Depeche Mode Tag Archive

Spiral69 – Ghost in my Eyes

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E’ il tocco raffinatamente bluastro della wave targata duemila quella che fluidifica la tracklist del nuovo disco degli Spiral69, Ghost in my Eyes, il contenitore delle melodie travolgenti alle quali questa straordinaria formazione  ci ha abituato sin dal primo album,  un sound reiterato e approfondito dalle suggestioni e sonorità che si tingono di ossessione e Gothic-Folk per sedurre moderni flàneur tra un sorso di Assenzio e un morso di lussuria notturna.

Riccardo Sabetti, focus, fulcro e attore sonico principale del logos Spiral69, qui con la produzione artistica di Steven Hewitt (drummer e co-autore dei Placebo) e la consolle di Paul Corkett (The Cure, Cave, Radiohead, ecc), introduce un clima suadente ed epico che padroneggia la materia dell’atmosferizzazione, lontano dai geli cattedratici della primarietà di genere e assai vicino all’hook radiofonico, quella melodia catchy che lentamente entra sottopelle e freme di uscire dai pori, l’epidermidità assoluta di un sound generale nato per far vibrare e contrastare le sovrapposizioni modaiole last minute; tracce come istantanee, brani come Kodak tornate fuori da cassetti insospettabili, sogni e ombre che si contengono lo spazio vitale di una emozione da vivere per una manciata di minuti, per quella sacrificalità presente nelle ascensionalità epiche di “Waves”, al dettaglio netto del romanticismo riflessivo “No Heart” oppure nei davanzali della solitudine che sbottano nel mid-.fragore Rock di stampo Depeche Mode “Dirty” e Cure “Please”.

Piano, sinth, archi, effusioni e strizzate di cuore fanno parte dell’architettura generale, l’originale equilibrio tra riferimenti storici e avanguardia contemporanea, il complemento ideale per chi fosse esclusivamente alla ricerca di forti emozioni e parentesi fumè, oppure alla cerca di un fuoco suggestivo di amalgame senza fondo.

Disco di riferimento,  consigliato.

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Depeche Mode – Delta Machine

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Delta Machine”, tredicesimo appuntamento sonoro degli inglesi Depeche Mode, non è come gli altri della prosopopeica della formazione capitanata da  David Gahan, ma si allontana dai contenuti seminali della loro storia per abbracciare un blues elettronico mantenendone sempre quelle tonalità scure e di pece, travalicando i territori della loro istintività, ratificando una vena fosca e ossessiva che è – o pare – parimenti attitudine o specchio dei tempi; Gahan, Gore e Fletch con l’avvicinarsi al blues non come sperimentazione ma come nuovo pads da colonizzare, si introducono in una differenza sostanziale che nelle ballad murder e nei suoni profondi, condensati, ritirano fuori quella nozione geografica sonora che ridona respiro e vitalità alle loro genesi per ritornare quei cavalli di razza a rimordere il freno delle grandi e buone cose.

Con i precedenti Playing The Angel e Sounds Of The Universe già si aveva in tasca l’incorruttibilità di una band che col passare degli anni dava ancora gioielli neri, ma ora con questo nuovo lavoro la colorazione si tramuta in un rosso rubino maledetto, una proclamazione di bellezza che tra beat, sintetizzatori, bave sliddate e quel trascinamento lussurioso black come la notte, vive una seconda, terza e quarta vita, bellezza tutta miscelata nella “figurazione e nell’estetica”; con la produzione di Ben Hiller, Delta Machine è una vera macchina sonora, entusiasmi sfumati e una innegabile perizia strumentale, una dimensione in cui i singoloni “Angel” e”Heaven”, il Mississippi che score venoso tra le parole di “Slow”, la dance robotica che graffia il marchio sacrosanto DM “Soft Touch/Raw nerve”, la foschia vasta che annebbia “Alone” o la memoria incancellabile di una Personal Jesus che pare resuscitare dall’hook radiofonico “Goodbye”, sono l’alchimia superiore di una profonda svolta che premia questo disco tra le migliori cose uscite in questi primi mesi del 2013, e non è una esagerazione!

I Depeche Mode non tradiscono mai, hanno nel sangue – oltre che la maledizione del bello – anche tutte le sfumature del nero infinito che altri non hanno e non avranno mai.
http://youtu.be/bxi5MlJFyvE

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Nazario Di Liberto – Stasi

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Nella retrogradazione la voce conseguente inizia con l’ultima nota della voce antecedente e il tutto procede al contrario, mantenendo comunque un significato comprensibile. Comunemente questo processo è denominato anche reverse e Nazario Di Liberto, giovane musicista palermitano, usa questa tecnica nel suo album, che a leggere il titolo sembrerebbe tutto l’inverso di ciò che ho appena affermato: Stasi, uscito nel 2012, primo lavoro ufficiale, ma in realtà secondo, uscito dopo Il mio più bel colore, del 2009, mantenuto ben custodito nel cassetto.

Stasi racconta la salita, la montagna, il percorso, Palermo e gli occhi silenziosi di un osservatore esterno. L’inizio avviene con l’”Apertura, brano che per due minuti e mezzo esplora le possibilità sonore post-rock, con una chitarra lineare, sempre presente e un battito che accompagna al secondo brano “Ipernatural World”, stessa intenzione, stessa chitarra e vocalità quasi sussurrata, che in tutto il lavoro (a detta dello stesso autore) parte dal siciliano per arrivare all’arabo. E in “Fortuna 0,407”la sonorità si apre, assieme alla vocalità, molto simile all’indie italiano, tipo Afterhours, molto più di quanto forse si vorrebbe. Il testo, invece, sfiora il minimalismo con la frase “Io penso che la tua fortuna può cambiare”, concetto chiaro e contemporaneo dato che la fortuna cambia quasi di continuo. Come cambiano gli arpeggi della chitarra di Nazario, nato chitarrista quasi per caso, che in “E Lillo piange_1” si sofferma per quaranta secondi, come su un’ immagine frenata, su un’intenzione melodica, molto piacevole e riconducibile a qualche musica da film. Il numero cinque invece è la vetta, “Stasi”, brano che da titolo all’album, nel quale i colori rock si fanno più percettibili e le lingue si fondono in testi sempre minimali, che forse non servono tanto per esprimere un pensiero se vogliamo complesso, tangibile e forse, dalle percezioni che arrivano, non tanto felice, alla Depeche Mode. Si ritorna a “E Lillo piange_2”, breve melodia di 46 secondi, che non aggiunge e non toglie niente. A differenza di “Altitudine 23,975”, settimo brano, lungo più di otto minuti, nel quale è protagonista un arpeggio dissonante accostato  a melodie sintetizzate, che cambiano allo sforare del quarto minuto, in un’atmosfera più cupa, che potrebbe dare, secondo me, ancora tanto: nel migliorare il volume e nel definire di più il significato delle tastiere, da un lato, e del concetto melodico, dall’altro. Ogni brano, come ogni melodia al mondo, potrebbe cambiare nel tempo e migliorare, come in questo caso.
“As Spiders i Walk Over The Walls” è il penultimo brano in scaletta, uno dei più interessanti, che racconta bene il titolo stesso attraverso le atmosfere, assieme a “Libera (Caduta in Amore)”chechiude l’album Stasi.  Album che contiene molti pregi nelle chitarre, nei colori e nelle intenzioni, ma non nei testi, volutamente corti che andrebbero sviluppati oppure un tantino rivisti, per colpire ancora più affondo quelle emozioni che al giorno d’oggi sembrano essere tutte uguali, serene, sorridenti e spiattellate sui social network. Emozioni che solo l’arte può riscoprire.

Un esordio, quello di Nazario Di Libero, che da un certo punto di vista stupisce, non certo per il nome da nerd, ma per l’idea e la voglia di sperimentare.

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Leon – Come se Fossi Dio

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Personaggio indubbiamente controverso e fuori dal tempo questo Leon. Diretto come una freccia puntata in fronte, nudo sia in copertina che nella sua musica e spudoratamente egocentrico già dalla prima uscita discografica. Dopotutto come si può ignorare la spavalderia del titolo Come se Fossi Dio? Ma il ragazzo valdostano, nato tra la solitudine delle sue montagne e vari goccetti di alcool, ha sempre mirato verso l’altro e non ha mai abbassato la guardia. E cita pure il latino: ”si vis pacem para bellum: guerra alla mediocrità, al politicamente corretto, al conformismo del gregge”. Onore alla causa e alla forza di volontà. Il risultato? Buono, un esordio distinto, ben delineato e personale. Non di certo un capolavoro di innovazione ma un gran bel gesto di personalità. Anzi un gestaccio, in faccia a tutti coloro a cui piace vincere comodo.

Pop violento e sanguinante già dalla title track che apre le danze. “Come se Fossi Dio” è carnale e profana, sensuale e blasfema. Regna dal primo istante una verace fisicità, uno spogliarello di fronte a tutti. Pregi e difetti amplificati sotto un costante martello elettropop. E il lavoro dietro le quinte merita un’ovazione, carezze ruvide del produttore Pietro Foresti, gemma oscura e incredibilmente versatile, al lavoro tra gli altri con Valeria Rossi (si quella di “Tre Parole”!), Scomunica e Tracii Guns (L.A. Guns). L’anima più dark e violenta nel ragazzo aostano viene dunque da subito sprigionata grazie ai meticolosi arrangiamenti. “Bellissima” avvolge con la sua intro comoda per poi infrangersi in uno specchio rotto: visioni distorte e realistiche si accavallano e si scontrano tra la bellezza e l’anoressia: “tra la pelle e le ossa c’è nulla, come il vuoto che è in me”, canto disperato a corpo libero.

“Immagini” è visiva e semplice, più naturale nell’arrangiamento e con elettronica rilassata che si mette un momento in disparte per creare tappeti volanti e sollevare in aria la canzone meno fisica del disco, vicina alle splendide ballate dei Depeche Mode. “Profughi” è l’episodio che finalmente ci porta a sentire più vicini gli echi dei tanto attesi Subsonica e di quella sana elettronica anni 90 di cui andavamo tanto fieri. Gli argomenti scomodi ritornano prepotenti nell’adulazione alcolica di “Nel Gin” e in “Ego te Absolvo”, sarcastica visione di un prete pedofilo. Non ci sono mezze misure, Leon qui suona davvero spavaldo, svergognato: “tocca qui con mano cos’è la trinità”. Mandiamo a quel paese i puristi e apriamo gli occhi.

Il disco si conclude con due chicche: la versione francese della sensuale “Wicked Game” di Chris Isaak e un remix bello tamarro di “Nel Gin”, opera di Nedagroove. Forte e orgoglioso Leon chiude il sipario di un disco a volte un po’ poco focalizzato e ancora disperso tra argomenti e suoni lontani. I muscoli possono rilassarsi, il primo sforzo è stato comunque premiato. Speriamo però che gli occhi non si chiudano e anzi che la vista migliori, in modo da osservare i dettagli a distanza. Sempre più lontano dalla schifosissima mediocrità.
http://www.youtube.com/watch?v=H6RIPMSXWDk

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Depeche Mode: in arrivo il nuovo album.

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Depeche Mode nuovamente presenti all’appello. Ed è sicuramente una buona notizia.
Non solo per la musica mondiale, che ritrova un nome pesante, pronto a presentare Delta Machine, tredicesimo album di inediti in imminente uscita; ma anche per lo stesso Dave Gahan, frontman della band, ristabilitosi da svariati problemi di salute e tornato all’ovile dopo la collaborazione coi compatrioti Soulsavers.
Il primo singolo estratto è la maestosa Heaven, ovviamente figlia dell’estro creativo dell’eterno Martin Gore.

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“Diamanti Vintage” Depeche Mode – Violator

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Risultato della felice idea di unire le ombre wave con i singulti dark, il nuovo percorso artistico dei Depeche Mode centra perfettamente le mire del successo oltre ogni limite, successo che già con il precedente Black Celebration si poteva presagire anche per via della prestanza artistica di Anton Crobjin che ne cura maniacalmente i video ed i make off, e “Violator” già nasce con il lusso e la potenza del disco per eccellenza della band, quella sacralità musicale che tagliò per sempre i freni alla loro trasgressività color pece.

Un opera capitale dell’elettronica, atmosfere cupe, violacee e malate sconvolgono l’intera stesura, una perfetta risintonizzazione del sound in cui Gahan e soci nuotano e sollevano con arguzia e professionalità eccelsa, tanto che con questo disco realizzano l’apice e la mondialità degli anni della “controriforma” wave; il disco che poi contiene le “colonne sonore di una generazione”, di quelle masse che si sono riconosciute in pezzi come “Personal Jesus”, “World in my eyes” o in “Halo”, “Enjoy the silence”, tracce che sono rimaste incastonate nella storia della musica rock come i comandamenti della Bibbia. Gli anni Novanta sono portatori di rivoluzioni varie e variopinte, ma i segreti custoditi dai DM hanno l’obiettivo preciso di travalicare le mode e gli affanni pop, loro inventano un marchio che avrebbe dovuto proiettarli in un futuro di lucidità e libertà totale, ma la droga è dietro all’angolo e non tarderà molto a disintegrarne gli impatti positivi e la prorompente notorietà.

Tuttavia rimane un testamento – in questo capolavoro scuro – che supera barriere e geografie temporali, tracce indelebili che hanno letteralmente consumato ascolti ovunque anche se i fantasmi del passato sono tutti qui riuniti a dare “festa magnificamente mesta” alla tracklist: chi non ricorda le onde strazianti che tracimano dolore Smithiano in “Waiting  for the night”, il minimalismo computerizzato di “Policy of truth”, la tenerezza fosca dell’armonia che tinge “Blue dress” cantata da Martin Gore o la finale “Clean” in cui Gahan pare intravedere un fievole raggio di sole ad illuminare la sua anima costantemente in pena? Gli anni passano come una scure sul capo, ma la dolcezza amara di questo caposaldo è intatta, immacolata e maledetta come i miracoli di agnostici fati, e i Depeche Mode paiono non essere mai svaniti del tutto, la loro anima lacerata ancora gira un’ossessione a cui rendere conto.

Disco di buio basilare come la luce.

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Vedova Virgo – Meccanica della Morte

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Eccoli tornare in scena i Vedova Virgo, un quintetto fiorentino che propone una sorta di Gothic con richiami alla New Wave, etichettandosi però, come una forma di Death Rock. I Vedova Virgo diedero un cenno di vita già alcuni anni fa, precisamente nel 2009, mostrandosi con un primo disco intitolato “EctrasAnemos”; adesso sono pronti a confermare la loro voglia di  suonare e di affermarsi con un disco che la dice davvero lunga, ovvero, “Meccanica della Morte”. Questo lavoro rispecchia a tutti gli effetti i canoni e  lo stile di Patrick, Furyo, Aliosha, Luca e Silvia; il tetro suono presente nel disco che ricorda un po’ i Paradise Lost, un po’ i Depeche Mode e un po’ i Christian Death (questi ultimi maggiormente), ha la capacità d’ incantarti al primo ascolto. Neanche a farlo apposta ho ascoltato per la prima volta il disco in un atmosfera degna dei migliori film di Dario Argento e John Carpenter: nel letto alle tre del mattino (dunque notte fonda) con un temporale in cui tuoni e lampi facevano da padroni.  L’ effetto è stato immediato e suggestivo, il cupo e sinistro momento ha aggiunto una sensazione in più all’ ascolto del disco. Le tracce che subito si sono fatte notare sono state: “Crisalide”, “Rosa di Sabbia” e la titletrack. L’ unica delusione è stata “Megera”, il loro primo singolo appunto. Attenzione, con questo non voglio dire che la canzone è brutta o appellativi simili solo che non è all’ altezza delle altre tracce presenti nel disco, che credetemi hanno un loro fascino. Detto questo non resta altro da fare che gustarsi “Meccanica della Morte” e riporre speranza nei Vedova Virgo.

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