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Fermoimmagine – Foto Ricordo

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Devo ammettere che non sono mai stato un grande estimatore della New Wave. Ma la frase de “La Storia Infinita” nel libretto del cd del duo romagnolo Fermoimmagine mi ha fornito sicuramente uno stimolo ad affrontare questo ascolto con un naturale sorriso. E devo ammettere che i muscoli facciali difficilmente si rilassano al passaggio delle undici tracce e il sorriso vince la noia apparente che aleggia in alcuni momenti e perfida spunta ad assopire gli entusiasmi di un progetto sincero, coraggioso e indubbiamente appassionato. Si perché chi osa oggi proporre questo tipo di sonorità “anni 80” (catalogare una musica come “anni 80” suona quasi dispregiativo, vero?) non può che essere un appassionato. E chi unisce queste sonorità a parole centellinate e intelligenti non puo’ che essere coraggioso.

Foto Ricordo porta a contatto universi lontanissimi, linee che fino a ieri credevo parallele, binari destinati a non incontrarsi mai. Due su tutti? De Andrè e Depeche Mode. Insieme per mano in un onirico viaggio a mezz’aria, pilotati da un gelido vento che ci punge la faccia.  “C’è chi si batte per tornare a casa” è l’inizio freddissimo di “Quello Che Siamo” e il preludio di un vento che non ha alcuna intenzione di scaldarci le ossa, ma nonostante questo sotto sotto ci riesce, con spirito battagliero che brucia il sangue nelle vene. Nonostante i tetri paesaggi autunnali, la resa sembra non essere contemplata. Intanto le chitarre si mischiano ai synth e ad elaborate basi elettroniche, tutto suona a dir poco anacronistico ma non per questo fuori dal nostro tempo. Arrangiamenti acuti e scelte di suoni indubbiamente azzeccatissime, con quel filo di calore che non guasta le mie papille gustative, troppo sensibili al gelo dei sintetizzatori. Degna di nota la cantautorale “Fuori Dal Finestrino Dell’Auto”, dove il tema madre del disco entra prepotentemente: dannato tempo qui non ci dai nemmeno un istante per un timido ricordo.

“Le Nuvole” è l’episodio migliore del disco colorato dalla spensieratezza della seconda voce femminile di Naima, protagonista anche nella teatrale (Capovilla anche qui?) “Ozio”, frutto più fresco della produzione dei Fermoimmagine. Foto Ricordo perde solo un po’ di smalto verso la metà adagiandosi in scelte a mio avviso (da profano?) monotone. Ma la fine è col botto e “Due Fragilità” ci regala la migliore interpretazione melodica dell’album. Il sorriso che potrebbe parere fuori luogo in un contesto del genere, per fortuna ritorna dopo qualche cedimento. E il sorriso si rinvigorisce prepotente durante l’ascolto ogni volta che mi cade l’occhio sulla frase del maestro Michel Ende, che alla decima lettura mi sento in dovere di riportare pure qui. “Puoi continuare ad avere desideri fintanto che ti ricordi del tuo mondo. Quelli che vedi qui invece hanno fatto fuori tutti i loro ricordi. E chi non ha più un passato non ha neppure un avvenire”. Questo disco sarà freddo e triste ma come si fa a non intravedere nel gelido vento un’esplosione di speranza?

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Neve su di Lei – Cerco la Bellezza

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Cosa c’è di più incantevole di un adulto che rimane bambino? Si nutre di fiori, di accordi soffici, di coloratissimi orizzonti, di storie da raccontare e di melodie appena sussurrate, con la voce di chi non vuole disturbare troppo. Per rendere ancora più surreale la situazione, il contorno è condito da abiti e stile da hippie. No non siamo a Woodstock nel ‘69 ma a Genova nel 2013.
Cerco la Bellezza è il primo disco di Neve su di Lei, progetto naturale quanto ambizioso di Marcella Garuzzo, ragazza che nasconde dietro la semplicità delle dodici tracce arrangiamenti e intrecci musicali visivi e tattili (grazie anche alla preziosissima collaborazione e produzione di Ruben). E il suo Cantautorato prende spunto dalla purezza degli antichi cantastorie e viene plasmato grazie alla genuina ingenuità della fanciulla.

Le farfalle iniziano a diffondersi già ne “La Mattina Nel Quartiere Dei Fiori”, tutti i colori vengono a galla e la sensazione è quella di una storia raccontata una domenica mattina da una solare bambina ai suoi genitori ancora nel lettone.“Cosa Sono io?” è vera a costo di risultare banale. Ce ne fossero di canzoni che ci ricordano in questo modo quanto è meravigliosa la banalità: “i secoli non hanno cambiato le donne e gli uomini, tutto questo che facciamo è per essere amati”. Le venature di malinconia non mancano nel grande cuore della ragazza, potentissima antenna per tutte le emozioni che virano in aria, catturate e soffiate nell’etere dalla soave e tenera voce. “Cerco la Bellezza” sfuma in una lacrima quando Marcella ci dice: “ogni tanto sono triste come un bambino che ha un eroe che sa di non poter raggiungere”. La bellezza noi l’abbiamo trovata e il cielo si riempie di altri colori ancora.

La sensazione è di continuo e lento movimento, ben sottolineato in un intenso e allo stesso tempo spensierato brano: “Un Viaggio, Stanotte”. Tutto si muove ma torna sempre a casa. Questo non è un semplice percorso ma un viaggio. Una strada dove annusare la natura, da percorrere a piedi nudi, con il fitto manto erboso sotto di noi che ci accompagna verso una accogliente e sicura dimora.

Il finale del disco è ancora più scarno e incentrato su parole ben pesate. Favole che Neve su di Lei fa sue e trasmette con la naturalezza delle sue corde vocali ormai quasi confuse con quelle della sua chitarra acustica. Fiabe vicine e lontane: la triste storia del Vajont in “Torneranno Alla Terra”, storie di paesaggi incantati, di misteriosi e curiosi personaggi (“Il Segreto dell’Oleandro”), racconti tra sacro e profano (“Rural Indie Camp”).
In Cerco La Bellezza sicuramente mancano i graffi, la malizia e le grida tipiche della musica giovane e ribelle che inonda la nostra webzine. Ma questo disco con la sua totale pacatezza e con la sua pace interiore rilassa mente e corpo. Insomma se i risultati sono questi speriamo che Marcella non cresca mai, di adulti disillusi e brontoloni siamo già strapieni.

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Sabina Caruso – Senza Remore

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Sabina Caruso è una cantautrice siciliana che dal 2009 porta in giro la sua musica, vincendo premi, concorsi (Epidaurock, Indie Contest ecc) e collaborando anche con l’artista visiva Tiziana Contino, curatrice del video “Senza Remore” e della copertina dell’album. Insomma l’arte a tutto tondo per una musicista che si diverte a raccontare le sue esperienze ma anche quelle che appartengono ai racconti di chi le sta accanto, come farebbe una brava scrittrice, infatti, Sabina si guarda attorno e racconta la realtà e i suoi sentimenti, le ansie, le gioie e le pressioni della sua vita.

Senza Remore invece è il suo primo lavoro discografico, uscito nel febbraio 2013, composto da nove brani, il cui primo singolo è “Senza Remore” da cui traspare  il mondo musicale di questa cantautrice che si definisce schizofrenica e spontanea, con una voce vera, senza fronzoli, sincera e di impatto con il graffiato che qualche volta compare. Il Rock quindi è la via maestra nei suoni distorti e graffiati, ma anche nella forza contenuta in tutti i racconti di questo album, anticipato dal brano “Non ho Tempo”. In questo lavoro Sabina Caruso canta e suona la sua chitarra accompagnata da Daniele Grasso alle chitarre e all’elettronica, e Giusy Passalacqua alla batteria. Dal vivo invece la situazione cambia, infatti la giovane cantautrice siciliana, che studia anche Legge e lavora in un’agenzia turistica, sul palco canta, suona la chitarra, le percussioni e la tastiera, supportata dal bassista Michele Musarra, dal batterista Giovanni Amato, dal chitarrista Livio Rinaldi e dalla special guest Vincenzo Di Silvestro al violino e synth.Insomma una donna e una musicista che non perde tempo, infatti tra un annetto potrebbe anche uscire il suo secondo album dato che ha già in cantiere una settantina di brani nuovi di zecca, ed è interessante il suo pensiero: le canzoni esistono prima che noi le creiamo, semplicemente scelgono da chi essere scritte… adesso, meritano di essere ascoltate.

L’unico consiglio importante che mi verrebbe di dare per migliorare la promozione di quest’artista è quello di ampliare e creare degli spazi per ascoltare Senza Remore gratuitamente. A discapito di quello che molti dicono, secondo me, l’ascolto gratuito di un album è già di per sé un’ottima promozione nel marasma musicale odierno, proprio perché stimolerebbe a un ascolto integrale e più attento, in più sarebbe già un’ottima opportunità per farsi conoscere ed apprezzare da un pubblico più vasto che poi potrebbe comprare l’album, i gadget e i biglietti dei concerti. La fase di promozione musicale è molto cambiata rispetto per esempio agli anni settanta ma l’ascolto gratuito e il tanto girare potrebbero essere una parte  del segreto del successo odierno.

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Persian Pelican – How to Prevent a Cold

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How to Prevent a Cold è il secondo album di Andrea Pulcini (in arte Persian Pelican), ed esce a quattro anni di distanza dal disco d’esordio These Cats Wear Skirts to Expiate Original Sin. Le nuove canzoni nascono tra Roma e Barcellona e fermentano durante un anno di attività live proprio nella capitale catalana. Persian Pelican è un progetto di musica Folk manipolata geneticamente in cui cantautorato, Folk e quotidianità si mescolano per creare una magica atmosfera musicale in bilico tra il freddo della morte ed il calore dell’amore.

Apre il disco “Everyone With His Own Past” di cui è facile comprendere l’argomento, per poi proseguire con il singolo “There is no Forever For us”. Un brano dal video ironico che mostra il giovane artista in abiti da sposa intento a scavare una fossa tra gli alberi di un bosco, una lei total black con tanto di maschera anti gas, ed un morto (l’artista stesso) che alla fine viene seppellito. Beh un po’ come in “Back to Black” di Amy Winehouse non trovate? Il senso è il medesimo, e anche se qui non è il cuore a essere interrato ma l’intero corpo, la questione non cambia. A parte questo è difficile collocare Andrea Pulcini all’interno di un genere preciso, le parole più appropriate che mi vengono in mente ora per descrivere il suo stile sono: fanciullezza e profondità. Si, perché la sua voce è imponente, calda e importante mentre i suoni che lo circondano ricordano la spensieratezza della fanciullezza, di un carillon e di un’arpeggiante chitarra acustica. La quarta traccia “How to Prevent a Cold” oltre ad essere colei che intitola l’album è anche un’ottima, forse la più interessante traccia dell’intero disco. Un brano che ricorda l’immagine di un raccontastorie che t’incanta con le sue parole ed il suo sorriso smagliante mentre giace al centro di una distesa verde infinita, magari una prateria irlandese. Stupendo inoltre è il mix tra pacate dolci voci e chitarre acustiche, in contrasto con una batteria incalzante e travolgente. Tutto il disco continua verso questa linea, tenendo sempre la voce in primo piano e suoni dolci e spensierati come contorno. Molto bella è l’acustica, delicata e sensibile traccia “Dorothy”, che vede la partecipazione di archi malinconici e di cui è stato girato un fantastico videoclip, dove una pallida donna sempre in nero (come a simboleggiare la morte dell’amore) è intenta a ballare, giacere, guardarsi su di un tavolo al centro di un prato.

Un disco che osserva la dualità e l’ironia che l’amore rappresenta nel profondo di ognuno di noi, tra freddezze e fiamme ardenti, tra casualità e normalità. Un disco che si sofferma a  pensare e analizzare quelle sottili contraddizioni che spesso vengono ignorate.

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Giovanni Truppi – Il Mondo è Come te lo Metti in Testa

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Quando avevo 10 anni sognavo di essere il frontman di una band. Imbracciavo un righello da 60 cm, di quelli azzurri semi trasparenti e fingevo di suonare inventando canzoni sul momento che mi sembravano fichissime, in grado di ammaliare l’orda di fanciulle scalpitanti in prima fila che nitidamente distinguevo nel mio favoloso immaginario. Non sono certamente un esperto di psicologia giovanile ma mi sembra chiaro che la fantasia e la spontaneità sono tratti sani e comuni in un bambino di 10 anni. Ma cosa potrebbe capitare se questo bambino invece arrivasse ad avere 30 anni?
Potremmo chiederlo a Giovanni Truppi che sforna uno dei dischi più originali e allo stesso tempo spontanei degli ultimi tempi. Musica a cui puoi dare qualsiasi aggettivo, ma non di certo “indifferente”. Vivace e violento, bipolare (bastano davvero in questo caso due polarità?), un caos descritto e regolato dalla più complessa equazione matematica. Un mondo in cui tuffarsi dentro vestiti per uscire nudi e privi di ogni barriera con l’esterno.

Il Mondo e’ Come te lo Metti in Testa è il secondo album del cantastorie napoletano e racconta “favole di vita vissuta” con la semplicità disarmante di un bambino un po’ troppo cresciuto che però amplifica ancora tutte le sensazioni. Non esistono filtri: ci sono nomi e cognomi, ci sono nella sessa canzone lo stereo portato a spalle stile anni 80 e Gesù Cristo, ci sono i ministri ladri, “I Cinesi”, il maglione del collega Sabino e le più banali domande sull’esistenzialismo (“Quante volte dovrò nascere? Speriamo che bastino”). Una zuppa indecente che io berrei in continuazione, nonostante le parole di Giovanni si incastrino a martellate e le melodie sfiorino spesso la cacofonia.
Nell’universo del cantautore partenopeo spiccano sicuramente dei piccoli capolavori come: i divertenti e acuti giochi di parole di “Nessuno” (accompagnata anche da un suggestivo video che trovate qui sotto); la stortissima “La Domenica” dove Giovanni e il suo compagno Marco Buccelli alla batteria inventano incastri ritmici da vertigine. Poi degna di nota è certamente “Giovinastro”, risata triste sul nostro incertissimo futuro, pezzo a dir poco geniale composto da Gianfranco Marziano (“da grande voglio fare il giovinastro e so che non farò bene nemmeno questo”).

Il disco è inoltre prodotto in modo perfetto: piano, voce, chitarra e batteria. Niente altro, tutto scarno e scheletrico a sottolineare l’immediatezza di una musica impulsiva. Giovanni cerca di non immagazzinare troppa roba nel cervello, in modo da esportare subito ciò che passa di li senza perdere troppo tempo in inutili elaborazioni. E questo è il risultato: dalla mente si va dritti sulle tracce audio. Forse questo non è un gran disco di musica pop, ma rimane un autoritratto di suprema bellezza.

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3fingersguitar – Rough Brass BOPS

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Partiamo col dire che questo Rough Brass di 3fingersguitar è un ep (a bassa definizione) di passaggio, rilasciato in free download, che “spende” le ultime canzoni solitarie e anglofone di Simone Perna, già batterista dei Viclarsen, mente del progetto, di cui, al momento, rappresenta la metà (si è aggiunto da poco Simone Brunzu, batterista dei The Washing Machine).
Cinque tracce, tanto scarne quanto lunghe (una media di 5 minuti a pezzo), costruite da mattoncini di chitarre, poche percussioni, una loop station, effetti abbastanza grossolani sbattuti qua e là. È un lavoro notturno, “volutamente caratterizzato da un suono grezzo e imperfetto”, dove un cantautorato anglosassone sbracato e non troppo virtuoso si miscela a “rimuginazioni cerebrali”, a vortici di arpeggi, rumore, sussurri, fruscii di corde, ritmiche povere.

Le atmosfere convincono (“Lying Down In Your Perfection”, “Waiting For/Sister Midnight”), la voce un po’ meno (“Spies”). Aspettiamo con curiosità i prossimi lavori in italiano: potrebbero stupire.
Vedremo.

https://soundcloud.com/dreamingorillarecords/5-lying-down-in-your

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Il Fratello – Il Fratello

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Tutto nasce da un viaggio negli States da parte di Andrea Romano, già Albanopower ed una infinità di altri progetti sonanti, un viaggio in California per girare una clip e dove una amica, Livia Rao, gli mostra una foto – quella che è poi nella copertina – e da li parte questo progetto, questo disco “Il Fratello”, otto tracce di cantautorato fine, bisbigliato, tenero e malinconico, in cui intervengono una miriade di collaboratori tra i quali nomi conosciuti nell’ambiente come Carlo Barbagallo, Mauro Ermanno Giovanardi, Colapesce e Cesare Basile, un progetto corale nel quale l’ascolto si immerge e vive un’apnea melodica e atmosferica non indifferente, leggera come la piuma di Forrest Gump.

Disco in punta di piedi e con un prorompente “recupero” emozionale che trascina dolcemente tutto, l’ascolto, i battiti e le solvenze tenui di una lunga notte, e che gira e gira all’infinito tra anima e cuore fino a restituire all’orecchio le melanconie elaborate lasciate a macerare nella grazia; nell’eterna ciclicità della musica tutto va e tutto viene, poesia, pathos, fato ed essenziale si gestiscono le partiture della magnificenza con poche cose, frasi, dettagli, e questo lavoro impalpabile ne è la cartina tornasole, una magnetismo tremulo che si fa suono e poesia all’istante. Dicevamo un lavoro corale, condiviso da strumentisti che hanno fatto parte delle esperienze musicali di Romano, una scaletta che conquista per l’ispirazione docile di cui è composta, tra i tanti brani il dondolio agro di un pensiero interrogativo “Cos’ha Che Il Mio Mondo Non Ha” con Colapesce, il macramè acustico da brivido che abbellisce “E’ Vero Che Per Te” che vede un Cesare Basile da incanto alla chitarra o il “bailamme metafisico” di “Nei Ricordi Di Mio Padre (demo 2004)” traccia finale con Mauro Ermanno Giovanardi a tirarne fuori la voce.

Ma non solo piccoli brividi, pure stimolazioni anni sessanta, flebili come fili d’erba “Per Chi Ne Avrà” come ricordi stoppati tra le corde di una chitarra e pulviscoli di ieri, retroguardie fumè “Tra i Lacrimogeni” che,  con accordi aperti fanno di questo ascolto una esperienza estetica senza prezzo, divinamente senza prezzo.

Al diavolo le mode, qui c’è tutto l’occorrente per svanire nel bello senza tempo.

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Threelakes And The Flatland Eagles – Uncle T BOPS

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Un brevissimo ep (3 pezzi per poco più di 10 minuti di durata complessiva), registrato in una sola giornata e per giunta all’aperto. Questo per dirvi quanto sia curioso il progetto Threelakes And The Flatland Eagles, che ho avuto il piacere di scoprire dal vivo al Magnolia di Milano in apertura a La Notte Dei Lunghi Coltelli (ma questa è un’altra storia).

Threelakes è un cantautore mantovano, Luca Righi, mentre The Flatland Eagles sono i suoi compagni di viaggio (Andrea Sologni, Raffaele Marchetti e Lorenzo Cattalani). Ciò che traspare vedendoli dal vivo (ma potrei sbagliarmi) è che tutto l’impulso creativo da songwriter venga dal frontman, mentre il vestito shoegaze sia cucito dalla band. In realtà, credo che, come spesso accade, la verità sia più indefinita, e i contributi al progetto più corali. Questo non toglie che queste due anime siano lo scheletro ultimo del progetto: un cantautorato (ma anglosassone, non solo perché la lingua scelta è l’inglese, ma anche perché lo stile richiama più gli States che casa nostra) che si rispecchia nell’uso particolare della voce, strascicata, sussurrata, mai piena, e nella chitarra acustica, linea su cui tutto s’appoggia; e una band fatta di ritmiche semplici ma ossessive, un basso che mi piace definire liquido, e chitarre prima alte e arpeggiate, poi distanti e bagnate. Insomma, un buonissimo punto di partenza, che lascia curiosi quanto basta per aspettarne un seguito.

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Appino – Il Testamento

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Andrea  Appino, la “faccia” degli Zen Circus, da alle stampe questo Il Testimone, un progetto in solitaria che non significa per niente l’addio alla band sopracitata, solamente una valvola di sfogo personale, per mettere in musica i suoi tasti sensibili nonché i bruciori poetici della finezza, tracce (quattordici) che lavorano stili diversi e destini differenti, un bella mixture di rock, forza e amore, magari ricco di troppe parole, ma che non rubano lo spazio alla musica, piuttosto un’audace convivenza ed un primo approdo all’ipotesi di un “destabilizzante” disco perfetto. L’artista pisano, qui col violino di Rodrigo D’Erasmo, Franz Valente alla batteria, Giulio “Ragno” Favero al basso e Enzo Moretto alle chitarre, non lascia niente di intentato, scrive, corrobora e fabbrica un piccolo manifesto underground pregevole, argomenta – tra gli interstizi della tracklist – umori e rumori di pensiero, come lo stupendo omaggio alla memoria di Mario Monicelli inciso nella titletrack, traccia che già di per sé alza il quoziente “intellettivo” dell’intero registrato: la sua è un’arte dove realismo e vissuto artistico si fondono all’unisono, un corpo ed un’anima al servizio di una credibilità che viene spontanea e che elude vie o transiti “faciloni” pur di arrivare, una scrittura che addenta un filo logico e ne tesse poi una sequenza da raccontare ad alta o viva voce. Senza mezzi termini, l’album è una radiosa premessa, potrebbe diventare grandissimo come pure il suo autore ed è giusto che sia così, non è di tutti i giorni ascoltare un esponente di una famosa formazione rock che riesce a divincolarsi dal precostituito ed intraprendere – di testa sua – un percorso non riempiticcio, vizioso o da primadonna, è raro, e quando capitano c’è da tenerseli stretti stretti.

Un serafico Giovanni Lindo Ferretti che balugina in “Passaporto”, il delirio di “Specchio Dell’Anima”, la ballata folk di stampo Bubola “La Festa della Liberazione”, una parvenza di dolcezza amara “Godi (Adesso Che Puoi)” e la giugulare paonazza che fibrilla nell’hard-core addomesticato di  “Solo Gli Stronzi Muoiono”, e poi ancora amore, rabbia, depressione, gioia e sogni, e poi ancora un Appino che brilla e commuove in una splendida “opera prima”, in una tenera “prima volta”.

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Corrado Meraviglia – L’Occasione

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Nel suo piccolo potrebbe essere un maestro di seduzione, magari anche odiarlo o amarlo come un protetto dei chiaroscuro della vita, fatto sta che il cantautore ligure Corrado Meraviglia – con la carica dei suoi buoni sentimenti agri e di una quasi aliena soavità – arriva o meglio ritorna a ritagliarsi quella icona di appartenenza alla nuova trafila di cantautori che hanno le indubbie capacità di “incredibilizzare” limpidezze crude, e lui lo fa, anche con i convincimenti delle combinazioni buone.

L’Occasione è il secondo lavoro discografico, registrato tra Londra e Roma, finanziato a metà su Musicraiser ed uscito per La Fame Dischi, ed è un’espressione stilistica di pregio, sconnessa come una strada di campagna ed un rumore chiuso nell’intimità, undici tracce non esistenzialiste ma che guardano all’esistenza, alle proprie orme calpestate e alla quotidianità a volte piatta altre spigolosa, un disco avvolgente e persino organico nelle sue incursioni strane quanto vere; tra pop.e rock adeguato, con il piglio di un Rino Gaetano roco e naftaline Zampaglionesche “Scatole, l’artista Meraviglia torna a graffiare delicatamente ottime pagine di musica, senza sviare nulla che non si possa recepire, brani e arrangiamenti per un talento grezzo che preannuncia una lungimiranza tra il nuovo che avanza (musicalmente parlando), nonché per il momento dove possiamo anche aggiungere un rincuorante brillantino underground

Con la sua personalità rabbugliata e agro-dolce, il disco prende la forma di un disco diverso dagli altri, come una colonna sonora per tramonti estivi occupati a tirare somme e linee vitali su amori passati, trascurati, vissuti e sopportati, una lavorazione d’intimità solitaria che è quasi spleen casareccio, anche sfigato e se tendiamo l’orecchio sul gocciolìo a cadenza di una tastiera depressa  “Sam (Unmade in Hk)”, sulla spennata shoegazer di un animo all’ingù “Le Mie Manie”, nella ripresa con  boccate d’aria istintive, chiarificatrici e field  “Possibilità” o dietro il caracollare grattato e con l’anima confessionale della stupenda “ Folkpop”, il fascino color carta-paglia di tutto l’insieme colpisce lasciando segni e pensieri fitti come la cupezza immaginifica del basso che spacca in due il cuore in “Trasparente”.

Corrado Meraviglia, ancora una volta all’altezza della gran classe.
http://youtu.be/cow_ONZk2Lo

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Michele Maraglino – I Mediocri

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“Mediocre” è un termine che viene impiegato con un’accezione negativa quando non addirittura dispregiativa. In realtà significa semplicemente “di medio gusto”, “nel mezzo”. Il famoso mediano di Ligabue, insomma. E la storia è sempre la stessa allora. Fa così schifo una vita normale? Ma soprattutto al giorno d’oggi, in tempo di crisi, dove non c’è lavoro, non c’è modo di mettere benzina nella propria auto figuriamoci accendere un mutuo per comprare la casa o pagare un affitto, c’è da chiedersi cosa sia diventata la normalità. Sembra provare a rispondere Michele Maraglino, cantautore pugliese classe 1984 che si presenta sulla scena nostrana con un full-lenght album, I Mediocri, tutto cantato in italiano, sempre nervoso, sempre in tensione. “Verranno a Dirti Che C’è un Muro Sopra” chiarifica subito lo stile: una voce roca, una dizione senza inflessioni dialettali (veramente un pregio), un certo gusto per la rima che però non è scontata, si insinuano su un arrangiamento folk contrappuntato da riff elettrici. “Vita mediocre” é l’irritante rifacimento del monologo iniziale di Trainspotting. Non fraintendetemi. A me il film è piaciuto, pure il libro. E sono più incline all’avvampare subito che allo spegnersi lentamente, da brava discepola di Cobain. Però venitemi a dire che un lavoro e una casa sono una vita banale da disprezzare, oggi come oggi poi, e vi mando a cagare seduta stante. Vi assicuro che il pensiero per Maraglino, che canta “e intanto non ti accorgi dello schifo che vivi, un lavoro, una casa, una vita mediocre” è riassumibile con: figliodipapàconuncazzodafarechegiocaafarel’artistoidemaammazzati.

E in “Taranto” poi, non so più chi ho davanti: prima il pugliese si lamentava della vita quotidiana scontata e qui si lamenta invece di non avere neanche quelle poche certezze: una terra, una casa, il mare. Ah. Coerente. “Umida” abbandona per un attimo le tematiche sociali e presenta una donna matrigna, consapevole delle sua bellezza e del suo potere sull’uomo che, da canto suo, cerca di convincersi di poterla domare. L’amore è il protagonista di “Pensavo di Morire”, una ballata a tratti pulp dove i riff elettrici si muovo sul levare della chitarra acustica. Con “Lavorare Gratis” e “L’Aperitivo” si torna a commentare la nostra attualità, fatta, da un lato, di quelli che devono lavorare senza percepire stipendio con la scusa di farsi le ossa, fare esperienza, o semplicemente per non stare a casa a stampare curricula su curricula che non verranno presi in considerazione e, dall’altro, di quelli (spesso gli stessi in entrambe le categorie), che risanano le loro frustrazioni nello status symbol dell’happy hour preserale. Il quadro de I Mediocri, si conclude con “Tutto Come Prima”, ballata dal ritmo molto cadenzato, in cui l’indifferenza dell’individuo, che guarda la propria vita scorrere senza lasciare traccia, è la protagonista indiscussa.
Maraglino non le manda a dire, è diretto e spesso usa termini bassi e parolacce, accostati a prestiti verbali più colti e aulici. Il genere non si può innovare chissà quanto, ma il cantautore riesce a dare un’impronta personale. Certo, io mi sono legata al dito la faccenda del lavoro, della casa, della vita mediocre, probabilmente non avendo capito dove volesse andare a parare (cioè: se era ironico, non sono riuscita a coglierlo – o lui non è stato abbastanza in gamba da farlo emergere debitamente).
Lavoro senza dubbio pregevole, quindi, ma che non convince fino in fondo.

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Geddo – Non sono mai stato qui

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Geddo, cioè Davide Geddo, cantautore ligure d’alta scuola, propone questo Non sono mai stato qui: un disco ampio, strutturato, sfaccettato (14 brani per un’ora e qualcosa di musica) che è praticamente un’enciclopedia del migliore cantautorato italiano. C’è veramente tutto, qui dentro: c’è il Folk, il Manouche, il Blues, il Rock leggero all’italiana; ci sono fiati, duetti vocali, violini, slide guitars, pianoforti. Ci sono canzoni ironiche e briose (“Piccolina”, “Angela E Il Cinema”), episodi più pacati (“La Campionessa Mondiale Di Sollevamento Pesi”, “L’Astronave Di Provincia”, “Venezia”), brani intensi e appassionati (“Equilibrio”, “Non Sono Mai Stato Qui”). Si sentono, in controluce, anche tutti i Grandi: la tradizione ligure, De Gregori (la partenza di “Un Pugno In Un Muro” sembra quella di “300.000.000 Di Topi”).

Non sono mai stato qui è un disco suonato veramente bene, dove gli accompagnamenti non si appoggiano mai, anzi, cercando di seguire le evoluzioni stilistiche del padrone di casa senza mai strafare, senza mai lasciarsi al caso. Insomma, mi ripeto, suona decisamente bene: la produzione è ottima e il livello medio degli arrangiamenti è piuttosto alto.

Devo ammettere che stavo per partire prevenuto, su questo disco: il cantautorato contemporaneo che si rifà più massicciamente al passato rischia spesso di essere una copia sbiadita degli originali, o, peggio, una caricatura in cui toni e movenze tipiche del genere si intensificano fino a sfiorare il ridicolo. Geddo invece mi ha stupito: riesce tranquillamente ad evitare tutto ciò, soprattutto grazie al suo modo di scrivere, che è alternativamente poetico e ironico, serio e divertito, regalandoci liriche a volte intense, a volte simpatiche, ma sempre intelligenti, quasi mai sopra le righe.

Se proprio qualche critica al disco dev’essere fatta, punterei sul rischio della mancanza di originalità, che è ovvio in un tipo di musica che riprende molta della storia passata del genere. E forse sulla voce del Nostro, che è sì versatile, ma non ha il timbro magico di certi cantautori del passato. Ma questo è mero esercizio retorico: prestate un orecchio al caro Geddo e fatevi raccontare una storia o due. Male non vi può fare.

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