE PRIMITIVE INTERNET?”). Lo si sente anche nell’oscurità che permea il lavoro, che non ha niente di dark, ma piuttosto un’anima caotica, imprevedibile, in qualche modo lo-fi.
C’è poi del punk, indiscutibilmente, nel loro modo di porsi, nella loro filosofia do it yourself, nell’approccio visivo (che loro ammettono essere importante): tutto in bianco e nero perché è più facile da fotocopiare. C’è del punk anche nella loro musica, libera da ogni pregiudizio, che si fa inseguire, semplice e diretta. Però non c’è rabbia, non c’è rivoluzione, c’è più che altro un ghigno ironico a sostenere i loro suoni, sporchi e distanti, la loro voce, incastrata nella distanza, indefinita, cantilenante.

Ci sono poi mille altre cose (sludgy feelings, la caratteristica chitarra tremolante e scordata che mi ricorda tanto gli Yawning Man, alcuni approcci “semplicistici” à la White Stripes, qualche ascolto adolescenziale metal e, come dicono loro, “some psychedelic weird shit”).
Un album particolare, non ricercato ma curioso, che potrebbe scaldare parecchio le orecchie degli appassionati di un certo tipo di musica incasinata, senza fronzoli, crepuscolare, ironica, sporca, che qui da noi va fortissimo nella “Brianza velenosa”. Provare per credere.

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Fletcher – Fletcher Ep BOPS (recensioni tutte d’un fiato)

Written by Novità

Non è proprio il disco per voi, se quello che cercate è la novità a tutti i costi, anche a discapito della qualità, dell’orecchiabilità, dell’arte, della potenza sonica. Non c’è assolutamente niente che non abbiate mai ascoltato dentro questi tre pezzi proposti dal duo Fletcher. Già nel primo brano “Mr. Thorburn” i tre grandi punti di riferimento, Blues Rock, Stoner e Grunge sono esposti in maniera netta e decisa, senza in realtà mescolare troppo le carte e quindi rischiare di allontanarsi dal punto di partenza. Nonostante questo, il brano è assolutamente spettacolare, nella sua commistione di potenza e semplicità.  L’esecuzione è puntuale, la ritmica proposta da Daniele Milesi (batteria) martellante senza essere pesante e la voce di Andrea Manzoni (voce e chitarra) presenta un timbro assolutamente da tenere d’occhio. Per capire il genere, immaginate di mescolare i membri di una band Rock degli anni settanta, con Black Keys, Nirvana e Kyuss. Spettacolo. “Susy”, brano numero due, allenta il ritmo e, purtroppo, mette in mostra tutti i limiti estetici dell’autoproduzione. Tutta la forza è riversata nella seconda parte del brano, che riprende la linea dell’opening track. L’ultimo pezzo, “Egocentric”, presenta ancor più chiari riferimenti con gli anni settanta a stelle e strisce, pur senza variare di molto la proposta che continua su alternanza di pianure vocali e immensi muri di chitarra. Questo Ep dei Fletcher si ascolta volentieri, pulsa energia a ogni nota ma è quanto di più anacronistico potreste aspettarvi.  P.s. L’artwork di Matteo Foresti è davvero troppo improbabile.

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Zorn – Eva’s Milk

Written by Recensioni

A prima botta la voce sembra quella stonata del vocalist Verdenico, ma poi ti ricredi e vai con l’immaginazione a Brema dove i novaresi Eva’s Milk hanno trovato la loro America e urlano a tutti i paralleli il loro nuovo album “Zorn” che non è ispirato – sempre a prima botta – all’Acephale, il movimento filosofico di Georges Bataille, ma bensì alla rappresentazione di uno stringente trait d’union tra le culture metal zincate di black, anni novanta post-grunge e agganci uncinati con le posture di marca Soad, e che una volta fuse insieme danno questo marchio di fabbrica dal percorso affascinante nel suo essere radicale, elitario e rumorosamente ambiguo.

Più che attirare l’attenzione sul crossover stilistico, il disco interessa per la sua caratterialità pregna di abbandoni ed interminabili esplorazioni nei più bui recessi del suono doloroso e angosciato, preda di allucinazioni e passaggi per il di sotto di un inferno che non ha soste drones; tutto gira nell’oscurità, Rimbaud e aggressioni soniche sono ospiti integralisti nella ramificazione della tracklist, pulsioni visionarie e pads inquietanti sono le tappezzerie che abbelliscono i tracciati abrasivi degli Eva’s Milk “Turpentine”, il doom filo mistico che lega a scorsoio la trama di “Nella bile”, la pazzia millimetrata che graffita la tenebrosa tarantella di “Al tempo di Caronte” o i Marlene Kuntz che compaiono come imbarcati a forza nella struttura che regge” Come falene”.

A giudicare dalla copertina tutto sembrava rientrare nella normalità di un qualcosa casinaro e metallizzato, con quelle rasoiate da copione a lambire pelle e nervi o il ricorso “perenne” a un abusato pistar di pedaliere che a lungo andare sfascia coni e testicoli, ma poi una volta scartato dalla confezione si fa conoscere per quello che effettivamente è, un disco maledetto come pochi in circolazione, che ti si avvicina come una serpe ipnotica, e tutto d’un tratto ti divora, tra paranoie e vulcanici morsi elettrici “”Zorn”.

Deboli di cuore state alla larga, per chi cerca la destabilizzazione come via d’uscita dalla calma, attaccatevi qui, e per un bel po’ non sarete più quelli di prima.

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