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Jovine – Parla Più Forte

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Valerio Jovine torna con un disco dopo l’avventura a The Voice Of Italy: Parla Più Forte vede il cantante partenopeo rimanere coerente cercando di spaziare tra generi diversi dal solito Reggae, passando dal Funk (“Nonostante Tutto”) a pezzi Rap con elementi Rock (con Clementino in “Parla Più Forte”) o in levare (con O’Zulù in “Cap e Mur”), fino al Pop più melenso dell’opener “Bisogno d’Amore”, all’R’n’B di “Penso” o al Rocksteady di “Un Motivo Non C’è”.
Parla Più Forte resta, nonostante ciò, un disco fondamentalmente Reggae, con al centro il ritmo e la melodia. Un disco solare, divertente, che intrattiene quanto basta lasciando però traccia della visione del mondo di Jovine e della sua gente: una visione positiva del mondo, che passa certo attraverso il desiderio della fuga, la voglia di protesta, il tentativo di parlare delle banalità e delle ipocrisie che ci circondano, senza farsi mancare l’autocritica e il tirare le somme anche delle proprie esperienze (“Vivo in un Reality Show”). Un disco che vanta una dose consistente di collaborazioni (oltre ai già citati troviamo anche Nto – ex Co’ Sang –, la Pankina Crew, Carolina Russi Pettinelli, Benedetta Valanzano…) e che cerca di rimanere con la schiena dritta aprendosi ad influenze più Pop, riuscendoci anche dignitosamente.
Da sfruttare durante l’estate, coi finestrini abbassati e la testa dondolante.

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Petula Clarck /X25X – Petula Clarck /X25X Split

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Qualcuno si è mai chiesto cosa nascerebbe se due Paesi fondessero la propria musica? Gli split album non sono di certo una novità, ma stavolta siamo costretti a destreggiare le nostre conoscenze addirittura fra Belgio e Francia. Siamo innanzi a un totale di cinque artisti, che ben hanno pensanto di tentare un’opera innovativa attraverso quattro capitoli di pura pazzia. Sul versante A troviamo il duo “Spontrash” (dicono di sé),  che vede come protagonisti Mat e Vinch, a formare i Petula Clarck. Bene, ma chi sono i Petula Clarck? Di certo non è l’inglesotta che debuttò nel lontano 1956: lei non aveva la “c”. Sono belgi e si descrivono in maniera piuttosto bizzarra, attraverso un Boum Boum Bang Dang. The two of us devoured stupid animals. We are the music of their last scream. Eccentrici, non c’è che dire. All’altro angolo, si asciugano il sudore i marsigliesi X25X (Acid 25) e dicono a chiari caratteri di essere abrasivi, grezzi, semplici, sporchi, squilibrati, urlanti, conflittuali, acidi e piccanti, tinti in rosso e con gli occhi scarlatti. Sono in tre e sufficientemente matti. Il risultato è uno split di quattro capitoli…ne vedremo delle belle!

Il 75% dell’opera è pura responsabilità belga e la proposta è un mix di Funk e Trash senza peli sulla lingua. L’intera stesura dei brani è istintiva e diretta, un vero e proprio stream of consciousness a colpi di chitarra e batteria. Sono gli artisti stessi ad ammetterlo, dichiarando che la stesura di un brano non può richiedere più di un’ora e mezza, dopodiché o la va o la spacca. Non sono ammessi ritocchi. Non sono ammessi cambi di rotta. Non sono ammessi ripensamenti. L’idea è quella di creare istintivamente pezzi Funky Trash Blues Punk Disco Dance. Non posso che palesare in via diretta i miei strabuzzi: questi due sono seriamente fuori di testa! “Ad un artista non si può chiedere di più”, mi diranno, ma sentire scimmie urlanti incise su disco sortisce sempre un certo effetto. Non è una critica, è la verità: in Yago Wago (capitolo uno) è possibile ascoltare urla di primati amalgamate con la musica, a livello di 1’43’’. Le stesse urla ce le propone Supreme, ma stavolta è il duo ad interpretarle al termine di un lungo e monotono giro. L’intero brano è un repeat continuo di un minuto e venticinque secondi. Sconvolto. Mi ci soffermerei, se non fosse che non vi è nulla su cui soffermarsi e, con estrema angoscia, tocca riconoscere la stessa sorte anche all’ultima chance dei giovani belga: NXT mstred.

Il B side si compone di un unico capitolo (Saturate), ad opera degli X25X. La proposta è un remake di qualcosa di già sentito e risentito, suonato da mani più esperte. Cinque minuti di Noise Punk, che bastano a rendere tale lato dell’opera più longevo del lato A. L’intera traccia è un elettrocardiogramma piatto, fermo sugli stessi effetti, sulle stesse parole, sulla stessa idea, sulla stessa linea e sulla stessa noia. Risultato? Anche tale ultimo 25% non è soddisfacente e l’amaro lasciato dai Petula Clarck non è sanato in modo alcuno.

In sintesi, oserei affermare che l’intero lavoro è un azzardo. È stressante, è sporco e non sa farsi apprezzare in modo alcuno. È un disco a prova di nervi, ragazzi che sanno suonare, ma che non hanno voglia di lavorare. La critica vola alta e tocca tanto i cieli belga quanto quelli di Marsiglia. Se è vero che l’unione fa la forza, se è vero che due negazioni affermano e se è vero che l’arte va d’istinto e l’istinto è una forma d’arte, beh, è pur vero che il risultato dello split album è l’esatto opposto di quel che ci si aspetta ponendo fiducia in un antico modo di dire.

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C’mon Tigre – C’mon Tigre

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Non sono trascorsi molti giorni da quando ho ascoltato il primo singolo dei C’mon Tigre e circa gli stessi da quando ho ammirato il videoclip di “Federation Tunisienne de Football”, animato dal pittore Gianluigi Toccafondo, perfetta resa video dello spettro caleidoscopico del collettivo, progetto dalle mille anime che mette al centro il crocevia culturale del bacino mediterraneo. Da quel primo contatto, tanta è stata la curiosità su come avrebbe potuto mutare la musica in un contesto full length e dunque, avere ora la possibilità di origliare l’album autoprodotto, è qualcosa che mi stuzzica particolarmente.

Il sound dei C’mon Tigre è una mescolanza di Funk, Jazz, World Music, Rock, Afrobeat tutto in chiave sperimentale e libera da ogni schema di sorta. Difficile tracciare dei paragoni mentre più agevole è viaggiare per immagini, data la natura inebriante, seducente e stimolante di tanta ostentata vena creativa. L’uso di riff ossessivi su ritmiche cadenzate e chitarre fioche che dipingono melodie dal sapore mediorientale e le mirabili illustrazioni esotiche collaborano a creare un’atmosfera vagamente psichedelica e cinematografica. I tredici brani composti dal duo C’mon Tigre e arrangiati con la partecipazione di artisti di tutto il mondo (Jessica Lurie, Henkjaap Beeuwkes, Pasquale Mirra, Ahmad Oumar, Enrico Fontanelli, Danny Ray Barragan, Eusebio Martinelli, Dipak Raji, Rocco Favi, Paolo Berluti, Malik Ousmane e Simone Sabini) divengono un’ideale colonna sonora per un film astratto che vi vedrà protagonisti dentro sceneggiature afro, tra scene di sesso bollente, sudato, sabbioso, baldacchini e profumi sinuosi che avvilupperanno la vostra mente mentre le parole raccontano tutt’altra storia, fatta di calcio e di Africa; anzi tante storie diverse. Il Mediterraneo al centro di tutto ma innumerevoli contaminazioni che sviscerano e strappano il sound di questo debutto omonimo da ogni possibile catalogazione; allo stesso modo, due forze sono quelle che hanno creato tutto questo eppure tanti sono i volti che potrete riconoscere seguendo i tredici brani. Alla lunga, gli oltre cinquantasette minuti potranno anche stancarvi, forse risultando eccessivamente ripetitivi ma l’esperienza d’ascolto di questo C’mon Tigre sarà talmente intensa da somigliare più a un rapporto sessuale che ad altro, a quel tipo di pratica nel quale cinquantasette minuti possono sembrare anche sette ore, per l’intensità e il trasporto che generano. Quello che posso augurarvi è che, il tredici ottobre, data di uscita ufficiale, possa fare ancora abbastanza caldo da ascoltare tutto, da “Rabat” a “Malta”, avvinghiati alla vostra amata, sudando sotto un sole brillante come il Mediterraneo.

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Med Free Orkestra – Background

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La Med Free Orkestra nasce nel 2010 a Roma da un’idea di Francesco Fiore. Ensemble multietnico, dai forti sapori mediterranei (come da moniker), la MFO è una fucina di calore e ritmo, qui capitanata dal maestro Angelo Olivieri, che si tuffa nel mare magnum del Rock di sapore World, spruzzate di Rap, un sentore Funky, e con l’Africa nel cuore, un cuore che sta sempre dalla parte giusta, quella dei deboli, emarginati, diversi. La premessa potrebbe suonare già sentita, e si potrebbe anche immaginare un prodotto buonista (ammesso che significhi qualcosa) e confezionato ad hoc per radical chic che hanno qualcosa da farsi perdonare. E invece no: basta atterrare, dopo aver sorvolato la più introduttiva “African Move”, sulla title track, che, nel parlato-rappato del testo, non ha paura di mettere in fila storture e contraddizioni dell’accoglienza italiana dello straniero: un’invettiva ironica e tagliente sulla sfortuna di profughi e migranti che si trovano a dover affrontare l’arrivo in Italia, un Paese “civile”, dove infatti non è stata infranta nessuna legge per lasciarvi morire nei nostri mari. Anche la musica si stacca dallo sfondo etnico per farsi più diretta, Rock, con una batteria incessante e fiati sempre sul pezzo.

La commistione di Rock e sogghigni versus World Music e impegno è forse il segreto per provare a godersi questo disco, che già dalla traccia seguente torna alla base, a liriche in inglese e ad un sapore balcanico (per l’appunto, “Bulkanian”). Il disco prosegue senza perdere troppa spinta, tra profumi sudamericani (“Chueca”) e brani in levare che sanno già di vecchio (“Muoviti”), una bella e soave ballata d’altri tempi (“Ballata di San Lo’”), un’insipida, seppur intensa, cavalcata dalle ritmiche convulse (“Dondolo il Mondo”) e un paio di tradizionali (“Ederlezi”, più raccolta, e “Hora Cu Stringatu”, esplosiva), fino a chiudersi con “Pizzica dello Scafista”, Rap su ritmiche da tradizione meticcia, Italia meridionale e Africa, in cui torna prepotente il tema del Mediterraneo.

Un disco fresco, estivo, ballabile, che paga in qualche misura l’accostamento a quel filone di musica etnica danzereccia e attenta agli spigoli taglienti del sociale, ma che allo stesso tempo, in qualche brano, riesce a darne una versione personale e interessante (“Background”, “Ballata di San Lo’”). Se vi piace il genere, bevetene a piene mani. Per tutti gli altri: ci fosse stata un po’ più di personalità, sarebbe stato un disco da scoprire. Così com’è, rischiate di annoiarvi dopo pochi minuti. A voi la scelta.

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Radio1 cambia musica con Calibro 35 (in free download per una settimana)

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Dall’arpa al Funk Rock, Radio1 cambia musica e da giovedì 10 luglio rivoluziona tutto il sound della rete: sigle di Gr1, Meteo, Onda verde, stacchi, jingle sono stati realizzati in esclusiva dai Calibro 35, una delle più virtuose band italiane. “Il classico suono dell’arpa – anticipa il direttore Flavio Mucciante – lascia il posto alla perfetta fusione di Jazz, Rock e Funk con un gusto del vintage Rai, rivisitato in chiave contemporanea”. Prosegue il percorso di Calibro 35, intenti a fare musica a 360 gradi: coi propri album e concerti, con colonne sonore originali per il cinema, musiche di sonorizzazione e realizzazione di jingle e sigle. Un approccio organico, che appartiene ad una specifica tradizione musicale italiana, di cui Calibro sono diventati naturali eredi. “E un onore che Radio Rai abbia scelto noi per rinnovare questo aspetto della propria identità, scegliendo una band come la nostra che da qualche tempo porta avanti la grande scuola della musica per sonorizzazione all’italiana” hanno dichiarato Calibro 35 “a questo si aggiunge la soddisfazione che, pur essendo una band strumentale e quindi poco radiofonica nel senso stretto del termine, ci ritroveremo ad essere tra le più trasmesse dall’ammiraglia di Radio Rai”.

ASCOLTA e SCARICA (in free download per una settimana) “Musiche per sonorizzazioni e programmi di Radio1” dal Bandcamp di Calibro 35

Le date del tour:
10 luglio: Nomi (TN) @ Nomi on the Rock
11 luglio: Genova @ Villa Bombrini
12 luglio: Jaen (Spagna) @ Imaginafunk Festival
18 luglio: Massarella (FI) @ Reality Bites
22 luglio: Roma @ Villa Ada
23 luglio: Padova @ Radar Festival
25 luglio: San Benedetto del Tronto (AP)25 @ Maremoto Festival
26 luglio: Treviso @ Suoni di Marca
27 luglio: Varese @ Giardini Estensi
02 agosto: Locorotondo (BA) – “Indagine sul cinema del brivido” @ LocusFestival
03 agosto: Messina @ Mirtorock

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The Anthony’s Vinyls – Like a Fish

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Sono abbastanza spensierati gli Anthony’s Vinyls che con il loro mix di Funky Indie Rock spaziano tra ritmo sfrenato, squarci di Surf Rock che fa molto California’s mood, giri di basso sempre presenti, fino ad arrivare ad una voce complementare ma non per questo fondamentale. Ci siamo capiti? Spero di si. Si inizia con “Chromatic Games” dove troviamo basso e batteria a dirigere un botta e risposta tra due chitarre: una detta il ritmo e l’altra la segue a ruota libera, a volte si scambiano i ruoli e a volte lasciano chorus e delay a casa per diventare più distorte e accattivanti. Stesso discorso per “My Sister Shouts”, quest’ultima con l’aggiunta di giochi di pan a rendere ancora più vivo il tutto (e in cui i fucking non mancano nelle parole di Massimiliano Mattia), come anche per “Just Can’t Get Enough” dove i giovani romani ci invitano a ballare come non ci fosse un domani. Più lente, Rock e che lasciano maggiormente spazio alla voce sono invece “Running Man” (primo singolo estratto), “My Body”, e “Like a Fish”. Si ritorna alla cassa dritta e alla voglia di ballare con “Poppy” per poi arrivare a “Radio Obsession”  quest’ultima a mio dire la traccia più riuscita del disco e quella più movimentata e radiofonica. Si chiude con “The Train of Their Life” (con tanto di traccia nascosta) dove finalmente la batteria prende possesso del pezzo lasciandosi sfogare tra rullate e cattiveria mentre la voce rimane libera con tanto di cori. Molto Rock’n’Roll insomma.

Ecco che dopo il primo EP 5 Points & 70 Euros del 2011, l’album A Different Water del 2012, gli Anthony’s Vinyls ritornano con un disco genuino coerente dall’inizio alla fine, che mette in risalto il suono sicuramente non nuovo ma comunque caratteristico di questa band. Un suono tra Daft Punk e Arctic Monkeys ottimo da ascoltare live quando si ha voglia di muoversi a ritmo sfrenato ed allegria.

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Le Chiavi del Faro – La Furia degli Elementi

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La Furia degli Elementi: il titolo di questo primo lavoro degli umbri Le Chiavi del Faro è azzeccatissimo. Partiamo subito con il dire che in questo disco c’è veramente tanta (troppa?) roba. I tre definiscono la loro musica Free Funk, ma diciamo che l’accento va messo, senza dubbio, sulla parola free. Il disco infatti miscela di tutto, dall’elettronica giocattolo, fuori posto, di “1-2 (IN)” (che prosegue nelle successive “3 (CON)”, “4-5 (SCIA)” e “6 (MENTE)” – scelta che mi sento di non condividere, sembra un EP piazzato forzatamente dentro ad un disco che è tutt’altro), al sax in salsa progressive di “Tentativo Numero Uno”, al “Post-Funk” con cui aprono le danze, nei sette minuti e rotti di “Tormentati alla Ricerca dell’Obbiettivo Comune”.

A Le Chiavi del Faro va dato atto di non risparmiarsi su nulla, e di seguire le loro inclinazioni con una libertà rara, che permette loro di arrivare veramente ovunque. Il rischio (che qua è certezza) è di creare un prodotto magmatico, “furioso”, per l’appunto, dove si fa fatica a trovare capo e coda, le tracce, almeno, di un discorso, di un percorso. Musicalmente il trio gira, sa inventare e re-inventare, suona anarchico e spaziale, con attimi di quasi Post-Rock atmosferico (“Cambiamento”) da un lato e groove virtuosistici dall’altro (“Le Macchine Straordinarie”, “La Morte del Fuoco”). Manca una direzione, ma può essere una scelta, e se di scelta si tratta, è solo (!) questione di arrivare alle orecchie (e alle teste) giuste. Discorso a parte per il cantato, che sembra sempre un po’ fuori luogo, messo lì a caso, con linee melodiche che sanno di vecchio, tra accenti dislocati, un suono troppo neutro sopra la follia strumentale, e testi che non riescono proprio ad arrivare. Forse ci voleva più coraggio (poco, pochissimo in più di quello che già c’è – ed è tanto!): fare un album strumentale di musica infuocata, tempestosa, devastante, senza parole ad interrompere questo flusso inconscio, questa esigenza psicofisica, come la chiamano loro, dove comunque appare chiara e lampante la necessità, l’ansia, l’urgenza di fare, di creare. Un po’ di controllo in più, qualche ingenuità in meno e il disco avrebbe acquistato spessore e importanza. Così sembra un’eruzione vulcanica caotica, un maelstrom senza direzione. La capacità c’è, si può fare di meglio, senza la necessità di voler stupire a tutti i costi. Aspettiamo il seguito.

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Calibro 35 – Traditori di Tutti

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Quattro musicisti nella stessa stanza; chitarre fuzz, organi distorti, bassi ipnotici e funky grooves riempiono l’atmosfera. Luca Cavina, chitarra e basso, Enrico Gabrielli, organi e fiati, Massimo Martellotta, chitarra elettrica e lapsteel, e Fabio Rondanini, batteria e percussioni, formano i Calibro 35, gruppo italiano (milanese) il cui progetto prende vita sotto i loro stessi occhi. Un progetto che segna la loro carriera e il loro modo di fare musica, soprattutto musica per le immagini. Quindi colonne sonore dedicate ai polizieschi e action thriller con cover e brani originali che sottolineano l’intenzione e la capacità del gruppo di ricreare atmosfere e mondi che talvolta nei film si danno per scontato ma che alcune volte fanno il film stesso. Dunque i Calibro 35 iniziano la loro carriera dove molti gruppi italiani non riescono nemmeno ad arrivare e cioè all’estero: Lussemburgo, Belgio, Stati Uniti. Registrano Eurocrime, documentario americano sui polizieschi italiani, il loro primo album Ritornano Quelli Di…, l’intera colonna sonora del film Said e alcuni brani per i film Gli Angeli del Male, La Banda del Brasiliano e Romanzo Criminale. Nel 2010 esce Rare, raccolta di musiche da film, b-side, versioni alternative e inediti dell’archivio della band e nel 2010 è la volta dell’album Ogni Riferimento a Persone Esistenti o a Fatti Accaduti è Puramente Casuale, contenente dieci brani inediti e due cover, e l’ep Dalla Bovisa a Brooklyn che si muove come sempre tra cover, originali e una storia a fumetti del gruppo.

Finalmente il 2013 porta Traditori di Tutti, uscito in Italia il 21 Ottobre e da Novembre anche in Giappone. L’album è formato da dodici tracce che vivono e riecheggiano le atmosfere poliziesche e filmiche quasi soprattutto degli anni settanta. A primo acchito si potrebbe pensare che sia musica troppo settoriale ed in effetti si percepisce una certa malinconia di quegli anni, il che però non guasta dato che quello fu uno dei periodi più prolifici per la storia della musica mondiale. Ed infatti leggendo qualche loro intervista quella degli anni settanta non viene percepita come una fissazione assoluta ma come un momento da cui partire, come un esempio da tenere ben a mente per poi fare qualcosa di proprio ed in qualche modo originale. Appena si clicca play il “Prologue” ci trasporta in una sorta di atmosfera west abbandonata subito in “Giulia Mon Amour” nella quale si concretizza la loro tecnica spiccata che a quanto dicono è frutto solo della conoscenza dei loro strumenti, dell’atmosfera e dell’improvvisazione che è il punto focale. Ma il pilastro di tutto il lavoro è certamente Traditori di Tutti di Giorgio Scerbanenco, romanzo del 1966 che racconta le indagini che stanno dietro all’annegamento di Silvano e Giovanna. Giovanna è una giovane donna costretta a sposare un uomo che non ama e a ritrovare la sua perduta verginità grazie a un delicato intervento. La sua fine però non avviene con il matrimonio-farsa ma con una crivellata di proiettili e l’annegamento nel Naviglio.

Una Milano e un’Italia violenta e crudele che traspare come uno specchio negli inseguimenti Funky tra gli strumenti (“You, Filthy Bastards!”), nella tensione Rock delle percussioni (“Stainless Steel”), nel fitto vintage delle tastiere (“Vendetta”) e nella psichedelia più spiccata (“Mescaline 6”, “AnnoyingRepetitions”).

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KuTso – Decadendo (Su un materasso sporco)

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La vita moderna ti stressa? Non hai prospettive lavorative? Peggio di così non poteva andare? Allora stai Decadendo (Su un materasso sporco) come i KuTso, che però al posto di piangersi addosso ci ridono su e riescono a far spuntare il sole in faccia persino a un depresso in una giornata uggiosa. Fanno un rock ironico, ma se per caso sentendo queste due parole vi sono venuti in mente gli Skiantos vi sbaglite di grosso, perché quello è rock demenzialementre i KuTso sono appunto: ironici. Il loro primo full-lenght è un mix di testi sarcastici che enfatizzano la verità, musica travolgente che non ti fa stare fermo, e travestimenti assurdi con cui si prendono in giro da soli. Un po’ come i Gogol Bordello per intenderci.

Il disco inizia con “Alé”, pezzo che ironizza sulla vecchiaia. Esce invece finalmente il sound sarcastico della band con la successiva e fantastica “Siamo Tutti Buoni”, dalle geniali e reali parole: sento nell’aria odore di morte, vi sputo addosso e strillo più forte, vagheggiate un mondo migliore ma state bene nel vostro squallore. Successivamente il tema cambia completamente e ci ritroviamo nelle orecchie una canzone d’amore in chiave ska, volutamente sdolcinata, ma mai noiosa. “Lo Sanno Tutti” (che faccio schifo aggiungerei io) è una dichiarazione di egocentrismo nuda e cruda che si conclude con un: salve sono dio. La quinta traccia“Questa società” è il rockeggiante singolo dell’album e dal divertente videoclip dove troviamo i quattro musicisti scellerati travestiti da animali all’interno di un fienile. Il testo dice tutto e il contrario di tutto, perché infondo oggi tutto è relativo vero? Il discorso continua con “Via dal mondo”, dove esce prepotente la rabbia verso i dirigenti che hanno giocato e demolito questo stato, continuando nonostante tutto a prendersi gioco della gente. Qui non c’è ironia ma solida verità spiattellata in faccia e condita da un contorno musicale rock ed intramezzi ska. Tra funk e rock è invece la divertente “Eviterò La Terza Età” in cui ribadiscono la loro amara visione per la società futura: i KuTso non intendono arrivare affannati, rincoglioniti e decrepiti all’interno di una casa anziani, ma preferiscono sentirsi vivi oggi ed illudersi di non stare morendo e marcendo. Quest’ultimo è un concetto molto caro alla band che infatti lo ribadisce anche nelle successive “Stai morendo” e “Precipiti più giù”. Conclude il disco una riedizione della loro precedente e più famosa traccia “Aiutatemi”, una rielaborazione che coinvolge anche Fabrizio Moro, Pierluigi Ferrantini (Velvet), Pier Cortese e Adriano Bono (ex Radici nel Cemento).

Ho solo parole buone parole per questa band, talmente troppe da sembrare mielosa, ma mi sono fatta grosse risate ascoltando questo disco, e credo ve le farete anche voi. Intanto vi lascio al loro video in modo che vi possiate fare fin da subito un’idea di ciò che vi aspetta.

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Mama Suya – Mamasuya BOPS

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Enciclopedici, virtuosi, poliedrici. I Mama Suya, in dieci tracce in bilico tra blues, funk e qualche apertura rockettara e lounge, sanno intrattenere e divertire, ma niente di più. Musicisti raffinati, costruiscono sentieri retrò che pescano da un po’ tutta la storia della musica moderna, ritagliandosi uno spazio che però è limitato all’ascolto diffuso, da elevator music, da albergo. Per carità, i maniaci della musica ben scritta e ben suonata troveranno in questo disco tutto ciò che vogliono: assoli incendiari e pacati, groove intensi e liquidi, atmosfere brillanti e rilassate. Difficile però che vi lasci qualcosa di più dell’istinto di applaudire festosi alla bravura dei tre Mama Suya (ma le tastiere chi le ha suonate?). Mia opinione finale: un incanto per le orecchie che rimane alquanto superficiale (e d’altronde, nemmeno loro nascondono di volersi, prima di tutto, divertire: “L’idea di base è: ‘suoniamo la musica che ci piace’.”). Ascoltateli qui e fateci sapere che ne pensate.

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Bluesaddiruse – Bluesaddiruse BOPS

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Si chiamano Bluesaddiruse, vengono da Napoli e da quella tradizione partenopea che è il Neapolitan power, quel movimento che negli anni ’70 del secolo scorso portava nuova linfa e un sapore internazionale al meglio che la canzone napoletana avesse saputo dare. Fanno un hard rock con influenze funk e blues (tastiere e armoniche come se piovesse), molto uptempo, con qualche incursione in territori diversi (“Senza Feeling), fiati che spuntano qua e là e una voce roca e interessante (un timbro alla Giobbe Covatta): canzoni che ci ricordano che il napoletano è un’ottima lingua per il rock’n’roll, così simile (come accenti e possibilità metriche) al più ovvio inglese. Il disco è prodotto bene e suona compatto e divertente. Niente di nuovo sotto il sole (anzi, sembra di aver viaggiato con una macchina del tempo fino almeno agli anni ’80), ma come si fa a dire di no a del rock in napoletano suonato bene? Nota di demerito invece per quanto riguarda il modo in cui si propongono: la copertina più trash di tutti i tempi e il disco inviato in .wav (peso totale verso il giga…)

https://www.youtube.com/watch?v=g7DIyo7WIx4

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Lorian – Demo BOPS (recensioni tutte d’un fiato)

Written by Novità

Vito Solfrizzo, voce e basso, Cristian Fanizzi, chitarra, Alessandro Spenga, batteria, e Domenico Lippolis, piano, hammond e synth, formano i Lorian, giovane gruppo barese, che dall’inizio del 2012 propongono, assieme ai loro brani originali, anche i grandi successi del passato (Pink Floyd, The Police, U2, Jimi Hendrix, Led Zeppelin, Santana). Una demo, la loro, formata da tre brani: U.R.A. (Utopia Realmente Astratta), L’Ombra del Sole e Gladio, dove il rock, di stampo assolutamente classico, è il genere predominante, con tinte di progressive e qualche puntino di funk. Buoni i soli di chitarra, gli arrangiamenti e l’uso dei cori. La parte vocale, invece, rimane sempre un po’ standardizzata e uguale a se stessa, quando potrebbe andare oltre le proprie capacità, sperimentare nuovi colori e modi di esprimersi. La strada è ancora lunga, ma i migliori amici per i giovani musicisti sono il tempo, la sperimentazione, totale, perché no anche sfrenata e lo studio, il resto è solo fortuna.

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