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“Diamanti Vintage” Shellac – At Action Park

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Non sazio di aver dilapidato e destrutturato tutto quello che vagava nel rock senza guinzagli nell’America fine 80 e inizio 90, con due delle band al vetriolo che più rappresentavano il disagio delle moltitudini urbane ovvero Rapemen e Big Black, Steve Albini – dopo una pausa per motivi ideologici – riprende in mano la situazione, ed insieme ad altri due gran “casinari”, Bob Wetson e Todd Trainer fonda gli Shellac, una delle formazioni USA dove  atmosfere brutali, storte e squadrate erano la normalità.
Siamo in pieno Post-Core, Slo-core, rimasugli di Math-Rock e alle spalle il ringhio in lontananza dell’Hardcore, e da questo immenso guazzabuglio distorto e malato viene partorito “At Action Park”, il disco in cui tutto il sistema fradicio delle nuove stilizzazioni viene inglobato e masticato senza remore, un disco (dieci tracce) in cui scorre veleno, controtempi, una geometria angolare da far paura – tanto precisa –  noise lancinante e zigrinato e una costante riproposizione di temi sociali infastiditi dalla insofferenza dei poteri di allora; quello che ne viene fuori all’ascolto è alienazione sonora che si fa portavoce di un sound a matrice industriale, urla, ossessioni e oppressione sono il filo elettrico portante di questa tracklist a maglio, una estremizzazione di pedaliere e feedback che per tutta l’esecuzione di questo lavoro vengono registrate dal vivo, per dare quella sofferenza in più a chi porge l’orecchio.

Molti definirono il disco una enorme bocca dentata dove dentro ci andava di tutto senza cognizione di causa, ma il successo ottenuto invece lo consacrò tra le produzioni alternative più “slegate” dell’intero panorama americano, e loro, questi scalmanati dalla personalità delirante vinsero la capacità di gridare senza vergogna tutta la brutalità e disumanità che la macchina yankee produceva sulla pelle di chiunque;  accordi di chitarra asfissianti, volutivi, basso bastonante e voce ossessa, sullo sfondo i fumi neri di Fugazi, Jesus Lizard, Pere Ubu, e tutto l’ascolto procede come in un campo minato, le seghettate note che “Pull The Cup” e “My Black Ass” vanno a tranciare i coni stereo, la magnifica visione drogata di “Song of Minerals” o il tribale busso che “Crow” tramuta in una danza  industriale/ipnotica, o il recupero nostalgico delle nervature sclerotizzate del punk che in “Dog And Pony Show” si spaccano in mille rivoli di sangue rappreso; poi con la finale ed impenetrabile jungla orientalizzante e schizofrenica che abita“Il P***o Star”, il disco esplode in un presagio, quello della certezza di un imminente capolavoro di irrefrenabile maledizione.

Atroce e mai addomesticato, agitare con cautela.

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Sadside Project – Winter Whales War EP

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Sadside Project sono un duo romano Garage Bluesgeneratosi nel 2009. La loro gavetta parte quando vincono il Rock Contest in Toscana e firmano il loro primo contratto e giunge fino i nostri giorni passando, come gruppo spalla, per le dieci date italiane del tour di Joe Lally dei Fugazi. Quest’anno presentano il loro nuovo lavoro Winter Whales War dove ci raccontano le loro vicende musicali psichedeliche eccitate dai racconti e dalle storie dello scrittore e marinaio Herman Melville. La copertina la dice lunga. L’album è un insieme di ballate da uomo di mare con il boccale stracolmo di birra e arriva fino alle più dure e inquieti canzoni strettamente Garage. Il viaggio inizia con “Same Old Story” un brano immediato, diretto, energetico. Il giusto tempo per rompere il silenzio che intercorre tra te e l’istante in cui pigi play. Segue “My Favorite Color”splendida ballata dove voce e mandolino evocano un ritornello che si lascerebbe tranquillamente cantare da un pubblico in preda ai fumi dell’alcool. Il disco prende bene e continua con “1959 (The Last Prom)”ballata romantica anni ’50 tutta “cuore a cuore” che lascia spazio alla più altisonante e melanconica “This is Halloween”.Carica, carica, carica è questo che mi trasmette quest’album! E arrivano le più rockeggianti; la cassa dritta di“Edward Teach Better Know as Blackbeard” e  la spartana “Nothing to Lose Blues”.

Proseguono la più psichedelica “Hold Fast” che ci accompagna al pezzo portante dell’album, “Molly”, brano duro e puro che cerca di riportarci sulla terraferma per ricordarci da dove veniamo ma poi ci lascia proseguire con una cover dei mitici Beach Boys, “Sloop John B”. Chiude l’album il pezzo omonimo “Winter Whales War” che con i suoi arpeggi ci molla a casa perché il viaggio si è concluso. Questo è uno di quegli album che si ascoltano tutto d’un fiato, senza pause, in una perfetta onda da solcare in compagnia di quei farabutti dei vostri amici.

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