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The Martha’s Vineyard Ferries – Mass Grave

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Grandi nomi si celano dietro quello un po’ strampalato (poi si spiegherà tutto) del progetto statunitense The Martha’s Vineyard Ferries, trio dalla potenza e dal sound unico. Ci sono la voce e la chitarra di Elisha Wiesner, già con Kahoots discreta e misconosciuta band Alt Rock del nuovo millennio. Poi c’è il basso di un certo Bob Weston. Proprio lui. Uno dei tre Shellac, tra le più grandi band Post Hardcore mai scese sul pianeta terra e la creatura più nota del genio di Steve Albini. Bob Weston, tecnico degli strumenti nel capolavoro dei Nirvana, In Utero e membro, oltre dei già citati, anche di Crush Senior, basso e tromba, Mission of Burma, tape manipulation e loops dal 2002 e Volcano Suns, basso dall’87 al 92. A chiudere il trio meraviglioso Chris Brokaw, batterista e membro di band come Come, Consonant, Dirtmusic, Empty House Cooperative, The New Year, Pullman, Snares & Kites e soprattutto Codeine, una delle più clamorose stupefazioni dello Slowcore.

La nascita della band è delle più banali che si possano trovare cercando nelle biografie dei loro colleghi. “Tutto iniziò come uno scherzo”. Sono parole che accompagnano un’infinità di progetti e anche in questo caso calzano a pennello. Tutto iniziò come uno scherzo e divenne una cosa seria quando, nel 2010, per la Sick Room Records, The Martha’s Vineyard Ferries tirò fuori il primo Ep, In The Pound. E la storia comincia. La cosa più ovvia che ci si possa aspettare, viste le premesse, è che la musica gettata in questa fossa comune sonica sia un avvicendarsi delle diverse esperienze antecedenti dei tre membri ed effettivamente sono svariati gli elementi che possiamo riscontrare nei brani che accomunano stilisticamente i The Martha’s Vineyard Ferries ora alla potenza grezza del Post Hardcore di Shellac (“Wrist Full Of Holes”), ora alle ossessioni ritmiche dello Slowcore dei Codeine (“One White Swan”). E lo stesso ragionamento è replicabile per ognuna delle formazioni tirate in ballo nell’introduzione alla recensione. Eppure il sound che disegnano i tre yankee finisce per somigliare a tutto senza sembrare nulla di preciso. In talune circostanze pare di assistere alla prigionia soffocante di uno spirito Punk Hardcore (“Parachute” e la fantastica “Blonde on Blood”, una cavalcata elettrica verso la morte) nelle gabbie liquide e mentali del Folk psichedelico (“Wrist Full Of Holes”, “One White Swan”) e del Pop (“She’s a Fucking Angel (From Fucking Heaven)”, “Look Up”). Ogni brano è essenziale, potente e semplice allo stesso tempo, con tanti riff assolutamente lineari e per nulla sperimentali, ritmiche al limite dell’ossessione ripetitiva e melodie vocali spesso azzeccatissime, tanto che non sfigurerebbero in brani più delicatamente democratici. Molto interessanti anche i passaggi più complessi (“Ramon And Sage”, “One White Swan”) nei quali la musica mostra una maggiore varietà e la voce scende in territori abissali e inquietanti, abbandonando le tonalità più alte che caratterizzano i pezzi di più facile ascolto e impatto sul pubblico più sobrio. Un disco straordinariamente robusto che ha il solo grande demerito di avere una durata eccessivamente ridotta (circa ventidue minuti), la quale finisce per mettere sotto i riflettori altre debolezze come la spaccatura netta tra le scelte mainstream di alcuni brani e gli interramenti nelle oscurità dell’Alt Rock più angosciante. Inoltre, è molto stimolante la scelta di dare una vena psichedelica alle chitarre (vedi opening track) ma la stessa non è quasi mai proposta con efficacia. Il sound, nella sua globalità, sembra avvolto in una nebbia, come se ci fosse una patina di note a oscurare l’udito; questo rende necessario diversi ripetuti ascolti affinché sparisca o meglio si trasformi in qualcosa di apprezzabile e non restare un chiaro difetto.

Un gran disco, un bel pugno a un certo modo di suonare oggi che però poteva essere una bomba, con un po’ di coraggio in più. Stavo dimenticando. The Martha’s Vineyard è semplicemente il nome dell’isola di Elisha, raggiungibile solo tramite traghetti (ferries). Come vi dicevo, anche in questo caso, basta aspettare per far sparire la nebbia che sia sonora, di comprensione o che quella fisica, fresca e bagnata che immagino possa levarsi al mattino sulle rive di un’isola del Massachusetts.

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Saluti Da Saturno – Dancing Polonia

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Dancing Polonia è il terzo disco dei Saluti da Saturno, progetto artistico guidato da Mirco Mariani, di caposseliana memoria. Le loro specialità sono la leggerezza, lieve e sognante, di un Dream Pop/Jazz Folk dai toni evanescenti e sottili, e il parco strumenti vario e sorprendente (Ondioline, Ondes martenot, Glassarmonica, Cristal Baschet, Mellotron, Intonarumori…), qui appoggiato alla spina dorsale impalpabile di un pianoforte che loro definiscono “strumento per eccellenza della canzone d’autore farcita con velature e sfumature di Free Jazz”.

Dancing Polonia è una colonna sonora onirica, fantastica, che pesca dai ricordi e dalla nostalgia, ma anche dalle distanze e dall’esotismo più magici. Ispirato a “sapori e immagini di film finlandesi, armeni e italiani”, diventa poi materiale fondante di cinematografie ancora più irreali: quelle che vengono messe in scena nella mente degli ascoltatori, liberi di crearsi sceneggiature, scenografie e ambientazioni proprie in cui far vivere gli spazi immensi e i sapori retrò di queste canzoni così impalpabili eppure così immediate, naturali.  Tra episodi più intensi (“Dancing Polonia”) e momenti di apertura ritmica (“Un Giorno Nuovo”) si snocciolano perle di luce soffusa (“Venere”) e stralci di una musica stonata proveniente da locande fuori dal tempo (“Di Notte”), così come caleidoscopiche giostre di suoni giocattolo (“Canzone di Cera”), canti chiaroscuri da occhio di bue su piccoli palchi in ombra (“Scintilla”), morbide, ampie aperture di cori e chitarre (“Le Luci della Sera”, con Paolo Benvegnù).

Dancing Polonia vede la collaborazione di un folto numero di artisti, dal già citato Benvegnù ad Arto Lindsay, da Massimo Simonini, produttore artistico, a Alessando “Asso” Stefana, Taketo Gohara, Vincenzo Vasi, Christian Ravaglioli, Giancarlo Bianchetti, Marcello Monduzzi, Bruno Orioli, Roberto Greggi e anche questo può dare un’idea del tipo di complessità che aleggia nel prodotto dei Saluti Da Saturno, pur se ben nascosta sotto strati di leggerissimo panno musicale, vellutato e morbido: è la leggerezza dei castelli di carte, che stanno in piedi apparentemente senza sforzo, ma in realtà grazie ad un sistema di equilibri magicamente determinati dal lavoro certosino e paziente di qualche “architetto” sapiente. Il disco perfetto in questo momento di cambio di tempo, mal di testa, e nubi pesanti all’orizzonte. Come un palloncino legato al cuore, come un ombrello a fiori.

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U’ Papun – Cabron!

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Se facessimo un paragone col precedente disco “Fiori Innocenti” pubblicato nel 2011 potremmo sicuramente dire che i due lavori appaiono nell’immediato abbastanza antitetici ma al tempo stesso simili perché in entrambi c’è quel pizzico di genialità e di creatività che spesso manca ai grandi artisti ma che è facile ritrovare in produzioni indie.
Basti pensare che ancor prima della pubblicazione del loro primo compact disc, mentre erano ospiti nel programma Roxy Bar, Red Ronnie che li definì “il lato oscuro della Puglia”, etichetta che li accompagna ormai ovunque.

L’estro del gruppo si nota già dalle prime note della title track, apripista dal sapore psychobilly che nel ritornello si lascia andare ad un rock molto più “heavy” del solito.
Rock, elettronica e dub mescolati abilmente in “Indiesposto” li accomunano a quel Caparezza che fu ospite nel loro primo singolo, “L’apparenza”.
“Luna” vede la partecipazione di Pantaleo Gadaleta e un tocco di orchestralità e di atmosfere noir che lasciano spazio a un testo a tratti anche romatico.
“L’abito” è aperta da un riff accattivante di chitarra seguita da giochi di synth  e archi accompagnati da un cantato rap in cui Alfredo Colella dimostra di essere uno dei migliori frontman attualmente sulla piazza.
“Storia di una disoccupata” inizia invece con un piano che riporta alla mente i film western tinti di scene girate nei saloon e dipinge alla perfezione la storia di una giovane escort (bellissimi i versi “il mio corpo percepisce un cachet per presenziare ovunque, arrivando spesso al dunque”).
“Amore cialtrone” è un brano in 7/8 in cui gli spiriti di Frank Zappa e Captain Beefheart sembrano essere partecipi, dove la marimba è sostenuta da ritmi reggae.
“Terra madre” è una canzone polemica dedicata alla patria permeata da atmosfere malinconiche a tratti teatrali che dipinge la realtà generale della nostra povera Italia distrutta da politici corrotti in cui “ti senti immigrato in qualsiasi cultura”.
“L’ultimo” gioca attorno alle parole evangeliche “gli ultimi un giorno saranno i primi” e si lascia pian piano trasportare in ritmi rock ed in scale di chitarra, piano ed archi sempre accompagnati dalla ritmica perfetta di Cristiano Valente.

La cover del grande e compianto Giorgio Gaber “Io non mi sento italiano” è un’altra protesta attualissima nei testi ed originalissima nell’interpretazione che è in linea con lo stile del gruppo (Rock? Folk? Dub?).
“Arte spicciola” è una ballad in cui esce fuori la vera vena cantautoriale degli U’ Papun, che sarebbe perfetta come colonna sonora di un film di Gabriele Salvatores.
“Fior della censura” è un inno danzereccio controtendenza alla satira politica che “non piace ai permalosi”, che “non segue le correnti” e che “diverte i meno abbienti”.
“Uomo di marzapane” è una favoletta post punk tiratissimo alla Rancid dalla durata di appena 115 secondi! che non mancherà di stupirvi.
“Clichè” è una filastrocca blues che chiude un album tragicomico /  teatrale davvero fantastico.

Solitamente si dice: “la seconda prova su disco è tutto per un gruppo”…
Se così fosse possiamo dirlo: gli U’ Papun hanno confermato di essere dei grandi musicisti, sempre eclettici nei suoni e nei versi, una band che potrà prima o poi conquistare persino le vette delle classifiche.
E speriamo che succeda molto presto, c’è davvero bisogno di una rivoluzione musicale nella nostra Italia dominata troppo spesso solo da prodotti usciti dai talent show!

 

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