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Il Video della settimana: Edda – “Stellina”

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Estratto dall’ultimo album Sta Volta Come mi Ammazzerai? Il nuovo video di Edda, buona visione!
Edda “Stellina”, regia Fabio Capalbo, fotografia Nicola Cattani, colorist Sandro Chessa, aiuto regia Roberta Borgonovo – Giada Bossi.

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Edda – Stavolta Come Mi Ammazzerai?

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“Ma che voce ha Edda?!”: ti ascolti “Coniglio Rosa” e già lì senti lo spessore, la tecnica e il timbro, il tiro, il fuoco. Ho visto Edda dal vivo una sola volta, e non era nemmeno un suo concerto intero. Immediatamente ammaliato, nonostante io non avessi mai seguito i Ritmo Tribale per motivi anagrafici e i suoi altri dischi solisti, Semper Biot e Odio I Vivi, non mi avessero affascinato abbastanza da andarci a scavare. Poi arriva questo Stavolta Come Mi Ammazzerai?, e l’effetto è deflagrante, esplosivo. Edda inanella ben diciassette (brevi) episodi di Rock ritmico e stranamente accessibile, con un cantato da manuale, indomito, selvaggio, sfrenato, e testi che più che taglienti sono sferzanti, crudeli, sboccati fino all’esagerazione (“Lo sai o non lo sai / la mia ragazza fa l’attrice porno / è una succhiacazzi / ma quello che io voglio / fammela venire / con le sue facce da troia…”).

Edda è un animale, Edda non è rappresentazione ma solo realtà, con la schiettezza e la sincerità che ti fanno mettere la A maiuscola alla parola Artista, quel coraggio di essere “sempre nudi”, non importa quanto sporco ci sia, quante ombre ci spaventino. E lui canta, alto, con quel suo modo tipico, tirato, con le consonanti smangiate, a pezzi, frammentate, la gola che vibra tra un acuto e un ringhio, ed è una di quelle rare volte in cui un disco ti può prendere alla pancia, stritolarti le viscere, anche solo per simpatia, anche solo perché noti in quelle vibrazioni una qualche verità, che per questa volta è riuscita ad arrivarti addosso nonostante le interferenze e le distorsioni del mondo imperfetto che sta attorno, cornice limitata e limitante. Stavolta Come Mi Ammazzerai? è un disco molto Rock, senza compromessi, che spinge e tira, si appoggia e risale, lasciando nel frattempo il giusto spazio a questo mix di vocalità, personalità e poesia brutale, lurida, che è il personaggio Edda. Difetti? L’istrionismo, si sa, o trasporta o irrita. Ed è difficile entrare in questo piccolo mondo sporco, perché è il mondo di Edda, e per starci comodi bisognerebbe essere lui, e non si può: possiamo solo infilare la testa per un po’, fare capolino, e goderci il trambusto finché possiamo, finché riusciamo.

Il mio consiglio è: provatelo. Lasciatevi aperti all’ignoto e buttatevi in questa lordura, non scandalizzatevi e cercate quel punto dentro di voi dove c’è ancora uno spazio per riconoscere qualcosa di forte, qualcosa di importante, seppur immerso in un’apparente e sconvolta follia. Potreste rimanere sorpresi, e scoprire che questo personaggio strano, questo cinquantenne malandato che sembra avere la sindrome di Tourette e qualche altro paio di disturbi di personalità, sotto sotto racconta qualcosa anche a voi.

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Uomini, il libro su Edda e i Ritmo Tribale

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Il primo libro biografia dei Ritmo Tribale che ripercorre la loro storia, ma anche quella della scena milanese in cui sono nati e cresciuti, fino ad arrivare ai giorni nostri con la carriera solista di Edda e i NoGuru, è opera di Elisa Russo. Frutto di cinquanta ore di interviste ai protagonisti riportate in forma diretta, in un racconto (c)orale. Viene ripercorsa la storia dei Ritmo Tribale, dall’incontro sui banchi del liceo negli anni Ottanta fino al successo dei metà Novanta e lo scioglimento. In mezzo alla storia dei Tribali: Manuel Agnelli e gli altri Afterhours raccontano di come passarono dai primi dischi in inglese a quelli in italiano grazie all’esempio di Edda e di come nacque un album come Hai Paura Del Buio?; vengono analizzati i cambiamenti della discografia (dalle indipendenti come la Vox Pop all’illusione delle major), si narrano le vicende del Jungle Sound e molto altro. Fino ad arrivare ai giorni nostri con il ritorno di Edda e la sua carriera solista e i NoGuru. Ci sono inoltre i testi delle canzoni, stralci di articoli e recensioni e più di 100 fotografie, di cui molte inedite. Ben tre prefazioni in apertura, Federico Guglielmi (Il Mucchio, Rumore, Blow Up, Radio RAI), Christian Zingales (Blow Up), Vittorio Bongiorno (scrittore e musicista).

Il 28 ottobre esce, inoltre,  il terzo disco solista di Edda (Stavolta Come Mi Ammazzerai?, Niegazowana). La prima presentazione del libro, invece, si terrà in Santeria a Milano il 10 ottobre alle ore 19; interverranno l’autrice, Edda, i Ritmo Tribale e Marco Maccarini (ex Vj MTV, oggi su la effe Tv) come presentatore. Il 15 novembre alle 13, l’autrice e Edda presenteranno il libro al Teatro Dal Verme, per BookCity Milano.

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Aa. Vv. – Loves You More

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Prima che inizi a parlarvi di questo disco, lasciatemi qualche secondo per raccontare una storia. Siamo a Echo Park, territorio limitrofo alla città degli angeli per eccellenza, Los Angeles, e tra gli alberi che avvolgono l’aria nei loro colori secchi d’autunno si nasconde il cadavere di un ragazzo di appena trentaquattro anni. È il 21 ottobre 2003. Lui è un musicista nato con Post Punk e Grunge nelle orecchie e poi diventato un eccelso cantautore, paladino dell’Indie a bassa fedeltà e tendente, soprattutto agli esordi da solista, a scegliere strade strumentali. Quel musicista ha un tatuaggio sul braccio, il toro Ferdinando, un gigante ma pacifico che alle corride preferisce i fiori, sgraffignato da un libro per bambini. In altre parole un fallito, per chi non riesce a comprendere coloro che si piazzano fuori dagli schemi stabiliti dalla società. Quel cadavere ha un nome: Elliott Smith. Lo stesso Smith che nel 1998 fu nominato agli Oscar per il brano “Miss Misery”, contenuto nel film di Gus Van Sant, Will Hunting – Genio Ribelle. Elliott Smith sale sul palco trasudando un’inadeguatezza quasi malinconica e tenera. Non è quello il suo posto. Forse non è questo mondo il suo posto. Elliott Smith si fa portavoce di una generazione di persone sbagliate nel posto sbagliato. Elliott Smith è infognato nella droga e nell’alcol e nella depressione. Quel cadavere quando ancora era uomo si è preso due coltellate al petto, quel lontano 21 ottobre 2003. Suicidio dicono, eppure pare strano suicidarsi con due coltellate al petto ed è bizzarro che la fidanzata col coltello tra le mani sedesse al suo fianco. Proprio in quei giorni Elliott, nato Steven Paul Smith, stava lavorando all’album From the Basement on the Hill e in quell’ultimo disco abbiamo cercato le tracce che ci donassero la verità, scovando però ancor più il turbamento dell’uomo dietro l’artista.

Loves You More nasce da un’idea di Davide Lasala dei Vanillina. Quindici brani e quindici artisti che all’Edac Studio reinterpretano Elliott Smith, registrando in presa diretta su nastro magnetico e mantenendo intatto quel sapore Lo Fi che ha sempre contraddistinto l’artista statunitense di Omaha. Si va da interpretazioni più canoniche, a scelte più rischiose e audaci, con qualche punta di vera e spettacolare emozione. Non sono certo io il primo sostenitore di tribute e cover eppure operazioni come questa sono qualcosa con un valore che esula dalla pura essenza artistica. Com’è accaduto con il tributo ai Fluxus di qualche mese fa, questi sono strumenti eccelsi che non solo aiutano a riscoprire i grandi del passato e magari proporli alle nuove generazioni ma hanno il duplice ruolo di promotori di nuovi talenti. Nel nostro caso pochi sono i nomi veramente noti al piccolo grande pubblico, Black Black Baobab forse, C + C = Maxigross, Dellera, Edda, Jennifer Gentle mentre gli altri sono soprattutto artisti dei quali, si spera, sentiremo parlare. Dennis di Tuono, Dilaila, Emil feat Cani Giganti, Eva Poles, Il Vocifero, Kalweit and the Spokes, Labradors, Mr. Henry, Nicolas Falcon e gli stessi Vanillina. Da brividi la versione di “Needle in the Hay” di Nicholas Restivo e Roberta Sammarelli dei Verdena ovvero i Black Black Baobab che reinterpretano il pezzo scelto per la colonna sonora del film I Tenenbaum di Wes Anderson. Edda ha optato invece per la lingua italiana intonando “Angels”, brano pubblicato nell’album Either/Or proprio come “Say Yes” dei Labradors e “Between The Bars” intonata da Mr Henry. Degna di nota anche “Bottle Up and Explode! di Emil feat Cani Giganti che azzarda strade di svecchiamento di un sound che in realtà mai suona vetusto, un po’ come propone Kalweit and the Spokes con “A Fond Farewell”.

Se riuscite a mettere le orecchie su questo piccolo gioiello, non staccatevene troppo in fretta se non per andare a riscoprire questo genio sofferente, un vero outsider e voce di migliaia di ragazzi troppo fragili per questo mondo. Non staccatevene se non andare a scoprire le nuove voci di una generazione sempre più in crisi e in lotta contro un mondo che sembra non amare la diversità.

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Grandi collaborazioni per Il Vocifero

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Il terzetto torinese anche noto come Il Vocifero si prepara a lanciare sul mercato il proprio album, Amorte, che uscirà a settembre. Il disco vanta la partecipazione di artisti come Edda e Gionata Mirai de Il Teatro degli Orrori. Non resta che aspettare di sentire un assaggio dell’album. Nel frattempo trovate tutte le informazioni dettagliate sul sito ufficiale della band.

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Venus in Furs – BRA! (Braccia Rubate All’Agricoltura)

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Come si può diventare grandi in pochi giri di stereo si potrebbe dire o senza passare per le forche caudine di qualche concordino pseudoindie, fatto sta che come la rigiriamo i discorsi sono a zero, loro, i livornesi Venus in Furs non la mandano a dire, e col nuovo disco BRA (Braccia Rubate All’Agricoltura) si lanciano sugli ascolti con una frenesia rockettara bombastica, quasi monumentale che scava e si fa intendere senza tanti convenevoli.

Dunque la Toscana come nuova fucina underground, e i Venus in Furs non fanno nulla per tenere il loud sotto i limiti, un incedere di elettricità e ritmo, liriche e pedaliere che da il fiatone e non da nulla per scontato se non per certi riffoni carsici – ma giusto un pelino –  alla Zeppelin che arrivano a ondate per tornarsene poi nel loro Olimpo ispirativo: sei tracce col ghigno della suadenza amplificata, un piccolo manifesto urbano che si scuote e scuote tra schegge heavy e spavalde freschezze estemporanee, e durante lo scroller della tracklist la consapevolezza netta di avere tra le mani e orecchie un ottimo lavoro underground si fa nitida, reale.

Disco d’assalto, con i denti aguzzi e qualche dolcezza nascosta, tanti gli obiettivi della società pragmatica e musical-cretina colpiti senza pietà e suonato senza nessuna remora falso perbenista, tracce che folgorano nel profondo e con altissima qualità: gli hook diabolici “Leggins”, gli Zoso diBlack Dog” che passeggiano distratti nella tracklist e in “Sotto stress”, lo Shuffle Crooner  “Nel Nome Del Padre” e due stupende innocenze inaspettate che arrivano per mettere un asterisco in più sulla tara generale, ovvero il bisbiglio alla Edda del periodo Ritmo Tribale “Via Del Cappello” e quello strabiliante tuffo Soul-Gospel in un Mississippi de’ noantri che infrange il muro della goduria straniante “Nel Blues Dipinto di Blues”.

Decisamente credibile e incredibilmente deciso.

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Edda – Odio i vivi

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Stefano Edda Rampoldi, al mondo Edda,  non scrive solo canzoni, ma da un senso da brivido a quello che dice nelle convulsioni della sua sofferenza dentro, al centro di quella sua poesia malata che si sbatte e rotola come in un catino rovente pieno di ferite e momenti di felicità al pus, ed è da quel senso da brivido e di gran rinascita  che la musica alternativa italiana prende uno scossone tremendo da parte di quest’artista stupendo, forte e fragile riesploso al mondo con Semper Biot – dopo i fasti e le cadute con i Ritmo Tribale –  e qui nella riconferma assoluta del nuovo album “Odio i vivi”, secondo personale incunabolo “off” che va ad emozionare ulteriormente lo spirito di un ascolto oltre il privilegio.
Disco da ascoltare varie volte prima di entrare nel suo io, è un percorso tortuoso e salvifico che Edda – con Walter Somà con cui ne divide i testi – intraprende attraverso una canzone d’autore che pizzica il rock, una certa “avanguardia” sperimentale e un’anarchia metrica, di convenzioni e scrittura, dieci tracce trasversali che della libertà espressiva ne fanno baluardo di sincerità totale; una sonorizzazione che, oltre alla strumentazione di prassi, prevede autoharp, ottoni, marimba, sega musicale e lamiere ferruginose, contrasti e melodie che si fanno copiose come l’umorale che l’artista cambia di continuo, come un temporale prima o dopo di una giornata ossessa.

Non ci sono direttrici da seguire od inseguire come i dischi “classici” pretendono, qui si viaggia beatamente a vista, tra ondate poetiche d’inimmaginabile bellezza come la stupenda “Topazio” sangue interiore che vomita fuori pensieri fuori geometria, il subliminale resoconto di un delirio vivo “Marika”, la ballata per una mancanza d’amore vero “Gionata”, tracce queste scritte insieme a Gionata Mirai de Il Teatro degli Orrori, il rumorismo lavico che esce da “Omino nero”, la sinfonia vibrante in crescendo “Il seno” e quel diadema storto appeso in finale che risponde al nome di “Tania”, un blues da piangere con il quale il grande Edda ci offre un affresco da pelle d’oca di quello che questo musicista interprete può far germogliare dal suo spirito, in alto, sempre più in alto fra trombe, ottoni, ottavini squillanti e lo spazio illimitato di quel cielo che si apre davanti come un sipario accogliente.
Prodotto da Takedo Gohara, arrangiato da Stefano Nanni, magnificato da Stefano Edda Rampoldi.    

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