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Cowards – Rise To Infamy

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Se la violenza, la distruzione, il chaos e la depressione più profonda avessero un suono unico, non mi verrebbe in mente niente di meglio che quello che sto ascoltando in questo momento. I Cowards sono una band parigina (e chi l’avrebbe mai detto?) che sprigiona un urlo nevrotico di circa quaranta minuti in questo nuovissimo Rise To Infamy: Hardcore tiratissimo, Doom granitico e un pizzico di Black Metal a dare quel tocco di “colore” nero pece, che in questo vortice infernale non poteva mancare. Sputi e schizzi di sangue sembrano volare in giro già all’inizio con l’intro insistito di “Shame Along Shame”. Trenta secondi di ottave di chitarre e poi il delirio, l’anarchia nella voce di J.H., growl e grida forsennate, quasi come se il ragazzo stesse per essere soffocato da un momento all’altro. Cambi di tempo, riff metallusi e stacchi secchi che rendono l’agonia interminabile nei sei minuti di puro delirio. Questo è solo l’inizio. Le note sembrano buttate li a caso, ma gli incastri distortissimi di chitarra di “Never to Shine” danno un senso al chaos apparentemente insensato e molesto. I Cowards non lasciano uno spiraglio che sia uno alla melodia, mai piegati al vile bel canto, solo ritmiche droppate in tonalità incredibilmente basse e una botta che però non rende mai e poi mai commestibile il prodotto ad un palato forse troppo delicato come il mio. Ma sfido chiunque non sia un minimo abituato a queste brutalità a sopportare un ascolto così tutto di un fiato, senza prendere aria almeno ogni quattro/cinque minuti. L’anti-Pop domina, soprattutto in “Frustration (Is My Girl)” e “Anything But The Highroad”, velocissime e sotto i due minuti, quest’ultima pure ricca di feedback e di terrificanti voci di sottofondo. La linea del disco non cambia mai, sempre distorta ai limiti della decenza e contorta al punto di dar fastidio alle orecchie. Si ma contiamo pure che chi scrive pezzi con titoli come “Birth of The Sadistic Son” non ha di certo l’obiettivo di piacere a massaie e liceali. Questo rimane comunque un suono potente, ma difficile, ostile, bastardo al punto da farti contorcere le budella. Contro ogni forma di musica (come la concepiamo noi poppettari del cazzo) e contro ogni senso del pudore, un disco per e contro la frustrazione, un puro sfogo stilistico, un gesto di rabbia, ma anche la forza bruta della natura. Per questo non me la sento di valutarlo come ho sempre fatto fino ad oggi, per me questo album non ha un vero e proprio valore musicale. E’ però qualcosa di forte, che fa male. E anche solo questo penso gli possa rendere giustizia.

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Amaury Cambuzat – Amaury Cambuzat Plays Ulan Bator

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C’è tanto dietro una chitarra acustica, c’è il cuore e la passione, ci sono dita consumate, c’è soprattutto un uomo. Amaury Cambuzat imbraccia la chitarra e ripropone dei (vecchi) brani degli Ulan Bator (tra il 1997 e il 2010), ecco come prende vita (oltre la campagna crowdfunding) il disco Amaury Cambuzat Plays Ulan Bator. Conosco bene le produzioni di Amaury, le ho sempre considerate come capi saldi della sperimentazione, un musicista capace di trasformarsi sempre, anche in veste di produttore. La sua arte musicale è geniale, vertiginosa, non si ha mai la sensazione di ascoltare qualcosa di stantio. Amaury Cambuzat Plays Ulan Bator suona sorprendentemente bene nonostante la non “originalità” dei pezzi, il suo è un magico approccio alla composizione. Parlavamo prima della capacità di Cambuzat di trovare sempre nuovi stimoli artistici, basterebbe riascoltare i dischi degli Ulan Bator per rendersi conto delle variegate soluzioni proposte. Ma questa volta c’è qualcosa di veramente innovativo nella produzione dell’artista francese, qualcosa di insolito: la sessione acustica. Esatto, questa volta si appende la chitarra elettrica al chiodo, quella capace di buttarci dall’inferno al paradiso nello stesso attimo, questa volta si suona in acustico. Il disco parte con “La Joueuse de Tambour” (Ego:Echo), mi lascio conquistare dagli arpeggi, dalla chitarra multiforme, da una voce calda che trasmette tranquillità. Ho sempre adorato le rivisitazioni dei brani in chiave acustica, un feticcio che mi porto dietro da sempre. Accarezzo il cielo irrespirabile, mi alzo per camminare quando l’impazienza inizia a diventare insopportabile, “La Lumière Blanche” (Vegetale). Continuo a seguire sempre la stessa linea di emozioni, il binario è fisso davanti a me, non posso sbagliare, una stretta al cuore mi arriva con “Hiver” (Ego:Echo), per continuare incessante con “Terrosime Erotìque” (Nouvel Air). Perché essere artisti completi, come Amaury Cambuzat, comporta la responsabilità dello stato emozionale altrui, la possibilità di modificarlo, mi sento i nervi scoperti quando ascolto “Along the Borderline”(pezzo inedito). Ora potrei piangere ed urlare, potrei sentirmi vivo, potrei vivere di ricordi senza voglia di futuro. Amaury Cambuzat Plays Ulan Bator si attacca alla pelle, inizia a consumarla per poi entrare dentro, si fonde al cuore. Un disco quadrato nonostante tutte le regole delle banali canzonette vengano a mancare, il duemilaquindici inizia con forti emozioni (il disco è del 2014), armiamoci di grandi aspettative e lasciamoci conquistare da questo album. Io questo genere di lavori ho imparato a definirli grandiosi, perché quando la musica ti entra dentro non può che essere importante. Amaury Cambuzat entra dentro come pochi altri, la conferma di un grande artista. Vogliamo dargli tutta l’importanza che merita? La musica non può fare a meno di lui.

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Erotic Market – Blahblahrians

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Esordio carico per gli Erotic Market, duo d’oltralpe in cui convivono spensieratiil cantato Hip Hop di Marine Pellegrini e le sperimentazioni elettroniche di Lucas Garnier. Lei devota all’R’n’B, lui con vena Shoegaze: i presupposti per un pastiche dal dubbio esito ci sono tutti, e invece la miscela suona sorprendentemente inedita e ben dosata. Entrambi militanti in un precedente progetto, Marine e Lucas si rigenerano in questa two-piece band che grazie ad un sapiente uso di escamotage elettronici riesce a imporsi con la stessa energia di un collettivo. Blahblahrians veste male ogni tentativo di catalogarlo nel panorama musicale contemporaneo: arrangiamenti che evocano l’Hip Hop astratto e strumentale di Teebs, inclini a perdersi nei loop come certi Boards of Canada, ma il tutto è epurato da ogni componente melensa e sognante. Il collante è una energica vocazione alla sensualità esplicita da Dancehall, in un percorso tutto al femminile in cui il timbro di Marine connette la Dub di Santigold e l’Indietronica di Grimes. A fregiare questo esordio, un’immagine mutuata all’arte contemporanea campeggia sul front del booklet, tratta da una teladi “How the West Was Won”, l’apocalittico ciclo di Nicola Verlato. Comprendere quanto sia azzeccata la combo è più immediato di quanto possa sembrare. Il tratto plastico di Verlato e il sound di Blahblahrians hanno in comune non soltanto il detonante impatto iniziale ma anche la cura del dettaglio. Di questo aspetto del discoci si accorge solo dopo alcuni istanti, giusto il tempo di entrare in fase con i suoi ritmi capricciosi e ammiccanti. Pop-surreale è l’allure dei dipinti di Verlato, così come lo sono le atmosfere erotiche e nevrotiche di questo sound. “I Want to Be Some Booty”, singolo di debutto, è asciutto e ammaliante nel synth che conduce nel più estremo degli orienti del futuro. Il duo esplora con disinvoltura tutte le possibilità sonore del nuovo millennio. “Bitchy Muses”, distorsioni artificiali e una scarica marziale di percussioni che esplode in chiusura, risulta sofisticatatanto quanto frivola e spontanea.“Blah Blah” è piena e spasmodica, martellante e artificiale come Flying Lotus e simili avanguardie recenti figlie della digitalizzazione ma senza perdere di forma o risultare eccessivamente cerebrale. Anche gli interludi strumentali, diretti come “She-ass” o esotici e stranianti come “Clitacasm”, mantengono un tratto di fruibilità che lega tutto l’album.

L’erotica “Are You Cool” strizza l’occhio sinistro a mistiche nenie orientali e il destro ad ansiogeni motivetti da videogiochi anni 80. Ritmi spezzati si ricorrono tra sterzate imprevedibili e matasse di percussioni improprie e intossicanti. Nel marasma generato dall’elettronica che molto promette in quanto a innovazione ma molto meno sembra offrire alla resa dei conti, Blahblahrians percorre un tracciato che sembra condurre lontano dalla folla, ingegnoso ma senza mai apparire pretenzioso, puntuale nella ricerca del suono e al riparo dalla banalità ma restando accessibile e scanzonato. Gli Erotic Market sono tutto ciò che non vi sareste mai aspettati dall’Hip Hop. Ne’ tantomeno dalla Francia.

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