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Meta.Lag – Juxtapositions

Written by Recensioni

Giuliano Fasoli si presenta con un disco che vuole essere “strutturalista”, che comunichi, quindi, essenzialmente attraverso la propria struttura, essa stessa mezzo espressivo. Juxtapositions è, infatti, una riflessione sullo stato stesso della musica (Rock, paradossalmente; vedremo perché) attraverso, appunto, la giustapposizione di tematiche costanti, che gradualmente riempiono il vuoto al centro della struttura. Il risultato sono queste sette tracce di Elettronica minimale e ambientale (ecco il perché del “paradossalmente”) dove drum machine  e synth morbidi si mischiano a voci eteree e droni leggeri, dove ritmiche spezzate si fondono con echi di chitarre lontane, in un pastiche artificioso e soffuso che ha momenti di convincente facilità (il riff infestante di “Kingdom”) e altri di approssimazione meno interessante (in generale le voci, o per esempio l’andamento più farraginoso di “Wormplace”).

Un disco insomma la cui messa in opera, seppure per nulla malvagia, non trascende. Un plauso invece per il concept che sottende il tutto: ogni brano infatti si lega ad un artista e a un tema, in un movimento ancorato al fulcro centrale che rappresenta il vuoto. I primi tre brani rappresentano “gioia”, “amore” e “vita” e sono legati alle figure di Elvis, dei Beatles (in particolare Lennon) e di Jimi Hendrix; poi, nel brano centrale, il movimento si ferma: siamo al centro dell’opera, “Dot”, il vuoto. Si prosegue discendendo, con simmetria: i temi si capovolgono e abbiamo, in ordine, “morte”, “odio” e “dolore”, rispettivamente Cobain, i Sex Pistols e Jeff Buckley. Devo dire che è un concept che sulla carta incuriosisce, salvo poi tendere a perdersi nei fatti, a rimanere ideale, distante dall’ascoltatore e forse anche dai brani stessi.

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Aa. Vv. – Tutto da rifare. Un Omaggio ai Fluxus

Written by Recensioni

“Quando non si può tornare indietro bisogna soltanto preoccuparsi del modo migliore per avanzare” scrive Coelho ne L’Alchimista.  Quale modo migliore di avanzare, aggiungo io, se non riscoprendo una perla (per alcuni sconosciuta) del Rock alternativo italiano anni 90? Il passato va studiato, capito e molto spesso omaggiato, soprattutto in questo nostro e tanto amato mondo della musica.  Con Tutto da rifare. Un Omaggio ai Fluxus la Mag Records in collaborazione con la V4V, produce un’opera decisamente interessante celebrando al meglio la storica band torinese. In attività dal 92 al 2001, il gruppo capitanato da Franz Gloria smuove le viscere dei giovani dell’epoca con quattro album in studio di assoluto valore, lavori che, senza dubbio, hanno lasciato un solco fondamentale all’interno della scena musicale alternativa nostrana ed un’eredità importante per le nuove generazioni.

I tanti applausi e l’ottimo riscontro critico non sono mai bastati ai Fluxus per ottenere un importante riconoscimento mediatico, sta di fatto che il talento non mancava (di certo non inferiori ai colleghi più fortunati e caparbi, per certi aspetti, dell’epoca) e che le loro sonorità Hardcore Punk, Noise hanno fatto storia nell’underground tricolore. Sono quattordici le tracce prese dai loro album (Vita in un Pacifico Nuovo Mondo del 1998, Non Esistere del 1996, Pura Lana Vergine del 1998 e Fluxus del 2002), interpretate da alcune delle migliori band del momento. Un lavoro di assoluta qualità grazie proprio ai gruppi che non si sono limitati a canticchiarne le canzoni, ma le hanno reinterpretate, arrangiate, modernizzate, rendendole proprie, senza intaccare il proprio stile e le proprie peculiarità, ma addirittura ostentandole.

Questo è certamente un pregio che rende onore e dà ancora  più valore al tributo ai Fluxus, in fondo una cover ha senso se fatta musicalmente propria, solo così può assumere il significato preposto e presentarsi come una celebrazione, altrimenti nulla la renderebbe differente da una canzone cantata al Karaoke cercando di imitare Elvis. Band più o meno note, dunque, si alternano per più di un’ora di musica vera unendo il vecchio al nuovo con rispetto e originalità. Senza citare tutti gli artisti segnaliamo la bella apertura dei Majakovich con “Giro di Vite”, la bellissima interpretazione dei Marnero con “Nessuno si Accorge di Niente”, “Questa Specie” eseguita dal gruppo milanese Nient’Altro che Macerie e la intensa “Talidomide” interpretata da Gli Altri, che celebrano al meglio la musica, i testi e la carriera dei Fluxus.

Tanto bravi questi gruppi, insomma, da creare un legame come meglio non si poteva, tra avanguardisti di un tempo e i “ragazzacci” di oggi.

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The Old School

Written by Interviste

Quattro baldi giovincelli che fanno un buon vecchio (e sano) Rock’n’Roll! Un po’ di Beatles, un po’ di Elvis e altri mattacchioni del genere”. Cosi si definiscono The Old School, una delle band di punta del panorama indipendente della Valle Peligna. Niccolò, Mario, Giovanni e Luca sono ormai una realtà affermata, nonostante la giovanissima età. Il loro segreto sta tutto nell’energia e nella metodica perfetta durante le esibizioni live, nella scelta di un genere oggi tornato tanto in voga grazie alle sue ritmiche travolgenti, nella tecnica sopra la media dei quattro ragazzi trattandosi di ventenni e nella scelta di puntare anche sulla composizione di pezzi originali, oltre che di cover. Scelta che lascia presagire la necessità espressiva e la voglia di andare oltre i tanti live in regione e magari fare breccia nel cuore di un pubblico più ampio.

Ciao ragazzi. Inutile chiedervi di presentarvi perché è praticamente impossibile non conoscervi. Iniziamo con un tema ancora caldo e che mi sta particolarmente a cuore. Il Contest Streetambula 2013 dello scorso 31 agosto. Siete saliti sul palco con una freddezza unica (anche troppa), esecuzione inappuntabile ma quinto posto su otto partecipanti. Che cosa è successo?
Dopo la serata abbiamo riascoltato accuratamente l’esibizione e siamo concordi nel ritenere che la nostra esecuzione sia stata perfetta… probabilmente troppo nel senso che il Rock’N’ Roll è un genere che richiede molta estemporaneità soprattutto dal vivo, l’emozione di partecipare ad un contest di così alto livello ci ha reso troppo esecutori e meno spensierati di altre esibizioni. In fondo siamo giovanissimi ed è tutta esperienza positiva. Questo può aver influito sul risultato seppure non riteniamo di essere stati inferiori agli altri gruppi arrivati prima di noi, bisogna considerare che per partecipare alla finale abbiamo superato in preselezioni gruppi validi.

Il vostro Rock’n Roll è indubbiamente spassoso e trascinante, soprattutto quando suonate dal vivo. Tuttavia molto spesso vi è rimproverata la quantità eccessiva di date live (spesso vicine nello spazio) che rischiano di diventare tutte troppo uniformi tra loro. Non avete timore di stancare il pubblico o di metterlo nella condizione di non riuscire ad apprezzarvi in maniera esaustiva, causa assuefazione?
Il rischio indubbiamente può esistere, però abbiamo avuto sempre buon riscontro da parte del pubblico che ci ha ascoltato anche in date ravvicinate. Inoltre abbiamo un repertorio che permette di coprire un tempo che va dall’ora fino a due ore e mezza, quindi riusciamo a miscelare i brani a seconda delle serate e del pubblico presente. Questo possibile problema scomparirà quando inizieremo a proporre scalette composte quasi esclusivamente di pezzi di nostra composizione, inoltre proprio in questo periodo abbiamo deciso di ridurre le date dal vivo per concentrarci su prove in studio per nuovi brani e qualche nuova cover non necessariamente Rock’N’Roll.

Altra rimostranza che vi è stata sollevata anche dalla giuria di Streetambula è la scarsa originalità in fase compositiva. Voi nascete come cover band Blues e Rock’n Roll. Pensate che questo possa aver frenato la vostra vena creativa?
Riguardo la scarsa originalità è un aspetto che può interessare tutti i generi e gruppi, riteniamo di essere comunque più originali di molte band che a primo ascolto potrebbero sembrare innovative, la realizzazione del cd ci permetterà di farci notare come band che sta prendendo una direzione sonora definita. L’ascolto attento di gruppi storici RNR e Brit Pop ci ha fatto comprendere che partendo da un modello si possono trovare combinazioni e sfumature che ti rendono molto originali.

Tuttavia mi avete confidato che ci saranno delle importanti novità proprio in questo senso (svolta Garage Revival?). Cambiamenti che potrebbero aiutarvi a farvi notare anche fuori dall’Abruzzo. Che cosa potete dirmi in tal senso?
Si certo, siamo in fase di continua ricerca sonora in questo periodo soprattutto in studio. L’utilizzo probabile di nuova strumentazione ci permetterà di rendere il suono più personale, Garage Revival è un’etichetta un po’ restrittiva di quello che stiamo creando, ma può andare bene per alcuni pezzi come filosofia sonora. Lo scopo è certamente quello di crescere e di toccare progressivamente realtà nuove al di fuori della nostra.

Nonostante vi troviate in una fase cruciale della vostra vita, qualcuno ha deciso di puntare su di voi e si è proposto di produrre il vostro primo album (Emme D Jey dei No Love Lost). Avete iniziato la registrazione ma non tutto è andato come doveva e l’appuntamento è prorogato. Che cosa è successo?
Da questo punto di vista siamo molto felici che Emme creda in noi e ci abbia proposto di produrre il nostro disco. Un supporto a 360 gradi in questo momento è fondamentale vista la nostra giovane età, in pratica possiamo concretamente ottenere un prodotto migliore da molti punti di vista, aspetto importantissimo per uscire dal nostro contesto usuale. In effetti, abbiamo conosciuto un nuovo aspetto della carriera del musicista, lo studio di registrazione che si è rivelato veramente ostico. Come dicevamo prima il RNR è una musica che dal vivo si esprime nella sua completezza ma ci siamo resi conto che la sua resa in studio è ostica nel senso che le registrazioni separate dei singoli strumenti rischiano di renderla fredda e asettica se non sono minuziosamente curate tutte le minime sfumature. Abbiamo deciso pertanto, con Salvatore Carducci di Musicalmente, dove stiamo registrando e a Emme D Jey di prenderci altro tempo per curare nuovi arrangiamenti e sonorità. E’ stato davvero un momento importante nel quale abbiamo fatto esperienza.

Da quanto ho capito, tre di voi quattro si sposteranno a Roma per studiare. Mi avete detto in passato di aver puntato forse troppo al live e poco alla sala prove eppure eravate a breve distanza. Ora come riuscirete a tenere unita la formazione e provare con frequenza e costanza?
Da questo punto di vista non si pongono problemi, ognuno di noi può gestire entrambi gli aspetti in maniera serena. Sappiamo che gli Old School sono per noi un momento fondamentale al quale non vogliamo assolutamente togliere spazio. Siamo grandi amici innanzitutto quindi ci intendiamo alla perfezione.

Scrivendo per diverse webzine nazionali di musica indipendente ho notato che molto spesso le formazioni di provincia vivono in una sorta di universo parallelo, fatto di autocompiacimento, che viaggia con ritmi più lenti rispetto alla scena indipendente nazionale. Si cercano spesso piccoli successi utili solo ad accrescere il proprio ego e si fa fatica a sfruttare le occasioni meno appaganti nel breve termine che possono presentarsi, pure per la difficoltà di accettare le critiche e i “No”. Questo anche perché poche band hanno un ufficio stampa dedicato e non si preoccupano di girare nei circuiti di webzine, riviste, locali, manifestazioni di stampo nazionale. Insomma, troppe hanno un approccio provinciale alla musica e la cosa è un ostacolo insormontabile verso il successo, che sia piccolo o grande, di pubblico o di critica ma comunque di livello nazionale. Ovviamente siete ancora molto giovani e la cosa non è di poco conto; ma com’è il vostro approccio nei confronti della scena indipendente? Pensate di essere abbastanza professionali o ancora troppo grezzi in tal senso?
Stiamo crescendo progressivamente ma la professionalità bisogna raggiungerla suonando e confrontandoci con nuovi contesti, in questo momento siamo consapevoli dei nostri mezzi ma sappiamo anche di dover prendere sempre esempio dai nostri modelli.

A questo proposito, cosa c’entra The Old School con Sanremo? È quella la strada giusta o solo una delle tante da percorrere sperando di arrivare chissà dove? Sapete dove volete arrivare e che tipo di band volete essere?
Sanremo rientra in un discorso di crescita professionale, una possibilità di capire meglio come può giudicarci un contesto diciamo “classico” e non proprio tradizionalmente RNR. Siamo perfettamente consapevoli di che band vogliamo essere nonostante la nostra giovane età, l’importante è cercare di lasciare un segno in chi ci ascolta.

Pensate di essere dalla parte del pubblico (con poca puzza sotto al naso ma anche molto volubile e sempre pronto a riprendersi la fama che ti ha dato, in un attimo e senza troppi scrupoli) o della critica (che si sforza di spingere chi ha davvero le qualità per emergere ma è spesso troppo lontana dai gusti della gente)?
Il confine tra pubblico e critica in fondo non è così marcato e siamo convinti che con la nostra musica possiamo lasciare un segno importante.

Ultima domanda. Sfondare in Italia è quasi impossibile e chi ci riesce, non è quasi mai il migliore e chi lo merita davvero. E allora perché lo fate?
Perché la musica è una parte irrinunciabile della nostra vita, avete detto bene è “quasi” impossibile, chi merita comunque può avere una chance importante.

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Rivoluzioni musicali in mostra alle OGR di Torino

Written by Articoli

Quando si parla di musica, ognuno ha senza dubbio i propri riferimenti, i propri miti, le stelle polari che lo guideranno lungo il corso della propria esistenza ,in lungo e in largo, a destra e manca, forever and ever, “finché morte non vi separi”. Alcuni di questi miti, però, non fanno solo parte del nostro universo musicale, ma sono delle vere e proprie pietre miliari della storia della musica, simbolo di un’ epoca, esempio per le generazioni future ed esponenti di rivoluzioni che hanno deviato il corso della storia stesso.  Ed è proprio a questi Dei dell’Olimpo musicale che fa riferimento Alberto Campo, curatore della mostra fotografica Transformers – Ritratti di Musicisti Rivoluzionari, allestita presso i Cantieri OGR di Torino e visitabile dal 28 settembre al 3 novembre 2013. Il filo conduttore che la caratterizza è quello della “Trasformazione”, tema tanto caro alle ex Officine Grandi Riparazioni Ferroviarie (una delle ultime testimonianze della storia industriale della città), oggetto di un recente restauro che le ha restituite alla popolazione torinese sottoforma di “Cantieri Culturali”, sede di eventi musicali, teatrali, mostre, fiere ecc.

Ed eccoli allora sfilare uno per uno i Grandi della musica, in una serie di scatti che li ritrae durante la loro vita di artisti (con una predilezione per quelli realizzati durante gli eventi live) e di comuni mortali; un richiamo all’idea della “Trasformazione” come trapasso dalla dimensione pubblica a quella privata. Le fotografie sono attinte dal vasto bacino messo a disposizione da Getty Images, ed abbracciano sessant’anni di musica (dall’avvento del Pop negli anni ’50 all’era del web e delle tecnologie digitali odierne); il sottofondo musicale è una lunga colonna sonora composta da canzoni-simbolo degli artisti considerati. Campo fa cominciare tutto con Elvis (e come dargli torto!), opportunamente inserito nella sezione “Origini della Specie” e fotografato durante una delle sue celebri mosse di bacino. La seconda tappa porta il titolo de “l’Invasione Britannica” ed i protagonisti non potevano che essere Beatles e Rolling Stones, considerati perennemente in antitesi. Gli anni ‘60 si tingono anche di Folk e dei ritratti di un giovanissimo Bob Dylan, che con la sua “Blowin’ in the Wind”, cantata come inno di chiusura dei comizi di Martin Luther King, diviene il rappresentante della “Canzoni di protesta”, mentre Miles Davis e James Brown lo sono del Jazz e del Soul-Funky nella sezione “Black Power”. Si conclude un decennio e ne comincia uno nuovo, segnato dall’ “Utopia Hippie” che vede i suoi massimi esponenti nei Doors e in Jimi Hendrix (immortalato mentre dà fuoco alla chitarra elettrica durante il festival di Monterey), mentre il Transformer per eccellenza, David Bowie (nelle vesti di Ziggy Stardust) trova posto nella sezione “Rock a Teatro” insieme alla primissima formazione dei  Velvet Underground (fotografati con l’immancabile Andy Warhol ), quella di cui faceva parte anche la splendida Femme Fatale Nico, immortalata in un primo piano stupendo, mentre indossa una maglietta riportante la scritta Fragile. Nella sezione “gli Outsider” si piazzano Tom Waits e Frank Zappa, mentre l’unico artista italiano preso in considerazione, Ennio Morricone, non poteva che collocarsi nella sezione “la Musica Come in un Film”. Passano gli anni, cambia il modo di far musica, che diventa “definitivamente prodotto dal vivo su larga scala”: Led Zeppelin e Pink Floyd sono esempio dell’ avvento dei grandi concerti che riempiono gli stadi. Dall’altro capo del mondo, sempre in quegli anni, “One Love”, Bob Marley si faceva portavoce di un nuovo genere musicale: il  Reggae. Altra rivoluzione musicale degna di nota in quegli anni è il Punk, rappresentato nella sua forma più grezza dai Sex Pistols (lo scatto che ritrae Johnny Rotten nel tentativo di armeggiare un paio di forbici enorme parla da sé) e nella sua forma più colta da Patti Smith, la sacerdotessa del Rock che sembra non aver alterato con gli anni l’espressione che ha in volto mentre canta. Gli anni ‘80 sono quelli dell’ Hip Hop dei Beastie Boys, del re e della regina del Pop: Michael Jackson e Madonna. Gli anni ’90 segnano una frattura col decennio precedente grazie all’avvento del Grunge e dei Nirvana: il primo piano di Kurt Kobain troneggia in sala (forse è una delle immagini più belle della mostra), mentre ha in mano la chitarra che riporta la scritta “Vandalism: beautiful as a rock in a cop’s face”. La mostra arriva fino ai giorni nostri, e si conclude con l’ “Evoluzione della Rockstar” verso una musica sperimentale e ricercata, i cui esponenti sono rappresentati da Björk e Radiohead (riconoscere una foto scattata durante il loro ultimo tour del 2012 ti fa sentire fiero di esserci stato) per chiudersi definitivamente con l’avvento della musica elettronica dei Kraftwerk e dei Daft Punk nella sezione “Technologia”.

I grandi assenti? Tanti, ognuno sicuramente troverà qualche suo “mito” mancante all’appello. In ogni caso, non è un buon motivo per privarsi di questa mostra, che non è una semplice esposizione fotografica, ma un viaggio visivo e sonoro indietro nel tempo, verso tappe della storia e rivoluzioni musicali compiute dai musicisti che tanto amiamo. Allacciate le cinture, si parte.

Fonti: http://www.ogr-crt.it/events/transformers-ritratti-musicisti-rivoluzionari/

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Lush Rimbaud / zZz – The V’ll Series # 1 BOPS

Written by Novità

Per chi pensa che ormai i dischi non si stampano più, il primo split facente parte della collana V’ll Series è l’eccezione che si spera non confermi la regola. Si, perché purché in edizione limitata (300 copie), la Scratch Records ha deciso di pubblicare il disco sul caro e vecchio vinile con tanto di copertina serigrafata. Quattro brani e due band completamente diverse: il post punk-kraut degli italiani Lush Rimbaud e l’elettrowave degli olandesi zZz. Iniziando dal lato A e quindi dai nostrani Lush Rimbaud, le tracce “A Finger Composition e “The Freak Dream” sono un trip all’indietro verso un tempo dove le lancette non debbano per forza scorrere veloci e non ci sia bisogno di sapere il vero nome dei luoghi. A farla da padrone sono le intense sensazioni cupe e profonde che ormai oggi non trovano più uno spazio, in quanto sovrastate da una realtà apatica che condanna la gente ad una folle frenesia isterica. Il lato B, risuona invece atmosfere completamente diverse, ed il duo zZz ci propone la spensierata “Alone, dal testo romantico ed un arrangiamento di organi, synth e fisarmoniche troppo simpatico. Un po’ Elvis, un po’ vacanza sulla spiaggia. Con “Pretty si sprigiona invece tutto l’animo elettronico dei due olandesi, e la classica combo cassa dritta e sintetizzatori prepotenti ritorna a farsi sentire, in un brano che prende ispirazione dalle notti brave di piccoli mostri intenti a ballare per tutta la notte.
In conclusione, V’ll Series # 1 è uno split spaccato in due, tra psichedelia e modernità, ma con una cosa in comune: una voce proveniente dal passato.

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