Un personaggio tutto da scoprire Alessandro Bevivino. Sempre pronto a stupirci con la sua carica e la sua energia artistica e propositiva. Anche in questo I Corti di Verbo Nero Original Sound Track Scene Eliminate fa praticamente tutto da solo. Testi, musiche, produzione e artwork. Più che un artista un vero e proprio arsenale d’ispirazione per lo più capace di non prendersi mai troppo sul serio, scherzando e dissacrando con intelligenza tutto il mondo che si è creato intorno. Questo disco non disco come lui stesso lo definisce è solo l’ultima (crediamo, perché non so cosa stia ancora combinando) fatica che in realtà rappresenta un modo per divertirsi e sfuggire dalla realtà. Non è un disco Metal, Western, Southern, Punk afferma Bevivino. Forse è Stoner, forse Folk Rock, forse Blues, forse Rock sperimentale aggiungo io. A dirla tutta è tante cose eppure ha un sound estremamente vintage, classico e affascinante. Dieci pezzi che mi sfido e vi invito a scoprire uno a uno, incespicando magari nelle sue follie, nei suoi richiami, nelle sue oscure profondità d’animo. Bevivino ondeggia con la sua chitarra in una danza calda come l’inferno, sputando sabbie e fumi di rituali indigeni nordamericani (“Fuga di Zakkaria W. Da Broken Pub City”) oppure facendosi trascinare in meandri rappeggianti (“Out of Control”) o ancora sciogliendosi in vortici lisergici e bollenti (“Preludio”, “I’Ma Shit Blues”), perdendosi in contorte intromissioni Glitch ed Experimental Rock (“Western Session”, “Verbo Nero”, “Minimal Cross In ‘Auge”) o accennando ritmiche quasi Punk (“Luisa And Bomber”). La sua voce riesce ad adattarsi perfettamente al ritmo che contraddistingue i pezzi, andando a convergere in timbriche stile Piero Pelù, ma anche Eddie Vedder se non addirittura Garbo (per non andare a scomodare i nomi più altisonanti della Western music a stelle e strisce). Per Bevivino un disco che è quasi solo un gioco. Ascoltatelo e capirete che ancora una volta non sta scherzando perché c’è tanta qualità anche in questi ventidue minuti di scene tagliate, compendio necessario a un film fenomenale.
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Nimby – Not in my Back Yard
Completamente autoprodotto, Not in my Back Yard porta con se un’ottima produzione, che riesce a mantenere quell’impatto e quella vena live grezza anche all’interno di un impianto stereo. Non a caso infatti è stato registrato e mixato dal produttore artistico Fabio Magistrali (Afterhours, One Dimensional Man)presso il Parco Museo Laboratorio dell’artista internazionale Nik Spatari, col quale è nata una collaborazione per la definizione dell’artwork del disco. I Nimby sono Tommaso La Vecchia (voce e polistrumentista), Aldo Ferrara e Francesco La Vecchia (chitarre), Gianluca Fulciniti (batteria), Stefano Lo Iacono (basso), Raffaele De Carlo (flauto e tastiere) e producono del sano e grezzo Alternative Rock contaminato da Psichedelia misto Grunge, con la giusta cattiveria pestata e momenti melodici nostalgici.
Ma parliamo un po’ di queste dieci tracce, che si aprono con un quieto synth a introdurre “This Lines Among Them”, brano che parte prepotente con una batteria tutta tom e rullante e che segna fin da subito il timbro sporco della band, ricordando però attraverso la melodica voce quella voglia di riprendere le sonorità del Rock sporco americano di fine anni ’80. Ancora rumore con “Day Hospital” che aggiunge distorsioni vocali al mix sonoro, mentre con la successiva “Sleeping” le atmosfere si fanno più pacate ed elettroniche. Grezza e potente è invece “N.I.M.B.Y.”, traccia che ricordando il nome della band e dell’omonimo album fa presumere sia quella che maggiormente rappresenti lo spirito del loro essere musicale. Tra una drum pestata a modi Pearl Jam, un flauto dalle sembianze celtiche e degli intramezzi musicali nudi e crudi, le successive “Church of Reason” e “Cinema” escono vincitrici tra tutte le tracce, regalando alle orecchie un’ottima miscela sonora complessiva. Chiude il cerchio la pacata e sperimentale “Rubber Moon” in cui si fondono suoni noise, flauto, piatti, tamburi e chitarra acustica, come se Ia band abbia voluto dire all’ascoltatore: “Ok, dopo questo lungo viaggio sonoro sei giunto al capolinea, ora riposati”, e io ora mi congedo e spengo lo stereo. Amen.
Aedi – Ha Ta Ka Pa
Una delle più promettenti e deliziose realtà della penisola viene da San Severino Marche e risponde al nome di Aedi. A distanza di circa tre anni dall’opera prima Aedi Met Heidi, esce proprio nel 2013 il loro lavoro più ambizioso, Ha Ta Ka Pa, realizzato sotto l’ala protettrice di Alexander Hacke, basso, chitarra e voce nei mitici Einsturzende Neubauten. Tale sodalizio, si mostrerà evidente nell’evoluzione del sound della band che, messe da parte le atmosfere pastorali degli esordi, acquista un’energia e una forza eccezionale, rispetto al recente passato.
Ritmiche quasi Math si alternano a sferzate chitarristiche stile Built To Spill nel brano d’apertura “Animale”, certamente uno dei punti più alti dell’opera nel suo miscelare quel Rock alternativo anni 90 a potenza quasi crossover senza disdegnare momenti Punk Cabaret alla Dresden Dolls (vedi anche la parte che anticipa la chiusura di “Fohn”) quando il piano delirante insegue la chitarra, sullo sfondo di una voce angelica e demoniaca allo stesso tempo.
La voce di Celeste Carboni, melodiosa, anche quando alza i toni in vocalizzi mefistofelici che ricordano Diamanda Galas (“Animale”, “Idea”) riesce a essere leggera, morbida ed eterea mostrando non solo la sua timbrica affascinante ma anche discrete capacità e qualità canore.
L’importanza di Alexander Hacke, nello sviluppo del suono nuovo degli Aedi diventa palese negli episodi in cui le ritmiche si fanno tribali e assillanti e le chitarre distorte, sferzanti e taglienti (“Idea”).
I legami col recente passato, fatto di avanguardie folk e rock minimale, della band marchigiana non mancano (“Rabbit On The Road”), cosi come si possono intravedere strizzate d’occhio alla scena Indie più attuale (di scuola Arcade Fire) in pezzi come “Fohn”, brano gradevole, vertiginoso e trascinante all’ascolto ma senza il piglio innovativo che ci ha fatto apprezzare gli Aedi passati. Certamente, se preso come un intramezzo necessario per dare slancio a Ha Ta Ka Pa, è un pezzo più che riuscito, ma le cose migliori sono altre. Discorso simile per “Nero” che invece sembra riprendere le sonorità cupe e introspettive, specie nella sezione ritmica, degli ultimi Radiohead e per “Prayer Of Wind”, che tuttavia ricalca stilemi più vicini al Dream Pop (anche se la parte corale nel finale non può non far pensare ai canadesi già citati) mantenendo intatta quella vena ancestrale che pare fare la fortuna dei marchigiani. Non è quindi un semplice divertissement quest’avvicinamento alla scena Indie ma lascia lo spiraglio per una futura possibile nuova evoluzione, fortemente rischiosa da un punto di vista artistico ma che può certamente aiutare ad ampliare la fetta di pubblico interessata al sound Aedi. C’è da dire che, soprattutto grazie allo stile canoro bucolico di Celeste Carboni, la popolarizzazione del loro sound non sembra possa mai trasformarsi in mera banalizzazione, ma sarà tuttavia il futuro a darci tutte le risposte in merito.
Dopo le note leggere e dreamy di “Tomasz” arriviamo alla parte più interessante dell’album, che inizia con la spettacolare “Yaca”, fatta di chitarre acidissime, tribalismi martellanti e atmosfere lisergiche anni sessanta/settanta. La voce lucente di Celeste vibra in un’apparente monotonia ipnotica, quasi a ricordare Grace Slick e i Jefferson Airplane di “White Rabbit”. La chiusura è affidata a “The Sound of Death”, litania languida in crescendo di quasi solo voci (in questo caso Celeste non è sola), con accompagnamento chitarristico Slow/Sadcore e velatamente folkeggiante che diventa sempre più folle, distorto, pazzoide e frastornante a mano a mano che l’enfasi vocale aumenta la sua intensità. Il modo migliore per chiudere un disco che mantiene le promesse fatte cinque anni fa e che lascia nuove speranze per i talenti del nostro paese. Un disco assolutamente da ascoltare e una band da non lasciarsi sfuggire.
Over The Edge – Held Breath
I campani Over The Edge sono una delle realtà più interessanti della scena alternative per quanto concerne il metal condiviso con l’urgenza espressiva dell’hc melodico, una proficua congiunzione di cromaticità alla Guano Apes con le ansie spiazzanti delle L7, che in questo bollente Hedl Breath rispondono con potenti suggestioni acide e distorte che chiudono il respiro.
Quattro esasperazioni soniche che hanno nella voce di Jen Blossom l’illustrazione ossessiva della poetica malinconica e super elettrificata della loro garanzia di assorbimento, un viaggio sgolato e stonerizzato che ha nella sua densissima spirale una gelida potenza che infetta di maledizioni e oscurità una tracklist al fulmicotone, una serie di percorsi minati, emotivi e subdoli; sembrano appena usciti dal di sotto di un martello pneumatico, disegnano una strada senza ritorno verso le articolazioni a cingolo di un rock che scartavetra i timpani e lacera l’epidermide, eppure la brutalità abita da altre parti, ma il sentore di un qualcosa che alberga sotto sotto destabilizza l’ascolto, lo manipola in un bellissimo stato di grazia che ti fa rimettere su il disco all’infinito, te lo fa respirare fin dentro le sue fumigazioni sulfuree.
Undici mine innescate che forgiano un’alchimia a fusione, undici tracce che rimangono in circolo anche dopo ore dal loro turbolento passaggio, ma non solo lacerazione, anche quella dolcezza stordita alla Sandra Nasic che in “A Deep Breath” fa credere che la femminilità si riporti in angolazioni congrue e passionevoli, ma è un feroce abbaglio, un’illusione da pagare cara quando si intercettano le armi a taglio sonoro di “Full Of Emptiness”, “Restless” o “7×7 Theory”, mentre la finale e falsa civettuola verve che gira indisturbata in “I’m Searching Myself Under my Bed” graffia in una autenticità avvincente che distacca quasi tutto il resto.
Al primo ascolto questa maestà infusa di pedaliere ti mozza il fiato, poi ti ferisce con la bellezza mostruosa del suo ghigno e ti dona la certezza assoluta di avere nelle orecchie un disco che brucia…e non c’è più nulla da dire! Da avere come l’aria che si respira.
Absolut Red – A supposedly Fun Thing We’ll Probably Do Again
“Non sarò solo una copia se saprò essere te” cantava il leader dei braidesi Mambassa qualche anno fa e io devo ancora capire come si possa applicare questa frase agli Absolut Red. Appropriarsi di qualcosa attraverso l’imitazione e saperlo fare proprio non è un fatto semplice in ambito musicale. Si rischia sempre di essere tacciati di scarsa originalità, di già sentito. E la band di Sasso Marconi effettivamente suona come già sentito fin dalla prima traccia, “Embriology”, in cui i riferimenti a un certo alternative rock americano dei primi Duemila si delineano subito attraverso l’uso di chitarre chiare e cristalline che eseguono melodie composte e raffinate. “Occasion” apre con un riff semplice ma incisivo, dal sapore molto Nineties, che lascia spazio a brevi incisi strumentali che dialogano creando un tappeto ideale a una voce che spesso si lascia andare a falsetti sullo stile dei Muse di Showbiz (non di quella porcata tamarra che sono diventati adesso). E già a questo punto si capisce che gli Absolut Red prendono a piene mani dagli Strokes. Ma tanto. Anche in “A Love Story From Outer Space”, una ballata con un momento chitarristico delicatamente blues, le agogiche e il timbro vocale ricordano l’uso della voce di Julian Casablancas. Mio dio, in Italia c’è qualcuno che sa suonare così: è davvero entusiasmante rendersi conto che è possibile anche dalle nostre parti fare un rock gustoso, serio, meditato a livello fonico ma non necessariamente ingessato, politico, incazzato.
Ma in “90’s Call”, quando ci si rende conto che gli Absolut Red non muoveranno passi in superamento della loro primaria ispirazione, quasi viene da chiedersi perchè non ascoltare gli originali e farla finita. “Sunday” mostra la bravura tecnica sopratutto della sezione ritmica, con un basso quasi didascalico che esegue passaggi tecnicamente didattici, così come emerge in “Life in Black and White”. “Bathroom Wishlist” è scanzonata e apparentemente leggera, ben sostenuta ritimicamente, al punto di sembrare, a tratti, un surf rallentato. “African Savannah” ha stacchi netti e aperture di gusto, ma, ancora un volta mi chiedo cosa mi stiano lasciando questi ragazzi. Probabilmente tanta voglia di finire di scrivere e far partire “I’ll try anything once”.
A Supposedly Fun Thing We’ll Probably Do Again è un esordio felicissimo per una giovane band nostrana, a cui non posso che augurare, però, di riuscire a rintracciare un sound molto più personale e di elaborare criteri compositivi che, pur guardando al panorama internazionale, li allontanino dall’essere semplicemente copie e rendano il giusto merito alla bravura tecnica degli Absolut Red.
Arabeski Rock – Il Viaggio EP
Finalmente, dopo tanto, sto finendo la pila di dischi che ho sulla mia scrivania. Lo so me la sto cercando ma ero a limite. Ascoltare tutto, dare il giusto tempo all’ascolto e aver il capo redattore che pressa è sempre più complicato in un mercato musicale in cui l’indipendenza diventa un fattore di nodi, di connessioni, di riverbero nel web. Ma questi sono cazzi miei e ora non è tempo di soffermarmi, non è questo lo spazio. Scarto il prossimo EP, per le mani me ne capita uno che dall’aspetto ha poco a vedere con il rock!!! C’è una rovina in mezzo al deserto con un uomo in abiti tradizionali mediorientali che passeggia. Il solito superficiale! Unisco gli elementi che ho: un deserto, un arabo, un titolo, Il Viaggio e il nome della band Arabeski Rock. Potrebbe uscirci qualcosa di interessante, tipo mix di strumenti arabi miscelati ai classici strumenti rock o che ne so il solito bongo con qualche chitarra araba. Chi lo sa?! Mi ricordo ancora qualche anno fa quando lavoravo in un ristorante di cucina araba dove la proprietaria intratteneva il pubblico con concertino live e spettacoli di danza del ventre. Musica piena di vitalità ed energia che nella sua accezione più tradizionale richiama ad atmosfere riscaldate dal sole cocente che incendia la sabbia.Butto su l’album, vediamo che ci racconta. Il primo giro del primo pezzo, “Cargo”, del primo album degli Arabeski non poteva non cominciare con un flauto ney, il tipico suono medio orientale che ti porta subito sul tappeto di aladin e ti fa pensare al deserto, ai cammelli, alle oasi. E bongo, anche se penso si chiami in un altro modo, d’accompagnamento che lascia spazio pian piano alla classica chitarra araba l’oud. Finora poco rock e molta tradizione araba. Ma di sottofondo si sente una chitarra elettrica che accenna ad un accompagnamento. Fiuuuù. Ma è ancora poco non riesco a sentire il rock. Forse è presto, sono solo alla prima track e molto probabilmente i componenti del gruppo saranno misti e avranno voluto sottolineare con la prima traccia il loro amore per la terra d’origine. Ma sono mie congetture, vado avanti. Non voglio usare neanche internet per saperne di più. Questo sarà un ascolto intimo. La seconda traccia, “Gnawa”, scivola anche lei nelle sonorità tradizionali della musica araba. E dal titolo, “Gnawa”. Chissà cos’è?! Aspetterò la fine per andarlo a cercare. A me serve rock! Dov’è il rock?! Non che per forza debba ascoltare rock o io abbia dei pregiudizi si chiamano loro Arabeski Rock e io adesso devo trovarlo. Ed è quello che sto cercando ora. Avanti. Prossimo pezzo “Le 2 Lune” e sorpresa intro alla Frank Zappa, a tratti psichedelica, progressive che sfocia in note orientali in un perfetto mood d’altri tempi. E qui il rock si sente!!! Sicuramente l’album si avvale delle collaborazione di molti artisti vista la quantità di strumenti che sto ascoltando nei vari pezzi.
La quinta track, “Tramonto nel deserto”ha un’intro che appunto ci fa viaggiare. Niente di più azzeccato nel titolo. “Lost in The Desert” è una song che soffia dal deserto e ti trasporta. E’ questo il potere degli Arabeski Rock. Lasciatevi trasportare tra le dune, tra le sonorità orientali e chitarre rock. L’album si chiude con tre pezzi, “Introspezione”, “Verso Chernobyl” e “Locanda” che concludono questo viaggio. Canzoni di riflessione. Come in ogni viaggio si torna verso casa e si pensa a ciò che è stato e a ciò che sta cambiando. Bello. Sicuramente un album diverso e coraggioso negli intenti. Le mie preferite “Gnawa” e “Le 2 Lune” ma quest’album merita di essere ascoltato lasciandosi andare senza pregiudizi perché quello che ci racconta è il sapore di una terra antica a noi distante a noi vicina. Però, forse, un po’ di rock inteso nell’eccezione più classica del termine manca ma vi posso assicurare che questo è un viaggio originale ed ambizioso.
Ottovolante – La Battaglia Delle Mille Lepri
Sono sempre felice come un bambino quando mi arrivano dischi come questo: scoprire che ci sono ancora band che si divertono, che non fanno il compitino appoggiandosi a ciò che veniva prima di loro, che non danno per scontato che una canzone debba avere questo, fare quest’altro, dire quell’altra cosa ancora… io so che esistono tanti gruppi così, solo che spesso me lo dimentico, e a La Battaglia Delle Mille Lepri deve essere riconosciuto almeno il merito di avermelo ricordato.
Scritto, composto ed eseguito dagli Ottovolante (al secolo Gianni Mannariti e Denial Marino), il disco si snoda in 13 tracce di rock divertito e mobile, tra echi naif (“Balliamo Anche in Soggiorno”, che però non mi esalta più di tanto) fino a piccoli capolavori d’atmosfera e melodia (“Nota Panoramica”, che mi riporta alla mente i Meganoidi più rock, con un arrangiamento di fiati e chitarre molto azzeccato).
La Battaglia Delle Mille Lepri è cantato in italiano, con una voce che a tratti mi ricorda Manuel Agnelli – e prima che gridiate alla bestemmia, specifico: come utilizzo e valore, non tanto in tecnica o capacità. I testi si indovinano interessanti, in bilico tra litania e filastrocca, ma emergono poco nel marasma, sia per come sono scritti, sia per come sono cantati (esclusi un paio di episodi, come la già citata “Nota Panoramica”, o la rilassata “Adesso Torno”, tra pacatezza da Ministri – la voce – e un arrangiamento di chitarre e archi fatto sottovoce, o la toccata-e-fuga acustica de “La Folla”).
Il bello de La Battaglia Delle Mille Lepri è anche questo: la quantità di riflessi che s’intravedono tra le sue pieghe. “Francesca non vuole sentire” si porta dentro un’ambientazione rock aperta alla Brahaman,“La folla”suona acustica e viscerale, vedo un mezzo Bennato in Caro dittatore (1972), gli Afterhours fanno capolino qua e là tra riff di chitarra ossessivi e voci acrobatiche (“La Mente Mente e il Mondo è Pieno di Luoghi Della Mente”) . Devo ammettere che rimango più incollato agli Ottovolante negli episodi meno aggressivi (“Nota Panoramica”, “Adesso Torno”): sarà perché gli riesce meglio o sarà perché sono meno appoggiati al già sentito? Fate una prova e sappiatemi dire.
La Battaglia Delle Mille Lepri è bello perché è vario. È un disco divertente (e ciò non vuol dire che i pezzi siano tutti allegri e spensierati). È multiplo, è pieno di arrangiamenti diversi, un parco strumenti interessante (batteria, rototom, pentole, cocci in cucina, cucchiai forchette e cucchiaini, synth, kazoo, basso, chitarra elettrica, classica e acustica, pianoforte, trombette, e non vado avanti perché dal booklet leggo cose tipo vocine tupatapatapatapa o auanasheps e ho come l’impressione che gli Ottovolante mi stiano leggermente prendendo per il culo). Tre brani su tredici sono skit sotto i dieci secondi (se hanno un significato recondito, non riesco ad afferrarlo). Rimangono dieci tracce, e ne vale comunque la pena.
A qualcuno La Battaglia Delle Mille Lepri non piacerà perché è troppo semplice, troppo terra-terra, troppo insensato. Più per partito preso che per altro.
E vabbè, ce ne faremo una ragione.
https://www.youtube.com/watch?v=tlCWsLDttM4
The Washing Machine – Bigmuff Supersolo Ufo BOPS
Disco d’esordio per The Washing Machine, un trio che mescola rock grungy ad un italo-alternative con attitudine pop, ma che non scade nella banalità.
Tra sporche ballate indie (“Big Youth”, trascinata da uno sfondo di piano e synth, che inizia come un brano dei Linkin Park di A thousand suns) e composizioni più spiccatamente rock (“Campionessa”, con un testo che grida Verdena a squarciagola, soprattutto nei lo sai, ormai, dirai a fine verso, e che in 5 minuti mescola limpidi riff di chitarra, angoli desolati, armonizzazioni vocali, progressioni à la Ministri e ritornelli super-orecchiabili) si trovano anche episodi più originali (“La filastrocca di Annaviola” vince tutto, un testo ironico e una base ritmica ossessiva a fare da controcanto), brani da sing-along (“Per il mio nome”) e cavalcate dal finale macchiato di post-rock (“Blackout radio”).
Insomma, Bigmuff Supersolo Ufo di certo non annoia, e ha persino qualche spunto originale (nel mischiare i generi, per cominciare, e nei testi, che sebbene ricordino – come già accennato – i Verdena, al contrario dei loro hanno un senso, e alcuni si fanno anche leggere piacevolmente). In più, è un disco suonato e prodotto come si deve: sintetico, impastato quanto basta, con inserti (la chitarra, alcuni passaggi di batteria) oculati e precisi.
Un ascolto senza dubbio consigliato se vi piacciono distorsioni grosse e voci pulite, se avete consumato i dischi dei Nirvana e se siete innamorati dei fratelli Ferrari. Io, nel frattempo, mi riascolto la ghost track: “Vorrei comprare la lavatrice nuova / per sbagliare candeggio, lo sai”.
Eels – Wonderful, Glorious
Dopo la scorpacciata dovuta alla trilogia che li ha impegnati nel 2009/10, Mister E, ovvero il pazzoide Mark Oliver Everett e i suoi sodali Eels, non se la sentono di essere ancora collegati a quell’urgenza iniziale in cui li abbiamo tutti conosciuti, non ci stanno a rimarcare quelle strutture – meglio sovrastrutture – che li lanciavano tra il teorema del delirio e i grandi puzzle dell’universo alt-tutto, ma decidono di occupare una macchina del tempo, la denominano “Wonderful, Glorious” e ne fanno un transfert accalorato verso gli anni Settanta dove, sulle righe alcaloidi di certi Fleetwood Mac e le ottiche sonanti di chi altrettanti stravizi pop-rock non li vuole dimenticare, continuano in una sorprendente presa discografica con il ruolo primario di entusiasmare a rotta di collo.
Tredici direttrici che possono scuotere l’immaginazione per via del multistrato stilistico del quale la tracklist si permea e deborda, spazio dove la libertà creativa è più che idonea nel farsi complice di una conquista istantanea; disco di una scrittura fondamentale, scostata dalle precedenti produzioni, ma anche dove una parola e magari uno, due, o al massimo tre accordi, stabiliscono il punto giusto di fusione tra innamoramento e intimità immaginaria “Accident prone”, “On the ropes”, “The turnaround”, tanto a scomodare un qualcosa di più cui Everett non se lo farà dire mai due volte.
Dicevamo gli anni Settanta in cui gli Eels tornano a pescare prodigi e virtù instancabili, e se le chitarre e le tastiere di “pelle nera” disegnano giri funk in “Kinda fuzzy”, il rock-blues tinge nuvole distratte in “New alphabet”, l’atmosfera modificata di una robotica in luna di miele a Beverly Hills “Peach blossom” o l’eccentricità Waitsiana in “Bombs away” oppure i Cream con la frangetta beatnik che fanno shake convulso dentro “Stick together” possono sembrare una manna dal cielo che solo gli Eels sanno concertare e impastare, con l’arrivo all’orecchio del beat edulcorato e molto “summer of love” che la titletrack offre, le gradazioni della goduria intesa come sintonia perfetta con il registrato fibrillano a go-go.
Come sempre sono i primi nella loro disarmante sincerità, mai secondi nella docile psichedelica e ancora primi a ridisegnare le coordinate del rock e delle sue armonie; che dire, Eels la stupenda fantasia in cui non sai mai cosa vai ad ascoltare!




