Depeche Mode Tag Archive

We Are Waves – Promixes

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Provano a mostrare l’altra faccia della luna, i torinesi; tentano di palesare il proprio alter ego e tirano fuori un Ep che vuole evidenziare l’aspetto sintetico ed elettronico della loro miscela di Wave e Post Punk che ci ha entusiasmato in passato tanto da farci gridare al miracolo per aver scovato finalmente una band italiana valida, capace di rileggere il passato in maniera attuale e convincente e pronta per sfondare il muro dell’anonimato. Promixes è l’altra faccia del loro secondo album Promises, quello che più dell’esordio è stato capace di elevare i We Are Waves sugli altri. La copertina stessa non è altro che il negativo di quella che rappresentava l’album precedente, il titolo, una storpiatura che si lega al termine remix e i brani non sono altro che riletture del passato o meglio un diverso modo di esporre i propri brani giacché le tracce non sono semplicemente dei remix ma piuttosto le versioni risuonate di quei brani così come gli stessi We Are Waves le hanno portate in giro per l’Italia, nelle performance in formazione ridotta, con set electro composto di voce/chitarra basso ed elettronica/synth/drum machine. Spariscono, dunque, le influenze più evidenti nel sound We Are Waves ma ne compaiono di nuove, dai Depeche Mode a Trentemoller, da Gas a Plastikman, da The Faint ai New Order, passando per un’attitudine Pop, questa sempre presente, che richiama alla mente un certo Morrisey e non solo per la cover di “How Soon Is Now?” che chiude l’Ep stesso. Tuttavia, nonostante Promixes sia presentato come una necessità espressiva per la band, non resta molto ad ascolto concluso se non l’impressione che questo sia piuttosto un regalo buono per i più affezionati e non certo un nuovo biglietto da visita. I brani già noti perdono completamente quel fascino e quelle sonorità che ci avevano fatto innamorare senza acquistare davvero nuova linfa vitale, anzi, andandosi a ficcare in vicolo cieco di banalità Synth Pop che francamente avremmo volentieri preferito evitare. I We Are Waves sono una grande band, continuo a ripeterlo, in studio e live soprattutto. Ascoltate Promises, l’album uscito a maggio del 2015, e vi renderete conto da soli di trovarvi davanti a qualcuno che di strada ne farà tantissima. Se invece non avete mai sentito quel disco, non lasciatevi trarre in inganno da questo Promixes, i We Are Waves sono molto di più.

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Nero – Lust Souls

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Nero è il colore giusto. Perfetto per lo sporco suono New Wave che produce, con tanto di chitarre insistenti e una voce cupa, sensuale e viscida come la pelle di un serpente. Il suo disco d’esordio Lust Soul è il perfetto connubio tra vintage e modernità. Nero di certo non è un novellino, ma annovera un passato con band del calibro dei The Detonators e The Doggs (per altro recensiti dal sottoscritto qui su Rockambula qualche anno fa). Il suo background è dunque fissato su solide basi di sporco Rock’N’Roll, tra Black Sabbath e Stooges per intenderci. Indubbiamente in questo lavoro solita la sua rotta vira verso sonorità più lente e scure, più ossessive e più schizofreniche. Come la stupenda “I’m The Sin”, un vortice di passione dentro la frenesia dei Joy Division senza perdere il senno, grazie a una melodia trascinante. Il suono dietro è perfetto, curato in ogni minimo dettaglio: rullante che martella il nostro cervello, basso cadenzato e ben definito che scombussola il nostro bacino. “In my Town” è un piccolo capolavoro minimal, quello che sarebbero i Depeche Mode senza una mega produzione e senza dimenticare le tenebre di Ozzy e dei suoi Black Sabbath. Guardando ad una città più grande, scappa anche la vicinanza alla New York decadente di Lou Reed. La canzone è un viaggio psichedelico in una grotta completamente buia, umida senza via d’uscita, ma con la consapevolezza che nessuno ci farà del male. Sicurezza che viene meno nella terrificante “Bleeding”, ritmica quasi Doom immersa in chitarre ululanti e un piano che compare ogni tanto come uno spaventoso fantasma. I ritmi si innalzano in “Over my Dead Body”, riff Punk venuto dallo spazio, basso incalzante e synth svarionanti dominano l’atmosfera e ci introducono in un crescendo interminabile. Come se Marc Bolan e i suoi T-Rex incontrassero in studio i Daft Punk. Nero riesce con grande naturalezza a mischiare sensazioni, suoni, spazi e periodi storici. Il tutto grazie ad un’improbabile macchina del tempo, scassata, ma terribilmente efficace. “Old Demons” è superba, sembra uscita in due minuti di prove e ha l’efficacia di essere vera e nostra. Ci togliere dal tunnel buio per portarci a braccetto negli inferi, dove rimaniamo bloccati fino a “Spirit”. Battiamo il cranio contro un muro rovente. Si questa elettronica è calda, è vera come un Les Paul collegato al suo Marshall JCM 800. Nero poi ci saluta con le schitarrate distese di “Tomorrow Never Comes”, riporta tutto alla semplicità, ad un triste epilogo, a un dolore viscerale. “Vedrai un grave dolore e in quel dolore sarai felice”, scriveva Dostoevskij.

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Syne – Croma

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I Syne (o Syne  E∆Ǝ ) sono di Milano e rischiano grosso. Rischiano tempi dispari, testi concisi, sguardi jazzaggianti e suoni a metà tra l’Elettronica e la tradizione italiana del Progressive Rock, che ascoltando quello che è stato prodotto negli ultimi anni pare si stia del tutto perdendo. Croma è il loro primo LP e suona forte, personale, ambizioso, robotico e spaziale. Insomma come nient’altro che io abbia ascoltato negli ultimi dieci anni. L’inizio di “Verdemente” (per altro accompagnato da un video azzeccatissimo) è scattoso come un vecchio videogioco nella sua sala dismessa, ha un perfetto incastro ritmico dove la voce e le liriche di Marcello fanno breccia nel nostro cervello. Il brano presenta uno spesso involucro roccioso che contiene un dolce liquido caldo, mieloso. Scavando si trova quella melodia che pareva perduta. In Croma c’è ampio spazio per ballate interstellari come “Sono Rosso” che ricorda molto il suono vellutato dei compianti Deasonika. “Cercami” è più testarda e spigolosa e si avvicina di più al Prog e alle inquietanti cavalcate dei Bluvertigo, i cori finali si incastrano tra loro sottolineando una produzione sopraffina. Il tema dei colori torna con “Nera” e l’idea del concept album si fa più completa. “Nera” è cupa, si muove sinuosa in un paesaggio futuristico, decadente, i suoi cinque minuti pare non finiscano mai in un vortice di suoni e parole che accendono nuova luce nel panorama musicale italiano. Le similitudini si sprecano, le canzoni sono così complete che potremmo citare insieme PFM e Muse, Elio e Le Storie Tese e Hawkwind. Sia ben chiaro che questa musica rimane fuori dal tempo e non è sicuramente accessibile a tutti. A trarre in inganno il dolce intro di tastiere in “B.L.U”, subito sballata da un tempo storto e dall’eco che avvolge parole visionarie (per altro metà in inglese e metà in italiano) fuse tra loro, come se si assistesse ad un discorso tra due astronauti dispersi nell’etere. La tensione è sempre viva e palpabile, il senso di instabilità ci tiene appiccicati fino alla fine del disco. Anche la bomba Elettronica “Witches” ha  il suo maledetto perché nel suono di un cyborg che martoria la sua chitarra super effettata. Mentre “Aerie” rimanda agli anni 80 e ad un mood vicino ai Depeche Mode, il finale dedicato ad un altro colore “Yellow” pare essere la previsione di quello che sarà il Punk Hardcore del prossimo secolo. Grida lontane, batteria martellante e synth ossessivo. Potrebbe scadere tutto in un facile pastone confusionario, ma i Syne sono bravissimi ad ammorbidire tutti gli spigoli, ammortizzando gli urti. La botta in testa alla fine manca fisicamente, ma il cervello esce annebbiato, affaticato e piacevolmente sotto sopra.  Questo disco è fatto di materia grigia e di tanto sudore, tutto unito a un’enorme voglia di futuro e di novità.

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The Soft Moon – Deeper

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Decidere di fare i conti con i propri demoni non è mai un lavoro facile; se poi scegli di passare questo tempo di pura introspezione tra la nebbia dei canali di una Venezia spettrale e misteriosa, fra anonime maschere e freddi stucchi è probabile che la tua anima nera e buia si amplifichi e si dilati tanto da farti cadere lentamente in un percorso buio e tortuoso di esplorazione e solitudine. Questo viaggio, espressione di una profonda interrogazione di sé, lo racconta The Soft Moon aka Luis Vasquez nel suo terzo album Deeper. Un disco introspettivo, nero, claustrofobico, che eredita molto dai precedenti lavori, ma che al tempo stesso fa un enorme balzo in avanti in termini di sperimentazione e innovazione. Post Punk ed Elettronica continuano a essere l’humus di base, al quale però si aggiungono brani che contengono vere e proprie melodie e un cantato d’ispirazione Pop. La Dark Wave, gli anni 80, i Depeche Mode, i Kraftwerk, i Nine Inch Nails, il Kraut Rock, Minimal Man e l’Industrial e qualcosa dei Tear For Fears non sono altro che fili nelle mani di un esperto burattinaio, che con maestria confeziona undici tracce intese, catartiche, ansiogene, a tratti rabbiose, spesso sospese e rarefatte. L’atmosfera generale è dark, opprimente, seriale, il ritmo è uno degli elementi decisivi, cuore e veicolo di tutti i brani, martellante e sincopato in “Black”, modulato, esotico e primordiale nelle percussioni di “Deeper”, elettronico, ricco di bassi e danzereccio in “Feel”. Il tutto è sapientemente condito da synth distorti, incursioni martellanti di ronzii e sirene, suoni robotici, voci effettate, echi e riverberi. Tra gli undici brani le tracce più sperimentali sono “Try” dal sapore vagamente decadente e distante,  “Without” dove per la prima volta il piano e la melodia sono protagonisti e “Wasting”, che riesce a trasmettere il senso di solitudine e distacco di una base strumentale con un cantato delicato. Il gran finale, la risalita dopo la caduta, è affidato a “Being”, che ci lascia con un’ineluttabile verità e un nastro, che nel suo continuo riavvolgersi, ripete in maniera ossessiva “I can se my face”. Luis Vasquez ha realizzato un album inteso e coinvolgente, estremamente autobiografico e per questo maledettamente vero.

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Don Turbolento – ПОЛИ ЖОКС

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Un nome esotico per il terzo album del duo Dario Bartolotti e Giovanni Battagliola, stampato nell’artwork a caratteri ancor più evocativi insieme ad un logo apparentemente di difficile interpretazione ma che altro non è che la sagoma del monumento di Podgaric di Dusan Dzamonja (lo vedrete meglio nel videoclip del singolo) eretto a memoria di uno dei tanti massacri della seconda guerra mondiale, la rivoluzione della Moslavina. Considerato una delle opere più brutte al mondo, racchiude in sé un profondo valore spirituale e tale concetto parzialmente ricalca l’opera dei Don Turbolento.

Nati dalla passione per il Funk, il Rock e l’Electronic, la band, il cui nome si rifà ad un pezzo degli svizzeri Yello, sceglie una strada Electro per confezionare un concept album il cui nome, Poli Voks, si ispira ad un vecchio sintetizzatore russo, poderoso ed esteticamente bellico e che affronta il tema della guerra ma più in generale della naturale ed a volte involontaria inclinazione umana per il male.

Oltre a forgiarsi di pura attitudine Electro Industrial (“Nails in my Throat”, “Like Morphine”, “Toom Doom”), i dieci brani della tracklist divagano per strade Synth Pop (“The Hunchback”, “Step Off”) e Dance (“Back In(to) the Void”) tanto quanto New Wave (“No Light No Sound”, “Null”, “What It Takes”, “Decay”), puntando su immediatezza e semplicità e su basi potenti, talvolta cattive, trascinanti, poste sullo sfondo di una vocalità soffocata, non troppo invadente e leziosa ma neanche ricca di talento. Nonostante una ricerca del suono non proprio di valore oltre la norma, sta proprio nella ritmica e nelle basi, specie quando cariche e robuste, il vero punto di forza di Poli Voks. La parte vocale fatica a proporre melodie accattivanti e arranca nel tentativo di farsi scivolare di dosso i più comuni cliché della scena Pop sintetica. Nello stesso tempo, l’intero album non ha la perizia di incutere con solerzia il concetto che sta alla base dello stesso risultando invece piuttosto anacronistico. Orrendo il brano di chiusura, fino all’ultimo secondo e se un primo paragone che mi è venuto in mente, per descrivervi l’opera dei Don Turbolento, è invitarvi ad immaginare i Depeche Mode che suonino insieme ai Cabaret Voltaire non posso che sottolineare le titaniche distanze che intercorrono tra questi mostri sacri appena citati e la formazione bresciana, convincente solo a tratti ma su cui ho la voglia di sperare ancora.

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Cold Cave a Roma il 17 ottobre

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I Cold Cave sono un progetto di Wes Eisold, già cantante di Some Girls e Give Up the Ghost. Volendosi allontanare dalle sonorità Hardcore, incomincia a suonare vecchi sintetizzatori e pedali degli effetti, creando così materiale per il suo primo lavoro, la raccolta di demo Coma Potion, pubblicata nel 2008 in sole 100 copie dall’etichetta Heartworm Press. Dopo un paio di Ep, nel 2009 esce il primo disco, Love Come Close. Nel 2011 c’è stata la loro ultima pubblicazione, Cherish the Light Years, che riprende sonorità del passato come quelle di gruppi come Depeche Mode e New Order.

VENERDI’ 17 OTTOBRE Circolo degli Artisti Roma

COLD CAVE
porte/botteghino 21:00
concerti 21:30
ingresso 10 euro + d.p. / 12 euro al botteghino

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Magnolia Estate 2014 We Are

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We Are, dove “We” sta per noi e i nostri week end e “Are” è quella voglia di esserci e fare le cose se possibile anche meglio di quelli che non parlano la nostra lingua. E dopo il Weekend 1 di Luglio ci si prende una vacanza, che arriva a settembre per la seconda due giorni a concludere in bellezza l’estate: Dub Fx, Wilkinson e Mc Ad-Apt il primo giorno, ovvero l’australiano che con la sola voce riesce a ricreare qualsiasi beat, riuscendo a sostituire con la bocca la consolle e le sue parti elettriche, insieme a Wilkinson, il produttore del momento. Si chiude, e forse per forza o per grazia ricevuta, con Boys Noize, l’erede tutto elettronico dei Depeche Mode, from Germany, insieme a Skrillex uno dei nomi nuovi dell’attuale scena, insomma il re che regna in ogni club che si rispetti, in accoppiata con Strip Steve che è semplicemente la ciliegina sulla torta, quella che il Circolo Magnolia si merita per aver fatto tanto, per la scena e per la notte.

Questo il programma del festival Electro milanese:

WE ARE MAGNOLIA | Weekend 2 | Day 3
Venerdì 5 settembre
line up:

Big Frog Stage
DUB FX
WILKINSON + MC AD-APT
TOMMY TUMBLE

Out Frog Stage
Curated by LE CANNIBALE
UABOS
PROTOPAPA
FRSH CSH

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Ingresso: 10€ prevendita standard, 12€ in cassa  (No tessera ARCI)
Prevendite attive su www.ticketone.it e www.mailticket.it
Apertura cancelli: 19.00
Inizio spettacoli: 22.00
Evento FB

WE ARE MAGNOLIA | Weekend 2 | Day 4
Sabato 6 settembre
line up:

Big Frog Stage
BOYS NOIZE
STRIP STEVE
TILT
UABOS

Out Frog Stage
LSRBLST
AUTOBOT
TESLA
VIALE ROSSI PROJECT

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Ingresso: 12€ prevendita standard, 15€ in cassa  (No tessera ARCI)
Prevendite attive su www.ticketone.it e www.mailticket.it
Apertura cancelli: 19.00
Inizio spettacoli: 22.00
Evento FB

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Thot – The City that Disappears

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No, non sono totalmente impazzito e neanche vivo di una presunzione tale da spingermi a inventare una definizione, per un genere musicale, tanto strampalata e azzardata. È lo stesso Grégoire Fray, il cui moniker è proprio Thot, che indica la propria musica con le parole Vegetal Noise Music e, sinceramente, tolte le suggestioni create dai termini, faccio una certa fatica a comprendere questa scelta. Del resto, come lui stesso spiega, tanta follia cela la voglia di prendere un po’ in giro questa necessità di apporre sempre un’etichetta a ogni nuovo prodotto e la cosa mi rompe un po’ il cazzo giacché ormai gli artisti che “non si ritrovano in nessun genere” o “non amano i generi” sono più noiosi di noi stessi giornalisti, opinionisti, critici, cialtroni che usiamo le definizioni per questioni pratiche, ma, talvolta, affondiamo dentro sabbie mobili linguistiche create proprio da noi. Mettiamo da parte queste digressioni sugli aspetti formali della critica e parliamo di Thot e quindi di Grégoire Fray, nome importante dentro la scena Industrial, noto anche per alcuni remix di Nine Inch Nails, Carina Round, Justice, Depeche Mode, Amenra e, per i seguaci incalliti, per due album solisti (The Huffed Hue del 2005 e Obscured by the Wind del 2011) e due Ep (Ortie del 2009 e The Fall of the Water Towers del 2012). Lo stile di questo The City that Disappears è profondamente intriso di Industrial ma molto presenti sono anche gli aspetti Synth Pop e Rock tanto che l’album è da considerarsi il più variegato della sua discografia. Eppure non tutto è oro quello che è musica. Gran parte dei brani manca di mordente, suonano potenti nella forma quanto morbidi nella sostanza, con una vocalità a tratti imbarazzante nel suo cantato e soprattutto nella timbrica, suoni ai limiti della decenza, melodie banali, arrangiamenti che sfiorano il cacofonico involontario e un’originalità stilistica difficile da trovare anche a spulciare ogni singola nota. Dico tutto questo con profondo dispiacere perché pare (non ho mai avuto la fortuna) che dal vivo i suoi spettacoli siano eccezionali e poderose miscele di performance musicali e visive, grazie all’apporto di diversi collaboratori tra cui Arielle Moens alle proiezioni e grazie anche all’interazione col suo pubblico (The Vegetal Noise Lovers) chiamato a partecipare attivamente con progetti quali video e remix. Che cosa posso farci io, però, se del disco dobbiamo parlare e il disco è tutto tranne che qualcosa che vi consiglierei di ascoltare, salvo che non siate psicopatici da Synth Pop a tutti i costi?

L’unica cosa che posso fare è dirvi che i tempi di Depeche Mode e NIN sono finiti ma se proprio volete fare un tuffo in questo mondo sintetico e volete farlo con un disco freschissimo, lasciate stare The City that Disappears e le contaminazioni industriali e provate con cose tipo Singles dei Future Islands.

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In.Visible – HaveYouEverBeen?

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Un progetto solista dall’esito Elettro Pop che nasce da ispirazioni Rock di spessore. In.Visible è lo pseudonimo di Andrea Morsero, già attivo nella scena underground italiana come batterista e DJ.
Il primo singolo estratto espone in maniera abbastanza completa ciò che bisogna aspettarsi da HaveYouEverBeen?. “Leather” è un tuffo di testa nell’elettronica ritmata degli anni 80, che comporta in sé l’alto rischio di essere un tuffo nel vuoto se nel frattempo sono trascorsi tre decenni e soprattutto se non si è Dave Gahan. L’ispirazione che Morsero trae dalla faccia più danzereccia dei Depeche Mode è palese, oserei dire un po’ sfacciata, a cui lui sembra però avere poco da aggiungere.

Ritmato sì, ma non abbastanza euforico da far scuotere le membra. Il fulcro attorno a cui far ruotare il resto sembra essere riservato alla voce, dal timbro ammiccante ma spesso ostentato e prevedibilmente effettato: le prime tracce scorrono via su tappeti sintetici su cui questa si sdraia comoda insieme alle seconde voci, in un susseguirsi di brani che nonostante alternino ritmi più serrati a ballad elettriche in una miscela gradevole fanno però fatica a trovare un angolino di memoria e di cuore in cui depositarsi. L’invadenza del cantato mi appare ormai indiscutibile quando mi sorprendo a godermi la strumentale “Stagen”. Sul finire del disco spunta invece fuori un ben più interessante lato New Wave del progetto, che scorre fluido grazie ad una sezione ritmica più marcata e le tonalità che scendono e si fanno un po’ da parte (“The Second Way”), oppure mostra una tendenza Romantic che evoca gli Ultravox, ma senza scendere nella mera citazione (“Feel”). È solo sull’ultima traccia che mi sembra di scoprire la naturale vocazione del timbro vocale di Morsero, sul più classico dei Rock melodici con crescendo di archi finale. In.Visible sembra più un saggio di tutte le facce che il progetto potrebbe assumere piuttosto che il risultato della scelta di una forma compiuta di espressione. Un background di tutto rispetto che senza qualche tocco reinterpretativo più audace rischia però di appiattirsi in un Pop senza molte vie d’uscita.

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Der Noir – Numeri & Figure

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I Der Noir sono tre e sembrano cento: merito delle sonorità elettroniche, certo, delle drum machine e dei sintetizzatori, merito delle collaborazioni (Luca Gillian alla voce, Hannes Rief alla tromba, Anna Martino al violino elettrico, Pierluigi Ferro al sax, per citarne solo alcuni), ma merito anche della loro capacità di costruire intrecci musicali complessi, vere e proprie stratificazioni melodiche e suggestioni Noise.

L’album si apre con “Carry On” che subito ci catapulta in atmosfere New Wave rivisitate: una lettura più Dance, forse, con echi alla Depeche Mode. La title-track, “Numeri e Figure” ha un testo in italiano che si muove su sonorità anni 80 freddissime, retto da una linea melodica complessa, capace di un andamento sillabico e momenti più ariosi e sospesi. Segue “Zero”: vaghe reminiscenze dei Massive Attack per un testo nuovamente in inglese e un brano che predilige la pulsione ritmica alla costruzione armonica. “L’Inganno” è forse la canzone più bella del disco: liriche interessanti, un cantato sillabico, chiaro che si staglia pulito su un arrangiamento composito, tra suoni sintetici e il calore dello strumento a fiato. “Sunrise” è quasi tribale, “Kali Yuga” dà una sfumatura mediorientale che subito viene abbandonata per una visione più Industrial, oscura e suburbana, che prosegue nella successiva “Metamorfosi”, in un crescendo malinconico e ansiogeno. Con “She’s the Arcane” si torna a parlare al corpo in quel modo subdolo e indiretto di cui i Joy Division erano maestri: non è una canzone da ballare, ma è una canzone che sicuramente vi farà muovere la testa con compostezza. Il disco chiude con una meditabonda “The Forms” che sancisce la fine dell’album addensando le suggestioni tracciate nei brani precedenti, una bella summa di quello che i Der Noir sanno dare. Il disco non è perfetto, forse i momenti più cinetici sono anche i più bassi, mentre i brani più riflessivi tradiscono una capacità compositiva su cui la formazione dovrebbe concentrarsi maggiormente, ma è un bel disco, che vale la pena ascoltare.
Fatelo.

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The Foreign Resort – New Frontiers

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Fino a venti anni fa, in piena epoca Grunge ed Alternative Rock, orde di capelloni, depressi e disillusi in camicia di flanella e jeans strappati si accanivano ferocemente contro tutte quelle sonorità fredde e look da fighetto che rappresentano a tutto tondo quel caleidoscopico calderone denominato Post Punk o New Wave che dir si voglia. Dai primi anni Zero, grazie al successo di gruppi quali Interpol e Franz Ferdinand, è avvenuto un vero e proprio revisionismo storico nei confronti della “Nuova Onda” che ha attraversato il panorama musicale dal 1978 al 1983, regalandoci gemme che risplendono prepotenti ancora oggi nel firmamento Rock. La rivalutazione di tanto spessore e la continua citazione da parte di band emergenti sta rendendo nauseante e borioso il magnetismo oscuro di un’era artistica così estrosa, sia nei costumi e nel make-up, quanto permeata da un nichilismo e da un senso di disgregazione che ha fatto le sue vittime (Ian Curtis e  Adrian Borland su tutti).

I Foreign Resort sono un trio originario di Copenaghen, vero e proprio cuore nero d’Europa (basti pensare agli Ice Age), attivi sin dal 2009 e composto da Mikkel B. Jakobsen (chitarra e voce), Henrik Fischlein (chitarra e basso) e Morten Hansen (batteria e voce). Sfornano questo New Frontiers imbastendo un flusso sonoro carico di velata malinconia e di fantasmi mai svaniti che ormai è divenuto un cliché dal sicuro impatto sul pubblico anche se annoia brutalmente. Mikkel. voce e penna della band, strizza l’occhio a Robert Smith con quel cantato affogato e lontano per tutte e nove le tracce; musicalmente domina la ritmica funerea dei Joy Division , condita ora con elementi Synth Wave tanto cari ai Depeche Mode quanto ai Cocteau Twins, ora da sferragliate di feedback nella migliore tradizione Shoegaze (My Bloody Valentine, Jesus and Mary Chain).  Per quanto i riferimenti ai fasti del passato siano gloriosi, si finisce per essere risucchiati da un vortice tedioso e stucchevole; al massimo cercate un po’ di brio  nello spedito Post Punk a tinte epiche della titletrack.

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A Night Like This: lineup completa

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L’Associazione culturale A Night Like Thisin collaborazione con il Comune di Chiaverano, annuncia la line up completa di A Night Like This Festival, che ritorna per il terzo anno consecutivo il 19 Luglio 2014 a Chiaverano (TO). Art Pop, Synth Pop, Elettronica e Neo Psichedelia sono il filo conduttore di questa terza edizione. E tre sono gli artisti da oltreoceano in esclusiva per il Nord Italia per A Night Like This Festival 2014: Austra, trio Indie Electro canadese in perfetto equilibrio tra elettronica pulsante e un Folk ancestrale, sublimato dall’espressività vocale della bravissima cantante Katie Stelmanis; The Soft Moon, band Neo Post Punk americana guidata dal visionario compositore Luis Vasquez in ricerca del lato morbido della luna. La band ha accompagnato i Depeche Mode per il loro ultimo tour europeo; Slow Magic, dagli USA un ragazzo che si nasconde dietro ad una coloratissima maschera, a cui piace definirsi “il tuo amico immaginario” e che ti coinvolgerà in un viaggio di canti tribali ed atmosfere sognanti.

Inoltre: Soviet Sovietche con il loro album d’esordio Fate hanno fatto del Post Punk un mero punto di partenza, un’idea da colorare con le mille sfumature del loro inconfondibile sound. His Clancynessla band meno italiana dello stivale, con un sound moderno, affilato e cosmopolita. Nadàr Soloil trio che coniuga poesia Rock a live potenti e mozzafiato che stanno conquistando il pubblico un concerto dopo l’altro.

Gli altri artisti della terza edizione di A Night Like This Festival, saranno:
Niagara, Wemen, Flowers or Razorwire, Love The Unicorn, Il Terzo Istante, Invers, Johnny Fishborn, Mascara , Pocket Chestnut, Indianizer, The Gluts, Sorriso Tigre, Nobody Cried For Dinosaurs, Yellow Traffic Light.

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