Elisa Tag Archive

An Evening with Giorgio Moroder @ Big Bang! OGR Officine Grandi Riparazioni, Torino | 30.09.2017

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È stato bello tornare a varcare l’ingresso delle OGR di Torino, ed è stato ancor più bello scoprire che questa lunga riqualificazione (ben 3 anni di lavori) non ne ha alterato il grande fascino.

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Vinci due biglietti per il concerto di Elisa a Londra

Written by Senza categoria

Ecco a voi una nuova iniziativa per tutti i lettori utenti, nata dalla collaborazione tra Sognando Londra e Music Experience Roma. Da qualche giorno è possibile partecipare al nuovo contest musicale, grazie al quale potrete vincere due biglietti per il concerto di Elisa a Londra, che ci sarà il 30 novembre prossimo all’interno della spettacolare cornice del Koko!. Il grande evento farà parte del prossimo tour dell’artista, che toccherà 11 locali selezionati in tutta Europa e sarà dedicato al lancio de L’Anima Vola, una riedizione speciale dell’omonimo album del 2013, all’interno del quale ci saranno alcuni brani inediti e altri contenuti speciali. Compila il modulo e racconta qual è la tua canzone preferita di Elisa e perchè. Lo staff sceglierà i commenti più belli e originali e tra questi saranno estratti due fortunati vincitori, che si aggiudicheranno due biglietti omaggio a testa, avendo così la possiblità di partecipare all’evento del 30 novembre in compagnia di un amico a scelta!

Trovate tutti i dettagli qui. In bocca al lupo!

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Rockambula presenta: 20 anni di Emergency in diretta streaming!

Written by Senza categoria

Sabato 13 settembre, ore 21.30, live da Milano 20 anni di Emergency in diretta streaming. Dal Mediolanum Forum per festeggiare 20 anni di programmi umanitari e ricordare le emergenze nei luoghi di conflitto, in Italia e in Sudan. Con Gino e Cecilia Strada, tra gli altri sul palco: Elisa, PFM, Fiorella Mannoia, Cristiano De Andrè, Casa del Vento e Nada. Sabato sarà possibile seguire il grande concerto “Buon compleanno, Emergency”  in diretta web dalle ore 21.30 su Rockambula, nella finestra video alla fine di questo articolo.

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Elle – Nowherebut Here

Written by Recensioni

Quando ho iniziato ad ascoltare Nowherebut Here, ho pensato per un attimo di trovarmi di fronte alla nuova Joan Baez o al clone italiano di Edie Brickell, ma in realtà Elle si è dimostrata agli stessi livelli delle sue colleghe estere. Il motivo? Passare dal cantautorato Pop di “Berlin” alla più movimentata e gradevole “Let me be Your Eyes” (primo singolo dell’album) chiarisce subito la poliedrica direzione sonora del disco. Poche voci femminili riescono ad arrivare come una freccia nell’anima di ognuno di noi, ed Elle è talmente dotata che rimarrete estasiati dai suoi acuti.

Grazie al “casuale” incontro con il produttore Flavio Zampa, dopo anni di salite e discese, andate e ritorni, e forti esperienze, arrivano i nove brani inclusi in Nowherebut Here, che racchiudono un po’ ciò che è stato il suo viaggio, interiore ed esteriore, di vita artistica e non solo. Nowherebut Here, che può essere considerato il suo primo lavoro, è carico di energia e passione frutto di anni di esperienze che segna solo l’inizio di un nuovo ed emozionante capitolo del libro della vita di Elle, da cui ci aspettiamo molto nel futuro. Il talento c’è e lo si vede (anzi lo si sente), e con la giusta promozione questo album può anche mirare in alto. “Lover” ricorda infatti un po’ lo stile della compianta e mai dimenticata Whitney Houston e della nostrana Giorgia e proprio l’amore a fare da filo conduttore delle successive “Nowherebut Here” e “Killing my Love”. In quest’ultima addirittura sembra di sentire al piano Miss Germanotta, in arte Lady Gaga, artista sempre al centro delle cronache e dei gossip mondiali. Il disco scorre piacevolmente con il soft Rock di “A New Life” e la più movimentata “She’s Alone” per concludersi poi con la (quasi) acustica ballad “A Lie” e con la introspettiva “Enlightens”. Sicuramente il disco si presterà più facilmente ad un successo oltralpe, ma auguro ad Elle di diventare famosa anche qui in Italia perché era dai tempi di Pipes And Flowers di Elisa che non si sentiva un esordio così bello nel nostro paese.

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Sanremo 2014: grazie al cielo è finita.

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Ogni anno mi tocca il commento finale sul Festival di Sanremo, non certo senza compiacermi della quantità di veleno che posso meritatamente rigettare, in una sorta di catartica liberazione interiore. Niente pagelle quest’anno, credo sarebbe come sparare sulla Croce Rossa e preferisco lasciare perdere. Sanremo è come i Giochi Olimpici per l’antica Grecia: non si ferma mai, piuttosto sono le guerre che vengono messe in stand by perché lo spettacolo possa avere luogo. Oramai è un dato di fatto e bisognerebbe semplicemente prenderne atto. La macchina economica che si muove dietro all’organizzazione della rassegna ha respiro così ampio da essere inarrestabile. E questo vale sia per la spesa mostruosa a fronte della crisi economica e soprattutto di un’offerta qualitativamente scadente, quanto per la scelta degli artisti in gara che hanno alle spalle case discografiche compiacenti e ben immanicate. Partiamo dal principio. Il Teatro Ariston, evidentemente, non è dotato di sicurezza: i primi minuti sono stati “macchiati” dall’intervento di due lavoratori che volevano a tutti i costi far leggere una loro lettera (dal tema importantissimo, per carità, quello della condizione lavorativa), minacciando di buttarsi dalle impalcature. Già visto, già fatto e per altro con un eroico Baudo, non con un freddissimo Fazio che legge poi la lettera in questione lamentandosi anche per la calligrafia. Si poteva e doveva fare diversamente, sia da parta di chi protestava, sia da parte dello staff, che avrà preferito lasciare che lo spettacolo circense gratuito andasse avanti pensando che a casa l’italiano medio si tenesse incollato allo schermo peggio che in una puntata di The Walking Dead. Arginata la tragedia, inizia lo show: l’orchestra disposta in una scenografia a metà tra Il Gioco dei Nove e Macao, soluzione che avrebbe già dovuto farci capire che saremmo stati catapultati nel Festival delle Cariatidi. Sul palco, infatti, per cinque giorni si sono alternati corpi riesumati dal passato. Tommy Lee, le gemelle Kessler, Claudio Baglioni, Laetitia Casta, Raffaella Carrà, Ligabue, Renzo Arbore tra gli ospiti, Antonella Ruggiero (in una mise a cavallo tra Robert Smith, cosa notata da tutto il pubblico dei social network e su cui lei stessa ha poi iniziato a giocare dal suo profilo Facebook e Sean Penn in This Must Be the Place), Francesco Renga (cavolo, ma ancora?, tra l’altro cantando una canzone di Elisa e cercando pure di cantarla come avrebbe potuto e forse dovuto fare lei), Ron (santiddio!), Giuliano Palma (un artista tutt’altro che sanremese), Frankie Hi- Nrg (che ha sbagliato tutto, da look a canzone, fino al fatto di non essersi ancora dato all’ippica), tra i “big” in gara. Ma big de che? Sarcina ex Le Vibrazioni sarebbe un big? Lui e i suoi capelli da mafioso di Little Italy anni 80 e i denti gialli? E Sinigallia ex Tiromancino (ma ex da mo’ oltretutto), che si presenta pure con una canzone carina ma già suonata che gli vale la squalifica? Ma Riccardo: sono solo sessantaquattro anni che ce la menano, non avete ancora capito tu e il tuo entourage che non si possono suonare i brani in gara prima della gara? Ma che davero?  E comunque quella poteva tranquillamente essere una canzone dei Tiromancino, quindi già eseguita o meno, era sicuramente già stra-sentita.

Un Festival di disadattati sociali (e basta vedere la classifica finale dei vincitori) per disadattati sociali a cui, di nuovo, come l’anno scorso, bisogna fare i discorsini materni e affidarli alla voce della Litizzetto: gay è bello, il diverso è bello, il bambino down è bello perché se non insegniamo queste cose ai nostri figli, allora, è normale che poi brucino i Rom o i senzatetto nel parco. Sacrosanto, in un’Italia decerebrata che ci sia bisogno di pagare milioni una ex comica asservita allo showbiz per dire queste cose. E allora poi facciamo suonare Rufus Wainwright per far vedere che anche i gay sanno fare grandi cose e facciamo ricordare da Crozza che persino Michelangelo era gay. Perché se non lo dicevano loro, là fuori c’era ancora gente convinta che gli omosessuali fossero solo gli untori dell’AIDS, gente che ti aspetta per la strada di notte per violare de retro la virtù di qualche bravo uomo di famiglia. E, perché no?, invitiamo un disabile a fare la breakdance con le stampelle. Perché magari intervistare un laureato, un avvocato, un medico, un architetto, con un ADHD certificato non faceva spettacolo. Ma va bene, lasciamo stare, c’è evidentemente bisogno di affrontare queste tematiche e, rivolgendosi a un pubblico mediocre per educazione, cultura ed etica, bisogna anche servirglielo in una certa confezione. Torniamo quindi alla musica, quella almeno sarà stata bella. Certo, come no. La sagra del Reggae riciclato, da Frankie Hi-Nrg a Giuliano Palma fino al vincitore della categoria giovani, Rocco Hunt che viene dalla terra del sole e del caffè (e pizza, mandolino e mafia no? un testo pieno di cliché partenopei da far venire la pelle d’oca) e non dalla terra dei fuochi. Si, ok, ma i baffetti puberi potevano tagliarteli invece che lasciarli per intenerire qualche mamma italiota che ha appena imparato a mandare sms e ne dedica proprio uno a te per il televoto. Canzoni pallose allo stremo tra Noemi e la ex cassiera dell’Esselunga Giusy Ferreri (che fa incazzare non tanto perché, novella Cenerentola, è passata dal registratore di cassa della grande distribuzione, al palco prestigioso della rassegna musicale più nota italiana, ma perché quella aveva un lavoro da cassiera e là fuori c’è tanta gente che riempie le file dei Centri per l’Impiego), passando per il Premio della Critica intitolato a Mia Martini, andato al figlio d’arte Cristiano De André che, poveretto, ha fisionomia e voce identiche a quelle del padre ma non ne ha certo l’arte e l’estro, per quanto abbia presentato un brano anarcoide e ateo in pieno stile paterno. Ma veniamo pure ai vincitori (non certo morali, ti piace vincere facile con quella rosa di concorrenti lì): Arisa, che si era arruffianata il pubblico con il suo look pre-hipster da brutto anatroccolo sono davvero così, sguardo basso di fronte ai giornalisti e voce da topolino, torna giunonica e panterona sexy sbattendoci in faccia che erano tutte cazzate (Sincerità un elemento imprescindibile…), vi ho gabbati tutti. Avesse poi portato con sé una super canzone ci saremmo pure passati sopra ma la sua “Controvento” era un mero esercizio di stile, buono solo a qualche scuola di canto per indottrinare aspiranti quattordicenni ché se ce la fa quella posso farcela anche io. Gualazzi e Bloody Beetroots erano due tarantolati: il primo a contorcersi dal pianoforte, a sudare in una fintissima tensione orgasmica e a cannare ogni maledetta nota da intonare, il secondo tra tastiere e chitarre (due note per ciascuno strumento, oltretutto) con la sua maschera da Uomo Tigre (ndr in realtà è di Venom, lo sappiamo bene). Inguardabili e insentibili. Renzo Rubino, poi, ma chi cavolo è? L’ho già detto l’anno scorso credo: assolutamente anonimo con la sua orrenda cravatta verde mela.

I coraggiosi si contano su una mano: Perturbazione, che (a parte l’ospitata di Violante Placido) sono stati magnifici, The Niro (gran bella voce, bella canzone) e Zibba (che se l’è cavata con grande dignità e ha portato un brano pianamente conforme al suo stile, senza sputtanarsi per il palco del’Ariston ). Di questi, solo i Perturbazione sono stati premiati con il Premio della Critica intitolato a Lucio Dalla. Accontentiamoci.

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AliceLand – Pensieri Raccolti

Written by Recensioni

Pensieri Raccolti è il titolo del primo album di Alice Castellan, in arte AliceLand: una raccolta di brani scritti dalla stessa Alice ed arrangiati dal bassista Andrea Terzo. Ma procediamo con ordine, partendo dal nome, che mi evoca all’istante Alice’s Adventures in Wonderland (Alice nel Paese delle Meraviglie, per farla breve) di Lewis Carrol; la mia fantasia galoppa. Il titolo dell’album, Pensieri Raccolti, mi porta invece alla mente la visione di pensieri intimi e profondi, raccolti in sé stessi, rannicchiati in posizione fetale; tanti piccoli embrioni cerebrali che possono crescere e diventare progetti, sogni che si avverano, futuro, ma che possono anche rimanere là dove sono, e spegnersi lentamente in vaghi ricordi. A questa visione però ne segue subito un’altra, ed è quella in cui un’Alice spensierata e saltellante raccoglie pensieri in maniera un po’ distratta e li mette in un cesto a forma di disco che si porta dietro, riempiendolo. La mia fantasia galoppa ancora più forte. Premo play, e neanche a farlo apposta, il primo brano si intitola “Immagina”, e si dichiara subito in uno stile Pop gradevole, almeno fino al ritornello, almeno fino a quando la voce di Alice (voce che tra l’altro non mi dispiace affatto) non si accanisce sull’ultima nota di ogni verso con un virtuosismo eccessivo, con un suono simile ad un gemito, che si ripete per una, due, tre, quattro, n volte. Solo alla fine del disco potrò affermare che il mio dubbio è in realtà una certezza: quel suono è presente in tutto l’album. Aiuto.

I riferimenti ad Elisa li colgo subito, soprattutto nel brano “Pianeti”, forse tra i più interessanti. Interessante anche l’utilizzo delle percussioni etniche in “Stronger (ovunque)” e “Sacred Mountain”, dove diventano veri e propri elementi caratterizzanti che valorizzano il brano. Solo in rarissimi casi mi hanno colpito i testi, che non ho trovato così intimi e profondi come il titolo dell’album mi aveva fatto immaginare. La parte musicale invece, interamente suonata in acustico, mi è sembrata essere più vicina al concetto di intimità espresso dal titolo. Altro elemento costante per tutta la durata del disco è il tema amore, preferibilmente nella sua variante che fa rima con dolore. Premetto che non ho nulla in contrario a questa variante, ma è davvero così grande il dolore di Alice da meritarsi tutto questo spazio nel disco? Oppure bastava semplicemente dare maggiore importanza ai Pensieri Raccolti di cui sopra, quelli rannicchiati in posizione fetale, più intimi, e non accontentarsi di raccoglierne alcuni in maniera distratta per riempirne un disco? (Traduzione: non conveniva magari ridurre il numero dei pezzi, attualmente quattordici e scegliere in maniera più opportuna quelli da inserire?). La musica per me ha l’effetto terapeutico di mettere a tacere, anche se temporaneamente, gli interrogativi che mi porto dietro da sempre.  Questa volta sono troppi quelli che mi restano alla fine dell’ascolto.

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Midas Fall – Fluorescent Lights

Written by Recensioni

Non sono proprio tra i più accaniti ammiratori dell’arte canora pura. Certo, non resto impassibile all’ascolto di esecutori capaci e incantevoli e ammetto che taluni timbri mi hanno fanno innamorare in un passato remoto ma anche, con meno enfasi, negli ultimi mesi. Il mio approccio alla musica non eleva la voce rispetto agli altri interpreti o meglio valuta in base al peso che la stessa ha all’interno delle canzoni e mi rende capace di apprezzare non solo e necessariamente tecnica e timbrica ma anche intensità emotiva, assonanza con il brano, rispetto degli obiettivi sostanziali ed emozionali. È questo modo di ascoltare che mi permette di seguire voci tanto distanti con la stessa gioia, con lo stesso entusiasmo, consapevole delle differenze di peso che le qualità canore dei diversi artisti possono avere nelle opere.

È per questo che riesco a sognare ascoltando Tim Buckley e piangere sotto le note sbilenche di Daniel Johnston; ed è per questo che non resto affascinato dai tre pezzi che compongono l’Ep Fluorescent Lights dei Midas Fall, che segue il secondo album Wilderness. Un lavoro che si presenta come Alt Post Progressive ma, nella realtà, si riduce a un esercizio di stile per i Midas Fall tutti e per la vocalist Elizabeth Heaton soprattutto. La musica non mostra alcuna variante rispetto alla proposta passata della band britannica, con qualche chitarra velatamente sferzante che si staglia su una sezione ritmica martellante e cenni di piano enfatici e il tutto si mette al servizio della voce della Heaton la quale certo non mancherà di trovare l’apprezzamento degli appassionati ma non entusiasma me per l’eccessiva banalità timbrica e una linearità e un’omologazione che non nobilitano le sue strofe rispetto a una qualsiasi interprete Pop, anche di casa nostra. Un Ep Rock come potrebbe esserlo quello di una cantante Pop italiana come Elisa, che si gioca il suo all in puntando quasi esclusivamente sulla voce ma torna a casa con le tasche vuote e qualche gadget di consolazione.

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Stephanie

Written by Interviste

Silvio “Don” Pizzica ha incontrato Stefania D’Amato, in arte Stephanie, cantante e cantautrice abruzzese (ma nata in terra americana) che insegue il sogno della celebrità per poter raccontare al mondo, il mondo che gira dentro la sua anima. Stephanie ci ha spiegato come è nata e si è evoluta la sua vita artistica e ci ha detto di più sulla sua voce, le sue parole e la sua musica indicandoci quale sia quel sogno che insegue da tanto tempo.

Ciao Stephanie. Per prima cosa, come stai?
Alla grande, grazie

Iniziamo con una domanda di una banalità imbarazzante. Il tuo vero nome è Stefania D’Amato ma hai scelto di cambiarlo artisticamente in Stephanie. Serviva davvero questa scelta per dare compimento alla tua proposta?
Sì, era necessaria e strettamente connessa alla mia tendenza a scrivere in inglese e a prediligere anche nell’ascolto pezzi di origine inglese, americana, canadese, volevo dare una coerenza alla lingua che uso nei miei testi (questo è il motivo principale), l’altra ragione è legata a una sorta di rivalsa per un nome che avrei sempre voluto mi venisse dato dai miei genitori (sai che sono nata negli Stati Uniti) che hanno invece preferito la “versione” italiana.

È la prima volta che il tuo nome compare tra le pagine di Rockambula eppure sono diversi anni che navighi nel mare della musica emergente. Che rapporto hai con la stampa e la critica di settore? Che canali prediligi per raggiungere il maggior numero di persone possibile?
Con la stampa ho buon rapporto, sarà perché finora le critiche sono state tutte positive! Ahaha  scherzo… decisamente un buon rapporto, la stampa e le tv locali mi seguono e sono sempre attente all’evoluzione della mia carriera. Poi qualora arrivassero critiche costituirebbero per me uno spunto per capire dove sto sbagliando, in cosa migliorare. Per diffondere la mia musica utilizzo i comuni social network Facebook e Twitter e la piattaforma di Youtube.

Non voglio certo essere inelegante rivelando la tua età ma non posso negare che tu non possa essere annoverata tra gli esordienti. Eppure sei ancora alla ricerca di una casa discografica e di un produttore. Credi che sia veramente cosi importante oggi avere una casa di produzione alle spalle?
Credo sia molto importante se non addirittura fondamentale,prima di tutto perché con una casa di produzione arrivi a mercati che con un’autoproduzione puoi solo sognare e anche per ovvie ragioni di natura economica. Per i miei due album Follow the Dream e Follow  the Dream vol.2 ho curato con le mie risorse la stampa  e la distribuzione e so cosa vuol dire in termini economici investire in un progetto musicale

Nelle esibizioni live ti accompagnano diversi musicisti. Vuoi presentarceli?
La band che mi accompagna attualmente è cambiata (se non per il batterista) rispetto alla precedente. Ma sono soddisfatta da questa formazione, siamo tutti molto affiatati e uniti, ci divertiamo tanto insieme. Alla chitarra ho Fabio Rosato, al basso Kristian Serafini e alla batteria la roccia del mio gruppo che è con me dall’inizio di quest’avventura, Giovanni Giannantonio.

Nella tua musica misceli alla perfezione le melodie del Pop, sia in lingua italiana che in inglese, alle ritmiche del Rock, sempre lasciando in primo piano la voce, assoluta protagonista. Cosa distingue la tua proposta da quella di tante altre ottime cantanti che circolano nel mondo della musica emergente?
Nelle mie canzoni ci sono io, le mie canzoni sono la mia lingua e la musica è il suono della mia anima che si racconta e narra la sua storia. Le mie canzoni hanno un filo conduttore che è il sogno inteso come realizzazione di se stessi e di quello che profondamente si desidera essere nella vita.  Racconto una verità. E’  questo ciò che mi distingue, perché quella verità è solo mia.

Cosa c’è di speciale nella tua voce?
Non so se la mia voce è speciale o no, la mia voce è solo uno strumento per comunicare qualcosa di forte, quello che sono e che sento, poi se essa è gradevole tanto meglio, ma non spetta a me dirlo

Nonostante i due album siano autoprodotti, c’è una notevole attenzione al supporto. In merito a questo, perché i due album “Follow the Dream” hanno lo stesso nome, Volume 1 e Volume 2? C’è un legame particolare tra i due lavori? Non è cambiato nulla in te, sia a livello espressivo che compositivo ed esecutivo tra i brani dell’uno e dell’altro?
Follow the Dream è stata una scommessa, avevo un entusiasmo tale quando iniziai a scrivere i miei primi pezzi che volevo farli conoscere al mondo intero. Da “Brand New Eyes” che è il primo testo che ho scritto, (la musica è di Andrea Tirimacco)  sono venuti fuori altre sei canzoni che ero in ansia di far conoscere ma non erano sufficienti per far uscire un disco , così ho deciso di registrare alcune cover di alcuni brani che ho sempre apprezzato e da qui è uscito il 1° volume. Il 2° volume è nato poco dopo perché avevo altri pezzi che nel frattempo avevo scritto che ho aggiunto a quelli contenuti nel vol.1. Ma ci sono altre due ragioni che spiegano l’uscita del 2° volume: un mio drastico cambiamento d’immagine che avrebbe destato confusione tra i seguaci, il desiderio di far capire a chi mi apprezzava che mi sentivo diversa e più decisa nel mio cammino artistico che stava iniziando a percorre  una direzione più consapevole; l’altra ragione è legata alla la produzione di una serie di videoclip  relativi ad alcuni miei pezzi che era giusto avessero un posto in una riedizione dell’album

Sempre in merito all’album Volume2, ho notato che oltre ai 10 brani, il supporto contiene tanti contenuti extra come clip, video in studio, live, interviste e tanto altro. Oggi che il Cd sembra sempre più in via d’estinzione, almeno come strumento di diffusione di massa, quale pensi che sia il futuro della musica? E quello del Cd?
Io credo che anche se  nel prossimo futuro il cd potrebbe essere rimpiazzato da supporti ben più moderni, è fisiologico che poi si tornerà a riutilizzarlo, come ultimamente si è tornati a scorgere i vinili sugli scaffali dei negozi, anche il cd tornerà ad essere apprezzato come lo è ora

Che rapporto hai con i nuovi strumenti di condivisione, gratuita e non, come Spotify, Soundcloud, Reverbnation, Youtube?
Ho il mio canale Youtube di cui “abuso”, nel senso che non posso farne a meno: è il principale veicolo di diffusione della mia musica, con un click puoi essere visto in ogni parte del mondo. Grazie al mio canale e alla visibilità che mi ha dato sul web, ho ricevuto  ad es. ordini del mio cd dagli Stati Uniti, dal Messico, dal Brasile

Assodata l’impossibilità a guadagnare vendendo dischi, agli artisti non resta che ripiegare con le date live. Tuttavia sempre più locali scelgono, per fare il pienone, pseudo Dj o cover/tribute band. Tu che hai anche fatto cover di brani famosi pensi che siano questi i nuovi nemici della musica indipendente ed emergente?
Purtroppo devo constatare che molti locali quando ti proponi come cantautore con i tuoi pezzi invece di apprezzare la grandezza di questa cosa, di complimentarsi per avere un progetto proprio di inediti, sminuiscono ciò che fai chiedendoti un repertorio vario che abbia soprattutto cover. E’ una realtà contro la quale si scontrano continuamente i cantautori come me. Tuttavia credo che proporre pezzi propri dia una soddisfazione impagabile all’artista che ha la fortuna di poterli presentare.

Quali artisti hanno ispirato la tua musica e a quale voce pensi di poter accostare, con rispetto, la tua voce?
Ascolto prevalentemente musica di artisti/e canadesi, americani ed inglesi. Con molto rispetto nei suoi confronti perché l’ammiro e la stimo smisuratamente, personalmente trovo che il mio timbro ricordi quello di Elisa. I miei fan concordano ma mi accostano spesso anche ad Alanis Morissette, Dolores O’ Riordan, Avrile Lavigne e Taylor Swift.

Chi pensa possa essere il tuo ascoltatore ideale?
Chiunque ascolti musica Pop/Rock, che ami il genere melodico adattabile all’acustico. Credo di avere un pubblico abbastanza eterogeneo, giovani e adulti senza distinzione.

Non è solo l’amore al centro dei tuoi testi (che scrivi tu stessa). Come trovi l’ispirazione per creare le liriche?
Come rispondevo ad una delle domande precedenti, nelle mie canzoni racconto me stessa, il cambiamento che ho subito grazie all’incaponimento nel perseguire il mio sogno chiamato musica. Nelle mie canzoni non ho filtri e credo che altre persone possano rivedersi in ciò che scrivo , in fondo il mio sogno consiste fondamentalmente nel voler trovare la mia dimensione, un modo di esistere che mi appaghi che si manifesta naturalmente cantando e comunicandolo nelle mie canzoni

La musica invece è scritta da Andrea Tirimacco. In che modo mettete insieme le vostre idee per creare una canzone? E che cos’è una canzone?
I testi delle mie canzoni sono scritti di mio pugno, la capacità di Andrea che stimo moltissimo come musicista e come persona sta, nel capire immediatamente che tappeto musicale possa sposarsi con ciò che scrivo e con semplicità raggiungere alti livelli di comunione musico testuale. Il nostro processo creativo è sempre stato molto naturale, come se la sua musica dialogasse con le mie parole, come se parlassero la stessa lingua. Una canzone è un pezzo di te racchiuso in una storia, è la voce del tuo cuore, è il manifesto della  visione che hai del mondo esterno ma soprattutto del tuo mondo, è una vibrazione del tuo spirito, “piccoli spiriti che vogliono farsi ascoltare, storie fatte di zucchero e sale “– Le voci nel cuore (Follow the dream vol.2)

Dove speri di poter arrivare, sognando e dove credi che sarai, tenendo  i piedi per terra, tra 10 anni?
I sogni ti portano lontano e almeno nella dimensione onirica raggiungi vette che nella realtà sembrano inarrivabili, ti danno quell’ottimismo necessario ad osare, a tentare di realizzare qualcosa “escaping pregiudice and loss of faith” (“sfuggendo al pregiudizio della gente e alla mancanza di fiducia che la gente può dimostrarti” – Follow the Dream  (Follow the Dream vol.2) – Insegui il sogno. Per citare la mia artista preferita “l’anima osa”: la volontà della tua anima di realizzare un sogno ti dona il coraggio di provarci a far sì che esso diventi una realtà, di buttarti, di osare.

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Paul Mc Cartney

Written by Live Report

26 giugno 2013 @Arena di Verona

Paul è Paul!

E’ questo il primo commento che viene da fare appena usciti dall’Arena di Verona a tutti…

In quasi tre ore di concerto Mc Cartney infatti ha dato fondo a tutte le sue energie per garantire ogni singolo secondo il migliore degli spettacoli, gradito da persone di tutte le età (c’erano giovanissimi ma anche sessantenni e persino qualche over 70!) e da alcuni vip avvistati tra il pubblico (si sono fatti i nomi di Paola Turci, Marco Mengoni, Elisa, Mario Venuti  e Cesare Cremonini che tra l’altro sedeva a poche file di distanza da chi scrive). Avrà superato i settanta, ma la grinta è ancora quella di un ragazzino, tanto da indurlo a provare diciannove delle quasi quaranta canzoni previste per lo spettacolo serale in un soundcheck segnato da un violento acquazzone. All’arrivo all’Arena nel medio pomeriggio è stato accolto da un centinaio di impavidi fans che lo attendevano già tempo sperando di potergli rubare un autografo o una foto in compagnia (sogno però spezzato dal fatto che si è fermato scortato dalle guardie del corpo giusto una manciata di secondi accennando appena un saluto). L’Out There Tour è approdato quindi ufficialmente in Italia per un unico concerto andato ovviamente tutto esaurito che è cominciato verso le 21:30 con un “Buona sera Verona, siete tutti matti?” per l’esecuzione di “Eightdays a Week“.

L’Arena di Verona solitamente sarebbe ad uso della musica lirica ma già negli scorsi anni mostri sacri della musica pop e contemporanea quali Deep Purple e Duran Duran vi si sono esibiti ottenendo grande successo di critica e pubblico. Molti sono stati durante la serata i pezzi attinti al repertorio dei Beatles, grandi classici quali “Let it be”,“Hey Jude”, “Day Tripper”, “Get Back”e“Yesterday” ma tralasciando anche “Penny Lane” o “Michelle”. Probabilmente quindi ci sarà stato anche chi come me si sarà lamentato di non avere sentito “Goodbye and Hello”, ma forse era davvero impossibile proseguire lo show dopo due ore e quaranta minuti davvero al top. Ogni tanto qualche dedica ai suoi ex compagni di gruppo, John Lennon (succede in occasione di “Here Today” che confessa essere il dialogo mai avuto con l’amico ucciso nel lontano 8 dicembre 1980 dal folle Mark Chapman) e George Harrison ed anche alla sua ex moglie Linda, indimenticato grande amore e musicista accanto a lui sin dai tempi dei Wings per la quale scrisse “My Valentine” eseguita in una toccante versione. C’è stato anche tempo per un breve tributo al più grande chitarrista della storia del rock, Jimi Hendrix (bellissima l’esecuzione strumentale di “Foxy Lady”) e per dei fuochi d’artificio durante “Live and Let Die”, colonna sonora del noto omonimo film di James Bond.

La chiusura è stata affidata (giustamente) a “The End”, ultimo brano di “Abbey Road” per un 25 giugno che difficilmente chi era lì dimenticherà mai! Tanti gli accorsi da fuori regione, molti persino dall’estero per il baronetto del rock che a cinquant’anni dal primo disco dei Beatles non smette di far sognare persino le ragazzine…

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Makay – Equilibri Instabili BOPS (recensioni tutte d’un fiato)

Written by Novità

Dentro questi cinque pezzi di Equilibri Instabili della band romana Makay, c’è una piccola bugia. Si tratta di un gruppo di cinque elementi (chitarre/basso/batteria/voce) nel quale artwork, testi e musica sono quasi tutta opera del chitarrista Alberto Marino. Eppure ogni momento del disco sembra essere destinato a promuovere la voce di Silvia Puddu più che la musica dei Makay. Sia nei brani più leggeri (“In Viaggio”, “Alla Ricerca Di Me”, “Mai Mai”), che in quelli più Rock (“Pensieri Rumorosi”), la melodia si tiene su linee soffici, morbide, precise e mai prepotenti, come a non voler minimamente rischiare di mettere in secondo piano quello che soffia dalle corde vocali di Silvia. Il più classico Pop proposto dalle varie voci femminili italiane (Giorgia, Elisa, ecc…). In verità, quella di Silvia è una voce gradevole, pulita, che ricorda a tratti la prima Elisa ma dal timbro fin troppo comune, nel suo mondo. A essere sincero, se dovessi basare il voto solo sui miei gusti, saremmo nell’ottica dell’insufficienza piena. Ma non posso negare la qualità vocale, l’esecuzione precisa, le sonorità distensive e accurate, perfette per fare da contorno alle parole. Se l’obiettivo era quello che ho intuito, i Makay ci sono riusciti alla grande. Fate una media di tutto questo ed ecco quel voto. La bugia? “Siamo una band, siamo i Makay”. Almeno in fase espositiva, non siete un gruppo, come non è un gruppo Vasco Rossi, Ligabue, ecc…. Tanti gregari, di cui uno straordinario nel suo eclettismo (Alberto Marino), al servizio del campione. Resta da capire se la voce di Silvia Puddu può davvero scalare la montagna del successo.

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