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The Suricates – Storie di Poveri Mostri

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Tornano The Suricates, band abruzzese che fa seguire ad un EP del 2012 questo disco dalla genesi affascinante: racconti sonori che vanno ad intersecarsi con le narrazioni e le fotografie dello scrittore/fotografo Antonio Dragonetti. Storie di Poveri Mostri è composto da sette brani dalla pasta oscura e dall’andamento quasi cinematografico, da colonna sonora. Le trovate ad effetto sono spesso curiose e interessanti (l’andamento a tratti rettilineo e a tratti arzigogolato di “Il Sacrificio”, ad esempio), e la ricerca di soluzioni non ovvie si srotola accanto all’utilizzo di passaggi più sentiti e più comodi. Tutto ciò però viene trascinato verso il fondo dalla ruvidezza del reparto tecnico. I suoni sono terribili, con le tastiere che sanno di finto e le chitarre che ronzano in distorsioni dall’apparenza poco curata. La voce tenta la via della teatralità senza forse poterselo permettere (“Le Streghe”). Il mixaggio, in generale, suona confuso, e in certi momenti le ritmiche sovrastano la voce, rendendola incomprensibile, oppure creano pastoni incostanti con le tastiere. Storie di Poveri Mostri è un disco che parte interessante, con una composizione che s’indovina lucida e a tratti audace, ma che purtroppo, alla fine dell’ascolto, non riesce a confermare i lati positivi che, qua e là, svettavano nel caos cupo di questo concept coraggioso. La stoffa c’è, il vestito è cucito male.

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Sam Mickens – Kayfabe: Laamb of G.O.D.

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Chi diavolo è Sam Mickens? Un oscuro figuro trasferitosi da Seattle a NY, che da anni rimescola le carte in tavola, tra Post Punk, Soul, Indie Rock, R’n’B, e tutto ciò che la sua malata testa cresciuta tra spirito Garage e afflato da musical gli fa sputar fuori.  E il marasma prosegue in questo suo nuovo Kayfabe: Laamb of G.O.D., progetto autoprodotto su Kickstarter con una presentazione barocca (“a baseline cosmically aware majestic production”, “an old-school concept record marrying charged glam rock with left-field R & B and the wide terrain of guitar-based rock music”, “a great and timeless pop record to make the hills alive”): quindici brani dal suono grezzo, ma nel senso di primordiale, con organi e chitarre a copulare nelle stanze ombrose di riverberi e delay, e un falsetto leggero, vibrante e sincero a collegare i tasselli del mosaico, come calce pronta a rapprendersi al primo vento. 

È strano a volte come le cose ti capitino proprio in quel momento, e non in un altro. Ultimamente mi è successo, per vari motivi, di ragionare su cosa forma il nucleo di una canzone, e di iniziare a contemplare (o approfondire) il concetto di sintesi estrema di una produzione musicale, anche come riutilizzazione di stili, riappropriazione di concetti sonori già utilizzati, nell’ottica di un risparmio, di un’economia del processo creativo. Perché comunque, come un amico mi faceva notare, ogni canzone, per il suo stesso esistere, porta comunque novità (in senso lato); o, nel peggiore dei casi, una variazione sul tema, che è poi è lo stesso. Sta al quid, all’insieme di suggerimenti e spunti che la canzone dà, cercare di darci un appiglio per poter definire quanto ci ha saputo muovere, e, insomma, quanto funzioni il prodotto finale. Questo per dire che i quindici brani di questo Kayfabe: Laamb of G.O.D. si collocano proprio in una prospettiva di risparmio estremo, di sintesi, da un lato: penso alla produzione, all’insieme organico degli strumenti (tastiere, chitarre, cori, batterie, tutti esperiti con un gusto a metà tra il vintage e il lo-fi spinto), alle strutture dei pezzi, alla durata del disco (breve). Dall’altro, si respira una voglia gustosissima di spaziare, di stupire, di cambiare la combinazione degli elementi sempre diversamente, con un impianto che porta a denudare, di ogni pezzo, un piccolo dettaglio sempre differente (passare da “Ballet of the Night” a “Tyrant Sun” – nella tracklist del disco sono in sequenza – è vero bungee jumping).

È un disco da ascoltare più volte, che non cambierà la storia e che magari non sarà timeless, come vorrebbe il nostro Sam Mickens; ma di certo ci può arpionare e trascinare nel suo mondo a scala di grigi, per farci fare un rapido e vorticante viaggio tra il freddo e il caldo, tra il dolce e il salato, tra il chiaro e lo scuro, con pezzi che parlano un loro linguaggio e sanno farsi capire (“False Lion”, “The Demon Star”, “The Fate of Kings Unmade”). Un percorso da mezze tinte che potrebbe anche riservare qualche inaspettata epifania.

Sam Mickens’ Sexual Madness from Kayfabe: Laamb of God from sue-ling braun on Vimeo.

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Grammophone – Multiverso

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Ho avuto un attimo di smarrimento mentre tentavo di definire il genere di musica che suonano i Grammophone, quintetto campano che ha appena prodotto questo denso Multiverso. C’è indubbiamente una forte carica Rock a sottendere tutto, ma un paio di elementi caratteristici riescono a dare alle loro canzoni un taglio molto particolare.

Innanzitutto, la voce: intensa, potente, morbida, vicina più al bel canto che al Rock, che in qualche ritornello ci porta addirittura nella zona del Pop melodico italiano – ma quello fatto bene, anzi, benissimo (“Nell’Incanto”). Poi, la presenza sottile ma costante del pianoforte, strumento che più di una volta contribuisce a mettere in luce profili inaspettati e “laterali” di una band che comunque già di suo possiede un tiro sostenuto, un respiro travolgente (l’intro di “Segreto”).

In questa commistione di potenza sonora e morbidezza atmosferica, di totalità nervose e dettagli accoglienti, i Grammophone trovano la loro strada, e una chiave universale all’approccio verso il pubblico, che può godere delle melodie carezzevoli di voce e pianoforte e, insieme, della forza d’impatto di una sezione ritmica trascinante e di una chitarra trasformista ed essenziale. Una strada molto poco italiana, ma che potrebbe essere il punto di forza di Multiverso, disco ibrido, sospeso tra una vocazione innata al rumore e un’evoluzione naturalissima verso la melodia e il romanticismo, ombroso e sanguigno. Una terra di mezzo tutta da esplorare.

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Anna Calvi – One Breath

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Non si può non restare colpiti dal fascino suadente e oscuro della britannica Anna Calvi. È una malia femminile e voluttuosa, ma non per questo indolente (come invece può esserlo una Lana Del Rey, pur essendo anch’essa ombrosa e vocalmente eterea). One Breath, il suo secondo disco, potrebbe apparentemente non suonare originalissimo: voce femminile dalla personalità forte più ritmiche intense uguale qualcuno ha detto Florence + The Machine? Sfido chiunque, però, ad ascoltare “Piece by Piece” e a continuare sulla strada del paragone. Anna Calvi prende l’impervia strada dell’Art Rock, miscelando archi taglienti e percussioni ossessive, organi incombenti nascosti appena sotto la superficie che si rompono e si spezzano con l’emergere di chitarre elettriche cacofoniche e disturbanti (“Cry”), passando da canti di sirene ipnotici ed inquietanti (“Sing to me”), armonie ripiegate su loro stesse e appoggiate su soundscape distanti e voci dalla carica sensuale fuori scala (la title-track), fino ai cori da cattedrale della chiusura (“The Bridge”).

Non so decidere, di questo disco, quale sia l’attributo più godibile: se gli arrangiamenti, così beatamente schizofrenici e radicalmente liberi; il mood, così scuro eppure così sensuale, così lieve nel suo pungere sul vivo eppure così decadente; oppure la voce, un mix killer delle già citate Florence e Del Rey, una voce lasciva, morbida, ma anche aguzza, affilata come un machete, o densa come sciroppo. Per gli amanti delle atmosfere meno prevedibili, un disco da consumare riscoprendone ogni volta lati nuovi ed inaspettati, fino a quando, inevitabilmente, non vi capiterà di invaghirvi della sua tenebrosa autrice, diabolicamente intenta a sussurrarvi nell’orecchio le sue canzoni maledette e dolcissime, facendovi, ogni volta, rabbrividire un po’ di più.

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Danamaste – Le Teste Degli Altri

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Spiazzanti questi Danamaste, al terzo album con Le Teste Degli Altri. Meticci, confusionari, capaci di saltare tra la melodia e la distorsione, tra entrate Progressive (“Beat Generation”) e situazioni Rock più standard (“Marmo”), tra – bellissime – voci femminili, sorprendenti e vellutate (“Le Teste Degli Altri”), e cantati maschili alternativamente sotterranei o sopra le righe (“Elettrodomestica”).
In questo disco c’è veramente di tutto: un pizzico di Elettronica (“Centomani es. n°1”), tanto Rock, qualcosa di Progressive, una spennellata di Blues, ma anche del Pop sostenuto (“Le Scarpe” e le sue voci in secondo piano, magistrali). Meraviglia la capacità dei Danamaste di fare slalom tra estremi così diversi ed apparire, in ogni caso, credibili e capaci di gestire atmosfere, arrangiamenti, produzione: non è facile inserire nello stesso disco un pezzo come “Acqua”, sospeso e trasparente, e uno come “90”, gonfio di distorsioni e ritmi sincopati, senza farli cozzare, ma, anzi, facendo trasparire chiaramente come siano due facce diverse della stessa medaglia.

Le Teste Degli Altri è un disco perfetto per onnivori musicali, per chi s’accontenta di avere un’idea di quando si parte ma non gli interessa sapere né dove né come si arriverà. Un lungo viaggio, sfaccettato e multiforme, nelle grottesche maschere che indossano Le Teste Degli Altri. Un disco in cui immergersi, almeno una volta, giusto per provare la vertigine.

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