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Giuseppe Righini – Houdini

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Arrivato al suo terzo lavoro come cantautore, Giuseppe Righini tenta un approccio meno canonico e arriva ad un compromesso accattivante tra songwriting e sonorità contemporanee.
I brani di Houdini hanno nomi di luoghi e persone ma le liriche rifuggono dal concreto, prestandosi alle interpretazioni più disparate con cui tengono l’ascoltatore sulla corda, tra eleganti astuzie sintetiche e un timbro vocale pulito e versatile. La produzione è curata nei dettagli e dimostra che bastano piccoli accorgimenti degli arrangiamenti per essere piacevolmente pop senza essere affatto easy. Il singolo “Magdalène”, efficace e coinvolgente, è il brano più Rock di tutto il disco. La sua atmosfera noir e suggestiva è il denominatore comune delle variazioni sonore di cui vive l’album, in bilico tra Synth Pop e Alt Dance come i primi Depeche Mode ma con la vocazione per la musica d’autore dei La Crus. La personale interpretazione di Righini del connubio cantautorato-elettronica rimanda agli ultimi esperimenti di Paolo Benvegnù sin dalle sovrapposizioni morbide e misurate degli strati sintetici di “Monge Motel”, la traccia che inaugura l’ascolto. Gli episodi più ritmati evocano invece l’attitudine Alt Pop dei Subsonica, come “Tic Toc Bar”, la title-track e il singolo stesso, ma anche in questi casi la voce garbata di Righini ingentilisce sapientemente campioni e sequenze. Ne viene fuori un lavoro organico ma tutt’altro che piatto. La maestria è nei contrasti tra gli elementi, come in “Nonsense Dance”, ritmo catchy a base di sequenze abbinato all’inquietudine delle liriche, o in “Amsterdam”, in cui il cantato si fa più roco e graffia il fondo fatto di archi discreti. Convincono meno i pochi episodi in cui la composizione perde equilibrio rinunciando quasi completamente alla musica per lasciar spazio alla voce (“Bye Bye Baba”, “Lungo la Strada”). Dell’ascolto di Houdini resta impressa la giustapposizione di torbido e danzereccio, formula azzeccata di un disco capace di essere sofisticato senza perdere in fruibilità.

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Bombay Bicycle Club – So Long, See You Tomorrow

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Se So Long, See You Tomorrow fosse una città sarebbe Istanbul. Ho la sensazione che quella Bombay sia finita lì per caso, quando Jack Steadman e i suoi erano ancora quattro adolescenti che il pomeriggio dopo il liceo suonavano e sognavano mete radical chic e fama (e soldi) a sufficienza per raggiungerle. Poi Jack, cantante e leader della band, ha smesso di sognare e un giretto per il mondo è andato a farselo sul serio, ed è così che Bombay è diventata Istanbul. Il tragitto però è inverso: Istanbul è di schiatta innegabilmente orientale ma così bramosa di Europa; i BBC al contrario scalpitano (parliamo sempre di tardo-adolescenti) in cerca di ispirazione esotica ma,volutamente o no,restano pur sempre un sacco british. So Long, See You Tomorrow in effetti viene da un momento in cui i Bombay Bicycle Club non erano impegnati a fare i Bombay Bicycle Club, ma piuttosto a cazzeggiare tra l’Africa e l’Asia. Sarà per questo che lo hanno impacchettato con un artwork ispirato a Eadweard Muybridge, pioniere nel campo della fotografia in movimento.

Tre singoli hanno anticipato l’uscita dell’album, a mio parere col preciso intento di disorientare quanti si chiedevano dove sarebbero andati a parare stavolta questi ragazzini inglesi ormai non più tanto ragazzini. Loro nel frattempo, come (quasi) tutti gli ex teen, hanno capito che la chiave della sopravvivenza (non solo in musica)sta nel trovare il modo di far convivere le proprie pulsioni contrastanti. E se spesso le maturazioni improvvise sono imputabili allo spessore dei produttori non è questo il caso. Nel precedente A Different Kind of Fix, condotti per mano da Jim Abbiss e Ben Allen, i BBC tirano fuori un lavoro valido ma fatto di influenze prettamente Brit, ragionevolmente comparabile con i Talking Heads (come in “Lights Out, WordsGone”), ma anche cadendo in tentazioni Dance (“Shuffle”). Quando decidono, appena ventenni, di autoprodursi, i BBC scoprono invece quella che è forse la loro più naturale vocazione, un euforico Elettro Pop incurante dell’onda Indie Rock, che pure avevano cavalcato con discreti risultati ai tempi dell’esordio con I Had the Blues but I Shook Them Loose.

Corretta la scelta di “Overdone” in apertura del disco. Parte dall’India per poi tornare a strizzare l’occhio al più classico dei Rock, dichiarando così fin dall’inzio che questa è caleidoscopica Pop Music per cittadini del mondo. Il mood si mantiene intatto con il primo singolo, “It’s Alright Now”, fatto di percussioni da banda in marcia e di cori nettamente Sigur Rós, ancora più vicini all’entusiasmo di Jónsi nel suo esperimento solista. Poi “Carry Me”, lunatica e sperimentale, e la marimba di “Luna”. Come saltare dagli Animal Collective ai Friendly Fires. È questo ciò che accade. Bambinoni inglesi saltellano felici da un universo sonoro a un altro. Si è ormai conclusa anche l’era acustica e malinconica del secondo album, Flaws, nonostante permanga la stessa costante inclinazione folk. Quando cercano di nuovo quel mood tardo-adolescenziale (come in “Eyes Off You”) non arrivano al punto. Folk in maniera forse esasperata anche “Feel”, ma piacevolmente su quella linea psichedelica e sfaccettata che percorre tutto l’album. Il pezzo che porta il nome dell’album chiude il disco rubandosi un paio di minuti in più rispetto agli altri. Ancora-due-minuti-mamma-ti prego-non-ora-ci-stiamo-divertendo-così-tanto. Confesso che anch’io vorrei un paio di tracce in più. È ancora tutto sospeso in aria e potrebbe accadere qualsiasi cosa, semmai questo susseguirsi rutilante non vi fosse bastato.

È presto per dire se questo sia o meno un punto di arrivo, ed è difficile credere che un disco fatto di accostamenti ingenuamente audaci lo sia. Ma c’è gente che del non sapere esattamente cosa vuole – ma sapendo esattamente cosa non vuole – ha fatto la propria fortuna. È il volubile mondo del Pop, versatile e per questo intramontabile. Lo dice un ingegnere mentre scrive una recensione. Mi sembra prova sufficiente del fatto che del potere benefico della versatilità sono sinceramente convinta.

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Capital Cities – In a Tidal Wave of Mistery

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Immaginatevi una Los Angeles assolata in un caldo pomeriggio di un giorno qualunque, un pc, un portale di annunci di lavoro. Purtroppo non è l’incipit della mia opera prima, ma quello della mirabolante storia dei Capital Cities. Il duo Elettro Pop che sta spopolando su molte classifiche internazionali, nato per caso dall’incontro on line di Ryan Merchant e Sebu Simonian. Dopo anni di lavoro insieme dedicato alla composizione di musiche commerciali hanno pubblicato il maggio scorso il loro primo album In a Tidal Wave of Mistery. L’album interamente autoprodotto dai due apre letteralmente le danze con il tormentone “Safe and Sound”. Questa canzone, come i Capital Cities, ha una storia curiosa: pubblicato nel 2011, il brano è passato in sordina al grande pubblico finché un marchio di telefonia ha deciso di usarla, probabilmente per il basso costo dei diritti e l’orecchiabilità del pezzo, come jingle per la sua campagna pubblicitaria.

Da questo momento in poi il brano ha conseguito consensi e successo esponenziale tanto da essere incluso nel videogioco FIFA14 e in altre campagne pubblicitarie. Ma se una rondine non fa primavera, una hit da classifica non fa un album da urlo. Le dodici tracce sono genericamente orecchiabili e sicuramente influenzate dalla “mano invisibile” della major, che se per le teorie economiche rappresenta qualcosa di provvidenziale e auspicabile, in questo frangente smorza e appiattisce le potenzialità espressive dei due Hipsteroni californiani. Su tutto aleggia un’aurea dal sapore fortemente 80 che ammicca allo slow disco fatta da synth preponderanti e voce effettata, con chiare citazioni a icone Pop del periodo come Farrah Fawcett e Michael Jackson. Quindi, indossati leggings e scaldamuscoli, per non sentirsi inadeguati all’atmosfera, ci lanciamo in pista con “I Sold my Bed, but not my Stereo” dall’anima furbescamente Dance alla maniera del navigato Will.I.Am, per poi fare un balzo più in là e lasciarci corteggiare da “Center Stage” e “Kangoroo Court” di indiscutibile stampo Daft Punkiano. C’è spazio anche per le sonorità Funky di “Origami” e i suoni vintage di “Chartreuse”,che a primo acchito richiamano le idee dei primi Phoenix ma non riescono però a reggere il confronto, nonché la classica ballad melodica “Lazy Lies”.

Non manca niente, nemmeno la comparsata di un riesumato André 3000 degli Outkast in “Farrah Fawcett Hair, che sa più di esigenza contrattuale, che di vera collaborazione, poiché non riesce minimamente a imprimere il proprio sound Funky e la sua proverbiale ecletticità al pezzo. Il duo californiano, ben accompagnato per mano, sa cogliere il momento e s’incanala ottimamente nel filone musicale del momento e di cui si nutre la gran parte della musica commerciale degli anni 2000, cercando comunque attraverso testi meno banali rispetto alla media di imprimere un po’ di personalità. In a Tidal Wave of Mistery suona felicemente Pop, ritmato, ben arrangiato, ma senza grandi eccellenze, insomma un successo di pubblico assicurato, cha fa del matrimonio tra Dance e Pop la carta vincente. Per quanto sono certa che molte delle dodici tracce scaleranno le classifiche di molti paesi e che le ritroveremo a più riprese in spot, video e programmati sulle frequenze di molte radio, a mio giudizio quest’album d’esordio, anche dopo ripetuti ascolti, lascia una sensazione che rispecchia in maniera fedele il titolo prescelto: una marea di mistero.

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