Freaksville Music Tag Archive

Alex Gavaghan – Binman of Love

Written by Recensioni

L’ex chitarrista della band Garage/Blues cult dei The Cubical, si cimenta nel suo primo lavoro solista con queste dodici tracce di cantautorato old style realizzate con la collaborazione di Keith Thompson. Brani intensi e melodici, minimali nell’arrangiamento ma non per questo meno capaci di evocare l’immediata ricerca di godimento del Pop come ovviamente scavare nella parte più emozionale della percezione sonora.

Lo stile, per quanto abbia la capacità non risultare anacronistico, pesca a piene mani nel Rock statunitense anni 50 e 60, nonostante le origini dell’artista siano nel Regno Unito ed egli operi a Liverpool. Si passa agevolmente dal movimentato Rock’n Roll ad un più consono Pop solo vagamente sporcato dall’attitudine Rock del britannico. Altri elementi caratterizzanti questo Binman of Love sono da ricercarsi nel Doo-Wop, con le dovute cautele del caso, nel Pop barocco appena accennato nei momenti più aggraziati, ovviamente nella tradizione Folk e Country. Una certa tendenza al Lo Fi talvolta regala briciole di Psych Pop, così come l’immediatezza e la leggerezza di taluni pezzi finiscono per scivolare nel Teen Pop e nel Bubblegum. Un disco che quindi, non solo riesce a suonare come un gradevole ascolto senza troppo impegno, ma che pare quasi un moderno compendio di tutta una tradizione yankee di cui la riscoperta pare essere dietro l’angolo.

Read More

Double Françoise – Les French Chanteuses

Written by Recensioni

Tra circa tre giorni sarò a Parigi, anzi, quando leggerete questo pezzo probabilmente starò già sbronzandomi ai piedi di Montmartre a suon di pastis sognando epoche mai vissute e contornandomi di tutta una miriade di luoghi comuni dai quali non può mancare quello della Chanson. Magari ascolterò ai piedi della Torre Eiffel il lavoro targato Double Françoise e lo troverò delizioso. Quando leggerete questo pezzo probabilmente sarò già tornato nella triste realtà della provincia (magari?!) italiana e allora la lettura critica di questo nuovo ep del duo francese sarà inevitabilmente infarcita di laconica malinconia, di quelle che affliggono l’uomo moderno malato del “si fatica 355 giorni l’anno per viverne 10”.

La realtà è che mentre scrivo sono ancora qui, in un cazzo di buco di paese nel culo del mondo, dimenticato da Dio, chiuso in quattro pareti che paiono la morettiana stanza del figlio, aspettando davanti al pc, con le cuffie in testa, che giunga l’ora di rituffarmi nel fantastico mondo del produci, consuma, crepa. E intanto ascolto Les French Chanteuses dei Double Françoise sfanculando le fantasticherie ansiose e concentrandomi su quello che ascolto. Maxence e Lisa. Il primo, produttore e compositore, multistrumentista e appassionato di “aggeggi” vintage. La seconda paroliere e cantante, appassionata di suoni, termini e scrittura. Sono loro a confezionare questi cinque brani (quattro in francese e uno in inglese) di canzoni Pop fatte in casa con amore e infarcite di Funk e Bossa Nova che sembrano tirate fuori da una pellicola anni 70. Nonostante la brevità del disco che supera appena i sedici minuti e ne limita la varietà stilistica, inevitabili sono gli accostamenti al grande Serge Gainsbourg ma qui il suono sembra piuttosto inzeppato di cliché senza una reale ricerca sonora che abbia una parvenza di originalità. Le melodie neanche appaiono troppo accattivanti limitandosi a seguire uno schema predefinito che non ha la capacità di elevarsi oltre la mediocrità e che non è affatto aiutato nel suo intento dalle due voci, tutt’altro che fuori dal comune e dalla timbrica poco accattivante. È il nome stesso a suggerire un paragone con più note Françoise e tra queste certamente da ricordare Françoise Hardy ma il raffronto ispirato non fa altro che aumentare il rimpianto per il passato glorioso della Chanson e del French Pop di qualche decennio fa. Spengo tutto e torno ad innamorarmi sulle bionde note di “Ton Meilleur” e la ebbra follia di “Initials B.B.”; di Serge e Françoise ce ne sono solo due. Non si accettano duplicati scadenti.

Read More

Jean Jacques Perrey et David Chazam – Ela

Written by Recensioni

L’inizio di questa folle collaborazione tra il musicista francese David Chazam e il maestro dell’Elettronica Jean Jacques Perrey si ha intorno al 1996 quando, alle iniziali pubblicazioni, seguirono le prime considerazioni che marchiavano le loro note come musica incredibilmente strana. Solo l’ascolto potrà spiegarvi il perché e questa nuova opera, Ela, non è da meno in tal senso. Il punto più alto della loro carriera comune arriverà nel 2002, con il leggendario Eclektronics che, per certi versi, sembra autodefinire alla perfezione il genere di musica realizzato dai due. L’opera mette i transalpini al centro dell’attenzione di tutta la scena mondiale e non tardi arriveranno gli apprezzamenti più importanti da parte di artisti di portata internazionale. A distanza di anni dalla loro creazione in studio, Jean Jacques Perrey et David Chazam mettono insieme materiale live, inediti e quant’altro, in questo Ela per chiudere il cerchio e avere la possibilità di riaprirne uno nuovo, sia per quanto riguarda le esibizioni dal vivo che in merito al lavoro in studio. Un’opera a dir poco necessaria per tutti coloro che nell’Elettronica cercano la vera follia freak, uno spirito da bambini che in età adulta tendiamo a soffocare, piuttosto che la rabbia o il divertimento delle piste da ballo o l’inquietudine di suoni sommessi. Altre parole non servirebbero  che a  farvi perdere altro tempo.

Read More

Showstar – Showstar

Written by Recensioni

Il quarto album omonimo (che ipotizzo possa essere presto rinominato Sorry no Image Available, causa copertina, come accaduto per il self titled dei Kyuss) traccia il vero punto di non ritorno per la band belga, ormai attiva dal 1996 e che mai è riuscita davvero a persuadere il pubblico, a partire dall’esordio We Are Ready del 2003. Un transito tanto importante per Chris Danthinne (voce e chitarra), David Diederen (chitarre), Antoni Severino (basso e voci) e Didier Dauvrin (batteria) quanto in linea con le produzioni precedenti e che continua a perseguire la strada disegnata dal Jangle Pop degli Smiths seppure con un’attitudine Indie moderna e fresca, in contrapposizione alle liriche talvolta crude, disincantate e non troppo raggianti (“lavora, lavora, lavora fino alla morte”). In tal senso, non si potrà certo confutare una discreta crescita compositiva nell’ultimo lavoro targato Showstar, una maturità che ha reso le dodici tracce vagamente encomiabili e credibili pur se gonfie di innumerevoli similitudini e rimandi.

Shoegaze il più pulito possibile, veloce e danzereccio (“Adults”, “Casual”) si miscela al già citato Jangle Pop di morriseyana memoria (“Nightbird”), di tanto in tanto squarciato da falsetti che vanno dai Beach Boys ai più vicini Everything Everything (“Casual”). Chitarre taglienti scuola Parts & Labor (“Mistakes on Fire”, “Rumbling”), ritmiche cadenzate (“Rumblings”) e un sound che, inevitabilmente, tanto deve ai mitici Stone Roses (“Mistakes on Fire”, “Rumblings”, “The Trouble Is”, “Full Time Hobby”, “(I Wish I Was) Awake”) al quale si aggiungono brani dalle melodie più dirette e insistenti (“The Liar”) e altri lampi più intimi (“Follow me Follow”) che sanno trasformarsi in vere bombe soniche (“Happy Endings”).

Non aggiunge molto al suono degli Showstar la voce di Angela Won-Yin Mak che si affianca a Chris Dantinne in “Smile. No”. Showstar è disco della maturità, lo era fin dalle premesse ed in parte lo conferma l’ascolto, eppure non può essere considerato un vertice dentro una discografia tanto piatta. A tratti banale, ripetitivo, ridondante, anche troppo gelatinoso nella sostanza, è l’ennesimo buco nell’acqua di una band alla quale non è il caso di chiedere di più.

Read More

Web Hosting