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Girl With The Gun – Ages

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Sensuale da un lato, atmosferico dall’altro, sono queste le principali caratteristiche di Ages, il nuovo disco delle Girl With The Gun che prima di tutto si fregia della calorosa voce di Matilde De Rubertis già singer degli Studiodavoli. L’album è un concentrato di Folk, Electro e Rock, una miscela intrigante soprattutto per come proposta da questi talentuosi artisti, soprattutto Andrea Mangia, in arte Popolous, che in un modo o nell’altro è riuscito anche questa volta a rivolgere in dose massiccia i riflettori verso di se. Ages riesce a mettere sullo stesso piano o meglio, ancora in equilibrio, i generi indicati prima diventando insomma un prodotto che farà invidia. Chiaramente il disco è affascinante anche grazie all’operato di Andrea Rizzo che regala effettivamente una concreta dimostrazione di come si suoni una batteria: coordinato, veloce al momento giusto e lieve quando serve.

Tutte le tracce si lasciano ascoltare senza mai stancare ma un occhio di riguardo va anzitutto ad “Hold on for Cues” che mette subito in chiaro la bellezza pura del platter mostrandosi come una di quelle canzoni che sa nascondere e svelare il suo alone di mistero. La successiva “Fireflies” è anch’ essa singolare, una traccia che mette allo scoperto tutte le doti dei musicisti. Infine c’è “Hover”, che sembra quasi partorita dai Cure: ritmata, sprizzante ma nel frattempo calma, è un altro cavallo di battaglia di Ages.  Il gruppo è riuscito a produrre un disco di una certa qualità: da ascoltare in macchina durante un viaggio o distesi sul letto in un momento di riflessione o ancora facendo jogging, è sempre il momento giusto per Ages. Quando artisti di un certo talento e di invidiabile esperienza si accordano su di un disco fatto con intenti sinceri il risultato può essere solo buono e Matilde e soci lo sanno bene.

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Seta – Interferenze

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Leggendo il comunicato stampa del primo album dei Seta, Interferenze, prodotto dall’etichetta veronese Atomic Stuff Records, ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte a un progetto interessante, non tanto per la fusione tra Elettronica e Rock, quanto per la filosofia portante del gruppo che parte da questo concetto fondamentale: “Sid Vicious Is Dead”. Senza rimpianti verso le grandi rockstar del passato, di cui oggi è rimasta solo l’ombra, i Seta si proiettano idealmente verso un futuro musicale fatto di testi “taglienti”e melodie immediate.

No, niente di tutto ciò.

L’omaggio al fuhrer dei Sex Pistols suona oltraggioso ben oltre i limiti oltrepassati in vita dal giovane Punk: il testo di “Sid” ne esalta i lati più eccentrici e trasgressivi ma non come esempio da seguire e questo è di certo un messaggio maturo e responsabile visto che migliaia di adolescenti frustrati ancora oggi prendono esempio da queste icone maledette. Però sono estremamente convinto, che se il buon Simon Ritchie fosse tra noi, ascoltando quest’album, ci avrebbe spruzzato del “vomito amaro”. Ma lasciamo da parte Sid ed entriamo nel vivo di un album che di testi taglienti non lascia alcuna traccia. “Lame Di Luce” ci catapulta verso le sonorità classiche del Rock made in Italy, ed è quasi un biglietto da visita per l’ormai andato Festivalbar. L’elettronica eterea, reminiscenza dei Subsonica e stacchetti di puro Hard Rock (con la buona prova del chitarrista Lorenzo Meuti), non salva il loro sterile e superficiale tentativo di analizzare un tema complesso come “La Follia”.

Quinta traccia (“Per un giorno in più”), primi secondi, sembra Post Punk di matrice inglese, mi rendo conto che sono dei musicisti con esperienza, ma allora perché confezionano un lavoro così banale quando le intenzioni dichiarano altro? Il video su YouTube svela l’arcano: anche i Seta sono intrappolati nell’odiosa estetica hipster: apparentemente insofferenti, annoiati e disinteressati alla materialità della vita, nascondono la loro vera natura attenta alle esigenze commerciali e finiscono per sembrare la caricatura di ciò che avrebbero voluto essere. Inevitabilmente la mia tolleranza arriva al limite ma ho imparato a gestire le emozioni e dopo un bel respiro mi distacco dai miei sentimenti e con tanta buona volontà continuo il mio ascolto professionale. “Romanza” preferisco evitarla, “Istante” ed “Indifferente” si muovono tra un Rock alla Negrita e trascurabili sferzate di synth. “Clock” quasi mi stupisce musicalmente: ritmica potente, tastiere New Wave e la chitarra che fa da padrona rendono l’ascolto piacevole; “Alibi” è condita da un timbro vocale che richiama un Renga più ricercato; l’ultimo pezzo è quasi totalmente sintetico, (non a caso “Syntesi”) composto di House, tribalismi, cori angelici spezzati da un intermezzo silenzioso, è il brano più movimentato e “alternativo” dell’album ma che appare già datato. Insomma, in Interferenze non c’è ricerca, non c’è sperimentazione, non c’è spessore né profondità, tutto è stereotipato dalle solite sonorità nostrane, alle tematiche affrontate nei testi più vicine a Maria de Filippi che al vero Rock.

Allora ai Seta io rispondo: Sid Vicious Was Innocent”.

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