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Il Rumore Della tregua – La Guarigione EP

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I momenti di tregua sono per definizione delle sospensioni temporali di conflitti, dovuti spesso ad un accordo tra le parti, ed è forse questa la magia che questo quintetto milanese riesce a far emergere dal suo primo EP, un cessate il fuoco dal bombardamento a cui le nostre orecchie sono sottoposte quotidianamente. C’è chi pensa che le nuove proposte musicali siano poche; si sbaglia, il problema forse sta nel livello di qualità delle stesse, e una tregua è proprio quello ci vuole. La Guarigione, primo EP del Rumore Della Tregua, ci prova irrompendo in un questo scenario proponendo una pausa e un respiro profondo, che hanno la tipica patina di tempi passati, ma che non suonano per nulla vecchi. Malinconie classiche alla Nick Cave, tracce di un’America polverosa e Folk, un po’ di rumore da rockers d’altri tempi, e liriche cantautorali, questo è il mix che emerge dal lavoro dei cinque, che riescono a destreggiarsi abilmente e realizzare un EP di qualità.

Cinque brani in equilibrio tra suoni in minore e gusto moderno, in cui le atmosfere sono perlopiù cupe, difficile farsi strappare un sorriso, se non uno di quelli amari, ma non sempre la musica deve essere pura distrazione, a volte è denuncia, riflessione, condivisione. Un buon esempio di ciò è il primo brano “Haiku”, che seguendo la tradizione poetica giapponese XIX secolo da cui trae il nome, condensa in tre versi emozioni forti e viscerali. I testi possono a pieno titolo essere definiti i padroni di questo EP, niente leggerezze e rime spensierate ma parole che acquistano spessore e consistenza. Significati forti resi immediati dalle scelte poetiche della scrittura e supportati dalla musica. Racconti e storie dure che trovano la massima espressione in “Confessa il Peccato Harry”, dove per la prima e unica vota compare la parola guarigione. Una lirica che assomiglia ad un percorso di catarsi che non trova il suo completamente. Per guarire bisogna espiare le proprie colpe, ma non sempre il percorso è una strada dritta.

A volte come in “Revival” si preferisce lasciare il marcio fuori dalla porta. Ad una nostalgica come me è parso di poter rimettere su una vecchia cassetta dei Timoria, chiudere gli occhi lascarsi trasportare via. Colpe, disagi, espiazioni, amori sbagliati, mondi popolati da superbi, mediocri, cani, conigli e pornocrazia, decisamente non sono per tutti. Speriamo che la strada del Rumore Della Tregua continui, seguendo le scelte proposte in questo EP, una musica che non invecchia e non si lega ad esigenze espressive generazionali o a mode del momento, suoni pieni corposi e parole che lasciano il proprio sapore in bocca, insomma da gustare.

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Giorgieness – Noianess EP

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Noianess è l’Ep di debutto dei Giorgieness, trio di Morbegno (Sondrio) formato da Giorgia D’Eraclea (voce/chitarra), Samuele Franceschini (bassista) e Andrea De Poi (batterista). Tre ragazzi che vogliono uscire dal mucchio provando a mescolare testi taglienti accompagnati a del sano Rock italiano. Quattro brani veramente curati che mostrano l’impegno e la voglia di emergere a tutti i costi.

Nel complesso l’ascolto scivola fino alla fine del disco senza problemi, soprattutto per l’ilarità dei testi che contengono situazioni sentimentali tipiche dei nostri giorni: Incomprensioni (“c’era più anima sotto quel grasso / ora da lucida vedo tutto”, conversazioni telefoniche (“magari sta sera ti chiamo ho visto che mi è finito l’orgoglio / e se sei così gentile da prestarmene un pò”), farfalle nello stomaco (“con le farfalle che hai  messo sotto vetro / e nel tuo stomaco finiscono i tramonti”) e bisogno di spazi propri (“buona notte amore / dimmi che posso stare ancora nel tuo letto troppo grande per un po’ / e se ti manca l’aria e non puoi respirare / allenta le catene ma non le spezzare”). E sono proprio i testi la parte forte del disco uniti ad una potente voce piena, a tratti aggressiva, che però, per i miei gusti, fa troppo uso di compressori vocali che tendono a sterilizzarla. La melodia è ben studiata e in sé ha tutto ciò che serve ad una canzone per rapire il pubblico con un mood altalenante di riff aggressivi e melodie suggestive. Non a caso la produzione è stata affidata ad Andrea Maglia chitarrista solista che si affianca ai Tre Allegri Ragazzi Morti nei loro ultimi Tour. Un buon prodotto che suona Pop per intenderci.

I Giorgieness con questo Ep si buttano nella mischia del Pop Rock Italiano, terreno scivoloso e già carico di personalità. Per questo dovranno tirare spallate per farsi breccia nel mainstream nostrano, perché quest’album è a questo che punta!!!

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Rocco De Paola – Distinguere di Notte EP

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Rocco De Paola è un cantante-compositore della provincia di Salerno, la cui musica e il cui stile maturano negli anni grazie allo studio di tutti gli elementi musicali. Contemporaneamente ascolta i grandi da cui trae aspirazione: Stevie Wonder, Bob Dylan, Lucio Battisti, Paolo Conte e molti altri e come tutti inizia a suonare nei locali e in giro per la terra salernitana fino ad arrivare nel 2012 all’autoproduzione, assieme ad altri musicisti della provincia, del suo mini-album Distinguere di Notte.

L’Ep è formato da cinque brani in acustico, primo tra tutti l’unico in inglese “Don’t Remember”, dolce e di quel tipico sapore musicale che mi riconduce la memoria a James Taylor, per poi continuare col brano che da il titolo all’Ep “Distinguere di Notte” simile a un melodico Jazz caratterizzato dal bel suono del duo chitarra-tromba. Il lavoro continua con  “Il Mostro” che lo stesso Rocco De Paola definisce emblema di tutto e che in poche settimane ha ricevuto moltissime visualizzazioni e condivisioni. Si prosegue con il penultimo pezzo “Paura” che ripercorre nel testo quel tipico sentimento umano che si scorge durante la notte a causa del buio ma poi arriva la musica che fa star bene e con agilità mi metterò a ballare. Il mini album si chiude con “La buona Intenzione” nel complesso formata dagli stessi elementi degli altri brani: chitarra ritmica, melodia ondulante e testo in italiano. Un finale che non impreziosisce l’album e che non aggiunge niente ad un lavoro che comunque appare ben fatto e maturo soprattutto nella parte iniziale. Un primo Ep soddisfacente nella vocalità semplice ma comunque curata, nei testi che parlano di attualità, politica e amore, e nell’arrangiamento strumentale a tratti molto maturo soprattutto nelle ballate.

Oltre ai concerti in giro, il progetto principale di Rocco De Paola è la realizzazione del secondo album, questa volta elettrico…io lo aspetto, consigliando infine di sperimentare, certo, ma anche di centrare e sviluppare soprattutto i punti di forza, che sono parecchi.

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Kali – Darkroomsession EP

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Un progetto abbastanza diverso dal comune. Infatti i Kali, band piemontese che prende in prestito il nome di una divinità indiana, ci propongono un Ep-Video-Live Darkroomsession che serve non solo come anticipazione al loro album che uscirà nel 2013 ma anche per sottolineare il profondissimo amore per l’atmosfera live.

Tre brani, “Liberami”, “Smalto Rosso” e “Radioclima” accompagnati e arricchiti nei video dalle loro emozioni live. Esperienze che poi si trasformano in parole, emozioni, flashback per dar vita ai loro pezzi che come si sente da questa anticipazione nuotano nelle acque Rock- Pop, condite con un po’ di elettronica, o forse come loro stessi scrivono un rock viscerale unito a melodie Pop, che prende vita in una Darkroom, una stanza scura in cui ci si toglie la maschera, in cui non é permesso parlare. Una darkroom che ritroviamo in tutti e tre i video, una stanza poco illuminata da quattro riflettori in secondo piano, ma certamente ravvivata dallo strano Sapiens Sapiens con i capelli rossi, nonché la cantante Federica Folino, la cui voce non prevede nel gusto vie di mezzo e quindi può solo essere odiata o amata, accompagnata poi dalla chitarra di Fabio Pastore, dal basso di Luca Sasso e dalla batteria di Andrea Morsero.

Un lavoro nato quindi su questa formula un po’ live un po’ EP, non necessariamente rilegata  alla solita classificazione, ma forse quel un po’-un po’ è l’elemento che stona, perché l’idea del progetto è buona ma il contenuto dei video appare un po’ troppo scarno, dato che ci si aspetta un po’ più di “live” rispetto a quello che c’è. Sembrano tre video uguali tra loro se non fosse per i brani che li contraddistinguono. Brani che comunque hanno in sé un buon colore Rock e una buona registrazione. I Kali dopo questa presentazione e i live in giro per l’Italia hanno in programma di passare l’estate in studio per la messa a punto dell’album e per cucirsi addosso i vestiti come i buoni sarti, ma anticipano già che non ci saranno orli da rifare o bottoni penzolanti. Noi non possiamo far altro che augurarglielo e aspettare di sentire l’album definitivo.

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Christine Plays Viola – Leocadia EP

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Leocadia è il nuovo Ep noir dei Christine Plays Viola, band abruzzese che sta percorrendo le scene Darkwave dell’europa centrale. Dopo il grande successo di Innocent Awareness che li porta fuori dal contesto italiano, un po’ stretto per il loro genere, tornano a lavorare sul secondo album studio e ce ne danno un assaggio con questo Ep dalle tinte oscure: Leocadia. Ispirati dalla pittura del Goya che in un momento particolare della sua vita lavorò su una serie di “dipinti in nero”. “La Leocadia” raffigura una donna in abiti neri, forse da funerale, appoggiata di un fianco su un “cumulo” con lo sguardo perso nella tristezza assoluta che cerca di sfuggire allo spettatore. Ed è proprio in questa raffigurazione che si incastra questo Ep dalle tinte cupe e sonorità scomposte e sfuggenti.

Con la chitarra disturbata e le trame riverberate del synth, un basso secco e rapido, batteria martellante e voce tonda i Christine ripartono dai sound tipici degli anni ottanta, loro mentori i Bauhaus per la chitarra scomposta di Fabrizio Gianpietro, evidente in “Leocadia”, ma anche il synth tipico di quegli anni, prendiamo i Depeche Mode per intenderci.Per ricondurli all’ombra dei giorno nostri senza troppi compromessi. La profonda voce di Massimo Ciampani fa da trama componendo un’atmosfera nebbiosa, uno stacco glaciale sulla melodia come si sente in “Keep my Scorn Warm”. Mentre il basso di Desio Presutti e la batteria martellata di Daniele Palombizio in “Scattered In The Dust (Slay With Dismay)” fanno da cornice a questo quadro cupo, a questa Leocadia assorta a causa dei suoi perturbamenti.

Un lavoro curato, un concept macchiato di nero che ci trasporta sulla parte in ombra di noi stessi per lasciarci guardare da dentro le nostre paure, le nostre ansie, i nostri disagi, senza prevaricazioni esterne.

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Lazy Deazy – Shoreline EP

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Giovanissimi eppur non sembra. Non è un’offesa, chiariamo. Nati solo quattro anni fa a Belluno i Lazy Deazy riescono a formare una line up stabile solo due anni dopo e questo Ep, Shoreline è la prima opera che pubblicano dopo aver già inciso alcune registrazioni “casalinghe” che per ora non saranno più che un cazzeggio. Giovanissimi eppur non sembra, perché nonostante le pochissime cose messe sul piatto, hanno già un’etichetta che ha deciso di puntare su di loro, la Yaiag Records di Milano.

Il sound racchiuso dentro ognuno dei cinque pezzi di Shoreline ha la maturità di chi sembra capace di rendere perfettamente l’idea della musica che ama. Non mancano le più disparate influenze che toccano la scena indipendente Pop e Rock britannica, ma anche i lidi della Neo Psichedelia Indie eppure il suono che esce dalle corde di Federico Caruzzo, Luca Brombal, e Alex Pra, dalla batteria di Alberto Fregona, dalle tastiere di Riccardo De Vecchi e dalla voce degli stessi Alex, Luca e Riccardo ha tutto quello che serve, per poter essere quello dei Lazy Deazy e basta. Certo che partire da influenze cosi variegate significa partire in salita, visto il rischio paragone e la difficoltà del pubblico nostrano ad affezionarsi a compatrioti che cantino in lingua inglese, ma i mezzi ci sono tutti per scalare questa montagna.
Nonostante le mie belle parole devo ammettere che l’Ep contiene comunque un grosso errore, che spesso è ripetuto dagli esordienti. Manca di compattezza. È come se ognuno dei cinque pezzi contenesse una o più idee che potrebbero essere la base per produrre qualcosa di più grande e solido ma che insieme stentatamente hanno consistenza. È necessario che sia chiaro che dal primo all’ultimo pezzo, da “Breakout” a “Sometimes”, si stia ascoltando lo stesso gruppo. Non si deve riversare tutto nelle prime cose se non si vuole ritrovarsi a suonare senza idee dopo pochi anni di vita. Inoltre bisogna dare corpo alla musica. Brani come “Breakout” sono lo scheletro di qualcosa che ancora deve nascere e non un qualcosa di compiuto. La successiva “Sevilla” suona totalmente fuori luogo, nel suo essere scanzonata, in mezzo alle cupe “All Tomorrow’s Lies” o “Venice, Tonight” (che sembra richiamare le atmosfere beat, Pop e psych dei Beatles per miscelarle alla malinconia dei Girls e al ritmo dell’Indie britannico) e allo stesso modo appare quantomeno strana la presenza di “Sometimes”.  Come se i cinque brani presentassero un paio di spaccature nette, viste come un unico Ep, che per quanto ridotte di numero rischiano di essere cosi strutturali da far crollare l’eventuale costruzione futura di un full lenght.

Di difetti ce ne sono tanti eppure mi è piaciuto moltissimo come sono state inserite le chitarre e le voci dentro le semplici ritmiche di questo Ep. Un sound vintage e moderno al tempo stesso, come una meraviglia anni zero ma antichizzata per aumentarne il fascino. Se ce la faranno a dare una strada netta alla loro proposta, indirizzarla invece che scioglierla in un mare di note; se saranno capaci di darle corpo e se soprattutto la smetteranno di cambiare line up (ho appena letto che il vocalist ha preso un’altra strada, se avete notizie diverse dite pure) ogni cinque minuti, forse Lazy Deazy diventerà un nome che sentirete spesso.

Giovanissimi eppur non sembra. Invece sembra eccome e forse è meglio cosi.

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Keet’em Murt – Filosofia del Binario Morto

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Attivi dal 2008, hanno condiviso palchi con delle pietre miliari del Punk Rock. A cinque anni da Nero Disilluso ci presentano la loro ultima fatica musicale, Filosofia Del Binario Morto, un EP di sincero e rabbioso Punk Rock composto da sei tracce che volano e ti fanno venire voglia di ascoltarli ancora. I Keet’em Murt (chiaramente abbruzzesi), sono Ivano (chitarra e voce), Luca (chitarra e seconda voce), Dario (batteria), e l’ultima arrivata alle quattro corde Viviana. Questi quattro acidi, alcolici e ironici punk rocker, fotografano l’Italia odierna tra pusher, spensieratezza, rabbia, indifferenza, incertezza e no future.

Iniziano con “Essi Vivono”, una diretta descrizione dei potenti mascherati e subdoli che sembrano essere una specie senza possibilità di estinzione, se non con una rivoluzione. Non sò se i Keet’em Murt abbiano preso ispirazione dal film John Carpenter, però il fatto di aprire gli occhi e guardare il potere economico che risucchia la mente delle persone trasformandole in zombie ritorna spesso tra le loro parole, come in “Stretto”, una traccia dall’intro simile a “The Kids Arent Alright” degli Offspring.“Filosofia del Binario Morto”, singolo che da il titolo al lavoro, descrive attraverso la figura del tossico cittadino, la scelta di vivere al di fuori dagli schemi e dal perbenismo. Il tossico è colui che ha abbracciato la filosofia di vita dell’illegalità e delle finte gioie illusorie, è colui che se lo cerchi lo trovi al binario morto della stazione. Passiamo a “Mai Più”, brano dalle sembianze OI! che riguarda indietro a un tempo meno cupo, meno solitario, più facile e felice. “Romeo & Giulietta” è la favola in versione moderna e degradata, in cui i protagonisti sono un Romeo proveniente dai bassi fondi e una Giulietta ribelle. Si conclude con “Tutto Ciò Che sò”, una dichiarazione alcolica e marcia, immancabile in un Ep grezzo come questo.
Un disco per gli amanti del genere, un disco che nella sua tragicità appare spensierato, un disco veloce, un disco che nulla aggiunge alla scena ma rimane comunque sincero e fedele.

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Drive me Crazy – 2012 Ep

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Dopo una demo autoprodotta, tornano a far parlare di sé i Drive Me Crazy con 2012 – The Ep un disco breve, ma intenso. Sono solamente 4 le tracce di questo lavoro, ma la carica energetica che sprigionano compensa la brevità. La voce di Claudia Favalli ci incanta, mentre il resto della band detta egregiamente un sound Rock esplosivo alternato a momenti più soft da romantiche ballad.

“Drive me Crazy”, la canzone che porta lo stesso nome della band, veicola su note stridenti un testo dolce. La traccia è stata anche scelta come singolo iniziale, completo di videoclip ad opera della M&M Italia.
La seconda canzone, “One Out of a Million”,  è una vera e propria ballad dal gusto romantico ed ha un refrain che si imprime in mente con una facilità sorprendente. Un inno e uno stimolo a seguire  le proprie ispirazioni e le proprie passioni alla volta del successo.
“2012” esprime ad hoc quel che è il Rock n’ Rose della band: suoni a tratti forti e voci sussurrate in alternanza per prendere un po’ in giro con stile chi credeva nella ormai scongiurata fine del mondo predetta dai Maya.

2012 The Ep si chiude con un brano dalle chitarre stridenti e voci trascinate che ben rappresentano il mood del titolo: “Love is Paranoid”. Si sente tutta la passione e la disperazione di un amore a tinte paranoiche.
La voce della Favalli spacca. A tratti nei brani più soft compare il fantasma dei contrasti vocali di Anouk, mentre in altri momenti la grinta prorompente è quella di Beth Ditto dei The Gossip, pur mantenendo sempre una propria identità e peculiarità.
I Drive Me Crazy sono una band carica di energia e di verve che entra nel mercato musicale sfondando la porta e portando una ventata di novità nella nostra collezione di dischi.

Dal 23 maggio l’Ep è disponibile in download su iTunes e le principali piattaforme, nell’attesa del tour che vedrà i DMC esibirsi in diversi locali del Nord Italia.

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Gnac – Luna Park EP

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Gli Gnac sono un gruppo padovano, più precisamente un quartetto con una biografia stringatissima, anzi potremmo dire inesistente. Degli Gnac sappiamo i loro nomi e talvolta nemmeno i cognomi: Matteo, voce e chitarra, Mejo, batteria e percussioni, Marco Cristofori, tastiere e Fabio Gasparini, basso. Sulla pagina facebook del gruppo ci viene detto che Gnac è una figura onomatopeica (suono, rumore simile al cigolio o a qualcosa che stride), ma facendo una ricerca su Wikipedia si può scoprire che Gnac è anche lo pseudonimo usato dal cantautore  Mark Tranmer e che deriva anche dal racconto di Italo Calvino “Luna e Gnac”, quindi comunque un rumore carico di significato. Inoltre sappiamo che il gruppo italiano definisce la sua musica “da spiaggia per una città senza spiaggia”, che a giugno uscirà il loro primo ep e che su soundcloud si possono ascoltare i primi brani di Luna Park.

Cinque brani che anche se registrati non perfettamente, in produzione casalinga, inquadrano perfettamente il sound del gruppo con chitarra ritmica che apre tutti i branie testi veloci come in “Aria” che ricorda alla lontana Jovanotti, con le sue ripetizioni insistenti di parole o frasi del testo. “È Adesso” è il secondo brano, molto cantautorale, con una struttura che si ripete sempre uguale: testo e poi momento musicale, quasi d’improvvisazione. La voce appare secca, cruda nel suo parlato molto veloce anche e soprattutto nel terzo brano “Se Tutto Fosse Semplice”. “Pazienza è la Vita” racchiude in sé tutti gli elementi già citati prima, ma che mi ha fatto venire in mente i Modena City Ramblers  e non sapendo le effettive influenze del gruppo rimane comunque un paragone aleatorio. “Uomini” è l’ultimo brano che chiude l’ep un po’ nella stessa maniera in cui si apre.

Quindi un lavoro tutto italiano nella sua tradizione ritmica, un album nel quale però si sente la mancanza di un brano acustico solo chitarra voce e null’altro per raccontare la visione e i racconti che si intravedono sullo sfondo, e un disco che chi lo sa potrebbe essere già cambiato, ma per dirlo e per esprimere un vero giudizio aspettiamo il lavoro definitivo.

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North – Differences EP

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Inizia la primavera e a dispetto di una copertina fatta di cime innevate quello che ci voleva per caricarsi e prepararsi a uscire dal letargo di un inverno troppo lungo erano proprio canzoni come quelle contenute nell’Ep Differences dei marchigiani North. Pierfrancesco Carletti (voce, chitarre), Giuseppe Gaggiotti (chitarre), Andrea Monachesi (basso) e Gabriele Tomassetti (batteria) propongono sette pezzi, semplici, freschi ed estivi come una limonata a bordo piscina in pieno agosto. Passando tra richiami a Canadians e Weezer, attraverso tutto l’Indie delle tre decadi ormai trascorse, scelgono un suono pulitissimo ed elettrico, fatto di melodie orecchiabili, chitarre e ritmiche essenziali, classico cantato in inglese e uno stile immediato e senza troppi fronzoli o complicati artefici sonici. Nella loro elementarità sembra di intravedere la stessa ingenuità dei gruppi punk dell’esplosione flower italiana, quando la voglia di suonare e di farsi sentire era tanta e “fanculo se non siamo troppo fenomenali”. Proprio come loro i North fanno esattamente quello che sanno fare senza cimentarsi in esagerazioni inutili che potrebbero sfociare in ridicole manifestazioni di ingenua incapacità. La loro bravura sta proprio in questo. Da pochi elementi, senza strafare, tirano fuori pezzi sorprendenti e melodie sublimi, tanto che sarebbe inutile citare, distinguere o elevare sugli altri uno qualsiasi  dei sette pezzi che compongono la tracklist. Da “New Life” a “Free as You” passando per “A Song For Your Boyfriend” tutto si ripete senza sosta, tutto è uguale a se stesso e se la cosa non depone certo a favore dell’originalità, certamente non dispiacerà niente di questo Differences a chi và solo in cerca di belle canzoni Indie (chiamatele come vi pare), merce tanto banale quanto rara in questi tempi di magra.

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Kandma – Demur EP BOPS

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Rilasciato sotto licenza Creative Commons, l’EP d’esordio di questi ragazzi di Pavia – Demur – è una notevole relase sperimentale realizzata con cura dei dettagli e con un ottimo lavoro di mixing e mastering. Il loro è un mondo al confine tra elementi di disturbo analogici e pacate ambientazioni eteree capitanate da una voce lontana e ultra riverberata. Un rock sperimentale che ti fa viaggiare e provare angoscia misto pace ad intermittenza. I Kandma decidono di aprirci le porte della percezione con “Lambda”, un pezzo che ricorda la quiete del cielo dopo una tempesta. Una scelta azzeccatissima come prima traccia, che prosegue anche con le successive “Pushing” e “Ursa”, più calme ma comunque disturbanti. Chiude l’EP “Three Hours”, cover di Nick Drave, artista che sicuramente ha influenzato notevolmente la band e che più assomiglia alle loro sonorità.

Tutto l’EP segue la vena sperimentale di Nick Drave, aggiunge l’ennesima sensazione che ti provoca ascoltare gli Explosions in The Sky e infine crea la stessa malinconia prodotta dagli Anathema. I Kandma sono una di quelle band che vai a vedere live e ti fanno viaggiare tra immagini sfuocate, a fine concerto ne esci sconvolto ma con il loro disco in mano (non mi sorprende infatti che  al loro primo live siano riusciti a vendere la bellezza di 100 copie).

 

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Sadside Project – Winter Whales War EP

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Sadside Project sono un duo romano Garage Bluesgeneratosi nel 2009. La loro gavetta parte quando vincono il Rock Contest in Toscana e firmano il loro primo contratto e giunge fino i nostri giorni passando, come gruppo spalla, per le dieci date italiane del tour di Joe Lally dei Fugazi. Quest’anno presentano il loro nuovo lavoro Winter Whales War dove ci raccontano le loro vicende musicali psichedeliche eccitate dai racconti e dalle storie dello scrittore e marinaio Herman Melville. La copertina la dice lunga. L’album è un insieme di ballate da uomo di mare con il boccale stracolmo di birra e arriva fino alle più dure e inquieti canzoni strettamente Garage. Il viaggio inizia con “Same Old Story” un brano immediato, diretto, energetico. Il giusto tempo per rompere il silenzio che intercorre tra te e l’istante in cui pigi play. Segue “My Favorite Color”splendida ballata dove voce e mandolino evocano un ritornello che si lascerebbe tranquillamente cantare da un pubblico in preda ai fumi dell’alcool. Il disco prende bene e continua con “1959 (The Last Prom)”ballata romantica anni ’50 tutta “cuore a cuore” che lascia spazio alla più altisonante e melanconica “This is Halloween”.Carica, carica, carica è questo che mi trasmette quest’album! E arrivano le più rockeggianti; la cassa dritta di“Edward Teach Better Know as Blackbeard” e  la spartana “Nothing to Lose Blues”.

Proseguono la più psichedelica “Hold Fast” che ci accompagna al pezzo portante dell’album, “Molly”, brano duro e puro che cerca di riportarci sulla terraferma per ricordarci da dove veniamo ma poi ci lascia proseguire con una cover dei mitici Beach Boys, “Sloop John B”. Chiude l’album il pezzo omonimo “Winter Whales War” che con i suoi arpeggi ci molla a casa perché il viaggio si è concluso. Questo è uno di quegli album che si ascoltano tutto d’un fiato, senza pause, in una perfetta onda da solcare in compagnia di quei farabutti dei vostri amici.

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